Fabrizio
Calvi e Frederic Laurent
PIAZZA
FONTANA
La
verità su una strage
MONDADORI
Di Fabrizio Calvi
Nella
collezione Frecce
L'Europa dei padrini
Traduzione
dal francese di Massimo Parizzi
ISBN
88-04-40698-4
© 2997 Arnoldo
Mondadori Editore S.p.A., Milano
I edizione aprile 1997
Indice
3 Prologo
13 I
La caccia
29 II
L'uomo del 12 dicembre
60 III
Aginter-Presse: l'ispiratrice del 12 dicembre 1969
82 IV
Aginter e le bombe di Milano
122 V
Il colpo di stato del 12 dicembre
148 VI
La costruzione dell'apparato golpista
175 VII
La sinfonia madrilena
184 VIII Al servizio della cia: alla
riconquista del Portogallo
203 IX Al
servizio della cia e dello sdece: alla riconquista dell'Algeria
213 X Al servizio del
terrore: la guerra di Spagna
228 XI L'inchiesta
impossibile
248 Epilogo
267 Allegati
309 Note
335 Indice dei nomi
Prologo
Milano,
12 dicembre 1969, ore 16.30. Con l'esplosione di
una bomba nel salone degli sportelli della Banca Naziona-
le dell'Agricoltura, al numero 4 di piazza Fontana, ha ini-
zio una nuova era tragica.
I
terroristi non avrebbero potuto scegliere un momento
migliore: la banca è infatti gremita per il «mercato del ve-
nerdì», che richiama gli agricoltori delle province di Mila-
no e Pavia. L'ordigno è stato collocato in modo da provo-
care il massimo numero di vittime: sotto il tavolo al
centro del salone riservato alla clientela, di fronte all'emi-
ciclo degli sportelli. I locali devastati testimoniano la po-
tenza dell'esplosivo impiegato. Attorno al foro, nel cu-
mulo di detriti, sono rinvenuti frammenti metallici che
verosimilmente appartenevano all'involucro contenente
la carica esplosiva. I tecnici osservano che la resistenza
opposta dal piano di cemento armato del pavimento ha
fatto sì che l'onda esplosiva finisse, con tutta la sua po-
tenza, contro le pareti delimitanti la volta del salone man-
dando così in frantumi le vetrate dello stabile, e che la po-
tenza dell'esplosione, sviluppatasi con maggiore intensità
fra il cemento e la metà sinistra del salone, probabilmente
a causa della resistenza frapposta dal pesante sostegno
del tavolo, ha provocato il crollo del rivestimento in mat-
toni forati sulla parete che delimita l'angolo posteriore si-
nistro del locale.
L'attentato
causa sedici morti, di cui quattordici sul col-
po, e ottantotto feriti. Non è il più sanguinoso della storia
4 Piazza Fontana
della
Prima Repubblica, ma a livello simbolico è il più sen-
sazionale, se non il più importante: non si sbaglierebbe a
paragonare il trauma che provocò con quello subito dagli
americani dopo l'assassinio del presidente John Fitzgerald
Kennedy. La storia dirà se la strage di piazza Fontana,
inaugurando la strategia della tensione, ha determinato i
dieci anni più bui della vita politica italiana.
In
quell'oscuro 12 dicembre alcuni ordigni esplosivi
prendono di mira anche altri istituti bancari e diversi edi-
fici. Poco dopo la strage di piazza Fontana, una bomba
viene scoperta nella sede milanese della Banca Commer-
ciale Italiana, in Piazza della Scala 6. Non è esplosa. Era
contenuta in una cassetta metallica portavalori ermetica-
mente chiusa, posta in una borsa nera. Lo stesso giorno, a
Roma, alle 16.55, una bomba esplode nel passaggio sotter-
raneo della Banca Nazionale del Lavoro che collega l'en-
trata di via Veneto con quella di via San Basilio. Si contano
tredici feriti.
Alle
17.22 e alle 17.30, sempre a Roma, esplodono altre
due bombe. Una davanti all'Altare della Patria, l'altra
all'ingresso del museo del Risorgimento, in piazza Vene-
zia. I feriti sono quattro.
Nelle
ore che seguono gli attentati, vengono compiute
perquisizioni nelle sedi di tutte le organizzazioni
dell'estrema sinistra. Viene visitata anche qualche orga-
nizzazione d'estrema destra, ma senza molta convinzio-
ne, visto che le indagini risparmiano Ordine Nuovo e
Avanguardia nazionale, le più importanti. La stampa non
tarda a unirsi al coro degli inquirenti. Fin dall'indomani,
come preparata in anticipo, parte un'incredibile campa-
gna contro gli estremisti di sinistra. I quotidiani si scate-
nano, circolano le informazioni più inverosimili. Le inda-
gini sono di una stupefacente rapidità; in tre giorni viene
arrestata una decina di persone sulle quali, come dichiara
la polizia, «gravano pesanti indizi». Sono tutti anarchici
dei circoli Bakunin e 22 Marzo. Tra di loro vi sono: Gio-
vanni Aricò, Annelise Borth, Angelo Gasile, Roberto
Prologo 5
Mander,
Emilio Borghese, Mario Merlino, Giuseppe Pi-
nelli e Pietro Valpreda. Per la polizia, insomma, oltre a
quella anarchica, nessun'altra pista merita di essere presa
in considerazione.
Iniziano
gli interrogatori. Sono condotti con energia. Il
15 dicembre, a mezzanotte, nel cortile della questura di
Milano, un corpo s'infrange quasi senza rumore ai piedi
di un giornalista. È Giuseppe Pinelli, uno degli anarchici
arrestati tre giorni prima, caduto senza un grido da una
stanza del quarto piano, dove si trova il commissario Ca-
labresi. Causa ufficiale della morte: suicidio. Non ci cre-
derà nessuno...
Tra gli
anarchici fermati subito dopo la strage alla Banca
Nazionale dell'Agricoltura, il commissario Calabresi sem-
bra interessarsi a una sola persona: Pietro Valpreda, di pro-
fessione ballerino. Il giovane grida la propria innocenza.
Essa non sarà riconosciuta che molto tempo dopo. Eppure,
già all'epoca, tutto denunciava l'esistenza di una «pista ne-
ra», che verrà esplorata solo tardivamente.
La sera
del 15 dicembre 1969 un giovane professore di
Treviso, Guido Lorenzon, segretario di una sezione della
Democrazia cristiana, si presenta da un avvocato della
città dichiarando di essere a conoscenza di fatti che po-
trebbero essere in rapporto con gli attentati. È teso, nervo-
so; per lui si tratta di tradire la fiducia di un amico di vec-
chia data, l'editore Giovanni Ventura. Due giorni prima,
cioè all'indomani delle esplosioni, ha avuto con quest'ul-
timo, appena tornato da Roma, una conversazione che, da
allora, l'ossessiona. Le informazioni che Ventura gli ha
fornito sugli attentati sono state troppo precise e circo-
stanziate perché possa essere totalmente estraneo alla
strage.
Già in
precedenza Ventura gli aveva parlato con la stes-
sa precisione dei dieci attentati ai treni compiuti nel Nord
Italia nella notte tra l'8 e il 9 agosto 1969. E gli aveva anche
confidato di appartenere a un'organizzazione clandestina
che progettava un colpo di stato mirante a instaurare un
6 Piazza Fontana
regime
ispirato alla Repubblica di Salò. Fino a quel mo-
mento l'amicizia aveva avuto la meglio, e Lorenzon aveva
taciuto. Dopo la strage di Milano non poteva più farlo:
nell'ultima conversazione con Ventura, infatti, gli era par-
so di capire che questi stesse preparando altri sanguinosi
attentati.
Il
giorno dopo, in compagnia dell'avvocato, Lorenzon
ripete la sua testimonianza di fronte a un magistrato di
Treviso, il procuratore Pietro Calogero, al quale, in più
giorni d'interrogatori, fornisce un resoconto sistematico
di tutte le conversazioni avute con Ventura negli ultimi
mesi. Il magistrato giudica le dichiarazioni del giovane
professore abbastanza importanti da giustificare l'apertu-
ra di un'istruttoria sulle attività dell'editore e dei suoi
amici. Con l'aiuto di Lorenzon, che continua a frequentare
Ventura, in qualche settimana Calogero raccoglierà una
serie di solidi indizi contro quest'ultimo e un suo amico,
Franco Freda, un avvocato di Padova ben noto nella re-
gione per le sue opinioni neonaziste.
La
deposizione di Guido Lorenzon, resa a meno di una
settimana di distanza dagli attentati di Milano, era giunta
al momento giusto per rafforzare i sospetti nutriti dai ma-
gistrati di Treviso nei confronti dell'editore Ventura e dei
suoi amici dopo un attentato commesso il 15 aprile 1969,
con una bomba, contro il rettore (ebreo) dell'università di
Padova.
I
ritratti di Freda e Ventura tracciati dal professore di
Treviso sono eloquenti. Franco Freda, poco più anziano
di Ventura, è nato a Padova. Grande ammiratore di Hitler
e delle SS, fanatico antisemita, ha fatto la gavetta, come
Ventura, nell'MSl, di cui all'inizio degli anni Sessanta ha
diretto l'organizzazione universitaria (fuan).
Più tardi ha
fondato i Gruppi d'aristocrazia ariana (Gruppi ar), vicini
a Ordine Nuovo. Nell'estate del 1968, quando il suo ami-
co Rauti torna da Atene, apre una libreria a Padova e si
mette a vendere, fianco a fianco, il Mein Kampf e Che
Guevara...
Prologo 7
Giovanni
Ventura, nato nel 1944 a Castelfranco Veneto,
vicino a Treviso, e cresciuto nella nostalgia di Mussolini
(suo padre aveva fatto parte della milizia volontaria fasci-
sta, le «camicie nere»), s'è iscritto all'MSI giovanissimo.
Nel
1965, trovando questo movimento troppo modera-
to, entra in Ordine Nuovo, la cui politica più energica me-
glio corrisponde alle sue aspirazioni. L'anno seguente fir-
ma, sulla rivista neonazista «Reazione» da lui diretta, una
serie di articoli violentemente antisemiti dove se la pren-
de con la borghesia «pan-demo-plutogiudaica».
L'indagine
sulla strage del 12 dicembre compirà un de-
cisivo passo avanti un giorno del novembre 1971, quando
un muratore, nell'eseguire alcune riparazioni sul tetto di
una casa di Castelfranco Veneto, sfonda per errore il tra-
mezzo divisorio di un'abitazione di proprietà di un consi-
gliere comunale socialista, Giancarlo Marchesin, e scopre
un arsenale di armi ed esplosivi, tra cui, in particolare,
casse di munizioni siglate nato. Arrestato,
Marchesin di-
chiara che quelle armi sono state nascoste lì da Giovanni
Ventura qualche giorno dopo gli attentati del 12 dicembre,
e che prima si trovavano presso un certo Ruggero Pan.
Interrogato
a sua volta, Pan rivela che durante l'estate
del 1969, dopo gli attentati ai treni, Ventura gli aveva chie-
sto di comprare delle casse metalliche tedesche di marca
Jewell. Quelle di legno usate per collocarvi gli esplosivi
negli attentati, aveva spiegato l'editore, non avevano pro-
dotto l'effetto di «compressione esplosiva del metallo».
Pan si era rifiutato. Il giorno dopo, notando da Ventura
una cassetta di metallo, aveva capito che qualcuno era an-
dato a comprarla al posto suo.
Pan
aveva dimenticato l'episodio fino al 13 dicembre
1969, giorno in cui la televisione e i giornali avevano mo-
strato la riproduzione di una delle cassette impiegate ne-
gli attentati alle banche. Era una Jewell, identica a quelle
acquistate da Freda e Ventura.
I
magistrati di Treviso scoprono inoltre che il gruppo te-
8 Piazza Fontana
neva le
sue riunioni nella sala di un istituto universitario
di Padova messa a sua disposizione dal custode, Marco
Pozzan, braccio destro di Franco Freda.
Sottoposto
dagli inquirenti, il 21 febbraio e il 1° marzo
1972, a due lunghi interrogatori, Marco Pozzan spiega che
il piano, preparato da tempo, aveva ricevuto il via libera
nel corso di una riunione notturna svoltasi a Padova il 18
aprile 1969. Dapprima reticente sull'identità di due dei
partecipanti alla riunione, arrivati la sera stessa da Roma,
Pozzan, dopo qualche esitazione, rivela il nome di uno di
loro: Pino Rauti, all'epoca capo del movimento Ordine
Nuovo. Quanto al secondo, assicura di saperne solo ciò
che gli ha detto Franco Freda: «È un giornalista ed è mem-
bro dei servizi segreti...».
I
magistrati, in verità, erano già a conoscenza di questa
riunione grazie alle intercettazioni cui avevano sottoposto
il telefono di Freda. Quello che ignoravano era l'impor-
tanza capitale che essa aveva avuto nell'organizzazione
degli attentati del 1969.
I
magistrati di Treviso, giudice Stiz e procuratore Calo-
gero, decidono di arrestare Freda, Ventura, Pozzan e
Rauti. Qualche giorno dopo Stiz si accinge a mettere Poz-
zan, ritenuto un complice di secondo piano, in libertà
provvisoria; quando questi lo viene a sapere chiede im-
mediatamente di essere di nuovo ascoltato dal magistra-
to, davanti al quale ritratta, dichiarando che la visita di
Rauti del 18 aprile 1969 era frutto della sua immagina-
zione.
Il
magistrato verbalizza, ma si rifiuta di riconoscere la
ritrattazione come valida; nel suo atto d'accusa scriverà
infatti che altri elementi provano che soltanto le prime di-
chiarazioni di Pozzan sono conformi alla verità. Messo in
libertà, Pozzan scompare.
Il 3
marzo 1972 Franco Freda, procuratore legale a Pa-
dova, Giovanni Ventura e Pino Rauti, dirigente nazionale
dell'msi e fondatore del
movimento Ordine Nuovo, ven-
gono arrestati. Sono accusati di aver organizzato gli atten-
Prologo 9
tati del
25 aprile 1969 (alla Fiera e alla Stazione Centrale di
Milano) e dell'8 e 9 agosto dello stesso anno (a danno di
alcuni treni). Il 21 marzo, aggiungendo ai capi d'imputa-
zione contro il gruppo Freda-Ventura gli attentati del 12
dicembre 1969, il giudice Stiz trasmette il fascicolo, per
competenza territoriale, alla procura di Milano.
A
proseguire le indagini sono designati tre nuovi magi-
strati: il giudice Gerardo D'Ambrosio e i sostituti Luigi
Rocco Fiasconaro ed Emilio Alessandrini. La loro prima
iniziativa è rimettere in libertà Rauti, senza però far cade-
re il capo d'accusa. Violentemente criticata, questa deci-
sione si rivelerà in realtà assai saggia. I magistrati non
ignorano che Rauti, testa di lista dell'MSi a Roma, verrà di
certo eletto deputato. Se al momento dell'elezione si tro-
vasse ancora in prigione, non solo l'immunità parlamen-
tare lo farebbe uscire all'istante, ma, soprattutto, i giudici
dovrebbero trasmettere il fascicolo al Parlamento: un in-
sabbiamento che vogliono evitare a ogni costo.
Riprendendo
le indagini da zero, i tre magistrati mila-
nesi raccolgono in qualche mese una serie di prove decisi-
ve contro il gruppo Freda-Ventura e, nello stesso tempo,
dimostrano che i poliziotti e i giudici che si sono precipi-
tati sulla pista anarchica hanno commesso numerose irre-
golarità.
Una
nuova perizia sui vari frammenti di esplosivi, sui
timer e sulle borse contenenti le bombe ritrovati il 12 di-
cembre 1969 sul luogo degli attentati permette di accerta-
re tre fatti importanti:
1) le
bombe sono costituite da candelotti di binitroluene
avvolti nel plastico, identici agli esplosivi nascosti da Ven-
tura, qualche giorno dopo gli attentati, in casa dell'amico
Giancarlo Marchesin;
2) i
meccanismi di scoppio ritardato delle bombe pro-
vengono da una partita di cinquanta timer Dhiel Jungans
acquistati il 22 settembre 1969 da Franco Freda in un ne-
gozio di Bologna. Freda spiegherà ai magistreti di aver
comprato i timer su richiesta di un fantomatico capitano
10
Piazza
Fontana
Mohamed
Selin Hamid dei servizi segreti algerini, per
conto della resistenza palestinese. Da una verifica com-
piuta presso le autorità algerine risulta che questo capita-
no non esiste; d'altra parte, i servizi segreti israeliani con-
fermano che nessun timer di questo tipo è stato utilizzato
dai feddayn;
3) le
borse in cui si trovavano le bombe erano state ac-
quistate, due giorni prima degli attentati, in una pellette-
ria di Padova.
L'11
settembre 1972 un giornalista dell'«Espresso», Ma-
rio Scialoja, si era infatti presentato dal giudice D'Ambro-
sio per dirgli che borse simili a quelle utilizzate per gli at-
tentati erano state vendute a Padova nel 1969. Per scrupolo
di coscienza, D'Ambrosio aveva mandato i carabinieri a
svolgere indagini nelle pelletterie della città. Il rapporto
che aveva ricevuto tre giorni dopo era stupefacente. Un ne-
goziante di Padova aveva dichiarato ai carabinieri che le
borse degli attentati erano state vendute nel suo negozio il
10 dicembre 1969 a un giovane alto e bruno, e si era poi det-
to stupito che non ne fossero al corrente, perché era andato
egli stesso, insieme a una delle commesse, il 16 dicembre
1969, a dichiararlo al commissariato, dove la sua testimo-
nianza era stata verbalizzata.
Ma
questo verbale, inviato il giorno stesso per telex ai
poliziotti di Milano e Roma e al ministero dell'Interno,
non era mai arrivato ai magistrati romani che avevano
orientato le loro indagini in direzione degli anarchici.
Qualcuno l'aveva fatto deliberatamente sparire.
Non è
tutto: qualche giorno dopo, confrontando due fo-
to della borsa di pelle ritrovata intatta alla Banca Com-
merciale Italiana, il giudice D'Ambrosio nota una diffe-
renza. Nella prima, scattata la sera stessa degli attentati,
dal manico pende ancora l'etichetta del prezzo. Nella se-
conda, scattata un mese più tardi, l'etichetta e la cordicella
cui era attaccata sono scomparse. Ancora una volta, qual-
cuno è intervenuto a sopprimere delle prove.
Uno dei
magistrati, apprendendo i nomi dei presunti
Prologo
11
colpevoli,
dichiara indignato che se i giudici avessero
avuto subito a disposizione la testimonianza del pellettie-
re di Padova e l'etichetta della borsa, le indagini avrebbe-
ro preso una direzione diversa e Valpreda non sarebbe fi-
nito in prigione. Il 25 settembre, infatti, tre alti funzionari
di pubblica sicurezza (il vicecapo della polizia, Elvio Ca-
tenacci, e i due responsabili dell'Ufficio politico della que-
stura di Milano) vengono accusati di «intralcio alla giusti-
zia, omissione di rapporto e dissimulazione e sottrazione
di prove».
Ma, due
anni più tardi, nei loro confronti verrà dichia-
rato il non luogo a procedere...
Ormai
convinti di avere in mano, con Franco Freda e
Giovanni Ventura, i personaggi chiave degli attentati, i
magistrati milanesi si applicano a scoprire chi siano, die-
tro i due uomini, i veri ispiratori della strategia della ten-
sione. L'istruttoria verrà abbattuta in volo nel 1974 dalla
decisione della Corte di Cassazione di sottrarre loro inda-
gini che dirigevano da due anni con coraggio esemplare.
L'istruttoria viene trasferita a Catanzaro, dove erano già
stati spostati l'inchiesta e il processo Valpreda per «motivi
di ordine pubblico». A Catanzaro esse vengono affidate a
due magistrati locali, il giudice Migliaccio e il sostituto
Lombardi, che, senza che si possa mettere in dubbio la lo-
ro onestà, non seguiranno mai le «piste nere» con l'ostina-
zione dei predecessori.
«Dopo la
sottrazione» scrive il giudice Salvini «nel di-
cembre 1974, al Giudice D'Ambrosio della prosecuzione
dell'istruttoria concernente la strage di Piazza Fontana e
le responsabilità del s.i.d., non
sono più state condotte a
Milano indagini significative sui gruppi della destra stra-
gista e sui suoi rapporti con settori istituzionali deviati.»1
Le
indagini restano congelate fino al 1990, quando il
giudice Salvini e il pubblico ministero Maria Grazia Pra-
della riaprono il fascicolo del mistero di piazza Fontana.
Sono le istruttorie dell'ultima speranza. La rostra storia
inizia da qui.
I
La
caccia
Dopo
quasi trent'anni d'inchieste e controinchieste costel-
late da una serie di morti misteriose, tre processi, nuovi
sviluppi da far perdere il fiato, un pugno di inquirenti è
giunto a questa certezza: il 12 dicembre 1969 un uomo so-
lo entrò poco prima delle 16.30 nella Banca Nazionale
dell'Agricoltura di piazza Fontana, a Milano, per deporre
la bomba che provocò il primo grande massacro degli an-
ni delle stragi. Il nome di quest'uomo era finora uno dei
segreti meglio custoditi della strategia della tensione. Solo
i suoi compagni d'armi più stretti lo conoscevano. Secon-
do i carabinieri si chiama Delfo Zorzi e ha militato a lungo
nella cellula veneziana di Ordine Nuovo ai comandi di
Carlo Maria Maggi.
In
precedenza nessuno s'era interessato a Delfo Zorzi. Il
suo nome, pronunciato a fior di labbra nelle pieghe di
un'istruttoria sorprendente, non aveva attirato l'attenzio-
ne. Gli inquirenti affermano di avere identificato i suoi
compiici, anch'essi per la maggior parte illustri sconosciu-
ti. I carabinieri hanno un'idea dell'identità di coloro che li
hanno manovrati. Si è parlato della cia,
del sid (Servizio
Informazioni Difesa) o dell'Ufficio Affari riservati del mi-
nistero dell'Interno. Ormai i sospetti sono certezze e i
compiici escono dall'anonimato.
Per più
di due anni, sotto la guida del giudice milanese
Salvini, una squadra di giovani carabinieri del Reparto
eversione del ros (Raggruppamento
operativo speciale),
alcuni dei quali erano ancora sui banchi di scuola all'epo-
14 Piazza Fontana
ca dei
fatti, si è immersa in un dossier inviolato da oltre
un ventennio. Il lavoro non è stato facile: dopo il caso De
Lorenzo, all'inizio degli anni Sessanta, l'arma dei carabi-
nieri è stata al centro di quasi tutte le cospirazioni che
hanno scosso l'Italia. Mossi dal solo desiderio di fare
emergere la verità, essi non hanno trascurato alcuna pista,
anche a costo di indagare sul ruolo giocato nella strategia
della tensione da certi ufficiali superiori della loro stessa
arma, tra cui un generale. In media sui trent'anni, questi
giovani dall'aria di eterni collegiali hanno capito che per
venire a capo di un'indagine poco comune come questa
dovevano essere più che degli investigatori. Si sono fatti
storici, frugando in archivi dimenticati. Per portare a ter-
mine il loro compito hanno letto tutti i libri, ripreso in ma-
no tutti gli atti. Per addentrarsi nei meandri della cia han-
no consultato banche dati americane, si sono abbonati alle
riviste più specializzate, prima d'avventurarsi nella rete
Internet della ciberinformazione. Ma il loro compito es-
senziale è stato ritrovare tutti i testimoni ancora in vita
che nessuno aveva pensato di ascoltare.
«A partire
dall'inizio del 1993» spiega Salvini «con l'au-
torizzazione del Ministero di Grazia e Giustizia, si è svol-
ta quindi una lunga serie di colloqui investigativi, condot-
ti da un Ufficiale del Reparto Eversione di Roma, sulla
base di un programma e di un elenco di detenuti appron-
tato da questo Ufficio e dal G.l. di Bologna che indagava
sulle stragi del treno Italicus del 4.8.1974 e della Stazione
di Bologna del 2.8.1980. Lo strumento adottato si è rivela-
to estremamente interessante ed utile per sondare a largo
raggio ogni possibilità investigativa ed è veramente ama-
ro rilevare come, almeno in relazione ai processi di strage,
l'introduzione di una norma così importante sia giunta
molto tardi quando ormai numerosi processi si erano or-
mai conclusi e numerose indagini erano ormai definitiva-
mente pregiudicate. Oltre ai colloqui con i detenuti, il per-
sonale del ros ha esteso l'ambito
dei colloqui investigativi
anche a persone non detenute in quanto già scarcerate o
La
caccia 15
mai
inquisite o qualificabili come semplici testimoni, ef-
fettuando così un'autonoma attività di indagine di volta
in volta rapportata alle diverse Autorità Giudiziarie inte-
ressate, fra cui anche quelle di Brescia e di Roma. Sono
state raccolte in questo modo un gran numero di notizie,
indicazioni e valutazioni provenienti dall'interno di tale
ambiente, molte volte utili per le istruttorie in corso, altre
volte chiaramente inattendibili, ma comunque sempre im-
portanti per comprendere l'approccio da parte di soggetti
qualificati alla questione della strategia delle stragi e
dell'eversione di destra. Alcune delle persone contattate
dai Carabinieri del ros con lo
strumento del colloquio in-
vestigativo hanno subito accettato il dialogo, hanno forni-
to notizie importanti (anche sulla base di una riflessione
critica sul loro passato e del venire meno, col tempo, dei
vincoli di omertà) e si sono dichiarati disponibili, talvolta
dopo qualche titubanza, alla verbalizzazione dinanzi ai
giudici. Nel corso delle formali testimonianze hanno
quindi rivelato elementi inediti sia relativi a fatti specifici
sia relativi alla ricostruzione del contesto in cui tali fatti
sono maturati.»1
Gli
uomini del ros hanno ascoltato
dapprima Vincenzo
Vinciguerra, terrorista d'estrema destra detentore di tanti
segreti della strategia della tensione. «Vincenzo Vinci-
guerra» spiega Salvini «nel corso di numerosi interrogato-
ri ha dichiarato in modo credibile di essere a conoscenza
di numerose circostanze importanti relative alla strage di
Piazza Fontana, alla strage dinanzi alla Questura di Mila-
no del 17.5.1973, alla strage di Brescia, alla strage del treno
Italicus e alla strage di Bologna.»2 Vinciguerra era senza
dubbio il terrorista d'estrema destra che più avrebbe po-
tuto fornire informazioni agli uomini del ROS. Aveva infat-
ti organizsato ed eseguito autonomamente la strage di Pe-
teano, il 21 maggio 1972, al contrario delle altre stragi
neofasciste commesse, invece, con la complicità di certi
settori dell'apparato statale. «Vincenzo Vinciguerra ha
sempre coerentemente sostenuto» afferma Salvini «[che]
16
Piazza
Fontana
si
trattava - forse unico tra gli episodi più gravi attribuiti
ad Ordine Nuovo - di un'azione diretta contro lo Stato e
non commessa in collusione con Apparati dello Stato o
per obbedirne alle finalità.»3
L'importanza
delle complicità statali, tuttavia, l'ex ter-
rorista l'aveva scoperta senza volerlo: per curiosa ironia,
infatti, dopo il suo attentato, e senza che avesse chiesto
nulla, alti responsabili dei carabinieri s'erano dati da fare
per coprirlo e cercare i colpevoli, prima di orientarsi verso
la delinquenza comune, nel gruppo d'estrema sinistra
Lotta continua.
Vinciguerra
è un testimone reticente. Come spiega Salvi-
ni: «Purtroppo egli ha limitato la sua ricostruzione a fini di
verità sulla strategia della tensione ad alcune e nemmeno
tutte le notizie di cui disponeva sulla strage di Piazza Fon-
tana e ha fornito pochissimi dati sulle altre stragi afferman-
do che le condizioni per fare emergere la verità non sono
ancora maturate. Vinciguerra ha sempre fortemente sotto-
lineato di non essere un "collaboratore" e ha quindi indica-
to nomi e circostanze solo e strettamente nella misura in cui
potessero essere utili a ricostruire l'attività degli elementi
di destra "inquinati" e dei loro protettori nello Stato, evi-
tando sempre di parlare dei camerati che egli riteneva in
buona fede e comunque evitando sempre di fornire su
chiunque elementi tali da imporre all'Autorità Giudiziaria
incriminazioni per fatti gravi e non prescritti e la conse-
guente emissione di mandati di cattura».4 «Intendo fin
d'ora affermare che tutte le stragi che hanno insanguinato
l'Italia a partire dal 1969 appartengono ad un'unica matrice
organizzativa» ha dichiarato Vinciguerra. «Tale struttura
organizzativa obbedisce ad una logica secondo cui le diret-
tive partono da Apparati inseriti nelle Istituzioni e per
l'esattezza in una struttura parallela e segreta del Ministero
dell'Interno più che dei Carabinieri.»5
«Posso
oggi indicare i nominativi di persone che dal
1960 o da ancora prima sino ad oggi sono rimasti in colle-
gamento
fra di loro, provenendo da uno stesso ceppo ed
essendo un gruppo politicamente ed umanamente omo-
geneo» ha affermato. «Si tratta infatti del gruppo che dette
vita o aderì successivamente al Centro Studi Ordine Nuo-
vo di Pino Rauti.»
«Tale
gruppo» ha aggiunto «ha il suo baricentro nel Ve-
neto, ma ha naturalmente agito anche a Roma e a Milano.
È composto, fra gli altri, da queste persone: a Trieste da
Francesco Neami, Claudio Bressan e Manlio Portolan; a
Venezia-Mestre da Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi e
La
caccia 17
Giancarlo
Vianello; a Verona da Marcello Soffiati e Amos
Spiazzi nonché a Treviso da Roberto Raho. A Padova l'in-
tero gruppo Freda, con Fachini e Aldo Trinco; a Trento De
Eccher Cristiano; a Milano Rognoni Giancarlo; a Udine
Turco Cesare dal 1973 in poi; a Roma Enzo Maria Dantini
e il gruppo di Tivoli di Paolo Signorelli.»6
«Sul
piano organizzativo» spiega Salvini «Ordine Nuo-
vo si struttura in circoli e in più ristrette cellule in ogni
città dove è possibile, sotto la responsabilità di un reggen-
te che deve rispondere gerarchicamente alle istanze supe-
riori. Nel Triveneto, ad esempio, e cioè Veneto, Trentino e
Friuli-Venezia Giulia, esiste un reggente quasi per ciascu-
na città e il dr. Carlo Maria Maggi di Venezia svolgeva,
negli anni '70, la funzione di reggente per l'intero Trivene-
to, rispondendo direttamente per il proprio operato alla
direzione di Rauti e Signorelli a Roma. L'intera struttura è
ispirata a principi di rigida compartimentazione e di rap-
porti di reciproca affidabilità fra pochi militanti in modo
tale che fossero garantite la riservatezza e il livello quali-
tativo dei militanti più che l'estensione quantitativa del
Movimento.»7
Vincenzo
Vinciguerra ha quindi dichiarato agli inqui-
renti: «La struttura in cellule che almeno in teoria le strut-
ture clandestine di Ordine Nuovo avrebbero dovuto adot-
tare, era mutuata proprio dall'esperienza dell'OAS, a sua
volta mutuata dallo stesso fln [Fronte
di liberazione na-
zionale dell'Algeria] che aveva dimostrato come essa fos-
18
Piazza
Fontana
se la
migliore. Questo tipo di cellula si basa su una strut-
tura a cinque in cui il capocellula è in contatto con due
coppie che formano le semicellule e che tra loro non si co-
noscono. Solo il capocellula è in contatto con un altro ca-
pocellula e così via».8
Il
riferimento all'Organisation de l'Armée Secrete (oas),
il gruppo terrorista che insanguinò l'Algeria francese, non
è fortuito. Gli inquirenti sanno che i legami tra i terroristi
di Ordine Nuovo e i loro predecessori francesi dell'OAS so-
no più solidi di quanto appaia, e che per risolvere il miste-
ro delle bombe del 12 dicembre 1969 dovranno rivolgere
la loro attenzione agli ex oas.
