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Fabrizio Calvi e Frederic Laurent

PIAZZA FONTANA

La verità su una strage

MONDADORI


Di Fabrizio Calvi

Nella collezione Frecce
L'Europa dei padrini

Traduzione dal francese di Massimo Parizzi

ISBN 88-04-40698-4

© 2997 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano
I edizione aprile 1997

 

 

Indice

3           Prologo

13      I   La caccia

29     II   L'uomo del 12 dicembre

60    III   Aginter-Presse: l'ispiratrice del 12 dicembre 1969

82    IV  Aginter e le bombe di Milano
122    V  Il colpo di  stato del 12 dicembre
148   VI  La costruzione dell'apparato golpista
175  VII  La sinfonia madrilena
184 VIII Al servizio della cia: alla riconquista del Portogallo

203   IX  Al servizio della cia e dello sdece: alla riconquista dell'Algeria

213    X  Al servizio del terrore: la guerra di Spagna

228   XI  L'inchiesta impossibile
248         Epilogo
267         Allegati

309          Note

335          Indice dei nomi


Prologo

 

Milano, 12 dicembre 1969, ore 16.30. Con l'esplosione di
una bomba nel salone degli sportelli della Banca Naziona-
le dell'Agricoltura, al numero 4 di piazza Fontana, ha ini-
zio una nuova era tragica.

I terroristi non avrebbero potuto scegliere un momento
migliore: la banca è infatti gremita per il «mercato del ve-
nerdì», che richiama gli agricoltori delle province di Mila-
no e Pavia. L'ordigno è stato collocato in modo da provo-
care il massimo numero di vittime: sotto il tavolo al
centro del salone riservato alla clientela, di fronte all'emi-
ciclo degli sportelli. I locali devastati testimoniano la po-
tenza dell'esplosivo impiegato. Attorno al foro, nel cu-
mulo di detriti, sono rinvenuti frammenti metallici che
verosimilmente appartenevano all'involucro contenente
la carica esplosiva. I tecnici osservano che la resistenza
opposta dal piano di cemento armato del pavimento ha
fatto sì che l'onda esplosiva finisse, con tutta la sua po-
tenza, contro le pareti delimitanti la volta del salone man-
dando così in frantumi le vetrate dello stabile, e che la po-
tenza dell'esplosione, sviluppatasi con maggiore intensità
fra il cemento e la metà sinistra del salone, probabilmente
a causa della resistenza frapposta dal pesante sostegno
del tavolo, ha provocato il crollo del rivestimento in mat-
toni forati sulla parete che delimita l'angolo posteriore si-
nistro del locale.

L'attentato causa sedici morti, di cui quattordici sul col-
po, e ottantotto feriti. Non è il più sanguinoso della storia


4             Piazza Fontana

 

della Prima Repubblica, ma a livello simbolico è il più sen-
sazionale, se non il più importante: non si sbaglierebbe a
paragonare il trauma che provocò con quello subito dagli
americani dopo l'assassinio del presidente John Fitzgerald
Kennedy. La storia dirà se la strage di piazza Fontana,
inaugurando la strategia della tensione, ha determinato i
dieci anni più bui della vita politica italiana.

In quell'oscuro 12 dicembre alcuni ordigni esplosivi
prendono di mira anche altri istituti bancari e diversi edi-
fici. Poco dopo la strage di piazza Fontana, una bomba
viene scoperta nella sede milanese della Banca Commer-
ciale Italiana, in Piazza della Scala 6. Non è esplosa. Era
contenuta in una cassetta metallica portavalori ermetica-
mente chiusa, posta in una borsa nera. Lo stesso giorno, a
Roma, alle 16.55, una bomba esplode nel passaggio sotter-
raneo della Banca Nazionale del Lavoro che collega l'en-
trata di via Veneto con quella di via San Basilio. Si contano
tredici feriti.

Alle 17.22 e alle 17.30, sempre a Roma, esplodono altre
due bombe. Una davanti all'Altare della Patria, l'altra
all'ingresso del museo del Risorgimento, in piazza Vene-
zia. I feriti sono quattro.

Nelle ore che seguono gli attentati, vengono compiute
perquisizioni nelle sedi di tutte le organizzazioni
dell'estrema sinistra. Viene visitata anche qualche orga-
nizzazione d'estrema destra, ma senza molta convinzio-
ne, visto che le indagini risparmiano Ordine Nuovo e
Avanguardia nazionale, le più importanti. La stampa non
tarda a unirsi al coro degli inquirenti. Fin dall'indomani,
come preparata in anticipo, parte un'incredibile campa-
gna contro gli estremisti di sinistra. I quotidiani si scate-
nano, circolano le informazioni più inverosimili. Le inda-
gini sono di una stupefacente rapidità; in tre giorni viene
arrestata una decina di persone sulle quali, come dichiara
la polizia, «gravano pesanti indizi». Sono tutti anarchici
dei circoli Bakunin e 22 Marzo. Tra di loro vi sono: Gio-
vanni Aricò, Annelise Borth, Angelo Gasile, Roberto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Prologo              5

 

Mander, Emilio Borghese, Mario Merlino, Giuseppe Pi-
nelli e Pietro Valpreda. Per la polizia, insomma, oltre a
quella anarchica, nessun'altra pista merita di essere presa
in considerazione.

Iniziano gli interrogatori. Sono condotti con energia. Il
15 dicembre, a mezzanotte, nel cortile della questura di
Milano, un corpo s'infrange quasi senza rumore ai piedi
di un giornalista. È Giuseppe Pinelli, uno degli anarchici
arrestati tre giorni prima, caduto senza un grido da una
stanza del quarto piano, dove si trova il commissario Ca-
labresi. Causa ufficiale della morte: suicidio. Non ci cre-
derà nessuno...

Tra gli anarchici fermati subito dopo la strage alla Banca
Nazionale dell'Agricoltura, il commissario Calabresi sem-
bra interessarsi a una sola persona: Pietro Valpreda, di pro-
fessione ballerino. Il giovane grida la propria innocenza.
Essa non sarà riconosciuta che molto tempo dopo. Eppure,
già all'epoca, tutto denunciava l'esistenza di una «pista ne-
ra», che verrà esplorata solo tardivamente.

La sera del 15 dicembre 1969 un giovane professore di
Treviso, Guido Lorenzon, segretario di una sezione della
Democrazia cristiana, si presenta da un avvocato della
città dichiarando di essere a conoscenza di fatti che po-
trebbero essere in rapporto con gli attentati. È teso, nervo-
so; per lui si tratta di tradire la fiducia di un amico di vec-
chia data, l'editore Giovanni Ventura. Due giorni prima,
cioè all'indomani delle esplosioni, ha avuto con quest'ul-
timo, appena tornato da Roma, una conversazione che, da
allora, l'ossessiona. Le informazioni che Ventura gli ha
fornito sugli attentati sono state troppo precise e circo-
stanziate perché possa essere totalmente estraneo alla
strage.

Già in precedenza Ventura gli aveva parlato con la stes-
sa precisione dei dieci attentati ai treni compiuti nel Nord
Italia nella notte tra l'8 e il 9 agosto 1969. E gli aveva anche
confidato di appartenere a un'organizzazione clandestina
che progettava un colpo di stato mirante a instaurare un


6              Piazza Fontana

 

regime ispirato alla Repubblica di Salò. Fino a quel mo-
mento l'amicizia aveva avuto la meglio, e Lorenzon aveva
taciuto. Dopo la strage di Milano non poteva più farlo:
nell'ultima conversazione con Ventura, infatti, gli era par-
so di capire che questi stesse preparando altri sanguinosi
attentati.

Il giorno dopo, in compagnia dell'avvocato, Lorenzon
ripete la sua testimonianza di fronte a un magistrato di
Treviso, il procuratore Pietro Calogero, al quale, in più
giorni d'interrogatori, fornisce un resoconto sistematico
di tutte le conversazioni avute con Ventura negli ultimi
mesi. Il magistrato giudica le dichiarazioni del giovane
professore abbastanza importanti da giustificare l'apertu-
ra di un'istruttoria sulle attività dell'editore e dei suoi
amici. Con l'aiuto di Lorenzon, che continua a frequentare
Ventura, in qualche settimana Calogero raccoglierà una
serie di solidi indizi contro quest'ultimo e un suo amico,
Franco Freda, un avvocato di Padova ben noto nella re-
gione per le sue opinioni neonaziste.

La deposizione di Guido Lorenzon, resa a meno di una
settimana di distanza dagli attentati di Milano, era giunta
al momento giusto per rafforzare i sospetti nutriti dai ma-
gistrati di Treviso nei confronti dell'editore Ventura e dei
suoi amici dopo un attentato commesso il 15 aprile 1969,
con una bomba, contro il rettore (ebreo) dell'università di
Padova.