L'ambiente
sul quale i segugi del ROS indagano è più im-
penetrabile di Cosa Nostra. È composto infatti da un picco-
lo nucleo di irriducibili i cui superstiti sono sempre in con-
tatto. All'epoca, inoltre, nessuno degli ex ordinovisti si è
ancora pentito. Gli inquirenti dispiegano tutto l'arsenale
dei sofisticati strumenti d'ascolto e sorveglianza che sono
l'orgoglio dei ros. Microspie,
minicineprese montate su fi-
bra ottica, registratori dat: nulla
è troppo raffinato per por-
tare avanti le indagini. Le conversazioni più segrete tra gli
ex membri della cellula veneta di Ordine Nuovo vengono
registrate e attentamente studiate, quanti di loro sono an-
cora in Italia vengono sottoposti a sorveglianza ventiquat-
tr'ore su ventiquattro. Gli inquirenti si concentrano su due
di essi, amici d'infanzia, mai disturbati per i fatti di piazza
Fontana: Delfo Zorzi e Martino Siciliano.
Delfo
Zorzi non è più in Italia.
Dalla
seconda metà degli anni Sessanta vive in Giappo-
ne, dove, nei primi tempi, è stato lettore di italiano
all'università di Tokyo. Nulla di sorprendente: dopo ave-
re studiato lingue orientali, e in particolare giapponese,
s'è appassionato all'antico impero del Sol Levante, tanto
da essere uno dei primi, negli anni Sessanta, ad aprire in
Veneto una sala di karaté. Da Tokyo, all'epoca sotto lo
pseudonimo di Aldo Rossetti, scrive articoli per il quoti-
diano della Democrazia cristiana «II Popolo». Non per
La
caccia 19
questo,
tuttavia, ha rotto con i compagni, come testimo-
nia Martino Siciliano: «Si manteneva pur sempre in con-
tatto con il gruppo di Mestre tramite Roberto Lagna, det-
to Bobo, deceduto recentemente, il quale intratteneva con
lui un fitto rapporto epistolare. Le lettere del Lagna, sot-
tratte dall'armadietto personale di Zorzi all'Università di
Tokyo probabilmente da elementi dell'estrema sinistra
giapponese, vennero pubblicate con risalto sul settimana-
le L'Espresso».9
A Tokyo
Zorzi continua a operare nell'ombra. Ma il suo
datore di lavoro è cambiato, afferma Siciliano: «Mi risulta
per certo che Zorzi, a seguito di questo episodio, colla-
boro attivamente con le Autorità nipponiche allo smantel-
lamento della Japan Red Army, cioè un gruppo armato di
estrema sinistra equivalente alle Brigate Rosse italiane, ed
anche per questo, a mio parere e come voce diffusa
nell'ambiente di Mestre, venne concessa a Zorzi la cittadi-
nanza giapponese e quindi l'uso di un passaporto diplo-
matico che io, però, non ho mai potuto vedere personal-
mente».10
Siciliano
non è l'unico a parlare del passaporto diplo-
matico di Zorzi. Vincenzo Vinciguerra è ancora più espli-
cito: «Ho sempre segnalato la presenza nel gruppo di Or-
dine Nuovo nel Veneto di elementi inseriti negli apparati
dello Stato. Rammento, a questo proposito, Delfo Zorzi
sul conto del quale chiedo che sia approfondita la sua po-
sizione anche alla luce della concessione da parte del Mi-
nistero degli Esteri a costui di un passaporto diplomatico
che, per quanto a mia conoscenza, può essere concesso so-
lo in casi eccezionali a privati cittadini nel caso che svol-
gono all'estero attività in favore del Paese. Lo Zorzi mi ri-
sulta essere un privato cittadino addirittura considerato
dal Ministero dell'Interno, ancora nell'estate 1987, "perso-
na pericolosa per la sicurezza dello Stato". La circostanza
del possesso di un passaporto diplomatico da parte di
Zorzi è emersa nel processo in Corte d'Assise per i fatti di
l'eteano nella primavera-estate del 1987».n
20
Piazza
Fontana
Compiuta
una verifica, gli inquirenti accertano che
Delfo Zorzi è davvero in possesso di un passaporto di-
plomatico. L'avrebbe ottenuto prima della riforma del
1976, e questo significa che non ha una scadenza: Zorzi
potrebbe quindi disporne sino alla fine dei suoi giorni.
Inutile dire che, quando hanno rovistato negli archivi del
ministero degli Esteri a Roma, gli inquirenti non hanno
trovato niente. Il che non stupisce: interrogati diversi te-
stimoni, infatti, i carabinieri hanno scoperto che il mini-
stro degli Esteri e il suo gabinetto avevano tradizional-
mente a disposizione un certo numero di passaporti
diplomatici che compilavano essi stessi nella massima di-
screzione. Quello di Zorzi proverrebbe dal contingente
ministeriale? Si dovrebbe chiederlo ai vari ministri succe-
dutisi agli Esteri negli anni Sessanta e Settanta.
Da parte
sua, Vinciguerra spiega che Delfo Zorzi gode-
va di complicità all'interno della Farnesina: «In proposito
ricordo di aver conosciuto a Roma, il 13.12.1969, tale
Graziano, una persona anziana che mi è stata indicata
come funzionario del Ministero degli Esteri. L'interesse
nella segnalazione consiste nel fatto che costui era in rap-
porto di amicizia sia con Delfo Zorzi che con Paolo Si-
gnorelli, oltre che della signora che in quell'occasione
ospitò nel suo appartamento sia me che Cesare Turco, e
che ad informarmi dei rapporti di amicizia o di cono-
scenza che intercorrevano tra questo funzionario del Mi-
nistero degli Esteri, Zorzi e Signorelli fu Cesare Turco in
quell'occasione».12
Inizialmente
gli inquirenti, scettici, non vogliono crede-
re che Zorzi abbia ottenuto la cittadinanza giapponese. In-
terrogato al riguardo, un rappresentante della delegazio-
ne diplomatica nipponica a Roma giudica «impossibile»,
per la rigidità dei criteri di selezione, che a un cittadino
italiano possa essere stata concessa la naturalizzazione nel
suo paese: tra tutti i popoli asiatici, quello giapponese go-
de della reputazione, meritata, di essere il più impermea-
bile a ogni contatto con l'estero. Il diplomatico promette
tuttavia
di verificare, e quindici giorni più tardi arriva la
risposta. Delfo Zorzi ha davvero ottenuto la cittadinanza
giapponese: il Giappone non collaborerà in alcun modo
alle indagini in corso.
Evidentemente
l'ex terrorista della cellula veneziana di
Ordine Nuovo gode di altissime protezioni nell'impero
del Sol Levante. Cosa che, nei suoi recenti contatti con
Zorzi, ha scoperto anche Martino Siciliano: «È sicuro, tut-
tavia, anche perché me lo ha confermato personalmente
La caccia 21
Zorzi in
occasione di una delle sue recenti telefonate chi-
lometriche, che le Autorità giapponesi opposero un netto
rifiuto e mancanza completa di collaborazione con l'Auto-
rità Giudiziaria italiana in occasione dei processi subiti da
Zorzi per la strage di Peteano e del Poligono di Venezia-
Lido».13
A Tokyo
Zorzi dirige società specializzate in import-ex-
port, ed è vicino al viceambasciatore della cee
in Giappo-
ne, Romano Vulpitta.14 I servizi segreti italiani che hanno
indagato sulle sue attività economiche sono giunti alla
conclusione che, nel 1995, l'ex militante di Ordine Nuovo
è a capo di un vero e proprio impero industriale. Si occu-
pa delle esportazioni italiane in Estremo Oriente nel cam-
po della moda. Controlla società in Giappone, nell'ex
Unione Sovietica e in Corea, e ha interessi in Svizzera e
Gran Bretagna, dove si reca periodicamente. A questo si
deve aggiungere un negozio di abbigliamento di lusso a
otto luci sulla prospettiva Nevskij a San Pietroburgo, due
esercizi commerciali sempre nell'ex Unione Sovietica e al-
cuni altri in Estremo Oriente.
Zorzi
non ha però rotto i rapporti con i suoi ex compa-
gni d'armi, in particolare con quelli implicati nelle nuove
indagini sulla strage di piazza Fontana. Telefona regolar-
mente agli uni e agli altri per controllare tutto ciò che fan-
no. Gli inquirenti, che hanno intercettato alcune sue con-
versazioni, l'hanno sentito dire a proposito di un ex
membro di Ordine Nuovo riparato all'estero: «Mi racco-
mando, voglio sapere non soltanto l'indirizzo di casa, ma
22 Piazza Fontana
anche
quello del lavoro, perché se non riusciamo a con-
vincerlo in un modo, dobbiamo farlo in un altro».
Tra
tutti gli ex ordinovisti, a dargli più preoccupazioni è
Martino Siciliano.
Siciliano
vive in Francia, nella zona di Tolosa, dal 1979.
Con i suoi ex compagni d'armi sembrava non avesse che
contatti episodici. Dopo aver trovato un impiego in Fran-
cia in una discoteca gestita da italiani, s'è trasformato in
rappresentante di commercio mettendosi a lavorare per
due imprese tedesche, una di giocattoli e l'altra di articoli
da campeggio. Di tutti gli ex militanti di Ordine Nuovo, è
quello che ne è uscito peggio: vegeta nel lavoro e corre vo-
ce di una sua debolezza psicologica.
Non
milita più dal 1972, data in cui venne sospeso da
Ordine Nuovo dopo avere inviato al capo del movimento,
Pino Rauti, una lettera che denunciava i metodi sbrigativi
dei suoi colleghi del gruppo milanese della Fenice, e in
particolare di Giancarlo Rognoni. In quella lettera si par-
lava di eliminazione fisica di avversari politici e di contat-
ti con la criminalità comune.
Da
allora Siciliano vive nel rimorso. L'espulsione da
Ordine Nuovo gli ha aperto definitivamente gli occhi sui
metodi dei suoi ex compagni. Ha capito, sebbene un po'
tardi, che quando, nelle riunioni di cellula, i suoi capi par-
lavano «delle stragi come mezzi di lotta politica», non
scherzavano. Non solo: ha maturato la certezza che a met-
tere le bombe in piazza Fontana non è stato altri che il suo
amico d'infanzia Delfo Zorzi.
Aiutati
dagli agenti del sismi (Servizio
per l'Informazio-
ne e la Sicurezza Militare), i carabinieri del ROS localizzano
Siciliano a Tolosa. Ha sposato una francese, acquisendo co-
sì la cittadinanza del suo paese d'adozione, è quindi più
difficile esercitare pressioni su di lui. I carabinieri ci prova-
no e tramite la polizia di Tolosa gli notificano che è oggetto
di un'indagine su un attentato di secondaria importanza
compiuto a Milano all'università Cattolica all'inizio degli
anni Settanta. Siciliano cade nella trappola: «Dopo avere ri-
cevuto a
Toulouse, dalla locale Polizia, la comunicazione
giudiziaria concernente l'attentato all'Università Cattolica
di Milano, sono venuto in Italia per un viaggio di affari e,
arrivato a Mestre, mi sono messo in contatto con Roberto
Lagna, elemento di Ordine Nuovo da sempre in contatto
con Delfo Zorzi e da questi utilizzato come paravento in
una società di cui è proprietario, la Quatzar, con sede a Pa-
dova. Ho contattato Lagna perché egli, oltre ad essere un
dipendente di Zorzi, era quello che aveva seguito su suo
La caccia
23
incarico
tutte le udienze del processo del Poligono di Vene-
zia-Lido. Dissi a Lagna della comunicazione giudiziaria
che avevo ricevuto aggiungendo che a mio parere, avvalo-
rato anche da quello della Polizia francese, si trattava di
qualcosa di prodromico ad accuse ben più gravi. Dopo due
giorni, Lagna mi fece presente che se avessi avuto bisogno
di un lavoro, di un avvocato o di qualsiasi altra cosa a tutto
ciò avrebbe provveduto Delfo Zorzi, che non vedevo e non
sentivo da almeno 17 anni».15
Senza dubbio
per timore di Zorzi, Siciliano sembra esi-
tare, ma chiede di essere informato su quello che i magi-
strati di Milano stanno tramando. Qualche tempo dopo,
gli inquirenti tentano una nuova manovra di «destabiliz-
zazione».
«In
occasione di un altro mio viaggio in Italia, l’11 gen-
naio 1993 venni intercettato dalla polizia di Stato a Mestre
in via Piave. Fui condotto insieme ad un amico che si tro-
vava in mia compagnia, Maurizio Bastianetto, nei locali
del Commissariato di Mestre e interrogato circa la mia mi-
litanza in Ordine Nuovo e le vicende parallele e connesse.
Quelle domande mi allarmarono ulteriormente e quindi
contattai nuovamente Roberto Lagna mettendolo al cor-
rente dell'accaduto e chiedendogli se il dr. Maggi fosse
stato anch'egli inquisito nello stesso periodo. La vicenda
non ebbe, allora, ulteriore seguito.»16
Poco
tempo dopo gli inquirenti approfittano di un
viaggio d'affari di Siciliano per giocare una nuova carta e
turbarlo ancora di più: «II giorno dopo l'apertura della
24
Piazza Fontana
fiera
del giocattolo e del campeggio "SUN" di Rimini, ri-
cordo che era un lunedì, io mi trovavo all'Hotel Capitol
di Mestre e fui raggiunto da una telefonata di mio fratello
che mi invitava a guardare il TG3 poiché c'era una noti-
zia che riguardava il mio asserito coinvolgimento nella
strage di Piazza Fontana. La notizia fu subito ripresa da
vari giornali sia nazionali che locali e venni informato da
Lagna, che ero andato a cercare, che erano stati emessi tre
avvisi di garanzia nel Veneto. A seguito di questo episo-
dio persi il posto di lavoro e restituii l'automobile della
ditta presso cui lavoravo».17
A foiosa
Martino Siciliano viene avvicinato da agenti
dei servizi segreti italiani che tentano di convincerlo a tor-
nare in Italia per consegnarsi alla giustizia e dire tutto
quello che sa sul ruolo di Delfo Zorzi nella strage di piaz-
za Fontana. Siciliano chiede di riflettere, prende il loro bi-
glietto da visita... e scompare.
La
scomparsa dell'ex ordinovista getta gli inquirenti
nella costernazione e inquieta Delfo Zorzi, che muove cic-
lo e terra per cercare di scoprire dove il suo amico d'infan-
zia sia andato. Invano.
Neanche
il giudice Salvini resta inattivo, e all'inizio del
1994 comunica all'avvocato di Siciliano, Giovanni Molin
del foro di Venezia, di avere emesso nei confronti del suo
cliente un'informazione di garanzia per la strage di piazza
Fontana. Qualche tempo dopo Siciliano si fa finalmente vi-
vo telefonando al suo contatto all'interno dei servizi segre-
ti italiani. È in un altro continente, ha paura, ha i nervi a fior
di pelle ed è senza soldi; vuole sapere che cosa rischia.
L'agente dei servizi gli consiglia di tornare in Europa e con-
segnarsi alla giustizia italiana. Prima di riagganciare, Sici-
liano gli risponde che deve riflettere.
Rientra
in Europa nel febbraio 1994 ma, invece di recar-
si dal giudice Salvini, ristabilisce il contatto con Delfo
Zorzi, gli fa sapere di essere in Francia, a corto di mezzi, e
gli ricorda la promessa di trovargli un lavoro.
«Lasciai
il numero telefonico di Toulouse» racconta Si-
25 La caccia
ciliano
«ed effettivamente, dopo una quindicina di giorni,
venni chiamato da Zorzi che mi fissò un appuntamento a
Parigi per il 16 maggio 1994 alle ore 10.00 presso la Bras-
serie dell'Hotel du Louvre. Incontrai quindi Zorzi che mi
disse che avrei potuto lavorare nella sua organizzazione
in una località da stabilire. Per mantenere i contatti mi la-
sciò il numero del suo fax a Tokyo. Ovviamente, nel corso
dell'incontro parlammo della vicenda giudiziaria e Zorzi
mi disse di diffidare del giudice Salvini in quanto era le-
gato all'estrema sinistra e molto duro ed aggressivo. Ri-
cordo inoltre che prima di iniziare il colloquio, poiché
Zorzi si trovava privo di valuta francese, ci recammo alla
City Bank, vicino al Louvre, dove egli cambiò 50.000 yen
in franchi francesi. Quando in banca gli chiesero un docu-
mento, Zorzi, che mi aveva detto di essere arrivato dal
Giappone da circa una mezz'ora, disse di non averlo e mi
pregò di mostrare il mio, cosa che feci. Questo fatto
confortò la mia convinzione, che era peraltro diffusa
nell'ambiente di Ordine Nuovo di Mestre, che Zorzi viag-
giasse con un documento diplomatico e che quindi non
volesse farmene vedere la provenienza. Il colloquio con
Zorzi durò all'incirca un'ora in quanto egli mi disse che
doveva proseguire per la Svizzera e che la sua segretaria
gli aveva già prenotato un posto in aereo. Parlammo cam-
minando nel quartiere giapponese alle spalle del Louvre,
che Zorzi dimostrò di conoscere molto bene per contatti
commerciali con i negozianti di alta moda della zona. A
partire da quell'incontro sono stato chiamato regolarmen-
te da Zorzi con telefonate della durata anche di un'ora nel
corso delle quali mi ha sempre ribadito le opinioni, anche
quelle sul dr. Salvini, che mi aveva detto a Parigi.»18
Nel
luglio del 1994, in preda a crisi maniacodepressive,
Martino Siciliano pensa di costituirsi. Telefona al suo con-
tatto nei servizi segreti italiani e gli fissa un appuntamen-
to a Venezia.
«Avevo
quindi comprato il biglietto Toulouse-Venezia e
avevo mandato un fax a Zorzi dicendogli che la mia situa-
26
Piazza
Fontana
zione
non mi permetteva più di aspettare e che avevo de-
ciso di costituirmi alle Autorità inquirenti. Alle ore 3.30
del mattino ho ricevuto una telefonata da Zorzi nella qua-
le mi diceva di non andare assolutamente in Italia perché
mi avrebbero immediatamente arrestato con le ovvie con-
seguenze negative per la mia salute e che la situazione la-
voro si sarebbe sbloccata al più presto. Il giorno dopo, ef-
fettivamente, mi è arrivato un fax, privo dell'indicazione
dei dati del mittente, da parte di una ditta di San Pietro-
burgo, la Italian Style, e con questo fax mi sono recato al
Consolato russo di Marsiglia dove ho ottenuto il visto per
San Pietroburgo. Lo stesso Zorzi mi aveva fatto poi perve-
nire dalla Svizzera sul conto corrente di mia moglie la
somma di circa 700 dollari u.s.a. per
il viaggio da Toulou-
se a Zurigo che ho fatto in treno. L'indicazione del Paese
di provenienza del denaro era sull'estratto conto poi per-
venuto a mia moglie. Arrivato a Zurigo in treno, ho trova-
to presso lo sportello dei servizi aeroportuali, come mi era
stato indicato da Zorzi, un biglietto prepagato di andata e
ritorno per San Pietroburgo, valido dallo stesso giorno ed
emesso da un'agenzia viaggi di Lugano.»19
«Preso
l'aereo, sono arrivato a San Pietroburgo verso le
16.30 del giorno stesso attendendo per circa due ore la
persona che doveva venire a cercarmi e che Zorzi mi ave-
va detto che avrei immediatamente riconosciuto. Effetti-
vamente mi sono trovato davanti il fratello di Delfo, Ro-
dolfo detto Rudy, insieme ad una persona di cui non
ricordo il nome, ma che è l'attuale proprietario della ditta
Quatzar. Preciso che Delfo mi aveva detto che la persona
che avrei dovuto incontrare si sarebbe trovata all'aeropor-
to un'ora dopo di me e da ciò avevo dedotto che doveva
provenire da Francoforte, cosa che mi è poi stata confer-
mata da Rodolfo Zorzi. In realtà, a causa di un ritardo nel
volo Francoforte-San Pietroburgo, avevo atteso per circa
due ore anche perché, inoltre, la Polizia locale aveva se-
questrato ai due una valigia che conteneva degli occhiali
di elevato valore. Accompagnati da una ragazza del posto
La
caccia 27
abbiamo
raggiunto il Nietzky [sic] Palace, sulla omonima
Prospettiva dove ha sede anche il negozio Italian Style.
Poiché erano in corso i "Giochi dell'Amicizia" non vi era-
no molti posti liberi e quindi io mi sono sistemato in una
camera singola e Rodolfo Zorzi e l'amico in una doppia,
che erano le uniche camere libere. Dopo circa venti minuti
sono stato raggiunto al telefono da Delfo che chiamava
dal Giappone e ho parlato con lui per circa 90 minuti. Era
contento per la mia presenza a San Pietroburgo e, alla mia
richiesta circa il mio trattamento economico, mi ha detto
che avrei percepito circa 2000 $ al mese più l'alloggio in
albergo a 400 $ al giorno. Io ero arrivato a San Pietroburgo
al sabato e a partire dal lunedì successivo avrei dovuto
partecipare ad un viaggio d'affari su Mosca e Kiev dove
Delfo aveva altri contatti commerciali. Nel frattempo ero
stato spostato dal Nietzky all'Europa Palace e nella notte
di domenica, poiché mi ero sentito male e avevo avvertito
Rodolfo, Delfo mi ha richiamato pregandomi più volte di
farmi curare lì in Russia. Non avevo intenzione di farlo e
quindi sono ripartito per Zurigo con il biglietto di ritorno
e con altri 700 $ che Rodolfo mi aveva dato, su istruzione
di Delfo, per il tratto Zurigo-Toulouse in treno. Sono arri-
vato a casa il 27 luglio 1994 e il giorno dopo il mio medico
di famiglia mi invia ad una visita specialistica che ho fatto
il giorno 29 al mattino, mentre il pomeriggio dello stesso
giorno sono stato ricoverato alla Clinique de Beaupuy
dalla quale sono uscito in occasione del mio compleanno
il 31 agosto 1994. All'uscita dalla clinica ho informato via
fax Zorzi e circa due settimane dopo sono stato di nuovo
chiamato da lui al telefono sentendomi ripetere ancora gli
slessi discorsi sul dr. Salvini come persona con la quale
non avrei dovuto avere alcun rapporto.
«Inoltre
Zorzi mi ha invitato a non avere rapporti con
le "barbe finte", cioè con rappresentanti dei Servizi di Si-
curezza. Più volte Zorzi mi ha chiesto se il mio telefono
fosse sotto controllo manifestando timori in tal senso,
l'ultimo contatto con Zorzi è avvenuto pochi giorni or
28 Piazza Fontana
sono, il
16 ottobre, quando mi ha nuovamente chiamato
al telefono. Abbiamo parlato per circa un'ora e, oltre a ri-
badire [i] medesimi concetti espressi nelle telefonate pre-
cedenti, ha aggiunto di sentirsi relativamente tranquillo
in quanto il Giappone è un Paese "serio" e mi ha consi-
gliato, nel caso il giudice Salvini avesse voluto interrogar-
mi, a non presentarmi spontaneamente e ad obbligarlo
invece a sentirmi per rogatoria in Francia. A tale suggeri-
mento ho risposto che il mio avvocato mi aveva consi-
gliato di presentarmi spontaneamente e Zorzi mi ha riba-
dito che invece i suoi legali avevano detto esattamente il
contrario.»20
Martino
Siciliano decide di costituirsi e viene ascoltato
per la prima volta dal giudice Salvini il 18 ottobre 1994 alle
ore 16 al Palazzo di giustizia di Milano. La sua confessione
permette di stabilire con chiarezza la responsabilità mate-
riale di Delfo Zorzi nella strage di piazza Fontana. Dei
mandanti dell'attentato, invece, l'ex ordinovista non sa
nulla. Quando si tratta dei contatti di Zorzi e dei dirigenti
di Ordine Nuovo con settori istituzionali, la sua testimo-
nianza è più vaga. «Ricordo» afferma «che nel 1972/1974
cominciarono a diffondersi voci insistenti, nell'ambito ex
ordinovista di Mestre, che Rauti e Zorzi fossero in contatto
con ambienti diplomatici e militari statunitensi.»21
È un po'
poco. In compenso, Siciliano sarà molto più lo-
quace sugli esordi di Delfo Zorzi e sulle ragioni che gli
danno la certezza che a collocare la bomba di piazza Fon-
tana sia stato il suo amico d'infanzia.
II
L'uomo del 12 dicembre
Figlio
di una famiglia borghese, Martino Siciliano è cre-
sciuto nel culto della Repubblica sociale italiana. A quat-
tordici anni entra nella sezione di Mestre dell'organizza-
zione giovanile dell'MSi, dove ritrova un compagno di
scuola, Delfo Zorzi.
«All'epoca
dei fatti di cui ho parlato» racconta «Delfo
Zorzi era una persona dal carattere molto forte, spesso
duro, molto manesco e privo di quelle reazioni che in
molti di noi sorgevano alla vista del sangue nel corso dei
pestaggi. Zorzi infatti si occupava personalmente anche
delle punizioni da infliggere a camerati, come quella nei
confronti di Busetto. Aveva un carattere chiuso, introver-
so e molto riservato, portato quasi ad una specie di misti-
cismo. Fu lui, infatti, a fare scoprire ad altri camerati di
Ordine Nuovo di Mestre come a me stesso, il buddismo
nonché autori del calibro di Evola, Guénon, Steiner ed al-
tri. Era una persona determinata e capace di mantenere
un autocontrollo notevolissimo e, quindi, per questo mo-
tivo era scelto cóme canale privilegiato tra Maggi e il
gruppo di Mestre.»1
Negli
anni Sessanta i due adolescenti mandano in fran-
tumi l'insegna luminosa di una sezione del pci
di Mestre e
vengono arrestati. Sei anni dopo aderiscono insieme a Or-
dine Nuovo Triveneto e, in occasione di qualche giro per
la regione del capo supremo, Pino Rauti, gli fanno da
guardie del corpo.
Martino
Siciliano è a una buona scuola. Giuseppe Rau-
30 Piazza Fontana
ti,
detto Pino, è nato nel 1926 nel Sud, in provincia di Ca-
tanzaro. Volontario a diciassette anni nelle fila della Re-
pubblica sociale italiana, nel 1944 viene preso prigioniero
dagli inglesi e internato sino alla fine del 1946. Non appe-
na libero entra nell'MSI, da poco fondato, e diventa subito
dirigente dei giovani. Arrestato nel 1951 per una serie di
attentati, viene rilasciato l'anno seguente, e nel 1953 inizia
a lavorare al quotidiano romano di destra «Il Tempo». Nel
1956, criticando la politica moderata dell'MSI, lascia il par-
tito neofascista e fonda il movimento d'ispirazione neona-
zista Ordine Nuovo, che si farà sentire all'inizio degli anni
Sessanta con una virulenta campagna a favore dell'OAS e
un sostegno incondizionato alla politica coloniale porto-
ghese. In seguito Rauti compirà frequenti viaggi in Porto-
gallo in compagnia di Clemente Graziani, altro dirigente
di Ordine Nuovo, gettando così le fondamenta dell'im-
presa commerciale Mondial import-export, specializzata
nel traffico d'armi in direzione delle colonie portoghesi e
dell'Africa australe.2
Ordine
Nuovo non solo è l'organizzazione terrorista
d'estrema destra cui la giustizia ha attribuito il maggior
numero di episodi criminali, ma anche, a giudizio degli
stessi inquirenti, «una delle organizzazioni di destra ca-
ratterizzata dalle più vaste collusioni con gli Apparati
dello Stato e dalla presenza di elementi dipendenti o a va-
rio titolo in contatto con Servizi di sicurezza».3
«Il
gruppo Ordine Nuovo, denominato Centro Studi
Ordine Nuovo, esce dal msi nel
1956 per iniziativa di un
gruppo di militanti guidati da Pino Rauti, Clemente Gra-
ziani, Paolo Signorelli, Stefano Serpieri e Stefano Delle
Chiaie, quest'ultimo passato poi, nel 1960, a fondare
Avanguardia Nazionale» spiega Salvini. «Negli anni se-
guenti i Centri Studi, ispirati fondamentalmente alle teo-
rie evoliane, al mito dell'Europa e alla rielaborazione di
concezioni hitleriane, si radicano nell'Italia settentrionale
e soprattutto nel Veneto e in misura molto minore invece
nell'Italia meridionale, ove è più presente Avanguardia
L'uomo
del 12 dicembre 31
Nazionale.
Si susseguono i corsi per la formazione di qua-
dri e nei periodi estivi veri e propri campi paramilitari
con stages per attivisti. I militanti di Ordine Nuovo saran-
no presenti in modo massiccio, insieme a quelli di Avan-
guardia Nazionale, nell'attività del Fronte Nazionale di
Junio Valerio Borghese che deve costituire una federazio-
ne di gruppi al fine di realizzare l'atteso colpo di Stato.
«L'ideologia
di Ordine Nuovo si caratterizza nell'indi-
viduazione come nemico principale della democrazia
parlamentare e del "letamaio partitocratico". Il program-
ma prevede l'eliminazione da tutta l'Europa delle influen-
ze liberali, progressiste e materialiste, con la costruzione
di una Europa Nazione illuminata da una concezione an-
tidemocratica, antisocialista, anticapitalista (almeno come
petizione di principio), aristocratica ed eroica della vita.
Nonostante le proclamate finalità antiborghesi e anticapi-
taliste, si nota tuttavia nell'organizzazione un ritegno a
portare l'attacco contro lo Stato come se dovesse comun-
que prevalere il ruolo di difesa dello Stato contro le forze
della sovversione comunista, ruolo che comporta una ben
precisa empatia con settori dei pubblici Apparati e con i
fautori di uno Stato forte e semplicemente reazionario e
non organico e nazista.
«Nell'autunno
1969, i Centri Studi Ordine Nuovo rien-
trano nel msi allora guidato
dall'on. Giorgio Almirante.
Tale rientro, come più volte ricordato da testimoni come
Sergio Calore e Vincenzo Vinciguerra, ha peraltro solo ca-
rattere strumentale e il suo scopo è quello di costituire in-
torno ai militanti di Ordine Nuovo una sorta di ombrello
protettivo al fine di difenderli da eventuali incisive azioni
giudiziarie in vista dell'aggravarsi dello scontro nel Paese
ed in vista altresì dello svilupparsi della "strategia della
tensione" e del progetto di golpe.»4 Rauti viene eletto de-
putato nel maggio 1972 e poi, di nuovo, nel giugno 1976.
In questi anni è l'uomo forte dell'MSi, che nell'autunno del
1976 subisce una scissione perdendo la sua ala moderata,
che esce dal partito per fondare Democrazia nazionale.
32 Piazza Fontana
Ma
l'arrivo alla testa del movimento neofascista di Gian-
franco Fini segnerà il suo declino. Dopo la nascita di Al-
leanza nazionale, e prima di rompere con Fini, Rauti in-
carna l'ala dura dell'MSI e la fedeltà alle tradizioni.
Molti
osservatori della situazione politica italiana vedo-
no in lui l'uomo chiave della strategia della tensione,
quello che, da oltre vent'anni, godendo di incredibili pro-
tezioni occulte, tirerebbe sottobanco parte delle fila delle
trame nere con sfacciata impunità.
Una delle
prime «imprese» di Delfo Zorzi e Martino Si-
ciliano in Ordine Nuovo è l'affissione di volantini di
stampo nazista: «Sei milioni di ebrei sono troppo pochi».
Ben presto, i militanti si preparano allo scontro: «Si decide
di coprire le attività di ON con una palestra di arti marziali
denominata Fiamma Yamato sita in un grande apparta-
mento di Via Verdi in Mestre» racconta Siciliano, che ri-
vendica la paternità dell'idea insieme a Zorzi.5
Nel
frattempo i due compiici frequentano al Lido di Ve-
nezia una sala di karaté. Poi iniziano a circolare le prime
armi, si parla del concetto di guerra rivoluzionaria, di «fa-
re qualcosa», e Delfo Zorzi e il capo di Ordine Nuovo Tri-
veneto, Carlo Maria Maggi, teorizzano le «stragi» come
mezzo d'intervento politico. Infine, Zorzi inizia Martino
Siciliano alla strategia della tensione.
«Il 2
ottobre 1969 Zorzi mi parlò della necessità di effet-
tuare un atto dimostrativo al confine orientale in funzione
di contestazione alla preannunciata visita di Saragat a Ti-
to» rivela Siciliano. «La visita poi non si verificò comun-
que, ma per motivi che non attenevano al nostro fallito at-
tentato. Fui incaricato da lui di realizzare col pantografo
dei volantini manoscritti anti-Tito da lasciare in loco.»6
Gli
esplosivi per gli «atti dimostrativi» erano stati depo-
sitati nella macchina di Maggi, che Zorzi e Siciliano anda-
rono a recuperare in un garage di Mestre. «Nel baule della
[macchina di Maggi] vi erano due contenitori metallici del
tipo per nastri da mitragliatrice, di colore grigio/verde,
L'uomo
del 12 dicembre 33
riempiti
di bastoni di gelignite con un timer già approntato
al quale mancava solamente di essere attaccata la batteria.
Chiesi a Zorzi perché vi erano due ordigni al posto di uno e
mi risponde che uno dovevamo deporlo a Trieste e l'altro a
Gorizia.... Io non sapevo come effettuare il collegamento
dei timers agli ordigni, ma lo Zorzi mi spiega come i due
poli dovessero essere collegati alle batterie.»7
Collocata
la prima bomba, Siciliano e Zorzi s'allontana-
no in tutta fretta: «Eravamo convinti, andando via, di sen-
tire un boato che avrebbe dovuto verificarsi quando noi
uscendo da Trieste saremmo stati ormai sulla strada per
Gorizia. Il tempo programmato non era molto, meno di
un'ora, forse 40 o 45 minuti, ma comunque non sentimmo
nulla».8 Infatti la bomba non esplose: la batteria era prati-
camente scarica.
I due
ordinovisti non hanno maggiore fortuna con il se-
condo attentato, alla frontiera iugoslava a Gorizia.
«Fu
scelto il cippo situato di fronte alla vecchia stazione
ferroviaria. Il luogo era adatto anche perché la strada era
poco illuminata. Nei pressi del cippo c'era la rete metalli-
ca che segnava il confine. Non sono in grado di ricordare
chi depose la cassetta, forse fui io stesso. Fui invece certa-
mente io a lasciare lì vicino dei volantini del tutto analo-
ghi a quelli lasciati a Trieste, anche questi da me mano-
scritti. Il congegno deposto a Gorizia, per quanto ricordo,
era del tutto identico a quello deposto a Trieste. Sapemmo
che anche questo ordigno non esplose in quanto non ap-
parve alcuna notizia sui giornali.»9
Non ci
sarebbe stata ragione di occuparsi di questi due
falliti attentati se, pochi mesi più tardi, Siciliano non vi
avesse visto una sorta di apprendistato, una prova, se non
1a messa a punto di una tecnica che doveva portare alla
bomba della Banca Nazionale dell'Agricoltura. All'an-
nuncio della strage di piazza Fontana, capisce infatti che
nella faccenda sono implicati Delfo Zorzi e il gruppo ve-
neto di Ordine Nuovo. Nel modus operandi di chi ha col-
34 Piazza Fontana
locato
l'esplosivo riconosce la mano del suo compagno
d'armi.
«Pochi
giorni dopo la strage di piazza Fontana» raccon-
ta «mi trovavo nella Galleria Matteotti di Mestre in com-
pagnia di camerati del msi, fra
cui l'ex senatore Piergiorgio
Gradari, e parlando di quanto era avvenuto a Milano ad
un certo punto ebbi una crisi di pianto. Nel corso di que-
sta crisi confidai al camerata Gradari la mia convinzione
che la strage non fosse stata opera degli anarchici, ma che
fosse invece da attribuirsi ad elementi di ON di Venezia e
Padova. Gradari mi consigliò di calmarmi e mi disse che,
anche se ciò che pensavo fosse stato vero, avrei dovuto te-
nermelo per me. Gli elementi che provocarono questa mia
crisi erano: l'assoluta somiglianzà fra gli ordigni che ave-
vo visto e materialmente deposto a Trieste e Gorizia con la
descrizione che era stata fatta dai giornali della bomba
esplosa alla Banca Nazionale dell'Agricoltura. Intendo ri-
ferirmi al contenitore dell'esplosivo che era costituito in
tutti e tre i casi da una cassetta metallica. I giornali, inol-
tre, avevano riportato la notizia che l'esplosivo impiegato
era costituito da candelotti di gelignite perfettamente ana-
loghi a quelli che avevo visto, manipolato ed innescato
nei due falliti attentati di Trieste e Gorizia. Mi riferisco ov-
viamente alla descrizione dell'ordigno inesploso che era
stato rinvenuto alla Banca Commerciale di Milano di cui
era stata descritta la foggia....
«-
l'affermazione fatta da Delfo Zorzi nel corso del
viaggio a Trieste circa il fatto che vi erano molte altre cas-
sette metalliche e molto altro materiale, cioè candelotti di
gelignite come quelli che stavamo trasportando in quel
momento.»10
La
testimonianza di Martino Siciliano sugli attentati di
Trieste e Gorizia imprime nel 1994 una scossa all'istrutto-
ria di Salvini. I carabinieri del ros riprendono
in mano il
dossier di tutti gli attentati attribuiti a Ordine Nuovo nel
1969. Prima di piazza Fontana, c'erano state le bombe alla
Fiera di Milano e poi quelle del 9 agosto su dieci treni di-
L'uomo
del 12 dicembre 35
versi
(ne erano esplose otto). In un primo tempo i carabi-
nieri, come tutti gli inquirenti, avevano pensato a una
escalation. In seguito si erano resi conto che i terroristi fa-
cevano delle prove. L'ordigno era sempre lo stesso, cam-
biava solo il contenitore: prima una cassa di legno, poi
una scatola di latta, poi casse da munizioni e infine, per
piazza Fontana, una cassetta portavalori blindata compra-
ta da Franco Freda su suggerimento di Tullio Fabris, un
modesto elettricista di Padova che il gruppo veneto di Or-
dine Nuovo aveva cercato di reclutare.
Fabris
eseguiva piccoli lavori per la madre di Freda, i due
divennero amici e Freda iniziò a chiedergli consigli.
«Verso
Giugno-Luglio 1969» racconta Fabris «ricordo
che era caldo, in occasione di un lavoro effettuato presso il
suo ufficio, riferendosi a due batterie del tipo quadrato da
4,5 volts, sovrapposte l'una sull'altra e tenute assieme da
nastro adesivo non isolante, il Freda accennò ad un pro-
blema relativo alla necessità di realizzare un contatto elet-
trico con ritardo. Proprio mostrandomi le batterie accennò
all'utilizzo di un timer per ottenere un contatto in ritardo
e mi chiese se ero in grado di procurarne.»11
Fabris
rispose che timer regolati a tre o quattro minuti
erano prodotti dalla ditta Hover. «Freda mi fece subito pre-
sente che gli occorrevano ritardi di 60-90 minuti e, quindi,
timers in grado di soddisfare questi tempi. Io gli risposi che
non sapevo se esistevano timers di quella durata ma che
avrei chiesto in giro e gli avrei fatto sapere.»12 Fin qui quello
che Fabris aveva detto nell'istruttoria a D'Ambrosio. Nel
novembre 1994, venticinque anni più tardi, Fabris decide di
ri
velare al ROS la parte più importante della storia che prima
aveva sempre taciuto. Fabris racconta che lui Freda si rive-
dono regolarmente, e l'elettricista fa la conoscenza di Gio-
vanni Ventura. I tre discutono insieme di timer, finché, se-
guendo le istruzioni di Fabris, Freda e Ventura realizzano
un congegno nel quale uno «solfanello antivento» viene ac-
ceso da
un filo di nichelcromo sul quale è appoggiato. Il
congegno viene collaudato rell'ufficio di Freda. Funziona.
36 Piazza Fontana
Qualche
tempo dopo otto bombe esplodono su altrettanti
treni, e due vengono scoperte a Milano e Venezia: il loro si-
stema d'innesco è identico a quello messo a punto seguen-
do i consigli dell'elettricista di Padova. Ma Fabris non colle-
ga gli attentati ai treni con le domande di Freda.
Nel
settembre 1969 Freda ha bisogno di timer più sofi-
sticati, e Fabris lo porta alla ditta Rica di Padova; ma i
congegni che fanno loro vedere non vanno bene. Si rivol-
gono allora alla Elettrocontrolli di Bologna, che commer-
cializza il tipo di timer che cercano. Freda ne ordina cin-
quanta, che Fabris si procura. Alla strage di piazza
Fontana mancano poche settimane.
Venendo
a sapere dell'attentato, l'elettricista si sente
quasi mancare: «Il pomeriggio del 12 dicembre 69 dopo
avere appreso da un cliente di quanto accaduto a Milano
ebbi in cuor mio la certezza morale che Freda e Ventura
erano degli assassini, tuttavia non vi volevo credere».13
Qualche
mese più tardi i dubbi divengono certezza.
«In un
tempo successivo alla strage di piazza Fontana e
quando il tempo volgeva verso la Primavera, quindi, cre-
do nel Marzo o Aprile 1970, mentre mi trovavo nell'uffi-
cio del signor Freda, sito in Via S. Diagio, alla Presenza
del signor Giovanni Ventura, mi fu chiesto se desideravo
lavorare per loro in maniera continuativa per eseguire i
collegamenti elettrici tra i timers e le pile ed il resto del
materiale occorrente. Precisarono testualmente: "La pa-
gheremo bene e sarà che protetto in quanto dovessero ve-
rificarsi dei problemi anche a noi, stia tranquillo che c'è,
una persona importante a livello governativo che ci da-
rebbe una mano e che proteggerebbe anche lei" [sic]. Non
risposi subito e presi tempo e nell'arco di due giorni ne
parlai con mia moglie decidendo in senso negativo e, ri-
tornando presso l'ufficio del Freda, questa volta da solo,
lo informai del mio diniego. Voglio precisare che all'epo-
ca io e mia moglie stavamo costruendo con sacrifici la no-
stra casa e che dei soldi ci avrebbero fatto comodo, ma
erano successi alcuni episodi che ci fecero molto riflettere
L'uomo
del 12 dicembre 37
e ci
imposero di staccarci completamente da quell'am-
biente.»
Quali
furono gli episodi che fecero riflettere Tullio Fa-
bris?
«Tali
episodi sono essenzialmente: 1) il far presente da
parte del Freda, nel corso del secondo semestre del 1969,
che in dicembre di quello stesso anno si sarebbe verificato
qualcosa di importante; 2) il legare, sempre da parte del
Freda, questi eventi importanti, ricordo il plurale, alle
specifiche richieste in campo elettrico che mi faceva per
crearsi un bagaglio culturale nello specifico settore; 3) il
parlare da parte del Freda, genericamente, della realizza-
zione di un "colpo di stato", e comunque di una "destabi-
lizzazione" della situazione politica italiana. I termini vir-
golettati sono esattamente quelli utilizzati dal Freda ed
erano in riferimento a quanto doveva accadere nel Dicem-
bre del 1969. Intendo specificare che queste frasi dette dal
Freda non trovavano la loro origine in una particolare
confidenza, ma in un forte desiderio di quest'ultimo di
vantare e di appalesare il suo potere.»14
A questo
punto Tullio Fabris interrompe ogni contatto
con i suoi due amici e, quando lo chiamano, fa rispondere
dalla moglie che non è in casa. Freda e Ventura cessano di
importunarlo e il piccolo elettricista può sperare, se non
di ottenere indulgenza, almeno di essere dimenticato. In-
vano.
Grazie a
un'intercettazione telefonica, gli inquirenti ri-
salgono fino a lui e, nel gennaio 1972, il giudice Stiz lo
ascolta in tre occasioni consecutive. Fabris, terrorizzato,
dice comunque una parte di quello che sa: senza rivelare
di avere proceduto a dei collaudi, ammette che Freda ha
chiesto il suo parere sulla fabbricazione di ordigni esplosi-
vi simili a quelli impiegati nel quadro della campagna di
attentati ai treni nell'agosto 1969. Riconosce di avere pre-
so in consegna i timer della Elettrocontrolli di Bologna, e
rivela di avere consigliato Freda sull'acquisto di una cas-
setta metallica identica a quella usata per la strage di piaz-
38 Piazza Fontana
za Fontana. Dal momento di queste dichiarazioni, vive
nel terrore. Dirà ancora ventidue anni più tardi: «Voglio
fare presente che ho molto timore non per avere avuto un
ruolo nella strage ma per essere stato trascinato a causa
della mia ingenuità e buona fede, anche perché il signor
Freda appariva come un rispettabile avvocato, in situazio-
ni che mi hanno permesso di capire che si stavano realiz-
zando delle cattive azioni. I miei timori sono fondati in
quanto già nel passato ho subito visite intimidatorie delle
quali voglio parlare perché si sia coscienti della mia situa-
zione emoti va. Preciso che subito dopo il primo o secondo
verbale ricevetti la visita di una persona che non conosce-
vo e che mi disse di chiamarsi Fachini e di essere un ami-
co di Freda, e mi precisò di venire per conto di questi. Ri-
cordo che era in un periodo freddo. Il Fachini mi chiese di
raccontargli quali erano state le domande fatte dai giudi-
ci, cosa alla quale io risposi, chiedendomi inoltre se avevo
bisogno di aiuto e se il lavoro andava bene. Io gli risposi
che non volevo avere più alcun rapporto con loro. Succes-
sivamente, sempre in un periodo freddo, invernale, nello
stesso tempo in cui effettuavo alcune deposizioni in Mila-
no, il Fachini rivenne, unitamente ad altra persona a me al
momento non nota, sempre presso la mia abitazione ne-
gozio. In questa occasione era presente mia moglie ed al-
cuni clienti. I due aspettarono l'uscita dei clienti per ini-
ziare a parlare, cosa che fecero solo con mia moglie in
quanto io arrivai proprio nel momento in cui lei li stava
cacciando via e la udii dire che gli avrebbe graffiato il mu-
so. Mia moglie mi narrò che era stata minacciata in parti-
colar modo dallo sconosciuto che si era qualificato come
milanese. Riconoscemmo poi, in un articolo di giornale,
l'individuo che aveva accompagnato il Fachini, si trattava
di Pino Rauti».15
Per la partecipazione alla strage di Milano, Freda e Ven-
tura sono stati sottoposti definitivamente a giudizio
vent'anni dopo, e scagionati. Pino Rauti, anche se ha per-
duto la sua aura, è sempre un personaggio politico con il
L'uomo del 22 dicembre 39
quale occorre fare i conti: incarna l'anima nera dell'ex msi.
E quindi del tutto cosciente dei rischi cui è esposto, tanto
più che Tullio Fabris ha non solo confermato le sue accu-
se, ma ha aggiunto alcuni particolari che allora aveva ta-
ciuto.
Fabris ha dichiarato agli inquirenti che «Freda più volte
mi chiese consigli elettrici, sempre, ricordo nitidamente,
con degli appunti in mano, come cioè, se gli fosse stato in-
dicato cosa doveva chiedere. Non ho mai potuto tenere in
mano questi foglietti.... Il Freda diceva che vi era un'altra
persona che provvedeva a realizzare quanto io avevo
esperimentato, non mi fece il nome di questa persona e
non sono in grado di dare nessun particolare su di essa».16
Dell'identità del misterioso personaggio che, seguendo
le istruzioni dell'elettricista, avrebbe fabbricato le bombe,
gli inquirenti hanno un'idea. Martino Siciliano ha parlato
di fronte a loro dell'armiere del gruppo Veneto, esperto
nella manipolazione e fabbricazione di armi. Sopranno-
minato Zio Otto, sapeva costruire silenziatori come as-
semblare ordigni esplosivi e, raccontò Zorzi a Siciliano,
aveva migliorato e reso più sicuro il sistema di timeraggio
delle bombe di Trieste e Gorizia.17
Secondo Siciliano Zio Otto lavorava come segretario in
un poligono di tiro e si chiamava Carlo Digilio. Come
Martino Siciliano e Delfo Zorzi, non venne disturbato nel
corso delle prime istruttorie sulla strage di piazza Fonta-
na. Gli inquirenti sapevano che, come gli altri due, faceva
parte della cellula veneziana di Ordine Nuovo, ma nessu-
no aveva ancora veramente indagato sul suo ruolo in
quella oscura vicenda. Se era davvero Carlo Digilio lo Zio
Otto che aveva fabbricato le bombe del gruppo veneto, la
sua testimonianza sarebbe stata decisiva. Così, i carabinie-
ri del ros si lanciarono sulle
sue tracce.
«Carlo Digilio, Segretario del poligono di tiro di Vene-
zia e frequentatore del dr. Carlo Maria Maggi (Reggente
di Ordine Nuovo per il Triveneto), era stato coinvolto
nell'istruttoria concernente la riorganizzazione, alla fine
40 Piazza Fontana
degli
anni '70, di tale gruppo e i reati connessi a tali atti-
vità, istruttoria condotta prima dall'A.G. di Bologna e poi
dall'Autorità Giudiziaria di Venezia sulla base delle di-
chiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia» spiega il
giudice Salvini. «Tratto in arresto una prima volta nel giu-
gno del 1982 su mandato di cattura del G.i. di Venezia per
alcuni reati minori (quali la detersione illegale di muni-
zioni), era stato dopo pochi giorni scarcerato e, preveden-
do un imminente nuovo arresto per reati di gravita di
gran lunga maggiore, si era allontanato nell'estate del
1982 da Venezia iniziando una lunga latitanza in Italia e
all'estero.»18
Con
l'aiuto del colonnello Amos Spiazzi, aveva raggiun-
to Milano per scappare nel 1985 a Santo Domingo, rifugio
negli anni Ottanta di molti ricercati italiani dell'estrema
destra.
«I vari
processi a carico di Carlo Digilio, celebrati a Ve-
nezia e a Milano mentre questi era in stato di latitanza, si
erano quindi conclusi con sentenza definitiva per un tota-
le di oltre 10 anni di reclusione. Tutte le sentenze avevano
riconosciuto a Carlo Digilio (molto probabilmente so-
prannominato "Zio Otto" nell'ambiente) un ruolo più di
quadro "coperto" che di esponente politico con attività
pubblica, espertissimo di armi e di altri aspetti tecnici e
per questo incaricato soprattutto di attività di supporto e
di consulenza tecnico-logistica. Una figura, quindi, parti-
colare non di militante di destra che si esponeva in pub-
bliche manifestazioni, ma di "consigliere" e di "esperto"
in favore della struttura che operava a Venezia e dintorni.
«La
latitanza di Carlo Digilio, personaggio ormai quasi
dimenticato se non per la presenza nei verbali di vari col-
laboratori di giustizia in istruttorie sulle stragi del suo
probabile nome in codice (Zio Otto o Ziotto), era prose-
guita sino all'autunno del 1992. In tale periodo, personale
della Digos di Venezia, dopo un'accurata e minuziosa in-
dagine, aveva infatti individuato il domicilio del latitante
n Santo Domingo, ne aveva ottenuta, d'intesa con l'Inter-
L'uomo
del 12 dicembre 41
poi, la
cattura da parte della Polizia locale e la quasi im-
mediata espulsione verso l'Italia. Carlo Digilio era giunto
a Roma con un aereo proveniente da Santo Domingo il
30.10.1992 ed aveva iniziato a espiare in un carcere italia-
no la pena definitiva che gli era stata irrogata.»!9
Contattato
in carcere dagli investigatori di Salvini, Di-
gilio non accetta di buon grado di collaborare. La sua con-
fessione non è facile. Negando di essere Zio Otto, quando
i carabinieri gli chiedono spiegazioni sul suo ruolo all'in-
terno della cellula veneziana di Ordine Nuovo ha una pri-
ma reazione di paura. Poi, a poco a poco, si lascia andare a
qualche confidenza, e finalmente accetta di rispondere al-
le domande del giudice Salvini:
«Con
riferimento ai miei incontri con Ventura e Zorzi,
voglio spiegare i motivi per cui sinora non ne avevo par-
lato. Io mi trovo da circa due anni in Italia dopo una lunga
assenza e in un Paese quindi [in cui] sono mutate e stanno
mutando tante situazioni politiche. Ho quindi cercato di
comprendere se effettivamente non siano più operanti ta-
luni settori anche di persone legate in qualche modo ad
Apparati statali, oltre agli appartenenti al vecchio gruppo
di Ordine Nuovo, che possano mettere in pericolo l'inco-
lumità mia e dei familiari soprattutto allorché le mie di-
chiarazioni diverranno necessariamente pubbliche. In
questo contesto ho potuto solo gradatamente acquisire fi-
ducia del tipo di tutela che mi viene e mi verrà garantita e
quindi mi sento in grado solo oggi di integrare in relazio-
ne a circostanze importanti le dichiarazioni che sinora ho
reso.»20 Digilio parla innanzitutto del suo primo incontro
con Ventura. Questi aveva bisogno di un esperto d'armi, e
lui lavorava in un poligono di tiro. A metterli in contatto,
a uno scopo ben preciso di cui si riparlerà, fu una cono-
senza comune, il professor Lino Franco.
«Ho
conosciuto Giovanni Ventura intorno al 1966/1967
a
Treviso in una libreria, gestita da lui. In un primo tem-
po si mostrò un po' diffidente, ma poi abbastanza presto
affabile. Mi espose il suo problema che consisteva nella
42
Piazza Fontana
catalogazione e risistemazione di quella che lui chiamava
una "collezione di armi". Capii subito che Ventura non ca-
piva niente di armi. Ci incontrammo quindi una seconda
volta, di lì a pochi giorni, e mi accompagnò con la sua
macchina una Mini Minor partendo da Treviso sul posto
che dovevamo raggiungere in provincia di Treviso che
all'occorrenza saprei indicare. Ricordo che Ventura con la
sua macchinetta correva a rotta di collo.»21
Il «posto» in provincia di Treviso era Paese. Appena ar-
rivati, raggiunsero una casetta modesta, isolata, in fondo
a un viottolo: il deposito d'armi del gruppo di Ordine
Nuovo, dove Digilio incontrò per la prima volta Delfo
Zorzi.
Digilio non è stato il primo a parlare di questo arsenale.
Poco dopo gli attentati alla Fiera di Milano, un conoscente
di Franco Freda ne aveva rivelato l'esistenza agli inqui-
renti, che tuttavia non si erano dati nemmeno la pena di
verificare.
«All'interno di questo casolare» racconta Digilio «costi-
tuito da due stanze al piano terreno, c'era nella prima stan-
za a destra qualcosa coperto da un telo ed era una stampa-
trice che loro stessi indicarono come "la vecchia". Ventura
disse proprio all'altro: "Stai facendo la guardia alla vec-
chia". Nella stanza a sinistra, lungo il muro del lato destro,
sotto un telo c'era ammassato un quantitativo di armi in
una gran confusione, alcune intere, alcune smontate e
c'erano anche alcune cassette di munizioni e di caricatori.
Sembravano buttate lì di fretta per una ulteriore sistema-
zione. Ricordo dei moschetti Mauser, dei m.a.b.,
un fucile
semiautomatico tedesco di precisione, qualche Sten e una
mitragliatrice MG 42 e cinque o sei cassette di cartucce per
questa mitragliatrice. E poi c'erano altre cartucce di vario
tipo. C'erano vari tipi di armi e tanti tipi di cartucce. Ricor-
do che Ventura si preoccupava della intercambiabilità di
queste cartucce. Talune armi, come ho detto, erano smon-
tate e attaccate con del nastro isolante. Io mi misi a fare
questo lavoro di catalogazione e sistemazione occupando-
L'uomo
del 12 dicembre 43
mi anche del rimontaggio, quando era possibile, delle
armi
smontate. C'era verarmente di tutto, anche delle pistole
dell'800 ad avancarica.. Il casolare era circondato da un mu-
retto e ciò non consentiiva a nessuno, anche a chi fosse pas-
sato di lì per caso, di vedere cosa vi fosse all'interno.
«Ad un certo puntco, essendo ora di pranzo, Ventura
uscì con la macchina per andare a prendere dei panini in
un paese vicino e l'altro rimase fuori dal casolare di guar-
dia. Mi avevano detto che i sacchi che si notavano sul lato
sinistro della stanza dove c'erano le armi, erano un paio
di sacchi di juta e un paio di plastica, contenevano del
concime chimico e che mi dissero di lasciare perdere. In
effetti dall'aspetto poteva sembrare, ma io sfruttai quei
pochi minuti per rendermi conto di cosa ci fosse realmen-
te. Nei due sacchi di juta c'erano due cassette metalliche
color verdastro di tipo militare che io aprii rapidamente
dentro le quali c'erano dei candelotti di tritolo di quelli in
uso all'Esercito, ricoperti di carta con il vano cilindrico, da
un lato protetto da un velo di carta, per introdurvi il deto-
na tore. Ricordo che per controllare che non fossero di pla-
stico ne ho preso in mano qualcuno che ho battuto legger-
mente sullo spigolo della cassetta e davano il suono secco
dei candelotti di tritolo che avevo visto durante il servizio
militare. Sotto le cassette c'erano anche alcune mine anti-
carro ancora con la loro custodia metallica e integre. I sac-
chi di plastica, che stavano davanti a quelli di juta e che
erano quelli che potevano sembrare contenere il concime,
contenevano invece in totale una ventina di chili di una
sostanza a scaglie di colore rosaceo che era un tipo di
esplosivo che non sarei in grado di definire.»22
«La mia seconda visita al casolare avvenne dopo che
Ventura mi aveva chiedo quelle delucidazioni sulle mo-
dalità di accensione dei congegni ... L'interesse di Ventura
quindi risultava essersi spostato anche nel campo dei
con-
gegni esplosivi e il prof. Franco volle andare a fondo di
questa vicenda. Il prof. Franco mi convocò per telefono,
ci
incontrammo a Treviso alla stazione (io avevo raggiunto
44 Piazza Fontana
Treviso in treno) e Franco mi riferì che aveva sentito
Ven-
tura il quale aveva dei problemi. In quella occasione si li-
mitò a dirmi che avrei dovuto accompagnarlo nel casolare
che già conoscevo per periziare una pistola "strana", ri-
cordo esattamente la parola che egli usò, e mi chiese in so-
stanza di fargli questo ultimo favore e di accompagnarlo
sul posto.
«Ci recammo a Paese esattamente quello stesso giorno
con una macchina guidata da Franco, dopo avere raccolto
a Treviso Giovanni Ventura il quale stava aspettando nei
pressi della stazione a bordo della stessa Mini Minor rossa
con la quale lo avevo già visto la volta precedente. Rag-
giunto il casolare vi trovammo Delfo Zorzi che era nella
prima stanza, entrando, dove c'era un tavolino.
«Ebbi la netta impressione che Franco e Delfo Zorzi si
conoscessero già. Zorzi appariva più affabile della prima
volta in cui l'avevo visto. Franco gli chiese di vedere la pi-
stola. Zorzi recuperò nella stanza a sinistra la pistola che
era effettivamente una pistola non comune, una vecchia
Frommer ungherese piuttosto malconcia. Io diedi un'oc-
chiata all'arma, vidi che era piuttosto maltenuta e dissi
che con quella era certo meglio non spararci e non aveva
neanche un gran valore come arma da collezione. Capii
però che nei miei confronti la verifica su quell'arma era
poco più che un pretesto in quanto Zorzi insieme all'arma
portò alcune componenti di un congegno esplosivo. Si
trattava in sostanza del meccanismo di accensione e cioè
una pila, un orologio da polso e dei fili nonché della pol-
vere nera da caccia e dei fiammiferi di tipo comune. Zorzi
e Ventura assemblarono insieme il tutto con una pinzetta
e dissero al prof. Franco che il problema che non avevano
ancora deciso come risolvere era quello di collegare il filo
che faceva da resistenza o a polvere nera o a un fiammife-
ro. In questo secondo caso la resistenza doveva essere av-
volta attorno al fiammifero. Franco, vedendo quell'ar-
meggiare e i dubbi che venivano esposti, sbottò dicendo
che il filo non era di quelli più idonei in quanto era troppo
rigido e infatti nella prova nelle mani di Zorzi e
Ventura si
ruppe e dovettero ripetere l'operazione ed inoltre i fiam-
miferi erano troppo piccoli e potevano usare invece fiam-
miferi con la testa più grossa, più lunghi, e cioè quelli an-
tivento normalmente in commercio.
«... Sul tavolo Ventura mostrò, tirandoli fuori dalla sua
borsa, alcuni manuali sull'uso degli esplosivi. Uno era un
libro americano, uno era un manuale della casa editrice
Feltrinelli del tipo Manuale del Guerrigliero.»23
Qualche giorno dopo, Carlo Digilio rivide Delfo Zorzi.
«Zorzi mi disse che avevano notevolmente migliorato, in-
sieme a Ventura e a Pozzan il tipo dei congegni esplosivi
rispetto al momento in cui io e il prof. Franco avevamo
fatto visita al casolare. Delfo Zorzi non mi specificò nulla
circa il tipo di miglioramento che era stato raggiunto in
relazione ai congegni.»24
Digilio vide Ventura altre due o tre volte.
«Mi disse che egli era alla ricerca di persone che potes-
sero essere coinvolte in attentati dimostrativi per i quali
egli aveva già una consistente disponibilità di fondi. Per
un singolo attentato dimostrativo avrebbe potuto pagare
la somma di 100.000 lire e ciò per un'operazione che si li-
mitava a deporre un pacchetto in un determinato posto
senza doversi occupare di altre fasi dell'operazione. Non
parlò di obiettivi anche se in seguito potei ricollegare que-
ste proposte alla campagna che comprendeva anche at-
tentati ai treni. Io comunque gli risposi che mi piacevano
le cose militari, ero un appassionato di tecnica delle armi,
cosa che era del tutto vera, ma che non ero disponibile a
svolgere attività quali quelle che mi proponeva e dalle
quali dissentivo totalmente.»25
Digilio s'incontrava con Ventura nella libreria di que-
st'ultimo, dove c'era un ufficio isolato.