I ritratti di Freda e Ventura tracciati dal professore di
Treviso sono eloquenti. Franco Freda, poco più anziano
di Ventura, è nato a Padova. Grande ammiratore di Hitler
e delle SS, fanatico antisemita, ha fatto la gavetta, come
Ventura, nell'MSl, di cui all'inizio degli anni Sessanta ha
diretto l'organizzazione universitaria (fuan). Più tardi ha
fondato i Gruppi d'aristocrazia ariana (Gruppi ar), vicini
a Ordine Nuovo. Nell'estate del 1968, quando il suo ami-
co Rauti torna da Atene, apre una libreria a Padova e si
mette a vendere, fianco a fianco, il Mein Kampf e Che
Guevara...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Prologo              7

 

Giovanni Ventura, nato nel 1944 a Castelfranco Veneto,
vicino a Treviso, e cresciuto nella nostalgia di Mussolini
(suo padre aveva fatto parte della milizia volontaria fasci-
sta, le «camicie nere»), s'è iscritto all'MSI giovanissimo.

Nel 1965, trovando questo movimento troppo modera-
to, entra in Ordine Nuovo, la cui politica più energica me-
glio corrisponde alle sue aspirazioni. L'anno seguente fir-
ma, sulla rivista neonazista «Reazione» da lui diretta, una
serie di articoli violentemente antisemiti dove se la pren-
de con la borghesia «pan-demo-plutogiudaica».

L'indagine sulla strage del 12 dicembre compirà un de-
cisivo passo avanti un giorno del novembre 1971, quando
un muratore, nell'eseguire alcune riparazioni sul tetto di
una casa di Castelfranco Veneto, sfonda per errore il tra-
mezzo divisorio di un'abitazione di proprietà di un consi-
gliere comunale socialista, Giancarlo Marchesin, e scopre
un arsenale di armi ed esplosivi, tra cui, in particolare,
casse di munizioni siglate nato. Arrestato, Marchesin di-
chiara che quelle armi sono state nascoste lì da Giovanni
Ventura qualche giorno dopo gli attentati del 12 dicembre,
e che prima si trovavano presso un certo Ruggero Pan.

Interrogato a sua volta, Pan rivela che durante l'estate
del 1969, dopo gli attentati ai treni, Ventura gli aveva chie-
sto di comprare delle casse metalliche tedesche di marca
Jewell. Quelle di legno usate per collocarvi gli esplosivi
negli attentati, aveva spiegato l'editore, non avevano pro-
dotto l'effetto di «compressione esplosiva del metallo».
Pan si era rifiutato. Il giorno dopo, notando da Ventura
una cassetta di metallo, aveva capito che qualcuno era an-
dato a comprarla al posto suo.

Pan aveva dimenticato l'episodio fino al 13 dicembre
1969, giorno in cui la televisione e i giornali avevano mo-
strato la riproduzione di una delle cassette impiegate ne-
gli attentati alle banche. Era una Jewell, identica a quelle
acquistate da Freda e Ventura.

I magistrati di Treviso scoprono inoltre che il gruppo te-


8              Piazza Fontana

 

neva le sue riunioni nella sala di un istituto universitario
di Padova messa a sua disposizione dal custode, Marco
Pozzan, braccio destro di Franco Freda.

Sottoposto dagli inquirenti, il 21 febbraio e il 1° marzo
1972, a due lunghi interrogatori, Marco Pozzan spiega che
il piano, preparato da tempo, aveva ricevuto il via libera
nel corso di una riunione notturna svoltasi a Padova il 18
aprile 1969. Dapprima reticente sull'identità di due dei
partecipanti alla riunione, arrivati la sera stessa da Roma,
Pozzan, dopo qualche esitazione, rivela il nome di uno di
loro: Pino Rauti, all'epoca capo del movimento Ordine
Nuovo. Quanto al secondo, assicura di saperne solo ciò
che gli ha detto Franco Freda: «È un giornalista ed è mem-
bro dei servizi segreti...».

I magistrati, in verità, erano già a conoscenza di questa
riunione grazie alle intercettazioni cui avevano sottoposto
il telefono di Freda. Quello che ignoravano era l'impor-
tanza capitale che essa aveva avuto nell'organizzazione
degli attentati del 1969.

I magistrati di Treviso, giudice Stiz e procuratore Calo-
gero, decidono di arrestare Freda, Ventura, Pozzan e
Rauti. Qualche giorno dopo Stiz si accinge a mettere Poz-
zan, ritenuto un complice di secondo piano, in libertà
provvisoria; quando questi lo viene a sapere chiede im-
mediatamente di essere di nuovo ascoltato dal magistra-
to, davanti al quale ritratta, dichiarando che la visita di
Rauti del 18 aprile 1969 era frutto della sua immagina-
zione.

Il magistrato verbalizza, ma si rifiuta di riconoscere la
ritrattazione come valida; nel suo atto d'accusa scriverà
infatti che altri elementi provano che soltanto le prime di-
chiarazioni di Pozzan sono conformi alla verità. Messo in
libertà, Pozzan scompare.

Il 3 marzo 1972 Franco Freda, procuratore legale a Pa-
dova, Giovanni Ventura e Pino Rauti, dirigente nazionale
dell'msi e fondatore del movimento Ordine Nuovo, ven-
gono arrestati. Sono accusati di aver organizzato gli atten-

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Prologo              9

 

tati del 25 aprile 1969 (alla Fiera e alla Stazione Centrale di
Milano) e dell'8 e 9 agosto dello stesso anno (a danno di
alcuni treni). Il 21 marzo, aggiungendo ai capi d'imputa-
zione contro il gruppo Freda-Ventura gli attentati del 12
dicembre 1969, il giudice Stiz trasmette il fascicolo, per
competenza territoriale, alla procura di Milano.

A proseguire le indagini sono designati tre nuovi magi-
strati: il giudice Gerardo D'Ambrosio e i sostituti Luigi
Rocco Fiasconaro ed Emilio Alessandrini. La loro prima
iniziativa è rimettere in libertà Rauti, senza però far cade-
re il capo d'accusa. Violentemente criticata, questa deci-
sione si rivelerà in realtà assai saggia. I magistrati non
ignorano che Rauti, testa di lista dell'MSi a Roma, verrà di
certo eletto deputato. Se al momento dell'elezione si tro-
vasse ancora in prigione, non solo l'immunità parlamen-
tare lo farebbe uscire all'istante, ma, soprattutto, i giudici
dovrebbero trasmettere il fascicolo al Parlamento: un in-
sabbiamento che vogliono evitare a ogni costo.

Riprendendo le indagini da zero, i tre magistrati mila-
nesi raccolgono in qualche mese una serie di prove decisi-
ve contro il gruppo Freda-Ventura e, nello stesso tempo,
dimostrano che i poliziotti e i giudici che si sono precipi-
tati sulla pista anarchica hanno commesso numerose irre-
golarità.

Una nuova perizia sui vari frammenti di esplosivi, sui
timer e sulle borse contenenti le bombe ritrovati il 12 di-
cembre 1969 sul luogo degli attentati permette di accerta-
re tre fatti importanti:

1) le bombe sono costituite da candelotti di binitroluene
avvolti nel plastico, identici agli esplosivi nascosti da Ven-
tura, qualche giorno dopo gli attentati, in casa dell'amico
Giancarlo Marchesin;

2) i meccanismi di scoppio ritardato delle bombe pro-
vengono da una partita di cinquanta timer Dhiel Jungans
acquistati il 22 settembre 1969 da Franco Freda in un ne-
gozio di Bologna. Freda spiegherà ai magistreti di aver
comprato i timer su richiesta di un fantomatico capitano


10   Piazza Fontana

 

Mohamed Selin Hamid dei servizi segreti algerini, per
conto della resistenza palestinese. Da una verifica com-
piuta presso le autorità algerine risulta che questo capita-
no non esiste; d'altra parte, i servizi segreti israeliani con-
fermano che nessun timer di questo tipo è stato utilizzato
dai feddayn;

3) le borse in cui si trovavano le bombe erano state ac-
quistate, due giorni prima degli attentati, in una pellette-
ria di Padova.

L'11 settembre 1972 un giornalista dell'«Espresso», Ma-
rio Scialoja, si era infatti presentato dal giudice D'Ambro-
sio per dirgli che borse simili a quelle utilizzate per gli at-
tentati erano state vendute a Padova nel 1969. Per scrupolo
di coscienza, D'Ambrosio aveva mandato i carabinieri a
svolgere indagini nelle pelletterie della città. Il rapporto
che aveva ricevuto tre giorni dopo era stupefacente. Un ne-
goziante di Padova aveva dichiarato ai carabinieri che le
borse degli attentati erano state vendute nel suo negozio il
10 dicembre 1969 a un giovane alto e bruno, e si era poi det-
to stupito che non ne fossero al corrente, perché era andato
egli stesso, insieme a una delle commesse, il 16 dicembre
1969, a dichiararlo al commissariato, dove la sua testimo-
nianza era stata verbalizzata.

Ma questo verbale, inviato il giorno stesso per telex ai
poliziotti di Milano e Roma e al ministero dell'Interno,
non era mai arrivato ai magistrati romani che avevano
orientato le loro indagini in direzione degli anarchici.
Qualcuno l'aveva fatto deliberatamente sparire.

Non è tutto: qualche giorno dopo, confrontando due fo-
to della borsa di pelle ritrovata intatta alla Banca Com-
merciale Italiana, il giudice D'Ambrosio nota una diffe-
renza. Nella prima, scattata la sera stessa degli attentati,
dal manico pende ancora l'etichetta del prezzo. Nella se-
conda, scattata un mese più tardi, l'etichetta e la cordicella
cui era attaccata sono scomparse. Ancora una volta, qual-
cuno è intervenuto a sopprimere delle prove.

Uno dei magistrati, apprendendo i nomi dei presunti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Prologo  11

 

colpevoli, dichiara indignato che se i giudici avessero
avuto subito a disposizione la testimonianza del pellettie-
re di Padova e l'etichetta della borsa, le indagini avrebbe-
ro preso una direzione diversa e Valpreda non sarebbe fi-
nito in prigione. Il 25 settembre, infatti, tre alti funzionari
di pubblica sicurezza (il vicecapo della polizia, Elvio Ca-
tenacci, e i due responsabili dell'Ufficio politico della que-
stura di Milano) vengono accusati di «intralcio alla giusti-
zia, omissione di rapporto e dissimulazione e sottrazione
di prove».

Ma, due anni più tardi, nei loro confronti verrà dichia-
rato il non luogo a procedere...

Ormai convinti di avere in mano, con Franco Freda e
Giovanni Ventura, i personaggi chiave degli attentati, i
magistrati milanesi si applicano a scoprire chi siano, die-
tro i due uomini, i veri ispiratori della strategia della ten-
sione. L'istruttoria verrà abbattuta in volo nel 1974 dalla
decisione della Corte di Cassazione di sottrarre loro inda-
gini che dirigevano da due anni con coraggio esemplare.
L'istruttoria viene trasferita a Catanzaro, dove erano già
stati spostati l'inchiesta e il processo Valpreda per «motivi
di ordine pubblico». A Catanzaro esse vengono affidate a
due magistrati locali, il giudice Migliaccio e il sostituto
Lombardi, che, senza che si possa mettere in dubbio la lo-
ro onestà, non seguiranno mai le «piste nere» con l'ostina-
zione dei predecessori.

«Dopo la sottrazione» scrive il giudice Salvini «nel di-
cembre 1974, al Giudice D'Ambrosio della prosecuzione
dell'istruttoria concernente la strage di Piazza Fontana e
le responsabilità del s.i.d., non sono più state condotte a
Milano indagini significative sui gruppi della destra stra-
gista e sui suoi rapporti con settori istituzionali deviati.»1

Le indagini restano congelate fino al 1990, quando il
giudice Salvini e il pubblico ministero Maria Grazia Pra-
della riaprono il fascicolo del mistero di piazza Fontana.
Sono le istruttorie dell'ultima speranza. La rostra storia
inizia da qui.


I

La caccia

Dopo quasi trent'anni d'inchieste e controinchieste costel-
late da una serie di morti misteriose, tre processi, nuovi
sviluppi da far perdere il fiato, un pugno di inquirenti è
giunto a questa certezza: il 12 dicembre 1969 un uomo so-
lo entrò poco prima delle 16.30 nella Banca Nazionale
dell'Agricoltura di piazza Fontana, a Milano, per deporre
la bomba che provocò il primo grande massacro degli an-
ni delle stragi. Il nome di quest'uomo era finora uno dei
segreti meglio custoditi della strategia della tensione. Solo
i suoi compagni d'armi più stretti lo conoscevano. Secon-
do i carabinieri si chiama Delfo Zorzi e ha militato a lungo
nella cellula veneziana di Ordine Nuovo ai comandi di
Carlo Maria Maggi.

In precedenza nessuno s'era interessato a Delfo Zorzi. Il
suo nome, pronunciato a fior di labbra nelle pieghe di
un'istruttoria sorprendente, non aveva attirato l'attenzio-
ne. Gli inquirenti affermano di avere identificato i suoi
compiici, anch'essi per la maggior parte illustri sconosciu-
ti. I carabinieri hanno un'idea dell'identità di coloro che li
hanno manovrati. Si è parlato della cia, del sid (Servizio
Informazioni Difesa) o dell'Ufficio Affari riservati del mi-
nistero dell'Interno. Ormai i sospetti sono certezze e i
compiici escono dall'anonimato.

Per più di due anni, sotto la guida del giudice milanese
Salvini, una squadra di giovani carabinieri del Reparto
eversione del ros (Raggruppamento operativo speciale),
alcuni dei quali erano ancora sui banchi di scuola all'epo-


14    Piazza Fontana

 

ca dei fatti, si è immersa in un dossier inviolato da oltre
un ventennio. Il lavoro non è stato facile: dopo il caso De
Lorenzo, all'inizio degli anni Sessanta, l'arma dei carabi-
nieri è stata al centro di quasi tutte le cospirazioni che
hanno scosso l'Italia. Mossi dal solo desiderio di fare
emergere la verità, essi non hanno trascurato alcuna pista,
anche a costo di indagare sul ruolo giocato nella strategia
della tensione da certi ufficiali superiori della loro stessa
arma, tra cui un generale. In media sui trent'anni, questi
giovani dall'aria di eterni collegiali hanno capito che per
venire a capo di un'indagine poco comune come questa
dovevano essere più che degli investigatori. Si sono fatti
storici, frugando in archivi dimenticati. Per portare a ter-
mine il loro compito hanno letto tutti i libri, ripreso in ma-
no tutti gli atti. Per addentrarsi nei meandri della cia han-
no consultato banche dati americane, si sono abbonati alle
riviste più specializzate, prima d'avventurarsi nella rete
Internet della ciberinformazione. Ma il loro compito es-
senziale è stato ritrovare tutti i testimoni ancora in vita
che nessuno aveva pensato di ascoltare.

«A partire dall'inizio del 1993» spiega Salvini «con l'au-
torizzazione del Ministero di Grazia e Giustizia, si è svol-
ta quindi una lunga serie di colloqui investigativi, condot-
ti da un Ufficiale del Reparto Eversione di Roma, sulla
base di un programma e di un elenco di detenuti appron-
tato da questo Ufficio e dal G.l. di Bologna che indagava
sulle stragi del treno Italicus del 4.8.1974 e della Stazione
di Bologna del 2.8.1980. Lo strumento adottato si è rivela-
to estremamente interessante ed utile per sondare a largo
raggio ogni possibilità investigativa ed è veramente ama-
ro rilevare come, almeno in relazione ai processi di strage,
l'introduzione di una norma così importante sia giunta
molto tardi quando ormai numerosi processi si erano or-
mai conclusi e numerose indagini erano ormai definitiva-
mente pregiudicate. Oltre ai colloqui con i detenuti, il per-
sonale del ros ha esteso l'ambito dei colloqui investigativi
anche a persone non detenute in quanto già scarcerate o

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La caccia  15

 

mai inquisite o qualificabili come semplici testimoni, ef-
fettuando così un'autonoma attività di indagine di volta
in volta rapportata alle diverse Autorità Giudiziarie inte-
ressate, fra cui anche quelle di Brescia e di Roma. Sono
state raccolte in questo modo un gran numero di notizie,
indicazioni e valutazioni provenienti dall'interno di tale
ambiente, molte volte utili per le istruttorie in corso, altre
volte chiaramente inattendibili, ma comunque sempre im-
portanti per comprendere l'approccio da parte di soggetti
qualificati alla questione della strategia delle stragi e
dell'eversione di destra. Alcune delle persone contattate
dai Carabinieri del ros con lo strumento del colloquio in-
vestigativo hanno subito accettato il dialogo, hanno forni-
to notizie importanti (anche sulla base di una riflessione
critica sul loro passato e del venire meno, col tempo, dei
vincoli di omertà) e si sono dichiarati disponibili, talvolta
dopo qualche titubanza, alla verbalizzazione dinanzi ai
giudici. Nel corso delle formali testimonianze hanno
quindi rivelato elementi inediti sia relativi a fatti specifici
sia relativi alla ricostruzione del contesto in cui tali fatti
sono maturati.»1