«In un'occasione io vidi su un tavolo di questo ufficio
due orologi da polso di marca Ruhla che osservai abba-
stanza bene e che nel corso della conversazione Ventura
mise in tasca. Nel corso della conversazione venne l'ac-
46
Piazza
Fontana
cenno
che si trattava di un acquisto che aveva fatto alla
standa per poco prezzo.»26
«Nel
corso di un successivo incontro mi parlò di quel
problema tecnico che aveva risolto tramite un elettricista.
... Mi disse che le modalità di innesco che egli aveva impa-
rato erano le seguenti: un orologio da polso con un perno
incastonato sul vetro doveva servire per chiudere il circui-
to di contatto con la lancetta. Dei fili di nichel-cromo colle-
gati al circuito avrebbero quindi funzionato da resistenza
diventando incandescenti e facendo accendere un fiammi-
fero antivento inserito nel detonatore che in questo modo
si riusciva a scoppiare [sic]. Ventura fece cenno a scatole di
legno simili a quelle dei sigari per contenere l'ordigno. Per
la precisione Ventura accennò come consigliere ad un elet-
trauto che in particolare gli aveva suggerito l'utilizzo di fili
nichel-cromo.»27
Senza
saperlo, Digilio descrive un tipo di congegno
perfettamente identico agli ordigni depositati su dieci
convogli ferroviari l'8 agosto 1969 e messi a punto se-
guendo le istruzioni di Tullio Fabris. Dopo gli attentati ai
treni, l' «esperto d'armi» degli ordinovisti incontra di nuo-
vo Zorzi, e quest'ultimo gli confida che all'origine di quel-
le sanguinose imprese è il suo gruppo.
«Per
quanto concerne la confidenza di Zorzi circa la re-
sponsabilità del suo gruppo nell'azione a vasto raggio in
danno di convogli ferroviari nell'estate del 1969, posso di-
re che dalle notizie uscite, soprattutto su settimanali, circa
alcuni ordigni inesplosi che erano stati ritrovati sui treni
mi ero fatto l'idea, leggendo la descrizione di tali ordigni,
che si trattasse di quelli di cui avevo assistito alla prepara-
zione nel casolare e su cui Ventura mi aveva chiesto consi-
gli nella fase della sperimentazione. La confidenza di Zor-
zi, che pure non aggiunse altri particolari, confermò
quindi i miei sospetti.»28
Qualche
tempo dopo, nuovo incontro e nuove confi-
denze.
«Zorzi
mi disse di avere personalmente organizzato e
partecipato
all'attentato alla Scuola Slovena di Trieste. Era
un attentato di cui aveva parlato ampiamente la stampa e
che ricordavo quindi abbastanza bene. Zorzi si mostrava
fiero di quell'azione.»29 Dopo di che Zorzi evocò altri at-
tentati commessi dal gruppo, sottolineando che, con l'aiu-
to di Ventura e Pozzan, «dagli attentati ai treni sino a
quello alla Scuola Slovena, avevano migliorato le tecniche
di approntamento degli ordigni».30
Le
confidenze di Delfo Zorzi a Carlo Digilio conferma-
L'uomo del 12 dicembre
47
no
inoltre l'importanza dei legami tra il gruppo Veneto di
Ordine Nuovo responsabile della strage di Milano e il suo
equivalente milanese, il gruppo della Fenice diretto da
Giancarlo Rognoni. Un'importanza già stabilita dai tribu-
nali, come spiega il giudice Salvini:
«Franco
Freda e Giovanni Ventura, componenti della
cellula di Padova, sono stati condannati con sentenza de-
finitiva per il reato di associazione sovversiva e per gli at-
tentati della primavera del 1969 (fra cui gli attentati del 25
aprile alla Fiera Campionaria di Milano e all'Ufficio Cam-
bi della stazione Centrale di Milano) e dell'agosto 1969 in
danno di dieci convogli ferroviari. Sono stati assolti per
insufficienza di prove per i cinque attentati del 12 dicem-
bre 1969. Nonostante tale assoluzione con formula dubita-
tiva, gli elementi nuovi acquisiti in questi ultimi anni e in
particolare le dichiarazioni di Carlo Digilio consentono di
affermare che i componenti delle cellule di Ordine Nuovo
del Veneto, e quindi non solo quella di Padova ma anche
quella di Venezia e probabilmente quella di Trieste, sono
stati gli autori della strage e degli altri quattro attentati
contemporanei ad essa avvenuti a Milano e a Roma. Si
può legittimamente dire che manca solo una dichiarazio-
ne di colpevolezza formale, ma, dopo i nuovi elementi di
prova, non la certezza della responsabilità "storica".»31
Gli
stretti legami esistenti tra le due cellule di Ordine
Nuovo sono attestati da molti elementi.
Numerosi
pentiti hanno sottolineato «l'assiduita di
contatti sull'asse Milano-Padova-Venezia-Trieste, fra ri-
48 Piazza Fontana
stretti
nuclei di persone, gerarchicamente ordinate al loro
interno e legate da vincoli di reciproca affidabilità (ciascu-
na cellula era formata da pochissimi elementi i cui nomi
sempre ritornano nei verbali)».32 Dopo averli ascoltati, il
giudice Salvini ha iniziato a porsi delle domande sulle
complicità milanesi di cui i terroristi del gruppo Veneto
dovevano godere.
«Spesso
si dimentica infatti che i timers degli ordigni
che sarebbero stati collocati a Milano alla Banca Naziona-
le dell'Agricoltura e alla Banca Commerciale avrebbero
determinato l'esplosione entro un intervallo massimo di
tempo di 60 minuti, periodo entro il quale gli ordigni do-
vevano essere attivati, chiusi a chiave nelle cassette metal-
liche, riposti nelle borse e poi collocati nelle due banche.
Le indagini, purtroppo, non hanno mai potuto approfon-
dire questo aspetto, ma tali preparativi certamente com-
portavano l'esistenza di un appartamento o di un ufficio
non lontano dai due obiettivi e in cui tali operazioni po-
tessero essere effettuate in condizione di sicurezza. È in-
fatti estremamente improbabile che la preparazione degli
ordigni sia avvenuta in qualche luogo di fortuna quale
un'autovettura o una toilette. Un locale assolutamente
protetto era infatti la condizione essenziale per tenere
l'operazione lontana da occhi indiscreti ed era altresì as-
solutamente necessario per rientrare in un rifugio in caso
di eventuale contrordine o per altre operazioni di sicurez-
za quali il cambio d'abito delle staffette e dei corrieri, in
tutto non meno di quattro o sei persone, che dovevano
materialmente collocare le borse. Ne consegue allora che
certamente qualche esponente milanese, nei giorni prece-
denti la strage, ha fornito l'appoggio logistico a coloro che
provenivano dal Veneto e dovevano operare material-
mente, offrendo, anche se per breve tempo a Milano, la di-
sponibilità di un appartamento sicuro e fiancheggiatori
disposti a portare aiuto in caso di difficoltà impreviste. È
questo solo uno spunto investigativo ed un profilo ancora
tutto da approfondire su un aspetto della giornata del 12
L'uomo
del 12 dicembre 49
dicembre
1969 che sinora è rimasto completamente segre-
to. Ma è lecito sin d'ora ipotizzare, alla luce delle emer-
genze complessive, che a Milano solo ai militanti che gra-
vitavano intorno a Giancarlo Rognoni potesse essere
affidato un compito di tal genere.»33
Ma c'è
qualcosa di ancora più inquietante.
«Il
gruppo La Fenice poteva disporre dei timers facenti
parte del lotto di 50 in parte consumati per gli attentati del
12 dicembre 1969 in un momento successivo a quei fatti»
spiega Salvini. «Tale progetto e tale disponibilità dei ti-
mers pongono quantomeno Giancarlo Rognoni nell'orbita
dell'intera strategia stragista dal 1969 sino al 1974 ed è
fondamentale dimostrare l'attendibilità delle circostanze
acquisite in relazione alla vicenda dei timers. Ciò è possi-
bile in ragione dei costanti ed organici collegamenti che
sono stati più volte evidenziati nel corso dell'esposizione
e che vedono Giancarlo Rognoni vicinissimo sul piano
politico e strategico, sin dai tempi più antichi, alle cellule
del Triveneto.»34
Si
ricordi che le bombe del 12 dicembre furono fatte
esplodere da timer Dhiel Jungans provenienti da una par-
tita di cinquanta acquistata da Freda e Tullio Fabris il 22
settembre 1969. Dopo gli attentati, dei timer rimanenti
s'impadronì il gruppo della Fenice. Come? Un pentito,
Sergio Calore, spiega che essi vennero affidati a Cristiano
De Eccher per un'attività di depistaggio - poi fallita - che
aveva come obiettivo l'editore di estrema sinistra Gian-
giacomo Feltrinelli. De Eccher li aveva occultati e murati
in una propria villa. Secondo Sergio Calore i timer, su di-
sposizione di Stefano Delle Chiaie, non sarebbero poi stati
più restituiti a Freda, «comportamento questo che aveva
suscitato l'ira di quest'ultimo tanto da ironizzare "sulla
decadenza di un Barone del Sacro Romano Impero" come
De Eccher».35
Perché
Delle Chiaie sottrasse i timer a Freda?
Un ex
membro della cellula di Padova, Marco Pozzan, ri-
corda di aver letto «una lettera di Delle Chiaie in cui si con-
50
Piazza
Fontana
fermava
il fatto che Cristiano De Eccher era in grado ormai
di tenere sotto controllo Franco Freda».36 A che scopo? Gli
inquirenti parlano di un'arma di dissuasione, in mano ai re-
sponsabili di Avanguardia nazionale, nei riguardi dei loro
complici di Ordine Nuovo, messi in difficoltà dall'arresto
nel 1972 di Freda e Ventura. I timer potevano costituire la
prova decisiva nei confronti di Freda durante il dibattimen-
to, facendo naufragare la favola del capitano Hamid. Costi-
tuivano un efficace deterrente per i componenti del gruppo
Veneto detenuti «in caso di cedimento e di difficoltà, [di] di-
chiarazioni pericolose per i compiici e soprattutto per quel-
li di a.n. che erano stati
compartecipi dell'operazione del 12
dicembre 1969».37 Vinciguerra, dal canto suo, spiega che in
seguito al loro arresto nel 1972, Freda e Ventura, senza dub-
bio in preda al panico, decisero di coinvolgere nei propri
guai giudiziari i loro compagni romani. Secondo lui fu per
ordine di Freda che Marco Pozzan, prima di ritrattare, de-
nunciò Pino Rauti alla giustizia. Perché Pozzan ritrattò?
All'origine di questa decisione fu forse il furto dei timer a
opera di Delle Chiaie e De Eccher?
La
cellula veneta di Ordine Nuovo tentò allora l'impos-
sibile per liberare Freda e Ventura. Vincenzo Vinciguerra
ricorda «l'invito che nell'estate del 1973 mi venne fatto da
Delfo Zorzi di trovare un valico verso l'Austria in Friuli
dal quale far transitare Freda in procinto di evadere dal
carcere. La ragione della richiesta risiedeva nel fatto che
Freda non era fisicamente idoneo a sottoporsi a sforzi
troppo pesanti per cui bisognava trovare un valico non
troppo impegnativo per essere attraversato. Freda sareb-
be poi stato prelevato da altre persone una volta attraver-
sato il confine. Io avevo individuato a tale scopo un passo
chiamato "del giramondo". Non conosco [i] motivi per
cui tale progetto fu poi abbandonato».38
Su
iniziativa del capo della cellula veneziana di Ordine
Nuovo, Carlo Maria Maggi, dopo l'arresto di Freda e Ven-
tura nel 1972 Delfo Zorzi e Carlo Digilio si rivedono e fan-
no il bilancio dell'inchiesta.
L'uomo
del 12 dicembre 51
Zorzi
non nutre una grande simpatia per Ventura. Digi-
lio sostiene di averlo sentito affermare con disprezzo:
«Ventura è quello delle bombe inesplose», prima di preci-
sare che «in tale modo aveva messo in pericolo l'organiz-
zazione lasciando importanti prove materiali».39
In
seguito Zorzi «fece altri accenni critici nei confronti
di Ventura dicendo che era vero che questi era coperto dal
sid, ma ciò comportava comunque
comportarsi con un
minimo di intelligenza e di precauzione, mentre egli ave-
va fatto delle confidenze ad un professore raccontandogli
quasi tutta la storia e consentendo così l'inizio delle inda-
gini nei confronti del suo gruppo.
«Delfo
Zorzi ribadì comunque che nonostante ciò e for-
se proprio per quello Ventura andava aiutato a sfuggire
agli inquirenti e che comunque le persone che si fossero
impegnate nell'esecuzione del progetto avrebbero avuto
una grossa ricompensa in quanto esistevano i fondi e se
non fossero stati militanti che si impegnano per ragioni
ideali sarebbero stati adeguatamente pagati. Aggiunse
che i fondi venivano direttamente da Roma, dal SID.»40
Ecco
perché, spiega Digilio, «Zorzi, mi sembra nella
primavera estate del 1973, mi propose di trovargli delle
persone che potevano occuparsi di un progetto per fare
evadere Giovanni Ventura dal carcere di Treviso. Mi disse
che lui non poteva occuparsene perché proprio per ragio-
ne dei suoi contatti, in caso fosse stato scoperto si sarebbe
potuto risalire a responsabilità troppo in alto. Fece presen-
te che nel caso non fosse stato possibile trovare delle per-
sone spontaneamente disponibili per ragioni ideologiche,
si poteva ricorrere eventualmente a persone che lo erano
per denaro in quanto c'erano
disponibilità in tal senso. Io
risposi che non ero assolutamente disponibile ad aiutare
Ventura. Posso aggiungere che in quella occasione Zorzi,
per spiegarmi che si trattava di
un progetto già avviato,
mi mostrò un calco in cera di una grossa chiave, incollato
su una tavoletta di legno e
ricoperto da un pezzo di cel-
lophane, spiegandomi che si trattava del calco della chia-
52 Piazza Fontana
ve della
cella ove era rinchiuso Ventura. In quel momento
eravamo a Mestre e stavamo camminando in una strada
del centro».41
Il
progetto d'evasione di Ventura ha un ruolo fonda-
mentale nell'istruttoria condotta dal giudice Salvini. Se
l'operazione, non avendo avuto luogo, non presenta di
per sé alcun interesse, porterà Zorzi molto lontano
nell'ammissione del suo ruolo nella strage di piazza Fon-
tana.
«Quando
Delfo Zorzi mi propose la questione della
chiave, che era comunque poco più che una scusa per ini-
ziare a coinvolgermi nuovamente» continua Digilio «egli,
oltre mi disse testualmente "Guarda che io ho partecipato
direttamente all'operazione di collocazione della bomba
alla Banca Nazionale dell'Agricoltura". Queste furono te-
stualmente le sue parole, che anche per la loro gravita an-
cora ricordo bene e ricordo che Zorzi non parlò né di mor-
ti né di strage, ma usò il termine "operazione" come se si
fosse trattato di un'azione di guerra. Aggiunse: "Me ne
sono occupato personalmente e non è stata cosa facile, mi
ha aiutato il figlio di un direttore di banca". Ricordo que-
sta frase perché ci ragionai sopra e rilevai che aveva detto
non il direttore di quella banca, ma il direttore di una ban-
ca, lasciando aperte così più ipotesi sull'appoggio che
aveva avuto, anche se tutte interne al tipo di obiettivo pre-
scelto. Subito dopo, mentre io apparivo sbigottito, mi mi-
se il calco della chiave in mano e disse "anche tu dovresti
fare qualcosa" riferendosi all'aiuto per il progetto di eva-
sione di Ventura. Si comportò come se stesse effettiva-
mente dandomi un ordine, evidentemente mi considerava
un militante. Questo il suo modo tipico di comportarsi
con gli altri. In quel momento eravamo a Mestre in Corso
del Popolo, camminando, ed era pomeriggio. Colloco
questa conversazione nella prima metà 1973 comunque a
primavera già inoltrata in quanto ricordo che non era una
giornata fredda. Il calco mi rimase in mano e glielo ripor-
tai il giorno dopo in quanto avevamo già preso un appun-
L'uomo
del 12 dicembre 53
tamento
per il giorno successivo nello stesso posto. Quel
giorno gli dissi che non avevo trovato nessun fabbro per
fare la chiave e non volevo fare nient'altro e nemmeno
collaborare a trovare altri uomini. Zorzi, per la prima e
unica volta in mia presenza, perse le staffe e ricordo che
mi rassicurai del fatto che eravamo in luogo pubblico in
quanto temevo una sua reazione violenta. Si rese conto in
quel momento che non solo non aveva ottenuto la mia
collaborazione, ma mi aveva addirittura fornito notizie in
merito a cose molto gravi. Scattò la minaccia nei miei con-
fronti ed egli mi fece presente che, dopo la morte del prof.
Franco, io ero l'unica persona, a quel punto esterna al
gruppo, che era venuta a conoscenza direttamente, e so-
prattutto nel casolare, di determinati episodi. Mi disse che
dietro l'operazione che avevano eseguito c'erano non solo
i camerati ma i servizi segreti e quindi, anche se non vole-
vo collaborare, avrei in ogni caso dovuto mantenere il si-
lenzio assoluto. Inoltre, per cautelarsi ulteriormente, mi
disse, non potendo negare completamente le affermazioni
che aveva fatto il giorno precedente, che comunque lui
aveva preso parte direttamente non all'azione di Milano,
ma all'operazione nel suo insieme e che il 12 dicembre
1969 aveva agito alla Banca Nazionale del Lavoro di Ro-
ma. Ebbi la netta sensazione che fosse una versione di ri-
piego finalizzata a disinnescare quanto mi aveva detto il
giorno prima e quindi mi aggiunse che in ogni caso, qua-
lora mi fossi trovato assolutamente costretto a parlare di
quanto avevo visto o saputo, avrei dovuto al massimo, e
in situazione di estrema necessità, dire che lui aveva agito
solamente contro la Banca di Roma. Comunque, qualsiasi
ammissione io avessi fatto, egli mi ricordò che anch'io sa-
ivi stato coinvolto e rovinato e che egli si sarebbe perso-
nalmente adoperato per trascinarmi nell'incriminazione
pur tali vicende.»42
Dopo la
conversazione tra Zorzi e Digilio, in seno al
gruppo Veneto di Ordine Nuovo la febbre sale. Anche
Marcelle Soffiati, vicino a Carlo Digilio, ha capito che Zor-
54 Piazza Fontana
zi «muoveva esplosivi e aveva contatti a Roma all'interno
di strutture dello Stato».43 «Zorzi» spiega Digilio «aveva
saputo queste notizie di cui era in possesso Soffiati e fra i
due è stata una lite abbastanza violenta durante la quale
Soffiati aveva accusato Delfo di non essere un militante
con "etica militare" bensì un mercenario ed un assassino
perché aveva preso parte a fatti come quelli del 12/12/69
e cioè attentati che mettevano a rischio la vita di innocen-
ti. Ricordo che Marcello testualmente mi riferì le parole ri-
volte a Zorzi "mercenario e assassino". Nell'ambito della
lite Zorzi aveva malmenato Marcelle che era più debole
fisicamente e lo aveva minacciato pesantemente intiman-
dogli di non aprire bocca su quello che era successo.
«Soffiati mi disse che dopo la lite Maggi si premurò di
ricomporre le due parti. Lo sfogo di Soffiati con me fu cer-
tamente un momento di debolezza in quanto è ovvio che
in un determinato ambiente confidenze di questo genere
non devono essere fatte.»44
Qualche anno dopo Digilio evocò quest'incidente par-
lando con Maggi. «Gli rinfacciai di aver mandato da me
persone come Delfo Zorzi che avevano cercato di coinvol-
germi in certe attività eversive. Maggi mi rispose cercan-
do di minimizzare dicendo che erano cose vecchie allora
sbottai, gli dissi che sapevo della rissa fra Soffiati e Zorzi.»
«Gli dissi» prosegue Digilio «che sapevo della bomba
deposta nella banca, e ripeto mai precisai quale in quanto
intendevo riferirmi esclusivamente alla banca nazionale
dell'Agricoltura di Milano sita in Piazza Fontana. Non vi
era alcuna possibilità né per Maggi né per me di equivo-
care: il riferimento era la strage del 12 dicembre. Il Maggi
comprese benissimo a cosa mi riferivo in quanto il litigio
del Soffiati con lo Zorzi era inerente proprio alle responsa-
bilità dell'ultimo nella strage.» Maggi, all'inizio sorpreso,
esclamò: «Zorzi lo ha fatto per motivi "ideali"».45
Del resto, la partecipazione di Zorzi alla strage del 12
dicembre era nota da anni fra gli ordinovisti. In un'inter-
vista con gli autori di questo libro (marzo 1997) Edgardo
Bonazzi, ex amico di Freda, riferisce con molti
particolari
di aver saputo del ruolo di Zorzi da una conversazione
con Nico Azzi e Guido Giannettini.
Racconta Vincenzo Vinciguerra: «Un episodio centrale
a riprova dei collegamenti fra elementi di Ordine Nuovo
del Veneto e apparati dello Stato è rappresentato dall'ar-
ruolamento di Delfo Zorzi da parte dell'alierà Questore di
Venezia, Bivio Catenacci, così come me lo ha raccontato
Cesare Turco [ex membro della cellula di Ordine Nuovo
di Udine]. Delfo Zorzi, a dire del Turco, venne nel 1968 ri-
chiesto da un amico di tenere per una sola notte in casa
sua, a Mestre, un certo quantitativo di esplosivo. Zorzi ce-
dette alle insistenze dell'amico e trattenne l'esplosivo
presso la sua abitazione. Nella notte subì una perquisizio-
ne da parte della Polizia che rinvenne l'esplosivo e lo tras-
se in arresto. Successivamente lo stesso Zorzi venne con-
vocato dal Questore Catenacci in persona, che gli illustrò
l'attività anticomunista svolta dall'apparato del Ministero
dell'Interno e la necessità, per coloro che avevano a cuore
la difesa dei valori dell'Occidente, di aderirvi. Catenacci
gli spiegò quindi che il suo arresto era dovuto ad una
azione preordinata da parte della Polizia per dimostrare
allo stesso Zorzi l'onnipotenza della medesima, che pote-
va decidere, ove lo avesse voluto, il destino di una perso-
na. Catenacci chiese quindi a Zorzi di scegliere di aderire
a questa battaglia anticomunista alle dipendenze di un
apparato dello Stato oppure no. Dagli avvenimenti suc-
cessivi è ovvio constatare che Delfo Zorzi, pur restando
ufficialmente un militante neonazista, si inserì nell'appa-
rato informativo del Ministero dell'Interno. Ricordo, a
questo proposito, la sua conoscenza con il Viceprefetto
Sampaoli e ricordo che di lui ha dimostrato di possedere
[sic] il Prefetto [Umberto] Federico D'Amato. Segnalo
inoltre come, nel gennaio febbraio del 1974, lo stesso Zor-
zi ebbe a fornirmi una carta d'identità perfettamente con-
traffatta che avrei dovuto utilizzare in casi di bisogno.
Questo racconto di Turco, dovuto all'amicizia che ci lega-
56 Piazza Fontana
va da
tanti anni, risale al periodo fra la fine del 1972 e
l'inizio del 1974. Faccio presente che l'arruolamento di
soggetti come Zorzi e Turco è stato certamente facilitato
dal fatto che per ragioni di lavoro e per ragioni politiche i
loro padri avevano in precedenza lavorato per i Servizi
Informativi dello Stato. In particolare, il padre di Zorzi era
geologo e come tale nella posizione migliore per fornire
informazioni sul territorio, mentre il padre del Turco ha
svolto attività informativa nei ranghi dell'organizzazione
"O", operante in Friuli dall'immediato dopoguerra fino al
1955, organizzazione che poi passò in blocco alla struttura
"Gladio"».46
La testimonianza
di Vinciguerra è inquietante. Delfo
Zorzi, l'uomo accusato di avere messo le bombe di piazza
Fontana, sarebbe stato reclutato da Elvio Catenacci. «Ese-
cutore fedele della volontà politica» scrive Giuseppe De
Lutiis «Catenacci fu tra i principali protagonisti delle vi-
cende che accompagnarono la strage di piazza Fontana.»47
Lo stesso Elvio Catenacci fu incriminato perché lasciò in un
cassetto l'informazione capitale sulla vendita a Padova
delle borse in cui si trovavano le bombe del 12 dicembre.
La pista
rischia purtroppo di fermarsi qui: nel momento
in cui il giudice Salvini s'accinge a chiudere la sua istrut-
toria, nel 1995, Elvio Catenacci è morto e Delfo Zorzi sem-
bra fuori portata.
Sulla
scia dei suoi predecessori, D'Ambrosio e Alessan-
drini, il giudice Salvini è convinto che la strage del 12 di-
cembre si inscriva nel quadro di un complotto ordito da
dirigenti di gruppi neofascisti (Ordine Nuovo per il Nord
e Avanguardia nazionale per il Sud) «e persone interne
agli Apparati dello Stato - probabilmente legate all'ex Uf-
ficio Affari Riservati - per ottenere, dopo gli attentati del
12 dicembre, l'effetto politicamente più gradito e cioè l'in-
dividuazione di una matrice di sinistra nel crimine che
più di ogni altro, in quegli anni, aveva creato ripulsa e
sgomento nel paese».48
L'uomo
del 12 dicembre 57
Alla
fine del 1973 veniva consegnato al giudice istrutto-
re di Milano Gerardo D'Ambrosio un appunto dei servizi
segreti (sid) scritto pochi
giorni dopo gli attentati del 12
dicembre e basato sulle dichiarazioni di una fonte infor-
mativa all'interno dei neofascisti romani. Nell'appunto,
risalente al 16 dicembre 1969, comparivano notizie sino
ad allora nemmeno note agli inquirenti.
Alla
luce delle acquisizioni recenti, questi ultimi sono
ormai convinti che quell'appunto avrebbe permesso,
all'epoca, di risalire ai veri responsabili della strage di
piazza Fontana. In esso si evocano gli attentati di Roma e
se ne indicano gli autori in due neofascisti: Stefano Delle
Chiaie e Mario Merlino. Oltre che per l'abbondanza di
dettagli noti fino a quel momento solo ai responsabili de-
gli attentati, l'appunto ha attirato l'attenzione degli inqui-
renti soprattutto perché vi sono indicate le menti dietro
alle bombe del 12 dicembre. Si tratta di un gruppo inter-
nazionale di terroristi di cui nessuno, all'epoca, aveva
sentito parlare, e il cui ruolo, fino all'inchiesta di Salvini,
non era mai stato chiaramente accertato.
«Gli
attentati» si legge nella nota del sid «hanno
certa-
mente un certo collegamento con quelli organizzati a Pa-
rigi nel 1968 e la mente e l'organizzatore di essi dovrebbe
essere certo Y. Guerin Serac, cittadino tedesco [sic]:
«-
risiede a Lisbona ove dirige l'Agenzia "Ager-Inter-
press";
«-
viaggia spesso in aereo e viene in Italia attraverso la
Svizzera;
«- è
anarchico, ma a Lisbona non è nota la sua ideolo-
gia;
«- ha
come aiutante tale Leroy Roberto, residente a Pa-
rigi BP-55-83 la Seyne sur mer [sic];
«- a
Roma ha contatti con Stefano Delle Chiaie;
«- ha i
seguenti connotati: anni 40 circa, altezza cm 178,
biondo, parla tedesco e francese;
«- è
certamente in rapporti con la rappresentanza di-
plomatica della Cina comunista a Berna.
58 Piazza Fontana
«-
Stefano delle Chiaie dovrebbe aver avuto gli ordini
per gli attentati dal Serac ed avrebbe disposto che l'esecu-
zione fosse attuata dal Merlino...»
A parte
alcuni dettagli - Guérin Sérac è francese e non
tedesco, la sua agenzia di stampa si chiama Aginter-Presse
e non Ager-Interpress, Leroy risiede nel Sud della Francia e
non a Parigi -, tutto il resto è assolutamente esatto. È la pi-
sta su cui lavora D'Ambrosio prima che l'istruttoria gli
venga tolta. Ma, fino al momento in cui il dossier viene ri-
preso in mano da Salvini, nessuno la segue.
La
scoperta del ruolo svolto da Aginter-Presse negli at-
tentati del 12 dicembre precede di qualche mese il passag-
gio dell'istruttoria da Milano a Catanzaro. Sommersi da
un fascicolo di decine di migliaia di pagine, i giudici di
Catanzaro non presteranno all'appunto del sid
eccessiva
attenzione.
Si
dovranno quindi attendere quasi diciotto anni per-
ché gli inquirenti si rendano finalmente conto dell'impor-
tanza delle informazioni che esso contiene, in particolare
di quelle riguardanti Aginter-Presse. La testimonianza di
un ex collaboratore di Guérin Sérac li condurrà infine sul-
la buona strada. Quest'uomo è Vincenzo Vinciguerra, lo
stesso della strage di Peteano:
«Il
racconto di Vincenzo Vinciguerra ha permesso final-
mente di far venire alla luce in modo netto una struttura
di cui in passato molto si era parlato, pur senza raggiun-
gere elementi decisivi di chiarezza» scrive Salvini. «Ci ri-
feriamo alla centrale operativa di Guérin Sérac, prima a
Lisbona e poi a Madrid, ispiratrice di operazioni di desta-
bilizzazione in Europa e in altre parti del Mondo dalla
metà degli anni '60 in poi e probabile ispiratrice anche
dell'"operazione" del 12 dicembre 1969.»
Vinciguerra
parla per la prima volta di Guérin Sérac al
giudice Salvini il 9 marzo 1992, alle 15.30, nella prigione
di Parma:
«La
valenza internazionale della strategia della tensio-
ne» spiega l'ex terrorista «elaborata in un contesto euro-
L'uomo
del 12 dicembre 59
peo ed
extraeuropeo nell'attuazione della quale nel nostro
Paese risalta come preminente la figura ad esempio di un
ufficiale dei servizi segreti francesi, esperto nella guerra
non ortodossa, Ives [sic] Guérin Sérac. Una lettura degli
attentati del 12 dicembre 1969 che inquadra i fatti in
un'operazione politica di tipo "golpistico", con l'utilizza-
zione di elementi militanti in vari gruppi politici, anche di
estrazione ideologica diversa. L'uguaglianza del ruolo ri-
coperto da Avanguardia Nazionale alla pari con Ordine
Nuovo, msi e Fronte Nazionale
nella storia della guerra
fredda in Italia.»50
Aginter-Presse:
l'ispiratrice del 12 dicembre 1969 61
III
Aginter-Presse:
l'ispiratrice del 12 dicembre 1969
Il 25
aprile 1974 il Portogallo si libera infine dal giogo di
mezzo secolo di fascismo.
Il 23
maggio, a Lisbona, un commando di fucilieri di ma-
rina agli ordini del tenente Matos Moniz fa irruzione nei
locali di un'agenzia di stampa al numero 13 di rua das Pra-
cas, una strada tranquilla del quartiere residenziale Bairro
de Lapa, sopra il Tago. Il giorno prima un funzionario della
pide-dgs, l'ex polizia politica
del regime salazarista, inter-
rogato nel forte di Caxias da ufficiali del Movimento delle
forze armate, ha rivelato che dietro l'agenzia Aginter-Pres-
se si celava una «centrale d'informazioni che lavorava per
la Pide».