Gli uomini del ros hanno ascoltato dapprima Vincenzo
Vinciguerra, terrorista d'estrema destra detentore di tanti
segreti della strategia della tensione. «Vincenzo Vinci-
guerra» spiega Salvini «nel corso di numerosi interrogato-
ri ha dichiarato in modo credibile di essere a conoscenza
di numerose circostanze importanti relative alla strage di
Piazza Fontana, alla strage dinanzi alla Questura di Mila-
no del 17.5.1973, alla strage di Brescia, alla strage del treno
Italicus e alla strage di Bologna.»2 Vinciguerra era senza
dubbio il terrorista d'estrema destra che più avrebbe po-
tuto fornire informazioni agli uomini del ROS. Aveva infat-
ti organizsato ed eseguito autonomamente la strage di Pe-
teano, il 21 maggio 1972, al contrario delle altre stragi
neofasciste commesse, invece, con la complicità di certi
settori dell'apparato statale. «Vincenzo Vinciguerra ha
sempre coerentemente sostenuto» afferma Salvini «[che]


16   Piazza Fontana

 

si trattava - forse unico tra gli episodi più gravi attribuiti
ad Ordine Nuovo - di un'azione diretta contro lo Stato e
non commessa in collusione con Apparati dello Stato o
per obbedirne alle finalità.»3

L'importanza delle complicità statali, tuttavia, l'ex ter-
rorista l'aveva scoperta senza volerlo: per curiosa ironia,
infatti, dopo il suo attentato, e senza che avesse chiesto
nulla, alti responsabili dei carabinieri s'erano dati da fare
per coprirlo e cercare i colpevoli, prima di orientarsi verso
la delinquenza comune, nel gruppo d'estrema sinistra
Lotta continua.

Vinciguerra è un testimone reticente. Come spiega Salvi-
ni: «Purtroppo egli ha limitato la sua ricostruzione a fini di
verità sulla strategia della tensione ad alcune e nemmeno
tutte le notizie di cui disponeva sulla strage di Piazza Fon-
tana e ha fornito pochissimi dati sulle altre stragi afferman-
do che le condizioni per fare emergere la verità non sono
ancora maturate. Vinciguerra ha sempre fortemente sotto-
lineato di non essere un "collaboratore" e ha quindi indica-
to nomi e circostanze solo e strettamente nella misura in cui
potessero essere utili a ricostruire l'attività degli elementi
di destra "inquinati" e dei loro protettori nello Stato, evi-
tando sempre di parlare dei camerati che egli riteneva in
buona fede e comunque evitando sempre di fornire su
chiunque elementi tali da imporre all'Autorità Giudiziaria
incriminazioni per fatti gravi e non prescritti e la conse-
guente emissione di mandati di cattura».4 «Intendo fin
d'ora affermare che tutte le stragi che hanno insanguinato
l'Italia a partire dal 1969 appartengono ad un'unica matrice
organizzativa» ha dichiarato Vinciguerra. «Tale struttura
organizzativa obbedisce ad una logica secondo cui le diret-
tive partono da Apparati inseriti nelle Istituzioni e per
l'esattezza in una struttura parallela e segreta del Ministero
dell'Interno più che dei Carabinieri.»5

«Posso oggi indicare i nominativi di persone che dal
1960 o da ancora prima sino ad oggi sono rimasti in colle-

gamento fra di loro, provenendo da uno stesso ceppo ed
essendo un gruppo politicamente ed umanamente omo-
geneo» ha affermato. «Si tratta infatti del gruppo che dette
vita o aderì successivamente al Centro Studi Ordine Nuo-
vo di Pino Rauti.»

«Tale gruppo» ha aggiunto «ha il suo baricentro nel Ve-
neto, ma ha naturalmente agito anche a Roma e a Milano.
È composto, fra gli altri, da queste persone: a Trieste da
Francesco Neami, Claudio Bressan e Manlio Portolan; a
Venezia-Mestre da Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi e

La caccia  17

 

Giancarlo Vianello; a Verona da Marcello Soffiati e Amos
Spiazzi nonché a Treviso da Roberto Raho. A Padova l'in-
tero gruppo Freda, con Fachini e Aldo Trinco; a Trento De
Eccher Cristiano; a Milano Rognoni Giancarlo; a Udine
Turco Cesare dal 1973 in poi; a Roma Enzo Maria Dantini
e il gruppo di Tivoli di Paolo Signorelli.»6

«Sul piano organizzativo» spiega Salvini «Ordine Nuo-
vo si struttura in circoli e in più ristrette cellule in ogni
città dove è possibile, sotto la responsabilità di un reggen-
te che deve rispondere gerarchicamente alle istanze supe-
riori. Nel Triveneto, ad esempio, e cioè Veneto, Trentino e
Friuli-Venezia Giulia, esiste un reggente quasi per ciascu-
na città e il dr. Carlo Maria Maggi di Venezia svolgeva,
negli anni '70, la funzione di reggente per l'intero Trivene-
to, rispondendo direttamente per il proprio operato alla
direzione di Rauti e Signorelli a Roma. L'intera struttura è
ispirata a principi di rigida compartimentazione e di rap-
porti di reciproca affidabilità fra pochi militanti in modo
tale che fossero garantite la riservatezza e il livello quali-
tativo dei militanti più che l'estensione quantitativa del
Movimento.»7

Vincenzo Vinciguerra ha quindi dichiarato agli inqui-
renti: «La struttura in cellule che almeno in teoria le strut-
ture clandestine di Ordine Nuovo avrebbero dovuto adot-
tare, era mutuata proprio dall'esperienza dell'OAS, a sua
volta mutuata dallo stesso fln [Fronte di liberazione na-
zionale dell'Algeria] che aveva dimostrato come essa fos-


18  Piazza Fontana

 

se la migliore. Questo tipo di cellula si basa su una strut-
tura a cinque in cui il capocellula è in contatto con due
coppie che formano le semicellule e che tra loro non si co-
noscono. Solo il capocellula è in contatto con un altro ca-
pocellula e così via».8

Il riferimento all'Organisation de l'Armée Secrete (oas),
il gruppo terrorista che insanguinò l'Algeria francese, non
è fortuito. Gli inquirenti sanno che i legami tra i terroristi
di Ordine Nuovo e i loro predecessori francesi dell'OAS so-
no più solidi di quanto appaia, e che per risolvere il miste-
ro delle bombe del 12 dicembre 1969 dovranno rivolgere
la loro attenzione agli ex oas.

L'ambiente sul quale i segugi del ROS indagano è più im-
penetrabile di Cosa Nostra. È composto infatti da un picco-
lo nucleo di irriducibili i cui superstiti sono sempre in con-
tatto. All'epoca, inoltre, nessuno degli ex ordinovisti si è
ancora pentito. Gli inquirenti dispiegano tutto l'arsenale
dei sofisticati strumenti d'ascolto e sorveglianza che sono
l'orgoglio dei ros. Microspie, minicineprese montate su fi-
bra ottica, registratori dat: nulla è troppo raffinato per por-
tare avanti le indagini. Le conversazioni più segrete tra gli
ex membri della cellula veneta di Ordine Nuovo vengono
registrate e attentamente studiate, quanti di loro sono an-
cora in Italia vengono sottoposti a sorveglianza ventiquat-
tr'ore su ventiquattro. Gli inquirenti si concentrano su due
di essi, amici d'infanzia, mai disturbati per i fatti di piazza
Fontana: Delfo Zorzi e Martino Siciliano.

Delfo Zorzi non è più in Italia.

Dalla seconda metà degli anni Sessanta vive in Giappo-
ne, dove, nei primi tempi, è stato lettore di italiano
all'università di Tokyo. Nulla di sorprendente: dopo ave-
re studiato lingue orientali, e in particolare giapponese,
s'è appassionato all'antico impero del Sol Levante, tanto
da essere uno dei primi, negli anni Sessanta, ad aprire in
Veneto una sala di karaté. Da Tokyo, all'epoca sotto lo
pseudonimo di Aldo Rossetti, scrive articoli per il quoti-
diano della Democrazia cristiana «II Popolo». Non per

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La caccia    19

 

questo, tuttavia, ha rotto con i compagni, come testimo-
nia Martino Siciliano: «Si manteneva pur sempre in con-
tatto con il gruppo di Mestre tramite Roberto Lagna, det-
to Bobo, deceduto recentemente, il quale intratteneva con
lui un fitto rapporto epistolare. Le lettere del Lagna, sot-
tratte dall'armadietto personale di Zorzi all'Università di
Tokyo probabilmente da elementi dell'estrema sinistra
giapponese, vennero pubblicate con risalto sul settimana-
le L'Espresso».9

A Tokyo Zorzi continua a operare nell'ombra. Ma il suo
datore di lavoro è cambiato, afferma Siciliano: «Mi risulta
per certo che Zorzi, a seguito di questo episodio, colla-
boro attivamente con le Autorità nipponiche allo smantel-
lamento della Japan Red Army, cioè un gruppo armato di
estrema sinistra equivalente alle Brigate Rosse italiane, ed
anche per questo, a mio parere e come voce diffusa
nell'ambiente di Mestre, venne concessa a Zorzi la cittadi-
nanza giapponese e quindi l'uso di un passaporto diplo-
matico che io, però, non ho mai potuto vedere personal-
mente».10

Siciliano non è l'unico a parlare del passaporto diplo-
matico di Zorzi. Vincenzo Vinciguerra è ancora più espli-
cito: «Ho sempre segnalato la presenza nel gruppo di Or-
dine Nuovo nel Veneto di elementi inseriti negli apparati
dello Stato. Rammento, a questo proposito, Delfo Zorzi
sul conto del quale chiedo che sia approfondita la sua po-
sizione anche alla luce della concessione da parte del Mi-
nistero degli Esteri a costui di un passaporto diplomatico
che, per quanto a mia conoscenza, può essere concesso so-
lo in casi eccezionali a privati cittadini nel caso che svol-
gono all'estero attività in favore del Paese. Lo Zorzi mi ri-
sulta essere un privato cittadino addirittura considerato
dal Ministero dell'Interno, ancora nell'estate 1987, "perso-
na pericolosa per la sicurezza dello Stato". La circostanza
del possesso di un passaporto diplomatico da parte di
Zorzi è emersa nel processo in Corte d'Assise per i fatti di
l'eteano nella primavera-estate del 1987».n


20   Piazza Fontana

 

Compiuta una verifica, gli inquirenti accertano che
Delfo Zorzi è davvero in possesso di un passaporto di-
plomatico. L'avrebbe ottenuto prima della riforma del
1976, e questo significa che non ha una scadenza: Zorzi
potrebbe quindi disporne sino alla fine dei suoi giorni.
Inutile dire che, quando hanno rovistato negli archivi del
ministero degli Esteri a Roma, gli inquirenti non hanno
trovato niente. Il che non stupisce: interrogati diversi te-
stimoni, infatti, i carabinieri hanno scoperto che il mini-
stro degli Esteri e il suo gabinetto avevano tradizional-
mente a disposizione un certo numero di passaporti
diplomatici che compilavano essi stessi nella massima di-
screzione. Quello di Zorzi proverrebbe dal contingente
ministeriale? Si dovrebbe chiederlo ai vari ministri succe-
dutisi agli Esteri negli anni Sessanta e Settanta.

Da parte sua, Vinciguerra spiega che Delfo Zorzi gode-
va di complicità all'interno della Farnesina: «In proposito
ricordo di aver conosciuto a Roma, il 13.12.1969, tale
Graziano, una persona anziana che mi è stata indicata
come funzionario del Ministero degli Esteri. L'interesse
nella segnalazione consiste nel fatto che costui era in rap-
porto di amicizia sia con Delfo Zorzi che con Paolo Si-
gnorelli, oltre che della signora che in quell'occasione
ospitò nel suo appartamento sia me che Cesare Turco, e
che ad informarmi dei rapporti di amicizia o di cono-
scenza che intercorrevano tra questo funzionario del Mi-
nistero degli Esteri, Zorzi e Signorelli fu Cesare Turco in
quell'occasione».12

Inizialmente gli inquirenti, scettici, non vogliono crede-
re che Zorzi abbia ottenuto la cittadinanza giapponese. In-
terrogato al riguardo, un rappresentante della delegazio-
ne diplomatica nipponica a Roma giudica «impossibile»,
per la rigidità dei criteri di selezione, che a un cittadino
italiano possa essere stata concessa la naturalizzazione nel
suo paese: tra tutti i popoli asiatici, quello giapponese go-
de della reputazione, meritata, di essere il più impermea-
bile a ogni contatto con l'estero. Il diplomatico promette

tuttavia di verificare, e quindici giorni più tardi arriva la
risposta. Delfo Zorzi ha davvero ottenuto la cittadinanza
giapponese: il Giappone non collaborerà in alcun modo
alle indagini in corso.

Evidentemente l'ex terrorista della cellula veneziana di
Ordine Nuovo gode di altissime protezioni nell'impero
del Sol Levante. Cosa che, nei suoi recenti contatti con
Zorzi, ha scoperto anche Martino Siciliano: «È sicuro, tut-
tavia, anche perché me lo ha confermato personalmente
La caccia 21

 

Zorzi in occasione di una delle sue recenti telefonate chi-
lometriche, che le Autorità giapponesi opposero un netto
rifiuto e mancanza completa di collaborazione con l'Auto-
rità Giudiziaria italiana in occasione dei processi subiti da
Zorzi per la strage di Peteano e del Poligono di Venezia-
Lido».13

A Tokyo Zorzi dirige società specializzate in import-ex-
port, ed è vicino al viceambasciatore della cee in Giappo-
ne, Romano Vulpitta.14 I servizi segreti italiani che hanno
indagato sulle sue attività economiche sono giunti alla
conclusione che, nel 1995, l'ex militante di Ordine Nuovo
è a capo di un vero e proprio impero industriale. Si occu-
pa delle esportazioni italiane in Estremo Oriente nel cam-
po della moda. Controlla società in Giappone, nell'ex
Unione Sovietica e in Corea, e ha interessi in Svizzera e
Gran Bretagna, dove si reca periodicamente. A questo si
deve aggiungere un negozio di abbigliamento di lusso a
otto luci sulla prospettiva Nevskij a San Pietroburgo, due
esercizi commerciali sempre nell'ex Unione Sovietica e al-
cuni altri in Estremo Oriente.

Zorzi non ha però rotto i rapporti con i suoi ex compa-
gni d'armi, in particolare con quelli implicati nelle nuove
indagini sulla strage di piazza Fontana. Telefona regolar-
mente agli uni e agli altri per controllare tutto ciò che fan-
no. Gli inquirenti, che hanno intercettato alcune sue con-
versazioni, l'hanno sentito dire a proposito di un ex
membro di Ordine Nuovo riparato all'estero: «Mi racco-
mando, voglio sapere non soltanto l'indirizzo di casa, ma


22 Piazza Fontana

 

anche quello del lavoro, perché se non riusciamo a con-
vincerlo in un modo, dobbiamo farlo in un altro».

Tra tutti gli ex ordinovisti, a dargli più preoccupazioni è
Martino Siciliano.

Siciliano vive in Francia, nella zona di Tolosa, dal 1979.
Con i suoi ex compagni d'armi sembrava non avesse che
contatti episodici. Dopo aver trovato un impiego in Fran-
cia in una discoteca gestita da italiani, s'è trasformato in
rappresentante di commercio mettendosi a lavorare per
due imprese tedesche, una di giocattoli e l'altra di articoli
da campeggio. Di tutti gli ex militanti di Ordine Nuovo, è
quello che ne è uscito peggio: vegeta nel lavoro e corre vo-
ce di una sua debolezza psicologica.

Non milita più dal 1972, data in cui venne sospeso da
Ordine Nuovo dopo avere inviato al capo del movimento,
Pino Rauti, una lettera che denunciava i metodi sbrigativi
dei suoi colleghi del gruppo milanese della Fenice, e in
particolare di Giancarlo Rognoni. In quella lettera si par-
lava di eliminazione fisica di avversari politici e di contat-
ti con la criminalità comune.

Da allora Siciliano vive nel rimorso. L'espulsione da
Ordine Nuovo gli ha aperto definitivamente gli occhi sui
metodi dei suoi ex compagni. Ha capito, sebbene un po'
tardi, che quando, nelle riunioni di cellula, i suoi capi par-
lavano «delle stragi come mezzi di lotta politica», non
scherzavano. Non solo: ha maturato la certezza che a met-
tere le bombe in piazza Fontana non è stato altri che il suo
amico d'infanzia Delfo Zorzi.