Per
penetrare nell'agenzia i fucilieri devono sfondare
una porta blindata dotata di serrature di sicurezza. Il
quartiere è in fermento, la caccia ai torturatori della pide
mobilita ancora la popolazione, e la voce s'è sparsa: «Ci
sono dei Pide nascosti lì dentro». Parecchie decine
di abi-
tanti hanno circondato il palazzo.
Nei
locali dell'agenzia è rimasto un solo impiegato: Joa-
chim Simoes. Non sa granché; l'agenzia ha sospeso l'atti-
vità da diversi mesi. «Passavo ore a non far niente» spiega
al tenente Moniz «non vedo mai nessuno, il mio ruolo
consiste nel rispondere al telefono e inoltrare la posta...»
Dal 25
aprile le telefonate si sono diradate, poi sono ces-
sate. Ormai l'impiegato viene soltanto a ritirare la corri-
spondenza.
Gli
uffici dell'agenzia sono nell'ammezzato, in un mo-
desto
appartamento di quattro locali. Il primo, che funge-
va da redazione, contiene una biblioteca, qualche scriva-
nia e delle macchine da scrivere.
Le due
stanze su cui si affaccia ospitano gli archivi.
L'ultimo locale è un laboratorio per la fabbricazione di
microfilm. Tutto è in ordine, le carte sono al loro posto
sulle scrivanie. Nessun segno di fuga precipitosa. Come
se si fosse lavorato fino al giorno prima. Perquisendo l'ap-
partamento, il commando fa diverse scoperte stupefacen-
ti. Il laboratorio fotografico è in realtà un'officina di fab-
bricazione e stampa di falsi documenti francesi, spagnoli
e portoghesi: passaporti, carte d'identità, tessere da gior-
nalista e da poliziotto, patenti di guida, certificati di assi-
curazione, ecc. C'è anche un'impressionante collezione
dei visti che vengono rilasciati alle principali frontiere eu-
ropee e di timbri per autenticare i documenti falsificati,
soprattutto timbri francesi della prefettura parigina di po-
lizia, delle prefetture dipartimentali, della gendarmeria
nazionale, delle regioni militari. Non manca nemmeno
una serie di campioni di firme di diplomatici e ufficiali su-
periori francesi.
Joachim
Simoes non vede i titolari dell'agenzia, due
francesi, da parecchi mesi. Il direttore, un certo Jean Val-
lentin, «ha lasciato Lisbona sei mesi fa per la Francia»;
quanto al proprietario, Guérin Sérac, l'ha visto per l'ulti-
ma volta due mesi prima. Da un anno, i due frequentava-
no poco l'agenzia. Guérin Sérac passava qualche giorno
al mese per sbrigare gli affari correnti. Secondo Joachim
Simoes, adesso si trova in Salvador. È nella capitale di
questo stato, all'«apartado 1682», che inoltra la corrispon-
denza.
Proseguendo
la loro indagine, i fucilieri di marina por-
toghesi passano a interessarsi agli archivi. Contengono
documenti, ritagli stampa e microfilm disposti in perfetto
ordine in classificatori divisi per continente e paese: Ame-
rica del Sud, Africa, Francia, Italia, Germania occidentale,
ecc. Tutti questi documenti, queste «note confidenziali»,
62
Piazza
Fontana
sono in
francese. I libri contabili dell'agenzia, tenuti in
uno stile laconico, dicono poco al commando: lunghe co-
lonne di nomi, quasi tutti dall'aria francese, seguiti da
somme in franchi. Niente di molto sospetto, a prima vista,
se non che il volume delle «transazioni» è piuttosto eleva-
to per un'«impresa» che ha sospeso le attività da parecchi
mesi.
In
questi archivi il tenente Moniz scopre diversi sche-
dari: un elenco degli abbonati alle pubblicazioni
dell'agenzia, uno degli impiegati e collaboratori, e un ter-
zo schedario, estremamente ricco e misterioso, che porta
la dicitura «Ordre et Tradition». Le singole schede ripor-
tano il curriculum vitae preciso di ogni militante e le sue
«idee politiche»: «fascista», «nazionalista anticomunista»,
«nazionalista rivoluzionario», ecc. Sono citate anche le or-
ganizzazioni politiche di cui fa o ha fatto parte, per esem-
pio «ex oas». I più numerosi sono
i francesi, ma si trova-
no pure spagnoli, portoghesi, italiani, britannici, svizzeri,
statunitensi e sudamericani, oltre che transfughi dai paesi
dell'Est. Alcuni sono nomi noti, altri no.
Il
commando portoghese ha scoperto il quartier genera-
le di una centrale neofascista internazionale diretta da ex
ufficiali dell'OAS, il cui capo non è altri che Guérin Sérac,
l'uomo che l'appunto del sid del
16 dicembre 1969 accusa-
va d'essere la «mente» degli attentati del 12 dicembre.
Ai
documenti di questa agenzia di stampa un po' spe-
ciale s'interessa ben presto la «commissione di smantella-
mento» della pide; l'inchiesta,
nell'estate 1974, viene affi-
data a un suo membro, il comandante di marina Costa
Coreia, poi, qualche mese dopo, all'SDCI (Servizio di ac-
quisizione e coordinamento dell'informazione), i nuovi
servizi d'informazione portoghesi dipendenti dalla 5a di-
visione, l'ufficio informazione e propaganda del Movi-
mento delle forze armate.
Secondo
i risultati di questa inchiesta Aginter era fino
al 25 aprile 1974 un centro di sovversione fascista interna-
zionale finanziato dal governo portoghese e da ambienti
Aginter-Presse:
l'ispiratrice del 12 dicembre 1969 63
d'estrema
destra francesi, belgi, sudafricani e sudameri-
cani.
Dietro l'agenzia di stampa si celavano:
- un
centro spionistico coperto dai servizi segreti porto-
ghesi e legato, loro tramite, ad altri servizi segreti occiden-
tali: la cia, le reti
tedesco-occidentali Gehlen, la dgs spa-
gnola, il kyp (Kratike Yperesia
Pleforion) greco, il boss
sudafricano ecc.;
- un
centro di reclutamento e addestramento di merce-
nari e terroristi specializzati in attentati e sabotaggi (nume-
rosi documenti scoperti negli archivi dell'agenzia rivelano
che Aginter assicurava un vero e proprio insegnamento
teorico e pratico in materia di guerriglia, terrorismo e spio-
naggio);
-
infine, un'organizzazione fascista internazionale de-
nominata Ordre et Tradition e il suo braccio militare, i'oa-
CI (Organisation d'action centre le communisme interna-
tional).
L'Agenzia
internazionale di stampa Aginter-Presse1
viene fondata nel settembre 1966 a Lisbona da un gruppo
di francesi che vivono in Portogallo.
Il suo
direttore, Ralf Guérin Sérac, era arrivato nella ca-
pitale portoghese sul finire del 1962. Allora si chiamava
Yves Guillou. Era un capitano dell'esercito francese e il
prototipo dell'ufficiale perduto. Nato nel 1926 a Plouzbe-
re, in Bretagna, in una famiglia molto cattolica, nel 1947
entra nell'esercito. Nel 1951 serve nel corpo di spedizione
francese in Corea, il che gli vale la medaglia delle Nazioni
Unite e la Bronze Star americana; poi, nel 1953, combatte
nei «Berretti neri» in Indocina, dove guadagna due ferite,
la Legion d'onore a ventisette anni, la croce di guerra con
citazione, ecc. Infine, è l'Algeria.
Nominato
capitano il 1° aprile 1959, Guillou viene asse-
gnato all'll0 choc, un corpo di paracadutisti messo a dispo-
sizione dell'ufficio «azione» dello sdece
(Service de docu-
mentation extérieure et de contre-espionnage), i servizi
64
Piazza
Fontana
segreti
francesi. Nel febbraio 1962 diserta e, dopo aver ab-
bandonato il suo posto al 3° commando dell'I 1° choc a Ora-
no, si unisce all'OAS. Del suo ruolo nell'esercito clandestino
non si sa molto, soltanto che è alla testa di un commando
nella regione di Orano. Nel giugno 1962, alla dichiarazione
d'indipendenza dell'Algeria, si rifugia dapprima in Spa-
gna, a San Sebastian. In seguito offre i suoi servigi di tecni-
co «della guerra rivoluzionaria» e delibazione psicologi-
ca» all'ultimo impero coloniale che rappresenta ormai, per
il francese, l'estremo baluardo contro il comunismo e l'atei-
smo: il Portogallo. «Gli altri hanno disarmato» dice «io no.
Dopo i'oas mi sono rifugiato in
Portogallo per continuare
la lotta ed estenderla alla sua vera dimensione, che è quella
del pianeta.»2 Nella sua testa sta già prendendo corpo
l'idea di un'organizzazione anticomunista internazionale
formata da specialisti della guerra rivoluzionaria e della
controsovversione...
A
Lisbona Yves Guillou prende contatto con gli am-
bienti dell'immigrazione francese, alcuni membri dell'OAS
che hanno scelto anche loro come rifugio la capitale porto-
ghese, e soprattutto un gruppo di ex pétainisti costretti
dopo la Liberazione all'esilio, per esempio il teorico na-
zionalista Jacques Ploncard d'Assac, il professor Jean
Haupt e qualche altro. Questa piccola comunità di fascisti
francesi dispone di una propria stampa3 e di proprie tra-
smissioni in lingua francese alla radio «La Voix de l'Occi-
dent».
Il
capitano Guillou, che ormai si chiama Ralf Guérin Sé-
rac, sarà dapprima ingaggiato come istnittore dalla Legio-
ne portoghese, un'organizzazione paramilitare che, creata
nel 1936 sul modello delle SA tedesche e delle Camicie ne-
re italiane, a fianco della fide costituisce
con i suoi 90.000
volontari in camicia verde il principale sostegno del regi-
me fascista di Lisbona.
È a
quest'epoca che Guérin Sérac incontra per la prima
volta Guido Giannettini, uno strano giornalista italiano,
molto vicino agli ambienti dell'estrema destra, che non
tarderà
a entrare nel reparto R del sid. «Io
mi trovavo a
Lisbona per contatti politici» racconta Giannettini «e ri-
cordo fra l'altro che in occasione del viaggio il padre
dell'editore Volpe mi pregò di recapitare una lettera a Re
Umberto. Guérin Sérac, mi era stato presentato come Ralf
a Lisbona nel 1964, allorché mi recai in quella città per al-
cuni giorni. Mi era stato presentato dal capitano Souetre
ed era anche presente un ufficiale della pide
o della Legio-
ne portoghese.»4
Aginter-Presse:
l'ispiratrice del 12 dicembre 1969 65
In un
rapporto confidenziale, Giannettini offre di Gué-
rin Sérac questa descrizione: «Di origine bretone, ex capi-
tano francese, di circa 41-42 anni, statura media, corpora-
tura complessa, capelli biondi, occhi chiari. Ha l'aspetto
di un uomo di campagna. Beve
wisky [sic] canadese. Nel
marzo aprile 64 si trovava a Madrid e possedeva una ds
19 di colore predominante nocciola (forse bicolore)».5
Vincenzo
Vinciguerra, ex collaboratore di Guérin Sérac,
rimane impressionato dalle capacità operative del capo di
Aginter-Presse, che indica con il suo pseudonimo di Ralf.
«Ralf»
spiega «sfruttando la sua esperienza di ufficiale
dei commandos e dei Servizi di Sicurezza, possedeva un
notevole bagaglio tecnico sui metodi da impiegare nelle
più svariate operazioni, ad esempio come pedinare una
persona, come identificarla, come prelevarla. Inoltre, co-
me trasportare oggetti in contenitori che sfuggissero
all'attenzione di poliziotti o addetti alla vigilanza. A que-
sto proposito, ricordo che un giorno mi mostrò un libro
piuttosto grande, tipo dizionario, dotato al suo interno, in
un incavo ricavato nella carta, di un contenitore nel quale
si poteva mettere una pistola di piccolo calibro, esplosivo
od altri oggetti che si volessero trasportare con una certa
sicurezza. Naturalmente, Ralph, per il suo passato milita-
re, era estremamente esperto nelle modalità di impiego di
ogni tipo di esplosivo.»6
Dopo
qualche mese, Guérin Sérac viene reclutato come
istruttore delle unità antiguerriglia dell'esercito. Per di-
versi anni metterà quindi a profitto dei fascisti portoghesi
66 Piazza Fontana
l'esperienza di spionaggio e terrorismo acquisita nei re-
parti d'assalto in Indocina e Algeria e nell'OAS.
Ben presto viene raggiunto a Lisbona da un gruppo di
fedeli, quasi tutti, come lui, ex OAS:
- Jean-Marie Laurent, nato nel 1939 a Saint-Sevran, ex
membro dell'organizzazione neofascista Jeune Nation,
sottufficiale dell'esercito francese;
- Guy D'Avezac de Castera, nato a Parigi l'8 febbraio
1917;
- Jean Vallentin, nato il 5 giugno 1924 ad Angers, uffi-
ciale dell'esercito francese, figlio di un ufficiale rifugiatosi
al momento della Liberazione in Portogallo;
- Guy Mathieu, nato il 13 maggio 1930 a Tlemcen, in
Algeria, capitano dell'esercito francese (fanteria da sbar-
co-paracadutisti), arrestato il 12 settembre 1961 per appar-
tenenza ali'oas e assolto dal
tribunale militare il 14 luglio 1962;
- Jean-Marie Guillou, nato il 6 giugno 1932, fratello di
Guérin Sérac;
- Pierre-Jean Surgeon, nato il 5 dicembre 1920, capitano
di fanteria;
- lo scrittore pied-noir Jean Brune.
«La pide e
il ministero della Difesa avevano bisogno
all'epoca di una rete informativa in grado di operare nei
paesi africani che ospitavano i movimenti di liberazione
delle colonie portoghesi» racconta un ufficiale del SDCI.
«Era difficile per gli agenti portoghesi circolare in quei
paesi. La pide pensò che, con una
copertura adeguata,
agenti di altra nazionalità avrebbero potuto operare senza
problemi, specie negli stati dell'Africa che avevano rotto i
rapporti diplomatici con Lisbona. È a questo scopo che
venne ingaggiato Guérin Sérac; per contratto doveva met-
tere in piedi un'agenzia di stampa che servisse da coper-
tura a un'organizzazione incaricata di infiltrarsi nei paesi
africani.»7
Ma la pide non
è che un intermediario: l'operazione è
ordinata e finanziata dai ministeri della Difesa e degli
Esteri, come testimonia un rapporto della commissione
d'inchiesta, che precisa: «In totale queste somme, secondo
i documenti esistenti (documenti ufficiali, ricevute, note
spese), s'aggiravano intorno ai 2.000 contos [due milioni
di scudi]».
«Alla Difesa nazionale» prosegue il rapporto «i docu-
menti ufficiali indicano che erano interessati all'operazio-
ne i generali Deslandes e Joào Paiva de Paria Leite Bran-
dao, ex segretari aggiunti del ministro, e il maggiore
Antonio Cesar Lima Gata ... Al ministero degli Esteri, i
documenti citano gli ambasciatori Joào Hall Themido e
Aginter-Presse:
l'ispiratrice del 12 dicembre 1969 67
Caldeira Coelho, ex direttori generali del ministero.»
In realtà Aginter serve come doppia copertura, da un
lato alle operazioni effettuate per conto dei portoghesi,
dall'altro all'organizzazione politico-militare creata da
Guérin Sérac, Ordre et Tradition, e al suo braccio armato,
l'OACL:
«Ordre et Tradition propone un metodo d'azione e ana-
lisi che è ad un tempo una sintesi di studi ed esperienze
differenti, una fusione di pensiero e azione, una dinamica
offensiva contro l'assalto del materialismo e del comuni-
smo in particolare» scrivono Guérin Sérac e i suoi amici. Il
loro progetto è di costituire un'OAS internazionale contro
il comunismo per «mobilitare ogni risorsa contro le forze
del male al fine di restaurare l'ordine morale, assicurare il
primato dello spirito sulla materia e promuovere i valori
tradizionali della civiltà».8
L'organizzazione è avvolta in una vera e propria misti-
ca del segreto; i suoi membri sono noti soltanto attraverso
uno pseudonimo e un numero di codice.9
Sin dalla loro fondazione, Aginter e Ordre et Tradition
ricevono una calorosa accoglienza negli ambienti d'estre-
ma destra europei. Nel gennaio e alla fine di aprile del
1967 si tengono a Lisbona, organizzate da Ordre et Tradi-
tion, due riunioni internazionali: alla prima partecipano
rappresentanti di movimenti fascisti portoghesi, francesi,
spagnoli, svizzeri, svedesi, tedeschi, argentini e para-
68 Piazza Fontana
guaiani; alla seconda esponenti dell'estrema destra
belga,
britannica (British National Party) e italiana (Ordine Nuo-
vo). Aginter-Presse può così mettere in piedi una rete di
informatori e corrispondenti. L'agenzia ha già ricevuto a
questo scopo un aiuto prezioso dalla stazione radiofonica
«La Voix de l'Occident», il cui direttore dei programmi,
Maria de Paz, ha messo a disposizione di Aginter tutti gli
schedari e le informazioni in possesso della radio. Inoltre
l'agenzia ha ottenuto lo schedario di «Agorà», la più im-
portante rivista fascista portoghese, gentilmente fornito
dal suo direttore.
Per non dipendere completamente dai portoghesi, Gué-
rin Sérac e il suo gruppo prendono contatto anche con il
governo sudafricano (loro intermediario è l'addetto stam-
pa dell'ambasciata di Pretoria a Lisbona, Cyrus Smith), il
governo brasiliano (tramite il direttore dell'ufficio turisti-
co portoghese in Brasile, Jorge Felner da Costa) e i governi
della Rhodesia, del Vietnam del Sud e della Cina naziona-
lista.
Aginter ha stretti legami, inoltre, con gli ambienti del
cattolicesimo integralista. Il rapporto dell'SDCL
segnala in-
fatti, tra i corrispondenti dell'agenzia, numerosi centri in-
tegralisti francesi.10 Tali rapporti giungono fino al Vatica-
no, dove Ordre et Tradition può manifestamente contare
su solide protezioni. In particolare su quella del cardinale
Tisserant, già denunciato durante la guerra d'Algeria co-
me uno dei protettori dell'OAS in Italia, e del suo ex segre-
tario monsignor Georges Roche, superiore generale
dell'Opus Cenaculi. Nel novembre 1966 quest'ultimo scri-
ve a Guérin Sérac, a proposito di Ordre et Tradition: «Lei
sa che condivido i suoi sentimenti e quelli del suo gruppo.
È di tutto cuore che auguro il successo dei vostri sforzi e
prego per benedire la vostra opera».
In Svizzera Aginter si assicura la collaborazione della
centrale neonazista del Nouvel Ordre Européen, diretta
dal professor Amaudruz. Collaborazione stretta, visto che
diversi membri dell'agenzia fanno anche parte del noe e
Aginter-Presse:
l'ispiratrice del 12 dicembre 1969 69
viceversa (negli archivi di Aginter figura, fra l'altro,
una
scheda di adesione a Ordre et Tradition a nome di Amau-
druz). Le schede di contatto e la corrispondenza dell'agen-
zia rivelano poi che Aginter era in rapporto con il gruppo
fascista Jeune Europe-Suisse, diretto a Losanna da Roland
Gueissaz, corrispondente in Svizzera della rivista neonazi-
sta «La nation européenne».
La corrispondenza di Aginter-Presse con il Belgio atte-
sta, inoltre, una stretta collaborazione, specie per lo scam-
bio di materiale e informazioni sulla sinistra belga e l'op-
posizione spagnola e portoghese riparata in Belgio, con
un certo Jean Dagonier. Questi, ex partigiano e membro
dello SRA (Service de renseignements de la resistance),
pretende di essersi infiltrato nell'agenzia di estrema de-
stra, al fine di raccogliere informazioni sulla sua attività,
per conto della Union internationale de la resistance et de
la deportation (uird), e su
ordine del suo presidente, Hu-
bert Halin.11
In Germania, Aginter è in contatto con il partito neona-
zista npd (Nationaldemokratische
Partei Deutschland) e
l'entourage di Franz Josef Strauss, capo del partito cristia-
no-sociale bavarese, e più precisamente con il suo segreta-
rio, Marcel Hepp, che è anche direttore del «Bayern Ku-
rier», il giornale di Strauss.
In Spagna, l'agenzia intrattiene rapporti con il cedade
(Circulo espanol de amigos de Europa), movimento degli
ultra della Falange, e con la rivista ultrafascista «Van-
guardia», diretta dal giornalista Miguel Lloria. Negli Stati
Uniti con la «National Review», diretta da William F.
Buckley.12
L'organizzazione è quindi composta dal piccolo nucleo
degli ex ufficiali francesi raccolti attorno a Guérin Sérac,
cui si sono aggiunti qualche attivista portoghese e stranie-
ro e un gruppo di intellettuali fascisti.
«Noi riuniamo» scrive Guérin Sérac «due tipi di uomi-
ni: 1. gli ufficiali giunti da noi dopo le battaglie d'Indocina
70 Piazza Fontana
e di
Algeria, certi persino dopo le battaglie di Corea; 2. gli
intellettuali che, negli stessi periodi, si sono dedicati allo
studio delle tecniche di sovversione marxista. Gli uni e gli
altri, coinvolti molto da vicino nelle lotte degli ultimi an-
ni, hanno accettato, tramite percorsi diversi, di sparire
nella clandestinità in cui la maggior parte di noi ha passa-
to almeno cinque o sei anni.
«Costituitisi
allora in gruppi di studio, hanno messo in
comune la loro esperienza per cercare di smontare le tec-
niche marxiste di sovversione e tentare di gettare le basi
di una risposta. In questo periodo abbiamo sistematica-
mente intrecciato rapporti con gruppi simili nati in Italia,
Belgio, Germania, Spagna o Portogallo, per fondare il nu-
cleo di una vera e propria lega occidentale di lotta contro
il marxismo.»13
A questa
lega occidentale di lotta contro il marxismo,
Guérin Sérac da il nome di Oaci: Organisation
d'action
contre le communisme international. È l'organizzazione
militare clandestina di Aginter e di Ordre et Tradition,
fondata a Lisbona, secondo un documento dell'agenzia, il
10 dicembre 1966.14
Il suo
compito è di essere pronta in ogni occasione a
«intervenire in qualunque parte del globo per affrontare
le più gravi minacce comuniste».15 I suoi membri hanno
firmato un vero e proprio atto di sottomissione e di obbe-
dienza cieca e assoluta, e si sono impegnati a mantenere il
silenzio sulle attività dell'organiz;zazione e sul nome dei
suoi responsabili.
Forti
dei contatti sviluppati con la creazione di Aginter
e poi di Ordre et Tradition, Guérin Sérac e il suo gruppo
mettono in piedi una rete di informatori e corrispondenti
in tutta Europa.
«All'inizio»
spiega uno di loro «ci veniva chiesto un
banale lavoro di corrispondente di stampa, corrisponden-
te specializzato, perché si trattava sostanzialmente di for-
nire informazioni sulle attività dei comunisti e degli
estremisti di sinistra, sulla loro penetrazione nell'esercito,
Aginter-Presse:
l'iispiratrice del 12 dicembre 1969 71
i loro
finanziamenti, le organizzazioni che controllavano
ecc. Così l'agenzia metteva alla prova la capacità di ognu-
no nella raccolta di notizie. Dopo un certo periodo i corri-
spondenti, muniti di un tesserino da giornalista rilasciato
a Lisbona, divenivano di fatto delle spie al servizio della
pide. Infine, alcuni
frequentavano a Lisbona degli stage in
cui, nel quadro dell'OACI, ricevevano una formazione spe-
ciale.»16
Grazie
ai documenti conservati negli archivi dell'agen-
zia, ora sappiamo in che cosa consistesse questa formazio-
ne speciale: Aginter-Presse aprì nella capitale portoghese
una vera e propria scuola di tecniche di sovversione e ter-
rorismo. Così, molti fascisti europei seguirono per diversi
anni, nei campi di addestramento messi a disposizione
dalla fide e dalla Legione
portoghese, corsi dispensati da
Guérin Sérac e dal suo gruppo ai loro «corrispondenti» e
agenti molto speciali.
Da parte
sua la polizia italiana, nel proprio rapporto su
Aginter, scrive che le reclute sono addestrate in campi per
azioni di sabotaggio (uno dei quali nel Sud del Portogallo,
in Algarve) e che il centro di addestramento più impor-
tante è a Windhoek (sudovest africano), dove beneficia
della complicità delle autorità locali. Nel rapporto si cita
inoltre la presenza tra gli istruttori di ufficiali portoghesi,
belgi e rhodesiani e si indica il principale di questi in Zar-
co Moniz Ferreira.17
Tale
«formazione speciale» durava tre settimane di cin-
que giorni ciascuna, e prevedeva corsi teorici al mattino e
attività pratiche al pomeriggio. Una lunga serie di lezioni
era dedicata alle tecniche di copertura che i quadri
dell'OACi dovevano adottare. L'insegnamento riguardava
in particolare:
- le
tecniche di sorveglianza e pedinamento (studio del
processo di pedinamento,della sua tecnica, della difesa
contro il pedinamento, ecc.1;
- le
tecniche di contatto :ra agenti (i segni di riconosci-
mento, le varie precauzion:da adottare, ecc.);
72 Piazza Fontana
- le tecniche d'interrogatorio
(come condurlo, come su-
birlo, i metodi duri, l'impiego del pentothal, la tortura);
- le
tecniche di alibi in caso d'arresto (come ideare una
storia, come costruire false confessioni, ecc).
La parte
puramente teorica era suddivisa in quattro
materie: azione, propaganda, informazione e sicurezza, e
metteva soprattutto l'accento sull'azione psicologica e le
tecniche di terrorismo e sabotaggio, oltre che sull'utilizzo
di esplosivi e l'impiego di armi... Un'attenzione particola-
re era prestata ai mezzi detti «non convenzionali».
Gli
allievi venivano così preparati a missioni sullo stile
di quelle affidate ai reparti d'«azione» dei servizi speciali
ufficiali: azioni di commando, spionaggio, missioni di in-
tossicazione, attentati, assassinii, ecc.
Una delle
lezioni teoriche precisava: «La sovversione
agisce con mezzi appropriati sugli spiriti e le volontà per
indurre ad agire al di fuori di ogni logica e contro ogni re-
gola e legge. Condiziona così gli individui e permette di
disporne a proprio piacimento.
«Terrorismo:
il terrorismo spezza la resistenza, ottiene
la sua sottomissione e provoca la rottura tra la popolazio-
ne e il potere.
«Terrorismo
selettivo: spezzare l'apparato politico e
amministrativo eliminandone i quadri.
«Progressione:
eliminare delle personalità per colpire
l'opinione pubblica, eliminazione dei quadri importanti,
seminare il panico nell'amministrazione, eliminazione dei
quadri minori e delle élite naturali per spezzare la società.
«Attentati
e sabotaggi generalizzati per provocare la
paralisi di una regione», ecc.18
Per
quanto riguarda l'impiego di mezzi non convenzio-
nali, i manuali di addestramento dell'OACi indicano ai fu-
turi agenti gli strumenti da adottare per «eliminare, met-
tere in condizione ... o manipolare gli individui».19
I mezzi
d'eliminazione, spiega uno di questi testi, pos-
sono essere violenti o progressivi: la digitalina, il curare, il
cianuro, ecc. Per mettere fuori uso una persona, si consi-
Aginter-Presse:
l'ispiratrice del 12 dicembre 1969 73
glia
invece l'impiego di lsd, di
cantaride e di potenti son-
niferi. Quanto ai mezzi di manipolazione, i preferiti sono
la scopolamina e gli anestetici della serie dei ciclo, in par-
ticolare il ciclopropano, che non lascia tracce-
Fra i mezzi d'eliminazione l'agenzia mostra di predili-
gere sofisticati ordigni esplosivi. Secondo diverse testimo-
nianze, Aginter disponeva, con il fratello di Guérin Sérac,
Jean-Marie Guillou, di un bricoleur particolarmente dotato
nella fabbricazione di ogni sorta di congegni micidiali.
Il primo
campo d'azione di Guérin Sérac e dei suoi uo-
mini è l'Africa.
Secondo
il rapporto dell'SDCI, i corrispondenti dell'agen-
zia iniziano a operarvi per conto della pide
e del ministero
della Difesa portoghese sul finire del 1965, cioè diversi me-
si prima della fondazione ufficiale di Aginter.
Sull'esatta
natura di queste prime azioni il rapporto for-
nisce pochi elementi; precisa solo che Aginter «inviava i
suoi ufficiali operativi (sette ex ufficiali francesi, di cui sei
volanti e uno fisso in Portogallo) nei paesi limitrofi
all'Africa portoghese». I loro obiettivi, prosegue il rappor-
to, «comprendevano la liquidazione dei dirigenti dei mo-
vimenti di liberazione, l'infiltrazione, l'insediamento di
informatori e provocatori e l'utilizzazione di falsi movi-
menti di liberazione».
Non è
tutto. Lisbona era dall'inizio degli anni Sessanta
uno dei principali centri di smistamento di mercenari per
l'Africa. Una manna per Aginter, che diviene in breve uno
dei principali intermediari per il reclutamento dei soldati
di ventura. Impresa che arricchirà Guérin Sérac e i suoi
amici.
Alla
fine del 1966, l'agenzia riesce a ottenere il suo pri-
mo importante contratto: il piano Kerillis che, messo a
punto da ambienti finanziari belgi con la complicità dei
servizi segreti portoghesi e la benedizione di quelli fran-
cesi, dovrà riportare al potere nell'ex Congo belga Moise
Ciombe.
74 Piazza Fontana
L'avventura
di Ciombe era iniziata l'11 luglio 1960 con
la secessione della provincia del Katanga, avvenuta dodi-
ci giorni dopo la proclamazione dell'indipendenza dell'ex
colonia belga. Fin dai primi mesi, per organizzare le sue
truppe Ciombe assolda mercenari europei. A questo sco-
po si rivolge a un teorico dell'azione psicologica», il co-
lonnello Trinquier, considerato allora uno degli esperti
della guerra rivoluzionaria. Trinquier recluta numerosi
ufficiali francesi messi in disparte dopo I'affaire delle bar-
ricate,20 come Faulques, La Bourdonaye, Denard, ecc. Per
due anni, diverse centinaia di mercenari si battono contro
le truppe dell'ONU inviate per porre fine alla secessione,
finché, nel dicembre 1962, Ciombe è costretto all'esilio. Ri-
chiamato in Congo nel 1964 come primo ministro per do-
mare la ribellione dei simba, porta con sé i suoi mercenari.
Rovesciato nell'ottobre dell'anno successivo dal generale
Mobutu, è di nuovo costretto all'esilio... Ma non si da per
vinto. Dal suo rifugio madrileno si prepara a riconquista-
re il potere, sempre con l'aiuto di mercenari, che vengono
reclutati un po' ovunque in Europa. Tramite la fide, Ciom-
be e il suo consigliere, il professor Clemens, si assicurano i
servizi di Aginter-Presse: è l'occasione per i'oaci
di chia-
mare a raccolta militanti di estrema destra ed ex oas per
difendere la presenza occidentale in Africa. Guérin Sérac
s'incarica di riunire un esercito di mercenari che, al mo-
mento opportuno, con i gendarmi katanghesi fedeli a
Ciombe e l'esercito bianco del colono belga Jean Schram-
me, dovrà rovesciare il governo di Mobutu.