Aiutati dagli agenti del sismi (Servizio per l'Informazio-
ne e la Sicurezza Militare), i carabinieri del ROS localizzano
Siciliano a Tolosa. Ha sposato una francese, acquisendo co-
sì la cittadinanza del suo paese d'adozione, è quindi più
difficile esercitare pressioni su di lui. I carabinieri ci prova-
no e tramite la polizia di Tolosa gli notificano che è oggetto
di un'indagine su un attentato di secondaria importanza
compiuto a Milano all'università Cattolica all'inizio degli
anni Settanta. Siciliano cade nella trappola: «Dopo avere ri-

cevuto a Toulouse, dalla locale Polizia, la comunicazione
giudiziaria concernente l'attentato all'Università Cattolica
di Milano, sono venuto in Italia per un viaggio di affari e,
arrivato a Mestre, mi sono messo in contatto con Roberto
Lagna, elemento di Ordine Nuovo da sempre in contatto
con Delfo Zorzi e da questi utilizzato come paravento in
una società di cui è proprietario, la Quatzar, con sede a Pa-
dova. Ho contattato Lagna perché egli, oltre ad essere un
dipendente di Zorzi, era quello che aveva seguito su suo
La caccia   23

 

incarico tutte le udienze del processo del Poligono di Vene-
zia-Lido. Dissi a Lagna della comunicazione giudiziaria
che avevo ricevuto aggiungendo che a mio parere, avvalo-
rato anche da quello della Polizia francese, si trattava di
qualcosa di prodromico ad accuse ben più gravi. Dopo due
giorni, Lagna mi fece presente che se avessi avuto bisogno
di un lavoro, di un avvocato o di qualsiasi altra cosa a tutto
ciò avrebbe provveduto Delfo Zorzi, che non vedevo e non
sentivo da almeno 17 anni».15

Senza dubbio per timore di Zorzi, Siciliano sembra esi-
tare, ma chiede di essere informato su quello che i magi-
strati di Milano stanno tramando. Qualche tempo dopo,
gli inquirenti tentano una nuova manovra di «destabiliz-
zazione».

«In occasione di un altro mio viaggio in Italia, l’11 gen-
naio 1993 venni intercettato dalla polizia di Stato a Mestre
in via Piave. Fui condotto insieme ad un amico che si tro-
vava in mia compagnia, Maurizio Bastianetto, nei locali
del Commissariato di Mestre e interrogato circa la mia mi-
litanza in Ordine Nuovo e le vicende parallele e connesse.
Quelle domande mi allarmarono ulteriormente e quindi
contattai nuovamente Roberto Lagna mettendolo al cor-
rente dell'accaduto e chiedendogli se il dr. Maggi fosse
stato anch'egli inquisito nello stesso periodo. La vicenda
non ebbe, allora, ulteriore seguito.»16

Poco tempo dopo gli inquirenti approfittano di un
viaggio d'affari di Siciliano per giocare una nuova carta e
turbarlo ancora di più: «II giorno dopo l'apertura della


24  Piazza Fontana

 

fiera del giocattolo e del campeggio "SUN" di Rimini, ri-
cordo che era un lunedì, io mi trovavo all'Hotel Capitol
di Mestre e fui raggiunto da una telefonata di mio fratello
che mi invitava a guardare il TG3 poiché c'era una noti-
zia che riguardava il mio asserito coinvolgimento nella
strage di Piazza Fontana. La notizia fu subito ripresa da
vari giornali sia nazionali che locali e venni informato da
Lagna, che ero andato a cercare, che erano stati emessi tre
avvisi di garanzia nel Veneto. A seguito di questo episo-
dio persi il posto di lavoro e restituii l'automobile della
ditta presso cui lavoravo».17

A foiosa Martino Siciliano viene avvicinato da agenti
dei servizi segreti italiani che tentano di convincerlo a tor-
nare in Italia per consegnarsi alla giustizia e dire tutto
quello che sa sul ruolo di Delfo Zorzi nella strage di piaz-
za Fontana. Siciliano chiede di riflettere, prende il loro bi-
glietto da visita... e scompare.

La scomparsa dell'ex ordinovista getta gli inquirenti
nella costernazione e inquieta Delfo Zorzi, che muove cic-
lo e terra per cercare di scoprire dove il suo amico d'infan-
zia sia andato. Invano.

Neanche il giudice Salvini resta inattivo, e all'inizio del
1994 comunica all'avvocato di Siciliano, Giovanni Molin
del foro di Venezia, di avere emesso nei confronti del suo
cliente un'informazione di garanzia per la strage di piazza
Fontana. Qualche tempo dopo Siciliano si fa finalmente vi-
vo telefonando al suo contatto all'interno dei servizi segre-
ti italiani. È in un altro continente, ha paura, ha i nervi a fior
di pelle ed è senza soldi; vuole sapere che cosa rischia.
L'agente dei servizi gli consiglia di tornare in Europa e con-
segnarsi alla giustizia italiana. Prima di riagganciare, Sici-
liano gli risponde che deve riflettere.

Rientra in Europa nel febbraio 1994 ma, invece di recar-
si dal giudice Salvini, ristabilisce il contatto con Delfo
Zorzi, gli fa sapere di essere in Francia, a corto di mezzi, e
gli ricorda la promessa di trovargli un lavoro.

«Lasciai il numero telefonico di Toulouse» racconta Si-

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

25 La caccia

 

ciliano «ed effettivamente, dopo una quindicina di giorni,
venni chiamato da Zorzi che mi fissò un appuntamento a
Parigi per il 16 maggio 1994 alle ore 10.00 presso la Bras-
serie dell'Hotel du Louvre. Incontrai quindi Zorzi che mi
disse che avrei potuto lavorare nella sua organizzazione
in una località da stabilire. Per mantenere i contatti mi la-
sciò il numero del suo fax a Tokyo. Ovviamente, nel corso
dell'incontro parlammo della vicenda giudiziaria e Zorzi
mi disse di diffidare del giudice Salvini in quanto era le-
gato all'estrema sinistra e molto duro ed aggressivo. Ri-
cordo inoltre che prima di iniziare il colloquio, poiché
Zorzi si trovava privo di valuta francese, ci recammo alla
City Bank, vicino al Louvre, dove egli cambiò 50.000 yen
in franchi francesi. Quando in banca gli chiesero un docu-
mento, Zorzi, che mi aveva detto di essere arrivato dal
Giappone da circa una mezz'ora, disse di non averlo e mi
pregò di mostrare il mio, cosa che feci. Questo fatto
confortò la mia convinzione, che era peraltro diffusa
nell'ambiente di Ordine Nuovo di Mestre, che Zorzi viag-
giasse con un documento diplomatico e che quindi non
volesse farmene vedere la provenienza. Il colloquio con
Zorzi durò all'incirca un'ora in quanto egli mi disse che
doveva proseguire per la Svizzera e che la sua segretaria
gli aveva già prenotato un posto in aereo. Parlammo cam-
minando nel quartiere giapponese alle spalle del Louvre,
che Zorzi dimostrò di conoscere molto bene per contatti
commerciali con i negozianti di alta moda della zona. A
partire da quell'incontro sono stato chiamato regolarmen-
te da Zorzi con telefonate della durata anche di un'ora nel
corso delle quali mi ha sempre ribadito le opinioni, anche
quelle sul dr. Salvini, che mi aveva detto a Parigi.»18

Nel luglio del 1994, in preda a crisi maniacodepressive,
Martino Siciliano pensa di costituirsi. Telefona al suo con-
tatto nei servizi segreti italiani e gli fissa un appuntamen-
to a Venezia.

«Avevo quindi comprato il biglietto Toulouse-Venezia e
avevo mandato un fax a Zorzi dicendogli che la mia situa-


26  Piazza Fontana

 

zione non mi permetteva più di aspettare e che avevo de-
ciso di costituirmi alle Autorità inquirenti. Alle ore 3.30
del mattino ho ricevuto una telefonata da Zorzi nella qua-
le mi diceva di non andare assolutamente in Italia perché
mi avrebbero immediatamente arrestato con le ovvie con-
seguenze negative per la mia salute e che la situazione la-
voro si sarebbe sbloccata al più presto. Il giorno dopo, ef-
fettivamente, mi è arrivato un fax, privo dell'indicazione
dei dati del mittente, da parte di una ditta di San Pietro-
burgo, la Italian Style, e con questo fax mi sono recato al
Consolato russo di Marsiglia dove ho ottenuto il visto per
San Pietroburgo. Lo stesso Zorzi mi aveva fatto poi perve-
nire dalla Svizzera sul conto corrente di mia moglie la
somma di circa 700 dollari u.s.a. per il viaggio da Toulou-
se a Zurigo che ho fatto in treno. L'indicazione del Paese
di provenienza del denaro era sull'estratto conto poi per-
venuto a mia moglie. Arrivato a Zurigo in treno, ho trova-
to presso lo sportello dei servizi aeroportuali, come mi era
stato indicato da Zorzi, un biglietto prepagato di andata e
ritorno per San Pietroburgo, valido dallo stesso giorno ed
emesso da un'agenzia viaggi di Lugano.»19

«Preso l'aereo, sono arrivato a San Pietroburgo verso le
16.30 del giorno stesso attendendo per circa due ore la
persona che doveva venire a cercarmi e che Zorzi mi ave-
va detto che avrei immediatamente riconosciuto. Effetti-
vamente mi sono trovato davanti il fratello di Delfo, Ro-
dolfo detto Rudy, insieme ad una persona di cui non
ricordo il nome, ma che è l'attuale proprietario della ditta
Quatzar. Preciso che Delfo mi aveva detto che la persona
che avrei dovuto incontrare si sarebbe trovata all'aeropor-
to un'ora dopo di me e da ciò avevo dedotto che doveva
provenire da Francoforte, cosa che mi è poi stata confer-
mata da Rodolfo Zorzi. In realtà, a causa di un ritardo nel
volo Francoforte-San Pietroburgo, avevo atteso per circa
due ore anche perché, inoltre, la Polizia locale aveva se-
questrato ai due una valigia che conteneva degli occhiali
di elevato valore. Accompagnati da una ragazza del posto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La caccia 27

 

abbiamo raggiunto il Nietzky [sic] Palace, sulla omonima
Prospettiva dove ha sede anche il negozio Italian Style.
Poiché erano in corso i "Giochi dell'Amicizia" non vi era-
no molti posti liberi e quindi io mi sono sistemato in una
camera singola e Rodolfo Zorzi e l'amico in una doppia,
che erano le uniche camere libere. Dopo circa venti minuti
sono stato raggiunto al telefono da Delfo che chiamava
dal Giappone e ho parlato con lui per circa 90 minuti. Era
contento per la mia presenza a San Pietroburgo e, alla mia
richiesta circa il mio trattamento economico, mi ha detto
che avrei percepito circa 2000 $ al mese più l'alloggio in
albergo a 400 $ al giorno. Io ero arrivato a San Pietroburgo
al sabato e a partire dal lunedì successivo avrei dovuto
partecipare ad un viaggio d'affari su Mosca e Kiev dove
Delfo aveva altri contatti commerciali. Nel frattempo ero
stato spostato dal Nietzky all'Europa Palace e nella notte
di domenica, poiché mi ero sentito male e avevo avvertito
Rodolfo, Delfo mi ha richiamato pregandomi più volte di
farmi curare lì in Russia. Non avevo intenzione di farlo e
quindi sono ripartito per Zurigo con il biglietto di ritorno
e con altri 700 $ che Rodolfo mi aveva dato, su istruzione
di Delfo, per il tratto Zurigo-Toulouse in treno. Sono arri-
vato a casa il 27 luglio 1994 e il giorno dopo il mio medico
di famiglia mi invia ad una visita specialistica che ho fatto
il giorno 29 al mattino, mentre il pomeriggio dello stesso
giorno sono stato ricoverato alla Clinique de Beaupuy
dalla quale sono uscito in occasione del mio compleanno
il 31 agosto 1994. All'uscita dalla clinica ho informato via
fax Zorzi e circa due settimane dopo sono stato di nuovo
chiamato da lui al telefono sentendomi ripetere ancora gli
slessi discorsi sul dr. Salvini come persona con la quale
non avrei dovuto avere alcun rapporto.

«Inoltre Zorzi mi ha invitato a non avere rapporti con
le "barbe finte", cioè con rappresentanti dei Servizi di Si-
curezza. Più volte Zorzi mi ha chiesto se il mio telefono
fosse sotto controllo manifestando timori in tal senso,
l'ultimo contatto con Zorzi è avvenuto pochi giorni or


28 Piazza Fontana

 

sono, il 16 ottobre, quando mi ha nuovamente chiamato
al telefono. Abbiamo parlato per circa un'ora e, oltre a ri-
badire [i] medesimi concetti espressi nelle telefonate pre-
cedenti, ha aggiunto di sentirsi relativamente tranquillo
in quanto il Giappone è un Paese "serio" e mi ha consi-
gliato, nel caso il giudice Salvini avesse voluto interrogar-
mi, a non presentarmi spontaneamente e ad obbligarlo
invece a sentirmi per rogatoria in Francia. A tale suggeri-
mento ho risposto che il mio avvocato mi aveva consi-
gliato di presentarmi spontaneamente e Zorzi mi ha riba-
dito che invece i suoi legali avevano detto esattamente il
contrario.»20

Martino Siciliano decide di costituirsi e viene ascoltato
per la prima volta dal giudice Salvini il 18 ottobre 1994 alle
ore 16 al Palazzo di giustizia di Milano. La sua confessione
permette di stabilire con chiarezza la responsabilità mate-
riale di Delfo Zorzi nella strage di piazza Fontana. Dei
mandanti dell'attentato, invece, l'ex ordinovista non sa
nulla. Quando si tratta dei contatti di Zorzi e dei dirigenti
di Ordine Nuovo con settori istituzionali, la sua testimo-
nianza è più vaga. «Ricordo» afferma «che nel 1972/1974
cominciarono a diffondersi voci insistenti, nell'ambito ex
ordinovista di Mestre, che Rauti e Zorzi fossero in contatto
con ambienti diplomatici e militari statunitensi.»21

È un po' poco. In compenso, Siciliano sarà molto più lo-
quace sugli esordi di Delfo Zorzi e sulle ragioni che gli
danno la certezza che a collocare la bomba di piazza Fon-
tana sia stato il suo amico d'infanzia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

II
L'uomo del 12 dicembre

 

Figlio di una famiglia borghese, Martino Siciliano è cre-
sciuto nel culto della Repubblica sociale italiana. A quat-
tordici anni entra nella sezione di Mestre dell'organizza-
zione giovanile dell'MSi, dove ritrova un compagno di
scuola, Delfo Zorzi.

«All'epoca dei fatti di cui ho parlato» racconta «Delfo
Zorzi era una persona dal carattere molto forte, spesso
duro, molto manesco e privo di quelle reazioni che in
molti di noi sorgevano alla vista del sangue nel corso dei
pestaggi. Zorzi infatti si occupava personalmente anche
delle punizioni da infliggere a camerati, come quella nei
confronti di Busetto. Aveva un carattere chiuso, introver-
so e molto riservato, portato quasi ad una specie di misti-
cismo. Fu lui, infatti, a fare scoprire ad altri camerati di
Ordine Nuovo di Mestre come a me stesso, il buddismo
nonché autori del calibro di Evola, Guénon, Steiner ed al-
tri. Era una persona determinata e capace di mantenere
un autocontrollo notevolissimo e, quindi, per questo mo-
tivo era scelto cóme canale privilegiato tra Maggi e il
gruppo di Mestre.»1

Negli anni Sessanta i due adolescenti mandano in fran-
tumi l'insegna luminosa di una sezione del pci di Mestre e
vengono arrestati. Sei anni dopo aderiscono insieme a Or-
dine Nuovo Triveneto e, in occasione di qualche giro per
la regione del capo supremo, Pino Rauti, gli fanno da
guardie del corpo.

Martino Siciliano è a una buona scuola. Giuseppe Rau-

 


30 Piazza Fontana

 

ti, detto Pino, è nato nel 1926 nel Sud, in provincia di Ca-
tanzaro. Volontario a diciassette anni nelle fila della Re-
pubblica sociale italiana, nel 1944 viene preso prigioniero
dagli inglesi e internato sino alla fine del 1946. Non appe-
na libero entra nell'MSI, da poco fondato, e diventa subito
dirigente dei giovani. Arrestato nel 1951 per una serie di
attentati, viene rilasciato l'anno seguente, e nel 1953 inizia
a lavorare al quotidiano romano di destra «Il Tempo». Nel
1956, criticando la politica moderata dell'MSI, lascia il par-
tito neofascista e fonda il movimento d'ispirazione neona-
zista Ordine Nuovo, che si farà sentire all'inizio degli anni
Sessanta con una virulenta campagna a favore dell'OAS e
un sostegno incondizionato alla politica coloniale porto-
ghese. In seguito Rauti compirà frequenti viaggi in Porto-
gallo in compagnia di Clemente Graziani, altro dirigente
di Ordine Nuovo, gettando così le fondamenta dell'im-
presa commerciale Mondial import-export, specializzata
nel traffico d'armi in direzione delle colonie portoghesi e
dell'Africa australe.2

Ordine Nuovo non solo è l'organizzazione terrorista
d'estrema destra cui la giustizia ha attribuito il maggior
numero di episodi criminali, ma anche, a giudizio degli
stessi inquirenti, «una delle organizzazioni di destra ca-
ratterizzata dalle più vaste collusioni con gli Apparati
dello Stato e dalla presenza di elementi dipendenti o a va-
rio titolo in contatto con Servizi di sicurezza».3

«Il gruppo Ordine Nuovo, denominato Centro Studi
Ordine Nuovo, esce dal msi nel 1956 per iniziativa di un
gruppo di militanti guidati da Pino Rauti, Clemente Gra-
ziani, Paolo Signorelli, Stefano Serpieri e Stefano Delle
Chiaie, quest'ultimo passato poi, nel 1960, a fondare
Avanguardia Nazionale» spiega Salvini. «Negli anni se-
guenti i Centri Studi, ispirati fondamentalmente alle teo-
rie evoliane, al mito dell'Europa e alla rielaborazione di
concezioni hitleriane, si radicano nell'Italia settentrionale
e soprattutto nel Veneto e in misura molto minore invece
nell'Italia meridionale, ove è più presente Avanguardia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'uomo del 12 dicembre 31

 

Nazionale. Si susseguono i corsi per la formazione di qua-
dri e nei periodi estivi veri e propri campi paramilitari
con stages per attivisti. I militanti di Ordine Nuovo saran-
no presenti in modo massiccio, insieme a quelli di Avan-
guardia Nazionale, nell'attività del Fronte Nazionale di
Junio Valerio Borghese che deve costituire una federazio-
ne di gruppi al fine di realizzare l'atteso colpo di Stato.