«Sono
stato reclutato per questa operazione a Bruxelles,
dove vivevo, dal capitano Souetre, che avevo conosciuto
all'epoca dell'OAS» racconta Jacques Depret, un curioso
personaggio, ex agente dei servizi speciali francesi passa-
to durante la guerra d'Algeria all'OAS. «Souetre era stato
incaricato da Sérac di comandare i mercenari reclutati nel
quadro di Aginter, e mi propose di essere il suo ufficiale
alle informazioni; accetai immediatamente.»21 Jean-Rene
Souetre, ex capitano dei commandos di paracadutisti, è
Aginter-Presse:
l'ispiratrice del 12 dicembre 1969 75
all'epoca
ancora una delle celebrità dell'ex oas. Guérin
Sé-
rac lo ingaggia in occasione di quest'operazione, di cui gli
affida l'organizzazione e il comando. Sotto lo pseudoni-
mo di Constant, il capitano Souetre viene per la circostan-
za promosso maggiore. In qualche mese raccoglie a Lisbo-
na una cinquantina di uomìini, per la maggior parte belgi
e francesi, ex dell'OAS o del Katanga.
All'inizio
dell'estate del 1967, muniti di lasciapassare
forniti da Perreira de Carvalho, numero tre della pide,
vengono tutti inviati a Luanda, in Angola.22
In
teoria, l'operazione deve aver luogo in giugno. Qual-
che giorno prima, Ciombe viene rapito mentre si trova in
aereo. Curiosamente, da un altro francese, Francis Bode-
man.
Il
rapimento di Ciombe inceppa la macchina da guerra
destinata a rovesciare Mobutu. Schramme è costretto a
colpire prima del previsto.
«È il
momento di parlare di certi fenomeni che si pro-
dussero all'agenzia» dichiara uno dei membri dello stato
maggiore creato da Souetre. «I servizi speciali francesi
avevano finito per venire a sapere della nostra esistenza.
Ci infiltrarono inviandoci degli ex OAS o dei giovani av-
venturieri da loro manipolati. Tra servizi portoghesi e ser-
vizi francesi iniziò un gioco sottile...»23
Questo
gioco sottile ha per oggetto Aginter. I servizi
francesi non sono molto contenti che l'agenzia di Lisbo-
na, che sospettano essere al servizio della cia,
ficchi trop-
po il naso nelle faccende africane, riserva di caccia di Jac-
ques Foccart,24 il quale, fra l'altro, ha mandato a Luanda
per valutare la situazione il suo braccio destro Morichot-
Beaupré.
I
sospetti dei servizi francesi sono fondati. Per antigaul-
lismo, la cia ha sempre guardato
all'OAS con un occhio più
che benevolo. All'inizio degli anni Sessanta Thyraud de
Vosjoli, un transfuga dei servizi segreti di Parigi rifugiato
negli Stati Uniti, funge da intermediario tra alcuni diri-
genti della cia (tra cui Richard
Helms) e uno dei principa-
76 Piazza Fontana
li responsabili
dell'OAS, Jacques Soustelle. Inoltre, dopo la
fine dell'Algeria francese, operano negli Stati Uniti un
certo numero di quadri dell'OAS, alcuni dei quali fanno
parte di Aginter-Presse. Uno di essi è il capitano Souetre.
All'epoca Jean Souetre lavora con i rifugiati cubani antica-
stristi addestrati dalla cia e,
nel 1964, è implicato nell'in-
chiesta condotta dall'FBi dopo l'assassinio del presidente
Kennedy.25 S'aggiunga che i rapporti tra i servizi segreti
americani e Aginter-Presse sono tanto più solidi in quanto
risalgono agli anni Cinquanta: per il coraggio dimostrato
al fianco dell'esercito degli Stati Uniti durante la guerra di
Corea, Yves Guérin Sérac, non dimentichiamolo, era stato
insignito di una delle più alte decorazioni americane. Infi-
ne, all'inizio degli anni Novanta gli inquirenti italiani sco-
prono con inquietudine che un braccio destro di Guérin
Sérac, l'ex ss Robert Leroy, ha lavorato una volta uscito di
prigione per i servizi segreti della nato.
Tante buone ra-
gioni per convincere i dirigenti dei servizi francesi del-
l'appartenenza di Guérin Sérac alla cia,
come ci ha confer-
mato uno di loro, un generale ex responsabile delle forze
speciali di Parigi.26
Il 23
gennaio 1996, Roberto Cavallaro, interrogato,
conferma agli inquirenti l'esistenza di legami che unisco-
no gli ex esponenti dell'OAS, tra cui quelli attivi nell'am-
bito di Aginter-Presse, alla cia. «Cavallaro»
si legge in
uno dei rapporti «rappresentava di aver appreso, nel
1972, nel corso di un addestramento realizzato in Fran-
cia, dell'esistenza di una operazione della c.i.a.
in Italia,
denominata Blue Moon, all'epoca già in atto, consistente
nella diffusione di sostanze stupefacenti negli strati gio-
vanili al fine di contribuire alla destabilizzazione. Caval-
laro precisava che:
«-
all'addestramento ove venne illustrata l'operazione
Blue Moon erano presenti due Ufficiali portoghesi
dell'"Aginter-Presse";
«-
riteneva che gli addestratori francesi fossero ex oas;
«-
l'operazione Blue Moon era condotta in Italia dagli
Aginter-Presse:
l'ispiratrice del 12 dicembre 1969 77
Stati
Uniti utilizzando uomini e strutture che facevano ca-
po alle rappresentanze ufficiali di quel Paese nel nostro
Stato;
«- le
sostanze diffuse erano allucinogene e destinataria
ne era la devianza sociale di sinistra con ciò intendendo
un termine molto generale;
«- gli
istruttori spiegarono che questo tipo di destabiliz-
zazione era da loro ritenuto inidoneo all'Europa ma che
alcune operazioni degli Stati Uniti, "per riguardo", dove-
vano essere sostenute.»
Cavallaro
aggiunge due elementi:
«-
Jacques Soustelle capo dell'O.A.S., era legato al Co-
lonnello Adriano Giulio Cesare Magi Braschi. Quest'ulti-
mo è emerso nel corso delle indagini sull'eversione di de-
stra coordinate dal giudice istruttore ed è stato indicato
dal Malcangi, che lo aveva appreso dal Digilio, quale
agente c.i.a. con responsabilità
d'azione sull'intero medi-
terraneo;
«- che
l'O.A.S. in sé, o, meglio, gli uomini che avevano
aderito a questa organizzazione, erano strumento per la
realizzazione della politica estera americana con mezzi il-
leciti, inseriti in un più generale piano fondato sui Piani di
Sopravvivenza nei singoli Paesi europei e poiché questi
Piani facevano capo alla n.a.t.o., precisava
che le attività
degli ex-O.A.S. erano dirette strategicamente dalla c.i.a.
Difatti nel noto corso gli fu detto che gli o.a.s. presenti,
con i dovuti filtri, facevano capo allo chef d'antenne della
c.i.a. a Parigi.»27
I
servizi speciali francesi esercitano forti pressioni sulla
pide perché elimini Souetre e gli
altri membri di Aginter, e
inviano a Luanda, affinchè prenda il controllo delle ope-
razioni, uno dei loro agenti, il mercenario Bob Denard,
detto colonnello Bob. Lo sdece intima
quindi alla piide di
scegliere: o lui o gli ex oas. I
servizi portoghesi cedono e i
francesi di Aginter vengono posti sotto sorveglianza in un
forte che sovrasta Luanda e dopo qualche settimana ri-
78 Piazza Fontana
spediti
a Lisbona. Il gruppo di mercenari reclutato dal ca-
pitano Souetre verrà ripreso a servizio, a parte qualche ec-
cezione, da Bob Denard.
L'avventura
katanghese di Aginter si è limitata a un vo-
lo di ricognizione effettuato dal capitano Souetre e dai
mercenari Leon Liber e Roger Braco su Elisabethville e a
qualche «missione confidenziale» compiuta per conto di
Pierre Joly, «rappresentante all'estero» del colonnello Jean
Schramme.
Ma
Aginter finirà effettivamente per avvelenare i rap-
porti, pur eccellenti, tra la polizia politica portoghese e i
servizi speciali di Parigi. Nel corso del loro breve soggior-
no a Luanda gli uomini dell'agenzia hanno avuto il tem-
po, per esempio, di fare qualche sgambetto ai servizi fran-
cesi. «Souetre mi aveva affidato il ruolo di ufficiale alle
informazioni, e ho svolto questo compito meglio che pote-
vo» racconta Jacques Depret. «Capisco che lo sdece
abbia
da allora qualche rancore nei miei confronti, perché depi-
stavo tutti gli agenti che ci mandava.»28
A
proposito di Jacques Depret, lo sdece invia
alla pide, il
10 gennaio 1968, una nota che la dice lunga sui rapporti
esistenti all'interno di questo mondo:
«Depret
è stato coinvolto in un progetto d'assassinio di
M. Ciombe, quando questi era ancora a Madrid.
«Qualche
tempo dopo, è stato reclutato da Ciombe (To-
mas) ed è partito per l'Angola con il gruppo di Souetre. A
Luanda, lui e Souetre ricevevano informazioni che tra-
smetteva loro da Lisbona un altro francese, Guillou, detto
Guérin Sérac.
«L'attività
di Guillou alla pide di Lisbona
gli dava acces-
so a diversi documenti, tra cui le schede dell'aeroporto.
«Depret,
in diverse lettere, ha divulgato la maggior par-
te delle informazioni ottenute per questa via...
«Ora,
veniamo a sapere che Depret, per il tramite del
movimento Occident a Parigi,29 cercava di reclutare istrut-
tori francesi per l'Angola ...
«Il
movimento Occident ... è "imbottito" di confidenti
Aginter-Presse:
l'ispiratrice del 12 dicembre 1969 79
della
polizia e provocatori. Le sue posizioni sono violente-
mente antigovernative e una collaborazione di questo pic-
colo gruppo con i servizi portoghesi non può che nuocere
alle buone relazioni franco-portoghesi.
«La pide (Lisbona e Luanda) ci ha domandato
di fornire
degli istruttori. Ci sarà difficile dare seguito nelle condizio-
ni attuali, in cui nemmeno la nostra stessa sicurezza è assi-
curata, né la segretezza dei nostri spostamenti, poiché sia-
mo alla mercé delle denunce del gruppo in questione.»30
Dopo lo
scacco a Luanda, Aginter cerca di prendersi la
rivincita in Biafra e propone al governo secessionista di
Ojukwu di fornire al suo esercito una serie di quadri mili-
tari. Per l'occasione, ha battezzato la sua organizzazione
militare Organizzazione dei volontari specialisti, dove il
termine «volontari» dovrebbe distinguere gli uomini
dell'agenzia dai mercenari tradizionali. Ma, ancora una
volta, Guérin Sérac non ha fortuna: il comandante Faul-
ques e Bob Denard, inviati dai servizi francesi, gli soffiano
di nuovo l'affare.
Falliti
i progetti katanghese e biafrano, Aginter ripiega
sul giovane stato del Congo, sorto nel 1960, con capitale
Brazzaville.
I suoi
agenti segreti conoscono bene il paese, dove han-
no già compiuto per la fide parecchie
missioni (il rapporto
della commissione d'inchiesta dell'SDCI parla in particola-
re di un'operazione di recupero di un elemento dell'MPLA,
il Movimento popolare di liberazione dell'Angola, nome
di codice «Baya», compiuta da un certo Jean-Marie Lafit-
te, pseudonimo di Jean-Marie Laurent).
Dal 1963
la repubblica del Congo, sotto la guida del go-
verno progressista del presidente Massemba-Debat, è la
principale base d'appoggio dell'MPLA di Agostinho Neto.
E anche il centro di penetrazione castrista in Africa: la sua
amministrazione e il suo esercito sono organizzati da nu-
merosi consiglieri cubani.
II
rapporto della commissione d'inchiesta dell'sdci
rive-
la che nel 1967 Aginter-Presse, in collaborazione con la pi-
80 Piazza Fontana
de, i governi
del Gabon, del Sudafrica e della Rhodesia, ed
elementi dello sdece, mette a
punto un progetto di colpo
di stato destinato a rovesciare il governo di Massemba-
Debat.
Le
operazioni dovevano essere coperte da una società
creata per l'occasione, il cost, Consortium
pour l'organi-
sation et le support technique. Il legame tra sdece
e Agin-
ter era assicurato, precisa il rapporto, da un certo H.M.
Lasimone, ex mercenario del Katanga, che usava come co-
pertura il Consortium forestier et maritime, B.P. 101, Li-
breville, Gabon.
Sempre
secondo il rapporto, Lasimone e Guérin Sérac si
proponevano inoltre di «estendere il piano al Katanga per
costituirvi uno stato bianco».31
Per
divergenze sopraggiunte tra i servizi portoghesi e
quelli francesi, il piano non verrà realizzato.
Abbandonato
dalla pide, il progetto di colpo
di stato in
Congo non viene invece abbandonato da Aginter.
Guérin
Sérac, che intrattiene buoni rapporti con l'op-
posizione congolese e l'ex presidente della repubblica,
l'abbé Fulbert Youlou, propone loro di riportarli al potere
dietro pagamento di un milione di franchi. L'affare viene
trattato nel corso del mese di novembre, e Sérac ottiene
un acconto di quattrocentomila franchi.32 A costituire lo
stato maggiore dell'operazione sono i quadri dell'agen-
zia. «Sull'esempio dell'esercito francese» spiega Jacques
Depret «vengono creati cinque uffici, e Guérin Sérac si
nomina capo di stato maggiore. A me spetta il 2° ufficio,
quello incaricato del servizio informazione.» Sérac invia
diversi suoi agenti in Congo a prendere contatto con uffi-
ciali dell'esercito e della gendarmeria ostili a Massemba-
Debat. Il colpo di stato viene fissato per il maggio 1968. Il
seguito della faccenda è molto meno serio e rasenta l'im-
broglio. «Eravamo d'accordo con Guérin Sérac che una
decina di ex ufficiali sarebbero venuti a darmi man forte
al momento dell'operazione» racconta Jacques Depret, in-
viato in Congo per sovrintendere all'operazione. «Nor-
Aginter-Presse:
l'ispiratrice del 12 dicembre 1969 81
malmente,
sarebbero dovuti arrivare il 10 maggio. Ora,
un telex ricevuto il 13 m'aveva annunciato l'arrivo "pos-
sibile di due di loro"...» Che non arriveranno mai.33 «Per
partecipare a questo colpo» racconta uno dei due merce-
nari «ero stato contattato a Ginevra dal capitano Mathieu.
Ho ricevuto per questo un milione di vecchi franchi. Do-
vevo recarmi a Brazza una settimana prima del colpo di
stato e aspettare che mi si contattasse. Qualche giorno
prima di partire per Brazzaville, ho saputo dalla radio
che un tentativo di colpo di stato aveva avuto luogo ed
era fallito. Era veramente una storia di merda...»34
Per
ragioni misteriose, Jacques Depret aveva fissato il
giorno X al 13 maggio, ore 22. Quella sera si ritrova da so-
lo con congiurati congolesi esitanti. Il putsch fallisce mise-
ramente e Depret viene arrestato dalle autorità di Brazza-
ville.
In
prigione ritrova un altro agente di Aginter, Jean-
Marie Laurent, arrestato qualche mese prima, in feb-
braio, dopo essere stato inviato dall'agenzia in Congo
per infiltrarsi negli ambienti governativi sotto la copertu-
ra di giornalista di estrema sinistra. È in quanto tale che
è stato arrestato: il suo zelo filocinese non andava più a
genio al governo del presidente Massemba-Debat. I con-
golesi restano molto stupiti nello scoprire, presso i put-
schisti, documenti che collegano Jean-Marie Laurent alla
loro impresa. E ancora più stupiti rimangono i cinesi
dell'ambasciata di Brazzaville. Sono stati loro a introdur-
re il giornalista d'estrema sinistra presso il governo e,
dopo il suo arresto, avevano assediato invano il presi-
dente Massemba-Debat per ottenerne la liberazione.
IV
Aginter
e le bombe di Milano
LA
NOSTRA AZIONE POLITICA
Pensiamo
che la prima parte della nostra azione politica debba es-
sere di favorire lo stabilirsi del caos in tutte le strutture del regime.
È necessario cominciare col minare l'economia dello Stato per
giungere a creare una confusione in tutto l'apparato legale. Questo
produce una situazione di forte tensione politica, di paura nel
mondo industriale, di antipatia verso il governo e tutti i partiti, a
questo scopo dev'essere pronto un organismo efficiente capace di
radunare e ricondurre a sé tutti gli scontenti di tutte le classi sociali
al fine di riunire questa vasta massa per fare la nostra rivoluzione.
A nostro avviso la prima azione che dobbiamo scatenare è la di-
struzione delle strutture dello Stato, tramite l'azione dei comunisti
e dei filocinesi, abbiamo d'altronde elementi infiltrati in tutti questi
gruppi, seguendo l'atmosfera dell'ambiente occorrerà evidente-
mente che adattiamo la nostra azione (propaganda e azione di for-
za che sembreranno opera dei nostri avversari comunisti e pressio-
ni sugli individui che accentrano il potere a tutti i livelli). Questo
creerà un sentimento di antipatia verso coloro che minacciano la
pace di ognuno e della nazione, e d'altra parte fiaccherà l'economia
nazionale. A partire da questo stato di fatto dovremo rientrare in
azione nel quadro dell'esercito, della magistratura, della Chiesa,
per agire sull'opinione pubblica e indicare una soluzione e mostra-
re la carenza e l'incapacità dell'apparato legale costituito, e farci
apparire come i soli in grado di offrire una soluzione sociale, politi-
ca ed economica adeguata al momento. Nello stesso tempo dovre-
mo elevare un difensore dei cittadini [sic] contro la devastazione
provocata dalla sovversione e dal terrorismo. Dunque una fase
d'infiltrazione, informazione e pressione dei nostri elementi sui nu-
di-i vitali dello Stato. Il nostro elemento politico dovrà essere estre-
mamente abile, capace di intervenire e valorizzare la propria forza,
dovrà
formare dei quadri e dirigenti e nello stesso tempo effettuare
un'azione di propaganda massiccia e intelligente.
Questa
propaganda dovrà essere una pressione psicologica sui
nostri amici e i nostri nemici, e dovrà creare una corrente di simpa-
tia per il nostro organismo politico, dovrà polarizzare l'attenzione
popolare alla quale saremo presentati come il solo strumento di sal-
vezza per la nazione.
Questa
propaganda dovrà inoltre attirare l'attenzione sul pro-
blema europeo e attirarci sostegni internazionali politici ed econo-
mici. Dovrà anche convincere l'esercito, la magistratura, la Chiesa e
il mondo industriale ad agire contro la sovversione, benché la loro
azione non sia determinante, avrà un peso solo la situazione.
Per
condurre una tale azione al suo fine, è evidente che occorre
disporre di grandi mezzi finanziari, si dovrà agire in questo senso
(questo affinchè il maggior numero possibile di uomini possano
consacrarsi alla lotta in Italia, e per corrompere o finanziare i grup-
pi politici che possono esserci utili).
Questo documento non firmato, che descrive con tanta
Aginter
e le bombe di Milano 83
precisione quella che dev'essere, che sarà, la strategia
del-
la tensione, è stato ritrovato nell'ottobre 1974 negli archivi
di Aginter-Presse. Faceva parte di una serie di rapporti in-
viati all'agenzia dai suoi corrispondenti italiani, dai gior-
nalisti e dai militanti di Ordine Nuovo, nel novembre
1968, cioè nel momento stesso in cui s'inaugurava in Italia
la strategia della tensione. È senza ambiguità, e fornisce là
prova dei legami - attività e obiettivi comuni - dell'estre-
ma destra italiana e di Aginter-Presse.1
Il seguito del rapporto tratta della «situazione dei
grup-
pi di sinistra in Italia». Il suo misterioso autore spiega
l'imborghesimento del partito comunista e la crescita,
specie tra i giovani, delle organizzazioni extraparlamenta-
ri di sinistra. «Questa gioventù» scrive «al di là delle at-
tuali contingenze possiede un nuovo entusiasmo e una
grande impazienza ... Il che ... va ben studiato ... L'intro-
duzione di forze provocatrici in questo ambiente rivolu-
zionario della sinistra (che definiamo impropriamente fi-
locinese) riflette soltanto il desiderio di spingere al
massimo tale situazione instabile e creare un clima di
caos.» E conclude: «L'ambiente filocinese, caratterizzato
84
Piazza
Fontana
dalla sua impazienza e dal suo entusiasmo, è propizio a
un'infiltrazione».
Alla lettura di questo rapporto è difficile non pensare
ai
metodi d'azione psicologica e alle tecniche di sovversione
e terrorismo insegnati dall'OACi ai suoi quadri e militanti.
Com'è difficile non pensare agli attentati di Milano.
Scritto un anno prima della strage, esso sembra esserne
il piano iniziale. C'è tutto. La strategia della tensione è de-
scritta minuziosamente: la provocazione, il diffondersi in
ogni struttura del regime del caos, il finanziamento da
parte di uomini potenti, il suo sfruttamento psicologico
attraverso la propaganda e i media, e l'infiltrazione nella
sinistra per fare ricadere la responsabilità delle bombe e
del disordine su di essa. Su questo punto il rapporto è pri-
vo di ambiguità: «La prima azione che dobbiamo scatena-
re è la distruzione delle strutture dello Stato, tramite
l'azione dei comunisti e dei filocinesi, abbiamo d'altronde
elementi infiltrati in tutti questi gruppi».
La coincidenza è inquietante. Si ricordi che il 16 dicem-
bre 1969 il sid invia alle
autorità incaricate dell'inchiesta
una nota che individua le menti degli attentati in Guérin
Sérac, direttore di Aginter-Presse, e Robert Leroy, suo vice.
Secondo la stessa nota, a collocare le bombe di Roma
sono stati Mario Merlino e Stefano Delle Chiaie. Merlino,
infiltrato fra gli anarchici, viene arrestato nella capitale
qualche ora dopo le esplosioni. Quanto a Delle Chiaie, è il
capo fondatore di Avanguardia nazionale, la più violenta
delle organizzazioni neofasciste.
Entrambi hanno in effetti contatti con Aginter, e in par-
ticolare con Robert Leroy, dal quale si sono spesso recati ai
Tamaris, presso Tolone.
Il personaggio di Robert Leroy merita attenzione, non
solo perché è stato uno degli agenti operativi più efficaci
di Aginter-Presse, ma soprattutto per il ruolo che ha svol-
to nella tattica d'infiltrazione nel movimento filocinese in
Europa a opera dell'estrema destra e dei servizi segreti oc-
cidentali. Nato nel 1908 a Parigi, a quindici anni entra nel
Aginter
e le bombe di Milano 85
movimento politico realista dell'Action francaise e, nel
1936, aderisce all'organizzazione clandestina di estrema
destra Cagoule. All'ascesa del fronte popolare passa in
Spagna, dove combatte come ufficiale addetto alle infor-
mazioni nelle file dei requetés, le milizie carliste schierate a
fianco delle forze franchiste, e poi in quelle della Falange.
Ma lasciamolo parlare:
«Al ritorno in Francia vengo mobilitato. Il Belgio,
Dunkerque. Mi ritrovo a Vichy, alle informazioni. Risalito
nel 1941 a Parigi, mi lancio questa volta a fondo nel gior-
nalismo: "La France au travail", "Paris-Soir", "Le
Pilori".
Per mettere le mie azioni in conformità con i miei articoli,
nel 1943 mi arruolo nella Waffen-ss.»
Combatte sul fronte orientale, poi diviene istruttore
alla
scuola di sabotaggio di Skorzeny (sezione VI). Arrestato
al momento della Liberazione, nel novembre 1947 è con-
dannato a vent'anni di lavori forzati. Viene liberato il 24
giugno 1954.
«Non ho più casa: madre assassinata, padre morto in
internamento, moglie divorziata, appartamento saccheg-
giato, beni confiscati, indegnità nazionale a vita. Assegna-
to a domicilio coatto, incontro per caso un compagno
d'infanzia ... mi prende in carico... dopo la sua partenza ...
faccio il rappresentante di messali e breviari, poi divento
direttore amministrativo di una fabbrica di cartoline ... È
durante una vacanza romana, nell'agosto 1962, che m'im-
batto nel mio vecchio Sturmbannfùhrer Alain Guignot de
Sallebert, il quale, rifugiato dal 1945 in Italia, dirige una
piccola agenzia di stampa. Lui mi mette in rapporto con il
generale-prefetto Pieche, che mi compra degli articoli per
il suo organo delle classi medie "Vivere".»2
È in Svizzera che Leroy entra nel movimento filocinese:
«Ero a Ginevra al momento della rottura tra Mosca e Pe-
chino, e seguivo la polemica tra l'ambasciata cinese di
Berna e il partito comunista francese ... Allora ho chiesto
udienza al consigliere culturale dell'ambasciata, m'ha ri-
cevuto ... e non gli ho nascosto il mio passato ... Abbiamo
86 Piazza Fontana
parlato a lungo e sono rimasto sedotto. M'ha indirizzato
a
un altro diplomatico, Wang, che m'ha aiutato a fare la mia
autocritica. Dopo di che ho aderito al partito comunista fi-
locinese svizzero e, in Francia, alle Amities franco-cine-
si...».3
La vocazione filocinese di Robert Leroy, che si è guada-
gnato la fiducia dell'ambasciata di Berna, ha una spiega-
zione che egli si guarda bene dal rivelare: l'ex ss lavora
nello stesso tempo per i servizi d'informazione della nato
e per i servizi segreti tedeschi del generale Gehlen.4
Queste due informazioni capitali sono contenute in di-
verse note confidenziali ritrovate negli archivi di Aginter-
Presse, dove, sulla scheda di Robert Leroy, si legge:
«Ufficiale della riserva (blindati cavalleria)
specialista
in spionaggio.
«Dal 1958 al 1966, informazioni a profitto della nato.
Specialista nella ricerca dell'informazione anticomunista
con una copertura da giornalista impegnato.
«Lavora con Ordre et Tradition da più di un anno.»
In un rapporto redatto dallo stesso Leroy in un codice
fatto di abbreviazioni, l'ex ss scrive di avere lavorato per il
bnd (Bundesnachrichtendienst, le
reti Gehlen) dal 1962 al
1968, e di essere stato costretto a lasciare il servizio a cau-
sa dell'evoluzione del bnd nel
1967, in particolare in se-
guito all'epurazione degli ex nazisti avvenuta dopo il
pensionamento del generale Gehlen.
Su tali documenti, e in particolare sui suoi rapporti con
le reti Gehlen, Leroy rifiuterà di dare spiegazioni.5
Questi due documenti hanno infatti un'importanza ca-
pitale: indicando che il francese ha compiuto la sua opera
d'infiltrazione nei movimenti filocinesi europei per conto
della nato e dei servizi segreti
tedeschi, forniscono la
chiave delle bombe di Milano. Di Leroy tornano a interes-
sarsi nel 1995, su richiesta di Salvini, gli investigatori del
ROS, che scoprono negli archivi del sismi
un dossier a suo
nome. Due rapporti attirano la loro attenzione: il primo
parla di frequenti viaggi in Italia di Leroy in compagnia di
Theresa Lugrin, definita agente al soldo dei «servizi se-
greti francesi e tedeschi». Per il ros è
«la conferma che
[Leroy] è tutt'altro che un "terrorista"». Il secondo docu-
mento è una nota, proveniente dai servizi segreti america-
ni, che lo accredita come membro di un'organizzazione fi-
locinese, Europe nation. «Il documento ha un valore
dirompente» spiega un investigatore. «Gli ignoti registi
della controinformazione americana cercano di attribuire,
quando la nota velina del s.i.d. già
indica il Leroy come
coinvolto nella strage di Piazza Fontana, una patente
maoista alla struttura nella quale militerebbe ed un suo
effettivo coinvolgimento in attività dinamitarde, ma mira-
to ad incrinare i buoni rapporti esistenti tra gli Stati Uniti
e l'Europa.»6
Alla stessa epoca, spiega il giudice milanese Salvini,
«dal fascicolo relativo alla fonte Meto (un esponente di
estrema sinistra di un certo livello operante a Milano negli
anni '60/'70) è stato possibile accertare che già negli anni
1966/1968 e cioè prima della strage di Piazza Fontana,
Robert Leroy, braccio destro di Guérin Sérac nell'Aginter
press [sic], si era infiltrato a Torino e dintorni in gruppi fi-
locinesi facendo opera di provocazione e preparando il
terreno per far ricadere su tali gruppi la responsabilità di
attentati e di altre azioni violente».7
Infiltrarsi nei movimenti filocinesi e utilizzarli come
co-
pertura è infatti una delle grandi specialità di Aginter. La
principale di tali coperture è un'organizzazione filocinese
elvetica: il Partito comunista svizzero marxista-leninista
(Parti communiste Suisse M. L.), divenuto più tardi Parti-
to popolare svizzero (Parti Populaire Suisse), e il suo gior-
nale «L'Etincelle».
Gli ufficiali portoghesi incaricati nel 1975
dell'inchiesta
su Aginter-Presse lanciano accuse estremamente dure
contro questo partito e il sud segretario
generale Gerard
Bulliard, cui imputano una collusione con l'agenzia di Li-
sbona. «Il partito comunista svizzero [marxista-leninista],
poi il partito popolare svizzero» affermano «sono serviti
88 Piazza Fontana
per parecchi anni da copertura ad Aginter nelle sue ope-
razioni per conto della fide, non
solo in Africa per attività
di infiltrazione nei movimenti di liberazione [si veda il
capitolo III di questo libro], ma anche in Europa per pe-
netrare negli ambienti dell'opposizione al regime di Sala-
zar. Questa copertura è stata utilizzata dallo stesso Gué-
rin Sérac, da Jean-Marie Laurent e soprattutto da un altro
francese, Robert Leroy, designato con il nome in codice di
"T bis". Quest'ultimo, fra l'altro, sembra all'origine
dell'utilizzazione del Partito popolare svizzero come co-
pertura.»8
La stessa copertura servirà all'agenzia anche per infil-
trare le organizzazioni d'estrema sinistra europee e spe-
cialmente italiane.
A queste accuse Gerard Bulliard risponde nel 1976:
«Noi non abbiamo mai avuto rapporti con Aginter-Presse,
ma un nostro militante, Robert Leroy, era anche membro
di questa agenzia, a nostra insaputa è chiaro, e ne siamo
venuti a conoscenza solo molto più tardi; è lui che s'è ser-
vito del nostro partito. Noi non avevamo nessuna ragione
di diffidarne; faceva parte delle Amities franco-cinesi e s'è
presentato da noi con una raccomandazione dell'amba-
sciata cinese, che dichiarava che aveva fatto un'autocritica
sul suo passato.
«Era un giornalista e ci ha detto di essere in rapporto
con i movimenti di liberazione in Africa ... Ci ha proposto
dei reportage per "L'Etincelle". Erano politicamente cor-
retti e li abbiamo pubblicati sul nostro giornale.
«Non ho mai incontrato, invece, né Guérin Sérac né
Jean-Marie Laurent ... Di quest'ultimo ho visto il fratello
Daniel, perché è venuto a trovarmi per chiedermi di inter-
venire quando Jean-Marie Laurent è stato imprigionato in
Congo... Se al momento dell'arresto questi aveva una tes-
sera del partito popolare svizzero e una di giornalista
deir"Etincelle", dovevano essere false, oppure gli erano
state fornite da Robert Leroy, di cui so che possedeva false
tessere da giornalista e falsi documenti.»9
Bulliard allude qui alle accuse lanciate contro di lui da
Manuel Rio, ex dirigente del Fronte portoghese di libera-
zione (fpl), che sul giornale
«Portugal libre» del 28 mag-
gio 1974 lo aveva tacciato d'essere un agente della cia:
«Bulliard, corrispondente della falsa agenzia Aginter-
Presse in Svizzera ... Bulliard, di nazionalità elvetica, in-
temazionalmente noto per essere un agente della cia al
servizio della pide sotto la
copertura di corrispondente
dell'agenzia Aginter-Presse. Questo bandito s'è presenta-
to alla nostra sede a Parigi e ci ha offerto i suoi servizi per
tutto ciò che ci fosse necessario! Sapendo che volevamo
procurarci armi per la rivoluzione in marcia, ci ha offerto
di vendercene, ma a un prezzo eccessivo, perché sapeva
in anticipo che non avremmo accettato.»
All'epoca, insomma, Gerard Bulliard sostiene la tesi
dell'infiltrazione nel suo partito di agenti di Aginter, e ne
addossa la responsabilità alle ambasciate cinesi di Parigi e
Berna, colpevoli, secondo lui, di avere introdotto il nazista
Robert Leroy e altri membri di Aginter negli ambienti fi-
locinesi europei.
Che, accecati dall'antisovietismo, i diplomatici cinesi
di
stanza in Europa, specie quelli dell'ambasciata di Berna,
abbiano troppo spesso mancato di discernimento nella
scelta dei loro amici politici, è cosa nota. S'inizia oggi a ve-
nire a conoscenza delle conseguenze di tale leggerezza, di
cui le operazioni d'infiltrazione di Aginter-Presse non so-
no, purtroppo, l'unico esempio.
La sventatezza dei diplomatici cinesi non esclude tutta-
via le responsabilità del Partito popolare svizzero e del
suo segretario generale Bulliard. Il pps
ha indubbiamente
coperto una parte delle attività dell'agenzia fascista di Li-
sbona.
All'epoca l'orientamento ideologico reale di questo par-
tito non preoccupa soltanto gli inquirenti portoghesi. Ne-
gli ambienti d'estrema sinistra che sono entrati in contatto
con il pps e il suo segretario
generale, le accuse corrono.
Gerard Bulliard mostra infatti dei comportamenti poco
90 Piazza Fontana
ortodossi per un dirigente filocinese. Nel gennaio 1967,
per esempio, concede un'intervista al mensile neonazista
di Jean Thiriart, «La Nation», per spiegare le delusioni di
un dirigente comunista. Oggi Bulliard nega di avere ac-
cordato l'intervista, della cui pubblicazione, afferma, sa-
rebbe venuto a conoscenza solo tre anni più tardi.10 Se
all'epoca fa tanta fatica a difendersi, è perché, in effetti,
dal 1966 è in rapporto con il sid, del
quale, come testimo-
nia un documento del servizio datato 1966, è un informa-
tore retribuito (nome in codice Fonte Buil).
I primi contatti tra Delle Chiaie e l'ex ss Robert Leroy
ri-
salgono ai congressi di Nouvel ordre européen organizza-
ti nel 1966 e 1967 a Milano dalla branca italiana Ordine
Nuovo.
Non meno accertati sono i legami tra Merlino, Delle
Chiaie, Guérin Sérac e Jean-Marie Laurent. Quest'ultimo,
prima del suo arresto a Brazzaville, viene specificamente
incaricato dall'agenzia dei rapporti con l'Italia. Nel libro
La strage di Stato si precisa che nel 1967 «Stefano Delle
Chiaie e Mario Merlino si fanno vedere spesso in giro con
un certo Jean, un francese dell'OAS che essi presentano ai
camerati come istruttore militare ed esperto in esplosivi.
Assieme al francese, secondo quanto dirà un giorno Mer-
lino, depongono una notte un ordigno esplosivo presso
l'ambasciata del Vietnam del Sud, "per far ricadere la re-
sponsabilità sulla sinistra"».11
A metà degli anni Sessanta Aginter-Presse invia a Ro-
ma alcuni istruttori per addestrare i gruppi neofascisti
nelle tecniche della guerra «non ortodossa» e nell'impiego
degli esplosivi. «Tali circostanze non sono prive di impor-
tanza perché i corsi di addestramento per i militanti di
a.n. risultano essersi svolti
anche negli anni precedenti
agli attentati del 12 dicembre 1969 e con ogni probabilità
l'agenzia di Guérin Sérac, collegata in Italia a Stefano del-
le Chiaie e a Ordine Nuovo, in tale operazione ha svolto
un ruolo ispiratore e di supervisione.»12
Aginter
e le bombe di Milano 91
Vincenzo Vinciguerra, in uno dei suoi primi interroga-
tori dinanzi al giudice Salvini, ha dichiarato che la presen-
za di elementi dell'OAS in quaalità di istruttori, sia dal pun-
to di vista teorico sia dal punto di vista pratico, gli era ben
nota, e che ne avevano usuffruito sia Ordine Nuovo sia
Avanguardia nazionale.
Per i neofascisti italiani l'OAS è un modello. Vinciguerra
rivela che la struttura di Ordine Nuovo aveva cercato, al-
meno tendenzialmente, di mutuare la struttura in cellule
di cinque persone adottata dall'Armée Secrete durante la
guerra d'Algeria.
I terroristi di Ordine Nuovo mitizzano l'onnipotenza
dell'OAS o della sua discendente, un'organizzazione bat-
tezzata «Catena» e diretta, secondo Vinciguerra, da un ex
dell'Algeria francese, Jean-Jacques Susini. Lo stesso Vinci-
guerra ricorda che quando Sandro Saccucci, ricercato per i
fatti di Sezze Romano13 e munito di un documento falso
mal contraffatto, venne arrestato a Bayonne, in Francia,
nell'estate del 1976, fu rilasciato dalla polizia a seguito
dell'intervento, fra gli altri, di Jean-Jacques Susini, senza
che la notizia del suo arresto fosse nemmeno comunicata
alla magistratura francese.
Marco Affatigato, militante di estrema destra legato alla
cia e ai servizi segreti francesi
(si vedano gli Allegati), ha
poi specificamente parlato di contatti, riferitigli dal diri-
gente di Ordine Nuovo Clemente Graziani, intercorsi fra
Nico Azzi, terrorista d'estrema destra responsabile l'8
aprile 1973 di un fallito attentato al treno Genova-Roma,
ed elementi dell'OAS, contatti miranti sia a costituire un
possibile punto d'appoggio in Francia per fuoriusciti ita-
liani sia a disporre di un supporto tecnico per l'esecuzio-
ne di attentati in Italia.14 «L'apporto di elementi dell'O.A.S.
in qualità di tecnici e di istruttori» sottolinea Salvini «do-
veva effettivamente essere assi diffuso e di antica data, in
quanto, sul versante di Avanguardia Nazionale, Paolo Pe-
coriello [altro esponente di esrema destra] ha parlato di
un corso sull'uso degli esplosivi, e in particolare del pla-
92
Piazza
Fontana
stico,
tenutosi a Roma nel 1966 in una sede di a.n.
in Via
Michele Amari, corso tenuto da un certo Jean, ex ufficiale
dell'O.A.s., e a cui lo stesso Pecoriello aveva partecipato in-
sieme ad altri militanti.»15
«Anche
Angelo Izzo, risoltosi dopo la sua dissennata
fuga dell'agosto 1993 a raccontare per intero la sua espe-
rienza politico-eversiva precedente al suo arresto per i fat-
ti del Circeo,16 ha parlato di un analogo corso tenutosi
nell'autunno del 1973 in un appartamento di Roma sotto
la supervisione di Enzo Maria Dantini.17 Anche tale corso
sull'uso degli esplosivi e sull'utilizzo delle sveglie Ruhla
come timer era tenuto da un istruttore francese ed erano
presenti, oltre a Izzo, numerosi elementi di Avanguardia
Nazionale e di Lotta di Popolo, gruppo capeggiato dal
Dantini.»18
Si
rileva una certa costanza nei materiali. Ricordiamo
che Carlo Digilio aveva notato sulla scrivania di Ventura
degli orologi di marca Ruhla poco prima che venissero
impiegati come timer negli attentati ai treni dell'agosto
1969.
Secondo
Angelo Izzo, «Jean» non era soltanto un istrut-
tore. «Circolava nell'ambiente che egli avesse preso parte
con altri con funzioni di provocazione alla rivolta di Reg-
gio Calabria. In particolare avrebbe preso parte con altri
dell'ambiente di destra di quella città ad un'azione di cec-
chinaggio che era consistita nello sparare con dei fucili e
comunque con armi da fuoco dall'alto in direzione dei po-
liziotti e qualcuno dei poliziotti sarebbe morto a causa
delle ferite riportate.»19
Sempre
secondo Izzo, «Jean» sarebbe coinvolto in uno
degli episodi più oscuri della strage di piazza Fontana:
«Dantini mi fece accenno che questo francese era una per-
sona di notevoli capacità operative, in quanto aveva eli-
minato un testimone della strage di Piazza Fontana facen-
do passare il fatto per suicidio. Il testimone era stato
gettato da una finestra o qualcosa di simile».20
Il
testimone in questione era un avvocato di sessantotto
Aginter
e le bombe di Milano 93
anni,
Vittorio Ambrosini, gettato nell'ottobre 1971 da una
finestra del settimo piano della clinica in cui era ricovera-
to dopo avere dichiarato di conoscere gli autori dell'atten-
tato di piazza Fontana.
Aginter-Presse
aveva già da diversi anni rapporti con
vari esponenti dell'estrema destra italiana.
Soprattutto,
s'era assicurata la collaborazione di altre
pseudoagenzie di stampa, come le due agenzie italiane
strettamente dipendenti dai servizi segreti della penisola:
la fiel e Oltremare.
fiel Notizie Latine, diretta a Roma da un certo Arman-
do Mortilla, era teoricamente specializzata in America la-
tina. Oltremare, diretta da Giorgio Torchia, sembrava in-
teressarsi ai problemi del Terzo mondo. Nel febbraio
1967 quest'ultima e Aginter firmano a Lisbona un accor-
do di collaborazione. L'accordo stabilisce la reciprocità
dei corrispondenti e lo scambio di informazioni e docu-
mentazione su certi paesi africani; in caso di trasferte di
giornalisti dell'una e dell'altra lo scambio di piccoli ser-
vizi sul piano dell'informazione locale e di aiuti nell'in-
trodursi in questo o quell'ambiente; una mutua assisten-
za a livello di relazioni internazionali nel quadro della
lotta contro il comunismo; la partecipazione alla realizza-
zione di un centro di collegamento e coordinamento su
scala internazionale; un coordinamento in materia di
azione psicologica e propaganda su piani operativi da
definire.
La
corrispondenza intercorsa tra Aginter e le due agen-
zie italiane, in particolare con la fiel,
non lascia ambiguità
sul fine della collaborazione. Non si tratta certo di giorna-
lismo, ma piuttosto delle operazioni dell'OACI. Infatti
Ar-
mando Mortilla garantisce a Guérin Sérac «la disponibi-
lità di elementi "qualificati" da utilizzare in circostanze
opportune».
Le
virgolette che racchiudono il termine non lasciano
dubbi sul tipo di qualificazione di cui si parla. Mortilla
94 Piazza Fontana
usa
d'altronde molte virgolette nella sua corrispondenza.
Il 18 luglio 1967 scrive per esempio a Guérin Sérac, a pro-
posito degli elementi qualificati citati sopra: «II periodo
delle vacanze non ci ha ancora permesso di inviare il ma-
teriale "giornalistico" che vi interessa. Questo perché in
questo periodo organizziamo dei campi "ricreativi" ed
"educativi" che assorbono tutta la nostra attività».21
I campi
ricreativi ed educativi in questione sono in
realtà campi d'addestramento per i giovani del movimen-
to Ordine Nuovo cui Armando Mortilla appartiene.
Degli
stretti legami tra Aginter-Presse e l'estrema de-
stra italiana parla anche nel 1968 il rapporto del Viminale
su Ordre et Tradition, secondo il quale membri di Agin-
ter-Presse e dirigenti neofascisti italiani tennero nel perio-
do 1966-68 numerose riunioni. La più importante si svolse
a Roma tra il 30 gennaio e il 1° febbraio 1968: Guérin Sérac
vi rappresentava Ordre et Tradition, Pino Rauti e Paolo
Andriani Ordine Nuovo. Essa avrebbe permesso ai due
partiti, sempre secondo il rapporto, di mettersi d'accordo
su «attività anticomuniste comuni in materia di propa-
ganda».
Sulla
natura di tali azioni offensive, il rapporto del mi-
nistero dell'Interno non offre purtroppo maggiori raggua-
gli, il che, data la personalità di Guérin Sérac e Pino Rauti,
lascia spazio a più ipotesi.
Secondo
il giornalista inglese Leslie Finer e alcuni suoi
colleghi italiani, l'agente italiano dei colonnelli greci che,
nel rapporto segreto ellenico pubblicato dal settimanale
britannico «The Observer» pochi mesi prima degli atten-
tati del 12 dicembre 1969, è indicato come «signor P.», sa-
rebbe Pino Rauti.22
I legami
di Rauti con i «colonnelli» non sono del resto
un segreto.
Nell'aprile
1967 il fondatore di Ordine Nuovo è infatti
uno dei primi visitatori accolti dal nuovo regime. Inviato
speciale del quotidiano romano «II Tempo», è ricevuto
con grande ufficialità dal generale Patakos, capo del go-
Aginter
e le bombe di Milano 95
verno, e
incontra, più discretamente, in un ufficio di via
Panepistemiu, il colonnello Agamemnon, nuovo capo del
kyp, i servizi segreti ellenici.
Ma un
secondo viaggio ad Atene, organizzato nell'apri-
le 1968, avrà un'altra incidenza-
Questa volta parte una sessantina di studenti greci in
Italia appartenenti all'ESESi (Ethnykos Syndesmos Ellinon
Spudaston Italias)23 e cinquantuno studenti italiani rap-
presentanti il fior fiore delle organizzazioni neofasciste
della penisola (Ordine Nuovo, Avanguardia nazionale,
Europa civiltà, ecc).
L'invito
proviene dal governo ellenico e i turisti sono
accompagnati da un consigliere culturale dell'ambasciata
greca a Roma, Michele Pulantzas.
Ad Atene
i neofascisti italiani vengono ufficialmente ri-
cevuti dalle autorità greche e prendono contatto con i neo-
nazisti greci guidati da Kostas Plevris, amico di Rauti e
agente del kyp incaricato degli
affari italiani, ritenuto
l'estensore del rapporto greco sulla situazione in Italia.
Partecipano
al viaggio Stefano Delle Chiaie e Mario
Merlino; ed è un viaggio ben strano, se si pensa che più
della metà degli italiani invitati dal governo dei colonnelli
tornano da Atene repentinamente convertiti all'anarchia,
all'estremismo di sinistra o al comunismo, di preferenza
cinese.
Al ritorno
a Roma Merlino, militante molto attivo di
Avanguardia nazionale, subisce infatti una metamorfosi
brusca e totale: in meno di quindici giorni fonda un grup-
po politico, il Circolo XXII Marzo, proclamandosi vicino
all'estrema sinistra studentesca francese che, il 22 marzo
1968, s'è impadronita dell'università di Nanterre. Qualche
giorno più tardi inaugura la sua nuova militanza sfilando
dietro una bandiera nera seguito da alcuni suoi compagni
di viaggio, Delle Chiaie in testa, anch'essi convertiti
all'estremismo di sinistra... Tutti questi sorprendenti e re-
pentini transfughi si smaschereranno più o meno rapida-
mente spingendo i movimenti che li hanno accolti in pro-
96 Piazza Fontana
vocazioni
e attentati. Resta la domanda: chi è all'origine
di questi metodi?
A tale
vasta operazione d'infiltrazione s'accompagna la
creazione di gruppi fascisti camuffati sotto etichette pro-
tomarxiste.
La loro
ideologia consiste in un amalgama tra estremi-
smo di sinistra e fascismo, presentati come «correnti rivo-
luzionarie apparentemente opposte».24
È una
tattica già praticata da diversi anni dalla Nation
européenne di Jean Thiriart, che esalta fianco a fianco Cu-
ba, la Cina, il nazionalismo arabo e il vecchio nazionali-
smo fascista europeo... In Italia la principale operazione
di questo tipo è Lotta di popolo, diretta dal neofascista ro-
mano Serafino Di Luia, altro compagno di viaggio di Mer-
lino.25
Questo
movimento, che si autodefinisce nazimaoista,
avvierà una vastissima opera di provocazione all'interno
del movimento studentesco; come spiega La strage di Stato:
«I
cosiddetti nazi-maoisti si presentano nelle assemblee
del movimento studentesco gridando slogan tipo "Hitler
e Mao uniti nella lotta" e "Viva la dittatura fascista del
proletariato", e provocando spesso gratuiti scontri con la
polizia. Inoltre Lotta di Popolo rilascia numerosi comuni-
cati stampa che, mascherati da una fraseologia pseudori-
voluzionaria, danno un taglio nettamente qualunquistico
e provocatorio alla critica svolta dal movimento studente-
sco contro i sindacati e i partiti revisionisti e condannano
l'aggressione israeliana in Medio Oriente in termini razzi-
sti e antiebraici. Questi comunicati vengono ampiamente
ripresi dai giornali del centro e della destra che, gridando
allo scandalo, li spacciano agli occhi dei lettori come rap-
presentativi della ideologia e della politica del movimen-
to studentesco.»26
Dopo la
bandiera nera, la bandiera rossa. Vantando
contatti con la redazione della rivista marxista-leninista
svizzera «L'Etincelle» (ancora lei!), contatti che ha svilup-
pato attraverso Robert Leroy, Mario Merlino tenterà d'in-
Aginter
e le bombe di Milano 97
filtrarsi
in organizzazioni filocinesi. Ma il suo nome, or-
mai troppo noto, e i rapporti che continua a tenere con i
suoi amici d'estrema destra finiranno per chiudergli la
porta di queste organizzazioni. Merlino decide allora di
mettersi in rapporto con gli anarchici, meno settari, più
ingenui e spesso poco attenti al passato dei loro militanti.
Parallelamente, fa credere di avere rotto con tutte le sue
amicizie d'estrema destra e aderisce a Roma al circolo
Bakunin, dove il suo ingresso provoca una crisi interna e
una scissione. Portando con sé una parte dei militanti,
Merlino forma un gruppo anarchico cui dà di nuovo il no-
me di Circolo 22 Marzo (in numeri arabi, questa volta). Lo
seguono Pietro Valpreda, Roberto Gargamelli, Emilio Bor-
ghese e Roberto Mander, veri anarchici che saranno ben
presto accusati delle bombe di Milano.
Non sono
i soli ad aderire al nuovo circolo. L'inchiesta
sugli attentati del 12 dicembre rivelerà che vi entrano an-
che alcuni fascisti, amici di Merlino, e un poliziotto, An-
drea Ippolito.
Questo
cocktail farà del 22 Marzo, privo di ogni prote-
zione parlamentare, anche indiretta, isolato in seno al mo-
vimento extraparlamentare di sinistra e senza alcun lega-
me con le masse, il gruppo più adatto a fungere da capro
espiatorio e da copertura di una provocazione di grande
portata. Qualche mese dopo gli attentati la polizia rivelerà
che Ippolito informava con regolarità i suoi superiori sul-
le attività del 22 Marzo. Come per caso, la fonte Ippolito
s'inaridisce alla vigilia delle bombe, il che non impedirà
tuttavia a poliziotti e magistrati di utilizzare ampiamente
la sua testimonianza, come del resto quella di Merlino,
per mettere sotto accusa Valpreda e gli altri anarchici.
Il ruolo
di Mario Merlino negli attentati del 12 dicem-
bre è chiaramente descritto nella nota del sid
redatta sol-
tanto quattro giorni dopo i fatti ma trasmessa ai giudici
tre anni più tardi. «Il nostro fiduciario» si legge nell'ap-
punto «in occasione di un incontro avuto la sera del
16/12/1969 ha, in particolare, riferito che:
98 Piazza Fontana
«- L'esecutore materiale degli attentati dinamitardi di
Roma dovrebbe essere il noto Merlino, attualmente fer-
mato dalla questura di Roma. Costui probabilmente rie-
sce a difendersi dalle accuse mossegli in questura in
quanto quei funzionari non sono a conoscenza di alcuni
particolari determinanti quali, in particolare, il luogo ove
egli trovavasi all'ora degli scoppi (in Questura ha detto
che si trovava con Stefano delle Chiaie; il nostro fiducia-
rio, invece sa che il delle Chiaie si trovava in altro luogo e
non in compagnia del Merlino);
«- Il Merlino conoscerebbe bene il sottopassaggio della
Banca Nazionale del Lavoro di via San Basilio ed il padre
sarebbe amico del direttore della Banca dell'Agricoltura
di Milano.»
Mario Merlino è un personaggio chiave per compren-
dere il complotto del 12 dicembre. «Uno dei pochi punti
rimasti fermi nella vicenda processuale di Piazza Fontana,
indipendentemente dall'affermazione o meno delle re-
sponsabilità, è il ruolo ricoperto da Mario Merlino a Roma
a partire dall'inizio dell'autunno del 1969» scrive Salvini.
«Un ruolo di infiltrazione attuato mostrando un apparen-
te distacco dall'ambiente di a.n. che
aveva sempre fre-
quentato, inserendosi nel movimento anarchico e staccan-
do, dai gruppi anarchici "ufficiali", con la formazione del
Circolo 22 Marzo di Via del Governo Vecchio, Pietro Val-
preda e pochi altri sprovveduti, vittime predestinate
dell'operazione del 12 dicembre 1969.»27
Mario Merlino viene arrestato a Roma già la sera del
12 dicembre. Sulle sue eventuali responsabilità gli sono
poste ben poche domande. «Gli stessi giudici osserveran-
no più tardi che la convocazione di Merlino da parte del-
la Polizia aveva in realtà più la sostanza dell'attivazione
di un informatore che del fermo di un indiziato. Infatti
sin dai primi interrogatori, il finto anarchico, più che
preoccuparsi appunto della sua difesa, è prodigo nel lan-
ciare generiche quanto suggestive accuse nei confronti di
Valpreda e degli altri componenti del Circolo 22 Marzo,
Aginter e le bombe di
Milano 99
indirizzando così gli inquirenti romani verso la pista
anarchica.»28
Sono le indicazioni di Merlino, insieme al «riconosci-
mento» del tassista Rolandi,» a provocare l'arresto di Pie-
tro Valpreda e dei suoi compagni del 22 Marzo. Il com-
plotto è terribilmente sofisticato.
«Non si dimentichi, inoltre,)» scrive Salvini «che
l'inter-
vento di Mario Merlino nel lanciare provvide ed imme-
diate accuse nei confronti dei suoi compagni, o meglio di
coloro che egli aveva attratto nel Circolo 22 Marzo, era so-
lo una parte del piano per deviare e incanalare le indagini
che era stato architettato: Edgardo Bonazzi e Giampaolo
Stimamiglio hanno accennato infatti ad un militante di
destra, sosia di Pietro Valpreda, che doveva entrare in
azione a Milano per chiudere il cerchio intorno alla vitti-
ma predestinata, funzionando da controfigura certamente
idonea ad essere riconosciuta nella persona di Pietro Val-
preda dall'ignaro tassista.»30
Qualcosa sembra non avere funzionato. A Mario Merli-
no viene chiesto un alibi per il pomeriggio del 12 dicem-
bre 1969, soprattutto per le ore prossime ai due attentati
all'Altare della Patria a Roma. In un primo momento in-
venta la visita a casa di un amico professore, poi afferma
di essersi recato in via Tuscolana 552, dal responsabile di
Avanguardia nazionale Stefano Delle Chiaie. Inizialmente
quest'ultimo, «forse spaventato dal gravissimo esito
dell'attentato di Milano», non conferma l'alibi di Merlino
sostenendo di non vederlo da molti mesi. Ma il 26 feb-
braio 1970, a oltre due mesi di distanza dai fatti, si ade-
guerà alla versione del suo camerata.31
Scrive il giudice Salvini: «Qualcosa sembra non essere
andato per il verso giusto: gli accordi fra gli ideatori
dell'infiltrazione e dei depistiggi processuali, e cioè gli
avanguardisti, e l'ambiente vicino agli investigatori sem-
brano non essere stati rispettati e Mario Merlino, invece di
essere rilasciato e di rimanere una sorta di teste di accusa,
100
Piazza
Fontana
si
ritrova in carcere e per lungo tempo insieme a Pietro
Valpreda e agli altri anarchici».32
Merlino
non accetta di buon grado la propria situazio-
ne. Un suo compagno di prigione racconta: «Durante la
mia permanenza (a Regina Coeli) Merlino mi confidò che
lui stava ancora in carcere perché "certa gente non era sta-
ta ai patti". In sostanza Merlino lamentava il fatto che non
i suoi camerati, ma i rappresentanti delle Istituzioni non
avevano mantenuto le promesse nei suoi confronti nono-
stante che egli avesse fatto ciò che doveva fare».33 Il finto
anarchico minaccia i suoi mandanti: «Qui bisogna che mi
coprite a tutti i costi, se no io parlo».
Ma la
minaccia non ha seguito: il 25 dicembre 1972
Merlino e gli altri imputati sono scarcerati.
Anche
altri due protagonisti delle bombe di Milano,
Franco Freda e Giovanni Ventura, tentano d'infiltrarsi nel-
le organizzazioni d'estrema sinistra.
Nell'estate
del 1968, quando il suo amico Rauti torna da
Atene, Freda apre una libreria a Padova. Ma i suoi prece-
denti lo rendono troppo sospetto presso coloro che cerca
di avvicinare, e non insisterà a lungo nella propria timida
conversione.
Il suo
amico Ventura, invece, ha maggiore successo.
Frequenta assiduamente circoli e gruppi d'estrema sini-
stra, coltiva rapporti con personalità progressiste e, a poco
a poco, riesce a farsi una reputazione di fascista pentito e
un'immagine di uomo di sinistra.
Nella
primavera del 1968, conquistato di colpo alla sini-
stra extraparlamentare, apre alcune librerie e si lancia in
una vasta impresa tipografica ed editoriale.
A
Padova, con due militanti filocinesi, i professori Qua-
ranta e Franzin, fonda le edizioni s.l.b.
Galileo; a Roma,
con un membro del Partito socialista (che si rivelerà in se-
guito un fascista infiltrato) apre Nuova società, più nota
sotto la sigla «ennesse», specializzata nella pubblicazione
di opere anarchiche. Infine, in società con un altro mem-
Aginter
e le bombe di Milano 101
bro del psi, autentico questa volta,
proprietario a Roma
delle edizioni Lerici, mette in piedi una tipografia, la Lito
Press. Per quest'ultima impresa, la più importante, s'assi-
cura il finanziamento di un ricco conte della zona di Trie-
ste, Giorgio Guarnieri, agente dell'Intelligence Service du-
rante la Seconda guerra mondiale.
La Lito
Press si specializzerà nella stampa delle pubbli-
cazioni dell'estrema sinistra, divenendo così un eccellente
strumento d'infiltrazione.34
Va
osservato che le conversioni alla sinistra di Freda e
Ventura sono, guarda casso, contemporanee a quelle di
Merlino e di alcuni dei suoi compagni nel famoso viaggio
in Grecia organizzato da Pino Rauti nell'aprile 1968.
Ora, il
piano d'infiltrazione nell'estrema sinistra è defi-
nito anche nel documento inviato nel novembre 1968 a
Guérin Sérac da un corrispondente italiano di Aginter-
Presse. E, ricordiamolo, Pino Rauti, qualche settimana pri-
ma del viaggio ad Atene, è stato impegnato in tre giorni
di riunioni con il direttore dell'agenzia di Lisbona, esperto
in materia d'infiltrazione. Bisogna dedurne che all'origine
dell'utilizzo dell'estrema sinistra italiana come copertura
della strategia della tensione fu Guérin Sérac?
Tale
piano, in ogni caso, sembra articolarsi da un lato a
scapito degli anarchici dinamitardi, che costituiscono il
bersaglio ideale - fra di loro s'infiltrano infatti Merlino e
Delle Chiaie -, e dall'altro dei filocinesi, che permetteran-
no di accreditare la tesi del complotto internazionale.
Freda e
Ventura tentano d'infiltrarsi tra questi ultimi, in
particolare nel Partito comunista d'Italia marxista-lenini-
sta (pcd'im-l), e a uno dei suoi
leader, Alberto Sartori, ex
comandante partigiano delle brigate Garibaldi, Ventura
offre la direzione amministrativa della Lito.
Sartori
è un personaggio noto della Resistenza. Sotto il
nome di battaglia di Carlo Loris, era stato uno dei prota-
gonisti della guerra partigiana sulle montagne del Veneto,
ottenendo la medaglia d'argento al valor militare della
Resistenza per avere ucciso un generale delle Brigate nere
102
Piazza
Fontana
e avere
costretto alla resa un contingente di truppe tede-
sche. Nel 1956, nel quadro della campagna contro gli ex
partigiani comunisti, le stesse azioni gli valgono una con-
danna in contumacia a vent'anni di carcere e l'esilio in
America latina, dove attende l'amnistia per nove anni!
Tornato in Italia, fonda con un gruppo di dissidenti filoci-
nesi del pci il Partito comunista
d'Italia marxista-leninista.
E come «simpatizzante filocinese» che Ventura gli propo-
ne la direzione della propria tipografia, facendogli bale-
nare un possibile finanziamento per il partito e sottoli-
neando i vantaggi offerti da una tipografia in materia di
propaganda. A metterli in contatto, all'inizio del 1969, è
un grande proprietario terriero del Veneto, azionista della
Lito Press, il conte Piero Loredan de Valpago.
Di tutti
questi casi d'infiltrazione, il caso Loredan è sen-
za dubbio tra i più degni di nota. Il conte, fratello di un di-
rigente dell'MSI, Alvise Loredan, e lui stesso dirigente di
Ordine Nuovo, riesce a farsi passare per ex partigiano mi-
litando attivamente in associazioni come l'anpi.
La sua
azione impetuosa, il suo radicale antifascismo gli valgono
addirittura sulla stampa il titolo di «conte rosso». «Lore-
dan» racconta Alberto Sartori «aveva preso contatto con
me a nome di un comitato di ex partigiani, presentandosi
come ex commissario politico delle brigate Giustizia e Li-
bertà. Essendomi informato sul suo conto presso tanfi,
mi fu confermato che era davvero un ex partigiano e che
era molto stimato dal partito comunista...»35
Il pci sarà d'altronde il primo a
sorprendersi nello sco-
prire che il conte Loredan è legato al gruppo fascista di
Freda e Ventura; e metterà inizialmente tutto ciò in conto
alla sua ingenuità.
Ben
presto, infatti, si scoprirà che gli occasionali rap-
porti avuti da Piero Loredan con i partigiani erano tele-
guidati dall'OVRA, la polizia segreta di Mussolini. È il caso
di ricordare, a tale proposito, il piano d'infiltrazione nella
Resistenza (Partito comunista e Comitato di liberazione
nazionale) messo in atto dai servizi segreti di Mussolini
Aginter
e le bombe di Milano 103
nel
marzo 1945, piano nel quale la zona di Padova, che sa-
rebbe stata al centro delle trame nere, giocava un ruolo
strategico privilegiato.
Un
documento conservato negli archivi del Diparti-
mento di stato a Washington e divenuto consultabile po-
chi anni fa rivela che la polizia segreta della rsi aveva co-
stituito, per assicurare la sopravvivenza clandestina del
fascismo, una rete che copriva tutta l'Italia, comprese le
zone già liberate.
Questo
documento è datato 21 marzo 1945, cioè un me-
se prima della Liberazione. Si tratta di un rapporto invia-
to a Mussolini dal ministero dell'Interno della Repubblica
di Salò, e il suo oggetto è «la costituzione di centri di spio-
naggio e di operazioni». «A tale scopo» vi si legge «il ser-
vizio politico della Guardia nazionale repubblicana ha
creato nel suo seno un organismo speciale che funziona
già e la cui potenza sarà accresciuta. Per il momento que-
sto servizio è composto da un ufficiale superiore del servi-
zio politico, da 16 osservatori corrieri, da 18 informatori
agenti per il territorio della rsi e
da 43 informatori agenti
nell'Italia invasa. Ognuno di essi vive sotto una falsa
identità scelta in modo da non suscitare alcun sospetto.»
«Per
perfezionare l'organizzazione» sottolinea il rappor-
to «lavoriamo attualmente all'insediamento di un gruppo
incaricato della fabbricazione di carte e documenti falsi, e
alla creazione, a Padova, di un ufficio commerciale che assi-
curi la copertura dei nostri agenti.»36
Si
capisce tutta l'importanza di quest'ultimo paragrafo
sapendo che, venticinque anni più tardi, la città di Padova
e la regione veneta saranno al centro della strategia della
tensione, dei suoi complotti e dei suoi cruenti attentati.
Affrontando
il tema della «copertura» di tali reti, il rap-
porto consiglia agli agenti d'infiltrarsi nel Partito comuni-
sta e nel Comitato di liberazione nazionale. Quanti agenti
riuscirono così a infiltrarsi nei partiti di sinistra? A giudi-
care da tutte le difficoltà conosciute dal pci
dopo la guerra
104 Piazza Fontana
a causa
di provocatori insinuatisi nelle sue file, dovettero
essere numerosi.
Nel
settembre 1973 Loredan, sul punto d'essere arresta-
to per associazione terroristica e complicità negli attentati
del 1969, lascia l'Italia per i cieli più clementi dell'Argenti-
na, portando con sé una piccola fortuna messa insieme
vendendo precipitosamente tutti i suoi beni.
Alberto
Sartori, che, qualche giorno prima degli atten-
tati del 12 dicembre, ha accettato le proposte di Ventura e
Loredan, non tarda a rendersi conto dell'errore e, da vec-
chio stratega, lo sfrutta.
«Nel
febbraio 1970, quando le accuse di Lorenzon usci-
rono sulla stampa» racconta l'ex comandante partigiano
«acquisii la certezza che Ventura e Loredan non erano
estranei all'operazione di diversione che tentava di dare
alle provocazioni fasciste una copertura d'estrema sini-
stra. Questa operazione doveva essere totalmente sma-
scherata. Da testimone inconsapevole divenivo quindi
un militante in missione speciale dietro le linee del nemi-
co.»37
Sartori
contribuirà così in misura notevole, dopo il pro-
fessor Lorenzon, allo svelamento delle trame nere, in parti-
colare smontando i meccanismi d'infiltrazione dell'estre-
ma destra nei movimenti filocinesi e l'operazione studiata
contro il suo stesso partito, al quale, incontestabilmente, gli
istigatori della strategia della tensione volevano far giocare
un ruolo di capro espiatorio identico a quello degli anar-
chici del Circolo 22 Marzo.
«A
dimostrarlo» afferma Sartori «sono le inchieste pub-
blicate dallo "Specchio", settimanale d'estrema destra,
portavoce della cia e
dell'imperialismo americano nella
penisola. La prima, pubblicata sullo "Specchio" del 27
aprile 1969 sotto il titolo di Rapporto sui commandos rivolu-
zionari italiani. Abbiamo scoperto le centrali della sovversione,
denunciava il pcd'im-l come
il "gruppo numero uno del
terrorismo in Italia". Questo rapporto era stato scritto,
stampato e messo in circolazione alla vigilia degli attentati
Aginter
e le bombe di Milano 105
del 25
aprile 1969. Il che era già sospetto. Fatto più grave,
nel numero del 16 dicembre 1969 "Lo Specchio" si rendeva
recidivo pubblicando integralmente il medesimo articolo,
dimostrando così che questa seconda pubblicazione dello
pseudorapporto era stata scientemente decisa in previsio-
ne degli attentati del 12 dicembre precedente...»38
L'infiltrazione
negli ambienti filocinesi è un elemento
fondamentale della strategia della tensione.
«Indico
in questa operazione» dichiara Vincenzo Vinci-
guerra «il primo momento concreto dell'avvio della stra-
tegia della tensione, che deve quindi essere anticipata ai
primi anni '60 e non, come erroneamente si fa, fissata al
maggio del 1965, data di svolgimento del "Convegno Pol-
lio" [si veda il capitolo seguente].»39
Secondo
Vinciguerra il momento forte di tale strategia è
segnato dall'operazione «Manifesti cinesi», quando si de-
cide, per dare ai gruppuscoli maoisti maggiore importan-
za di quanta ne abbiano, di tappezzare i muri delle grandi
città di manifesti filocinesi. «Delle Chiaie mi raccontò che
ad affidargli l'incarico di affiggere i manifesti cinesi era
stato Mario Tedeschi, direttore de "Il Borghese", e che
nell'operazione era coinvolto anche un esponente del Mo-
vimento sociale italiano, tale Gaetano La Morte.»40
L'operazione
è gestita direttamente dal capo dell'Uffi-
cio Affari riservati del ministero dell'Interno, Umberto Fe-
derico D'Amato. «Il Delle Chiaie» afferma Vinciguerra
«confermò la responsabilità di Federico D'Amato dicen-
domi che a rivelargliela era stato il dirigente dell'Ufficio
Politico di Roma, tale D'Agostino, a seguito del fermo e
dell'immediato rilascio di alcuni giovani di Avanguardia
che erano stati fermati mentre affiggevano i manifesti. Il
D'Agostino ebbe un incontro con Stefano Delle Chiaie do-
po il rilascio di questi ragazzi nel corso del quale eviden-
ziò, sempre per quanto mi disse Delle Chiaie, il suo stupo-
re per il fatto che gli Avanguardisti ignorassero che dietro
l'operazione Manifesti cinesi c'era il Ministro degli Interni
nella persona di Federico D'Amato. Il Delle Chiaie con-
106 Piazza Fontana
eluse il
suo racconto affermando che, appresa la verità e
preso atto che era stato ingannato da Mario Tedeschi, si
era distaccato da questo tipo di operazioni.»41
Il ruolo
giocato da Umberto Federico D'Amato alla fine
degli anni Sessanta nell'attività di infiltrazione negli am-
bienti d'estrema sinistra resta misterioso. Tutto porta a
credere che non sia stato insignificante. Va rilevata un'in-
quietante coincidenza: all'epoca la cia lancia
una vasta
operazione di controllo degli ambienti liberali e di sinistra
americani (denominata MH-Chaos) che, in una delle sue
ramificazioni (Project-2), prevede l'infiltrazione negli am-
bienti maoisti negli Stati Uniti e all'estero. Responsabile di
tale operazione altri non è che James Jesus Angleton, capo
del controspionaggio della cia e
mentore americano di
D'Amato.
«James
Jesus Angleton ... fu "capo stazione" dell'oss a
Roma nel 1944 e poi della "stazione" della cia nel '45 e
'46» scrive D'Amato. «Questo mitico personaggio, im-
pressionante sosia di Gregory Peck, mangiava poco o
niente e si nutriva di cioccolatini e di whisky. Ciò malgra-
do, ha diretto per molti anni il controspionaggio america-
no nel mondo con un'intelligenza che era tanto acuta e
mostruosa da rivelarsi alla fine, e paradossalmente, quasi
un handicap per il suo compito.»42
Il
legame tra i due uomini si stabilisce nel 1944, dopo la
liberazione di Roma. Responsabile del controspionaggio
dell'oss per l'Italia (denominata sezione X-2), Angleton
cerca di recuperare alcuni esponenti fascisti per servirsene
nel quadro della lotta anticomunista. Tra i suoi obiettivi,
Guido Leto, il capo dell'OVRA. Per fargli cambiare bandie-
ra Angleton gli invia diversi emissari, tra cui un giovane
commissario di polizia, Umberto Federico D'Amato.
L'amicizia
tra la superspia della cia e il
suo ammiratore
italiano non verrà mai meno. Un'amicizia posta sotto il
segno della manipolazione degli ambienti fascisti e neofa-
scisti. I due hanno infatti in comune solidi legami, in no-
Aginter
e le bombe di Milano 107
me di un
virulento anticomunismo, con la destra più
estrema della penisola.
È noto
che il principe Borghese, capo della Decima Mas,
fu salvato nel 1945 grazie all'intervento di James Jesus
Angleton. E i due uomini, si dice, rimasero molto legati
dopo la guerra. Interrogato al riguardo nel 1976, Angleton
ha affermato di non avere mai rivisto il principe nero. Co-
me spiegare allora la sua presenza in Italia al momento
del complotto Borghese, il 7 dicembre 1970? Arrivato, co-
me scrive «L'Espresso», in visita privata qualche settima-
na prima che i commandos del principe nero si mettessero
in azione, Angleton rientra negli Stati Uniti subito dopo il
fallimento del colpo di stato. Neanche il ruolo in quest'ul-
timo di Umberto Federico D'Amato è stato mai chiarito,
ma al poliziotto è stato spesso rimproverato di avere in-
trattenuto rapporti con uno dei principali congiurati: Ste-
fano Delle Chiaie, perno della strategia della tensione.
Una
frequentazione infelice per D'Amato che è all'epo-
ca il numero due degli Affari riservati.
A meno
che...
A meno
che questa frequentazione non sia più stretta di
quanto appaia. Il poliziotto e il neofascista sono entrambi
molto vicini ai soldati perduti dell'OAS. Delle Chiaie è
l'uomo ligio a Guérin Sérac. Quanto a Umberto Federico
D'Amato, i suoi rapporti con l'Armée Secrete sono più an-
tichi, risalgono ai tempi dell'Algeria francese, quando, su
ordine del ministro dell'Interno Sceiba, l'allora viceque-
store censisce e protegge con discrezione la consistente
comunità di membri dell'OAS riparati in Italia. Una mis-
sione che D'Amato adempie con successo: i poliziotti e i
militari francesi incaricati dal generale De Gaulle di lotta-
re contro i'oas ricordano ancora
la «cattiva volontà» dei
loro colleghi italiani.43 Interrogato dagli uomini del ROS
poco prima della sua morte, avvenuta nel 1996, D'Amato
ammetterà «di essere stato lui personalmente a coordina-
re tutte le operazioni di rintraccio degli uomini dell'O.A.S.
in Italia, facendoli accompagnare alla frontiera e non arre-
108 Piazza Fontana
standoli,
per preciso ordine di Sceiba, che adottò questo
comportamento perché molto legato a Bidault...».44
Ci si
può chiedere se Umberto Federico D'Amato non sia
altrettanto implicato nella strategia della tensione del suo
superiore all'epoca, Elvio Catenacci, l'uomo che confonde
le piste e manovra Delfo Zorzi.
Nel
libro Sovranità limitata. Storia dell'eversione atlantica
in Italia, Antonio e Gianni Cipriani riportano una confi-
denza del generale Aloja, capo di stato maggiore della
Difesa alla fine degli anni Sessanta, a un alto ufficiale:
«L'attentato di piazza Fontana è stato in qualche modo
organizzato dall'Ufficio Affari riservati del ministero de-
gli Interni. Il sid si adoperò
per coprire tutto».45
Se le
cose stanno così, sarebbe allora il caso di ap-
profondire uno degli aspetti meno noti della carriera di
D'Amato: la sua sovraintendenza alla segreteria speciale
Patto atlantico e all'Ufficio di sicurezza Patto atlantico a
Bruxelles.
Ma
vediamo, prima, come «il sid si
adoperò per coprire
tutto».
Nel
dicembre 1971, nel corso di una perquisizione effet-
tuata in uno dei domicili di Giovanni Ventura, gli inqui-
renti scoprono in una cassaforte una serie di rapporti con-
fidenziali. Per giustificarsi, Ventura rivela ai magistrati
che lavora per un misterioso servizio di informazioni in-
ternazionale.
Al
contrario del suo vecchio amico Freda che ormai ri-
vendica fermamente il proprio neonazismo, Ventura insi-
ste infatti a presentarsi come uomo di sinistra. Afferma
quindi di essersi infiltrato nel gruppo fascista di Freda per
spiarne le attività per conto di quel misterioso servizio.
Sempre
secondo Ventura, i suoi agenti di collegamento
sono due giornalisti, un romeno e un italiano, di cui rifiu-
ta di rivelare i nomi. Ci vorranno parecchi mesi perché i
magistrati scoprano che si tratta di un fascista d'origine
Aginter
e le bombe di Milano 109
romena
residente a Parigi, Jean Parvulescu, e del giornali-
sta Guido Giannettini.46
Guido
Giannettini, quarantatré anni all'epoca, sottote-
nente della riserva e cronista specializzato in problemi
militari, bazzica dall'inizio degli anni Sessanta il gotha del
fascismo internazionale.
Dopo il
putsch di Algeri, nell'aprile 1961, diviene uno
dei principali agenti di collegamento dell'OAS in Italia, as-
sicurando i contatti con il rappresentante dell'Armée Se-
crète nella penisola, Philippe de Massey. Nel novembre
1961, su invito del generale Delvalle, comandante della
scuola centrale dei marines di Annapolis, negli Stati Uniti,
tiene un seminario di tre giorni «sulle tecniche e le possi-
bilità di colpo di stato in Europa», cui partecipano rappre-
sentanti del Pentagono e della cia.
Nel 1964
fonda, con alcuni francesi, i'amsar (Appareil
Mondial secret d'action révolutionnaire), sorta di servizio
segreto neofascista internazionale finanziato dai servizi
speciali spagnoli e dalle reti neonaziste sudafricane e su-
damericane. Inizia inoltre a collaborare alla «Rivista mili-
tare», il periodico dell'esercito. Infine, in qualità di esper-
to di problemi militari internazionali, rappresenta a più
riprese lo stato maggiore italiano alle riunioni della nato.
Nel 1965
entra nell'MSI. Nell'ottobre 1966 viene ufficial-
mente arruolato dai servizi segreti italiani, diretti all'epo-
ca dall'ammiraglio Henke. È incaricato di spiare le orga-
nizzazioni di sinistra ed estrema sinistra.
Parallelamente,
prosegue il suo lavoro di giornalista
collaborando al «Secolo d'Italia», alle agenzie Oltremare e
Aginter-Presse e all'«Italiano», la rivista teorica degli ultrà
dell'MSI diretta dal deputato Pino Romualdi.47 Nel 1966
incontra Franco Freda e Giovanni Ventura, con i quali in-
staura stretti rapporti.
Nel
momento in cui i magistrati milanesi iniziano a in-
teressarsi a lui, Giannettini è scomparso. Una perquisizio-
ne nella sua abitazione permette agli inquirenti di scopri-
re, oltre ad alcuni rapporti identici a quelli trovati nella
110 Piazza Fontana
cassaforte
di Ventura, una massa enorme di documenti
che dimostrano che è in relazione con il fior fiore del neo-
fascismo europeo.
Interrogato
sui suoi legami con il «giornalista», Ventura
riconosce che l'autore dei documenti confidenziali in suo
possesso è proprio lui, e rivela che Giannettini è anche un
agente del sid.
Interpellato
dal giudice D'Ambrosio, il generale Miceli,
allora capo del sid, risponde
che, a sua conoscenza, Gian-
nettini non appartiene ai servizi, ma aggiunge prudente-
mente di non conoscere l'identità di tutti i suoi informatori.
La
scomparsa di questo personaggio chiave - il magi-
strato pensa che si tratti del «giornalista» e «membro dei
servizi segreti» che, secondo Pozzan, accompagnava Pino
Rauti la sera della riunione del 18 aprile 1969 (si veda il
Prologo) - blocca l'inchiesta. Nel febbraio 1974 i magistrati
decidono di depositare le loro conclusioni per quanto con-
cerne Freda e Ventura e procedere invece, per Pino Rauti e
Guido Giannettini, a un supplemento d'istruttoria.
Un mese
più tardi, il 24 marzo 1974, Giannettini, rifugia-
to a Parigi, rompe il silenzio con un'intervista all'«Espres-
so» in cui precisa i suoi rapporti con il gruppo Freda-Ven-
tura.
«Ventura
ha raccontato il falso» afferma. «Egli sostiene
che, per conto del s.i.d., l'avevo
incaricato di sorvegliare il
gruppo di estrema destra di Freda. Non è vero. È vero ca-
somai il contrario. Per me Freda era, ed è, un amico. Non
era lui che io sorvegliavo; mi interessava invece raccoglie-
re informazioni sui gruppi filocinesi di estrema sinistra.»
Gruppi in cui, a suo dire, Ventura era stato infiltrato da
Freda.
«Mi
occupavo, perciò» prosegue Giannettini «di racco-
gliere informazioni... e le trasmettevo ad alcuni amici, che
lavoravano in determinati ambienti della destra interna-
zionale; essi facevano lo stesso con me.... In pratica si trat-
tava di bollettini privati, che circolavano fra alcuni gruppi
di centro-destra europei.... Per esempio il partito Cristiano
Aginter
e le tombe di Milano 111
Sociale
bavarese, i "groupes géopolitiques" francesi (ema-
nazione di alcune correnti golliste [sic] ), altri gruppi in Bel-
gio, in Svizzera e praticamente in tutti i paesi europei.»
Benché
colpito da un mandato d'arresto internazionale
per la partecipazione alla strage del 12 dicembre 1969,
Giannettini risiede senza problemi a Parigi, all'hotel Cla-
ridge, sotto la sua vera identità, e nella piena consapevo-
lezza delle autorità francesi.
Colpo di
scena il 20 giugno 1974. Contraddicendo le af-
fermazioni dei capi del sid, il
ministro della Difesa, Giulio
Andreotti, riconosce in un'intervista48 che Giannettini è
nel numero degli informatori regolarmente rimunerati dei
servizi segreti.
Il
ministro si spinge oltre: grazie a Giannettini, il sid era
al corrente della trama nera delle bombe di Milano, ma
non ne ha informato la giustizia.
La
decisione di tacere fu presa nel corso di una riunio-
ne, presieduta dal generale Miceli, tenutasi nel luglio 1973
nella sede del sid, a Palazzo
Baracchini. Il vertice, cui par-
teciparono il generale Maletti, allora responsabile del con-
trospionaggio, il procuratore militare e diversi altri alti
funzionari dei servizi segreti, fu seguito da una seconda
riunione nella sede della presidenza del consiglio, cui pre-
sero parte il presidente del consiglio Mariano Rumor e i
ministri della Difesa e dell'Interno Mario Tanassi e Paolo
Taviani.
Secondo
colpo di scena l'8 agosto 1974. Espulso senza
chiasso dalla Francia in seguito alle dichiarazioni del mi-
nistro Andreotti, Giannettini, riparato in Argentina, si co-
stituisce presso l'ambasciata d'Italia a Buenos Aires. Qual-
che giorno più tardi viene rimpatriato e, a Roma, appena
sbarcato dall'aereo, è arrestato. Eppure qualche settimana
prima, a Parigi, in un'intervista aveva dichiarato che non
aveva fiducia nella giustizia e non intendeva costituirsi né
farsi prendere, e aveva aggiunto che, nonostante il man-
dato d'arresto dell'Interpol, non sarebbe stato facile arre-
starlo, poiché aveva amici a Parigi e in tutta Europa. Ave-
112 Piazza Fontana
va poi sottolineato di essere contro la democrazia, di
esse-
re fascista; anzi, nazifascista, e che uomini come lui opera-
vano perché avesse luogo in Italia un colpo di stato milita-
re o la guerra civile.
Dopo simili dichiarazioni, la resa senza condizioni di
Giannettini, che rischia l'ergastolo, appare per lo meno
misteriosa. Ha preferito la prigione in Italia a una tomba
in Argentina? Secondo molti, s'è consegnato su consiglio
del sid e dopo avere ricevuto dal
servizio l'assicurazione
di una relativa impunità. Giovanni Ventura affermerà più
tardi di essere convinto che Giannettini sia stato spinto a
costituirsi dal capitano La Bruna e dal generale Maletti,
per coprire i responsabili del sid e
i politici che hanno uti-
lizzato il terrorismo.
D'altra parte, per sopravvivere in una vicenda in cui di
solito i testimoni scomodi scompaiono, Giannettini dove-
va essere in possesso di una solida assicurazione sulla vita,
cosa che confermerà il giudice D'Ambrosio sottolineando
che il sid aveva i mezzi per
liquidare clandestinamente un
testimone tanto compromettente. Se non l'ha fatto, è per-
ché Giannettini custodisce da qualche parte dei documenti
esplosivi che in caso di sua scomparsa verrebbero resi pub-
blici. Se fossi morto, dirà il giornalista-agente segreto nella
gabbia degli imputati, al mio posto ci sarebbero tutti i capi
del sid.
Malgrado le garanzie che sembrano essergli state offer-
te, il 12 dicembre 1974 Giannettini viene incolpato, insie-
me a Freda e Ventura, della strage di piazza Fontana. L'at-
to d'accusa è redatto in tutta fretta, nella notte tra il 12 e il
13 dicembre, dal sostituto Alessandrini, che ha appena sa-
puto che la Corte di Cassazione si accinge a sottrarre il fa-
scicolo al tribunale di Milano per trasmetterlo ai magistra-
ti di una città del Sud, Catanzaro. Il giudice D'Ambrosio e
il sostituto Alessandrini erano proprio sul punto di emet-
tere un mandato di cattura: contro l'ammiraglio Henke,
capo di stato maggiore, generale dell'esercito e all'epoca
degli attentati capo del sid. Preavvertito,
Henke s'è lamen-
Aginter
e le bombe di Milano 113
tato
con il primo ministro Aldo Moro. È a questo punto
che sopraggiunge l'alt della Corte di Cassazione, che sot-
trae ai magistrati milanesi un'istruttoria che, se non era
ancora in dirittura d'arrivo, stava prendendo una buona
piega.
Tuttavia, queste piste sono così evidenti che il 28 marzo
1976 il giudice di Catanzaro Migliaccio decide di arrestare
il generale Maletti, ex capo dell'ufficio D del sid, divenuto
comandante in capo del reggimento incaricato della dife-
sa di Roma, e il suo ex vice, il capitano La Bruna. Sono ac-
cusati di avere offerto copertura ad alcuni responsabili
della strage di piazza Fontana e averne assicurata la fuga!
Le testimonianze contro di loro sono numerose e schiac-
cianti. C'è prima di tutto Giannettini, che dichiara di avere
contattato La Bruna, suo «referente», non appena saputo
che il giudice D'Ambrosio s'interessava a lui, il 5 aprile
1973. La Bruna, afferma Giannettini, dopo avere riferito a
Maletti gli ordinò di non presentarsi al magistrato e di
«cambiar aria». Giannettini racconta che il mattino del 7
aprile lasciò la sua abitazione per un ufficio del sid, in via
Sicilia 235 a Roma; il giorno dopo un collaboratore di La
Bruna lo condusse all'aeroporto di Fiumicino, dove un
funzionario della dogana, «amico» del sid,
lo fece imbarca-
re su un aereo in partenza per Parigi senza che fosse sotto-
posto ad alcun controllo.
Ma non è tutto: rifugiatosi a Parigi, Giannettini conti-
nua a lavorare per il sid, tenendo
un'ininterrotta corri-
spondenza con il generale Maletti e compilando una serie
di rapporti per l'ufficio D fino al marzo 1974.49 Quale
compenso per questi servizi riceve, afferma, uri totale di
tre milioni, che gli vengono consegnati in più riprese a Pa-
rigi dal capitano La Bruna.
Un secondo accusatore dei capi del SID è Ventura, la cui
testimonianza trova parziale conferma in quella di Stefa-
no Delle Chiaie. Nella primavera del 1976 quest'ultimo
dichiara al settimanale «Panorama»: «In novembre [1972]
a Barcellona ... [il capitano La Bruna] mi chiese se ero in
114
Piazza
Fontana
grado di
accogliere Freda e Ventura, che lui avrebbe fatto
scappare dal carcere per dirottarli in un paese extraeuro-
peo a mia scelta».50
In una
nota inviata nel dicembre 1975 al giudice Mi-
gliaccio, del tribunale di Catanzaro, Ventura rivela che
l'ufficio D del sid aveva
progettato di farlo evadere nel
gennaio 1973.
La
proposta era stata fatta a sua sorella da Giannettini
che, mostrandole la pianta del carcere e offrendole la chia-
ve di una delle porte, oltre a due bombe di gas narcotizzan-
te, le aveva detto: «Trasmetti a tuo fratello la nostra propo-
sta, se accetta gli faremo giungere istruzioni precise e altre
chiavi». Ventura aveva esitato: il sid non
gli assicurava che,
una volta evaso, non sarebbe stato eliminato. E aveva deci-
so di rifiutare. Ma, naturalmente, senza restituire la chiave
che Giannettini aveva consegnato a sua sorella, e conser-
vando così una prova dell'offerta che gli era stata avanzata.
Il terzo
a chiamare in causa il sid è
Pozzan. In una nota
inviata ai giudici di Catanzaro dalla Spagna, rivela che a
organizzare la sua fuga all'estero era stato il servizio se-
greto. Dopo una permanenza nell'ufficio del sid
di via Si-
cilia a Roma, dichiara, aveva ricevuto dal capitano La
Bruna un passaporto falso e del denaro e, nel gennaio
1973, era stato spedito in Spagna, dove aveva raggiunto
Stefano Delle Chiaie.
Pozzan,
infatti, avrebbe potuto rivelare per esempio che
il sid, grazie agli informatori
di cui disponeva in seno alla
cellula terrorista veneta di Freda e Ventura e al gruppo ro-
mano di Delle Chiaie,51 era informato in anticipo di tutti
gli attentati commessi nel corso del 1969.
Infatti,
già il 4 maggio 1969, cioè appena qualche giorno
dopo i primi attentati alla Fiera di Milano, l'ufficio D del
sid aveva ricevuto un rapporto,
redatto da Giannettini a
partire dalle informazioni di Ventura, dove si annunciava
l'inaugurarsi di una nuova fase di attentati che avrebbero
colpito luoghi chiusi come le banche.
Le
testimonianze di Ventura e Giannettini, confermate
Aginter
e le bombe di Milano 115
dalle
istruttorie dei vari magistrati, stabiliscono insomma
che, ai massimi livelli dei servizi segreti, vi erano persone
perfettamente al corrente di tutti i complotti della strate-
gia della tensione, e che esse lasciarono deliberatamente
fare, e poi coprirono, gli esecutori.
Non
solo: si applicarono in modo sistematico a occulta-
re, se non a distruggere ogni volta che ne avevano la pos-
sibilità, tutti gli elementi che potessero far arrivare gli in-
quirenti alla «cellula veneta».
Così, si
doveva scoprire che nei primi anni Settanta,
sempre a Padova, il Centro C.S., centro di contro spionag-
gio dipendente dal sid, poteva
contare all'interno di Ordi-
ne Nuovo su un altro stabile informatore, Gianni Casalini,
che portava il nome in codice di Turco. Le informazioni di
questa fonte non vennero mai trasmesse alla giustizia. Fu
per caso che gli inquirenti ne appresero l'esistenza in un
«manoscritto rinvenuto nell'abitazione del generale Ma-
letti subito dopo la sua fuga in Sud-Africa e intitolato "ca-
so Padova"». In questo documento Maletti parla esplicita-
mente del progetto, poi messo in atto, di «chiudere la
fonte Gianni Casalini» affinchè non rivelasse particolari
sulla responsabilità del gruppo Freda negli attentati del
1969. «La veridicità e l'effettivo concretizzarsi del piano di
Maletti sono stati confermati dal personale del Centro
C.S. di Padova e in parte dallo stesso Casalini» scrive il
giudice Salvini; che aggiunge: «Inoltre è stato accertato
che una relazione contenente notizie provenienti da Casa-
lini è stata distrutta presso il Comando della Divisione Pa-
strengo dei Carabinieri di Milano».52
Salvini,
avendo acquisito il fascicolo relativo alla fonte
«Turco», identificata in Gianni Casalini, afferma: «È stato
così possibile accertare, grazie alla lettura dei rapporti
informativi elaborati sulla base delle notizie da lui fornite,
che Casalini era uno stabile informatore del s.i.d.
di Pado-
va negli anni '70. Casalini faceva parte del gruppo di
Franco Freda e si è potuto così chiaramente comprendere
perché il generale Maletti, nell'appunto manoscritto poi
116
Piazza
Fontana
sequestrato
nella sua abitazione, raccomandasse con ur-
genza che la fonte fosse "chiusa" e disattivata. In caso
contrario, infatti, Casalini avrebbe potuto fornire altre no-
tizie sulla responsabilità del gruppo di Padova negli at-
tentati e sulle coperture di cui godeva, notizie queste la
cui acquisizione non poteva certo far piacere al generale
Maletti che già si era adoperato per organizzare l'espatrio
di Guido Giannettini e di Marco Pozzan».53
Il
coinvolgimento diretto del sid nella
strategia della
tensione trova una nuova conferma nel 1985 con la sco-
perta del «documento Azzi». Nico Azzi, militante di Or-
dine Nuovo e del suo gruppo milanese La Fenice, è l'auto-
re del fallito attentato al treno Torino-Roma del 7 aprile
1973; un attentato che avrebbe potuto trasformarsi in
massacro se il suo esecutore non si fosse fatto esplodere in
mano il detonatore della bomba che stava per collocare in
uno dei vagoni.
Il
documento, di cinque pagine dattiloscritte, è un reso-
conto attribuito a Nico Azzi e trasmesso a un ufficiale di
polizia giudiziaria.
«Nell'ambito
di tale documento» scrive Salvini «sono
contenute notizie, che in gran parte non erano note agli
inquirenti, circa l'attività del gruppo La Fenice e delinea-
vano un quadro assai complesso e così sintetizzabile:
«Il
gruppo La Fenice era in costante contatto con gli al-
tri gruppi di Ordine Nuovo del Veneto; disponeva dei ti-
mers residuati dopo gli attentati del 12 dicembre 1969;
l'attentato al treno Tonno-Roma del 7.4.1973, material-
mente commesso da Azzi, era stato ideato per creare un
diver