«L'ideologia di Ordine Nuovo si caratterizza nell'indi-
viduazione come nemico principale della democrazia
parlamentare e del "letamaio partitocratico". Il program-
ma prevede l'eliminazione da tutta l'Europa delle influen-
ze liberali, progressiste e materialiste, con la costruzione
di una Europa Nazione illuminata da una concezione an-
tidemocratica, antisocialista, anticapitalista (almeno come
petizione di principio), aristocratica ed eroica della vita.
Nonostante le proclamate finalità antiborghesi e anticapi-
taliste, si nota tuttavia nell'organizzazione un ritegno a
portare l'attacco contro lo Stato come se dovesse comun-
que prevalere il ruolo di difesa dello Stato contro le forze
della sovversione comunista, ruolo che comporta una ben
precisa empatia con settori dei pubblici Apparati e con i
fautori di uno Stato forte e semplicemente reazionario e
non organico e nazista.

«Nell'autunno 1969, i Centri Studi Ordine Nuovo rien-
trano nel msi allora guidato dall'on. Giorgio Almirante.
Tale rientro, come più volte ricordato da testimoni come
Sergio Calore e Vincenzo Vinciguerra, ha peraltro solo ca-
rattere strumentale e il suo scopo è quello di costituire in-
torno ai militanti di Ordine Nuovo una sorta di ombrello
protettivo al fine di difenderli da eventuali incisive azioni
giudiziarie in vista dell'aggravarsi dello scontro nel Paese
ed in vista altresì dello svilupparsi della "strategia della
tensione" e del progetto di golpe.»4 Rauti viene eletto de-
putato nel maggio 1972 e poi, di nuovo, nel giugno 1976.
In questi anni è l'uomo forte dell'MSi, che nell'autunno del
1976 subisce una scissione perdendo la sua ala moderata,
che esce dal partito per fondare Democrazia nazionale.


32 Piazza Fontana

 

Ma l'arrivo alla testa del movimento neofascista di Gian-
franco Fini segnerà il suo declino. Dopo la nascita di Al-
leanza nazionale, e prima di rompere con Fini, Rauti in-
carna l'ala dura dell'MSI e la fedeltà alle tradizioni.

Molti osservatori della situazione politica italiana vedo-
no in lui l'uomo chiave della strategia della tensione,
quello che, da oltre vent'anni, godendo di incredibili pro-
tezioni occulte, tirerebbe sottobanco parte delle fila delle
trame nere con sfacciata impunità.

Una delle prime «imprese» di Delfo Zorzi e Martino Si-
ciliano in Ordine Nuovo è l'affissione di volantini di
stampo nazista: «Sei milioni di ebrei sono troppo pochi».
Ben presto, i militanti si preparano allo scontro: «Si decide
di coprire le attività di ON con una palestra di arti marziali
denominata Fiamma Yamato sita in un grande apparta-
mento di Via Verdi in Mestre» racconta Siciliano, che ri-
vendica la paternità dell'idea insieme a Zorzi.5

Nel frattempo i due compiici frequentano al Lido di Ve-
nezia una sala di karaté. Poi iniziano a circolare le prime
armi, si parla del concetto di guerra rivoluzionaria, di «fa-
re qualcosa», e Delfo Zorzi e il capo di Ordine Nuovo Tri-
veneto, Carlo Maria Maggi, teorizzano le «stragi» come
mezzo d'intervento politico. Infine, Zorzi inizia Martino
Siciliano alla strategia della tensione.

«Il 2 ottobre 1969 Zorzi mi parlò della necessità di effet-
tuare un atto dimostrativo al confine orientale in funzione
di contestazione alla preannunciata visita di Saragat a Ti-
to» rivela Siciliano. «La visita poi non si verificò comun-
que, ma per motivi che non attenevano al nostro fallito at-
tentato. Fui incaricato da lui di realizzare col pantografo
dei volantini manoscritti anti-Tito da lasciare in loco.»6

Gli esplosivi per gli «atti dimostrativi» erano stati depo-
sitati nella macchina di Maggi, che Zorzi e Siciliano anda-
rono a recuperare in un garage di Mestre. «Nel baule della
[macchina di Maggi] vi erano due contenitori metallici del
tipo per nastri da mitragliatrice, di colore grigio/verde,

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'uomo del 12 dicembre   33

 

riempiti di bastoni di gelignite con un timer già approntato
al quale mancava solamente di essere attaccata la batteria.
Chiesi a Zorzi perché vi erano due ordigni al posto di uno e
mi risponde che uno dovevamo deporlo a Trieste e l'altro a
Gorizia.... Io non sapevo come effettuare il collegamento
dei timers agli ordigni, ma lo Zorzi mi spiega come i due
poli dovessero essere collegati alle batterie.»7

Collocata la prima bomba, Siciliano e Zorzi s'allontana-
no in tutta fretta: «Eravamo convinti, andando via, di sen-
tire un boato che avrebbe dovuto verificarsi quando noi
uscendo da Trieste saremmo stati ormai sulla strada per
Gorizia. Il tempo programmato non era molto, meno di
un'ora, forse 40 o 45 minuti, ma comunque non sentimmo
nulla».8 Infatti la bomba non esplose: la batteria era prati-
camente scarica.

I due ordinovisti non hanno maggiore fortuna con il se-
condo attentato, alla frontiera iugoslava a Gorizia.

«Fu scelto il cippo situato di fronte alla vecchia stazione
ferroviaria. Il luogo era adatto anche perché la strada era
poco illuminata. Nei pressi del cippo c'era la rete metalli-
ca che segnava il confine. Non sono in grado di ricordare
chi depose la cassetta, forse fui io stesso. Fui invece certa-
mente io a lasciare lì vicino dei volantini del tutto analo-
ghi a quelli lasciati a Trieste, anche questi da me mano-
scritti. Il congegno deposto a Gorizia, per quanto ricordo,
era del tutto identico a quello deposto a Trieste. Sapemmo
che anche questo ordigno non esplose in quanto non ap-
parve alcuna notizia sui giornali.»9

Non ci sarebbe stata ragione di occuparsi di questi due
falliti attentati se, pochi mesi più tardi, Siciliano non vi
avesse visto una sorta di apprendistato, una prova, se non
1a messa a punto di una tecnica che doveva portare alla
bomba della Banca Nazionale dell'Agricoltura. All'an-
nuncio della strage di piazza Fontana, capisce infatti che
nella faccenda sono implicati Delfo Zorzi e il gruppo ve-
neto di Ordine Nuovo. Nel modus operandi di chi ha col-


34 Piazza Fontana

 

locato l'esplosivo riconosce la mano del suo compagno
d'armi.

«Pochi giorni dopo la strage di piazza Fontana» raccon-
ta «mi trovavo nella Galleria Matteotti di Mestre in com-
pagnia di camerati del msi, fra cui l'ex senatore Piergiorgio
Gradari, e parlando di quanto era avvenuto a Milano ad
un certo punto ebbi una crisi di pianto. Nel corso di que-
sta crisi confidai al camerata Gradari la mia convinzione
che la strage non fosse stata opera degli anarchici, ma che
fosse invece da attribuirsi ad elementi di ON di Venezia e
Padova. Gradari mi consigliò di calmarmi e mi disse che,
anche se ciò che pensavo fosse stato vero, avrei dovuto te-
nermelo per me. Gli elementi che provocarono questa mia
crisi erano: l'assoluta somiglianzà fra gli ordigni che ave-
vo visto e materialmente deposto a Trieste e Gorizia con la
descrizione che era stata fatta dai giornali della bomba
esplosa alla Banca Nazionale dell'Agricoltura. Intendo ri-
ferirmi al contenitore dell'esplosivo che era costituito in
tutti e tre i casi da una cassetta metallica. I giornali, inol-
tre, avevano riportato la notizia che l'esplosivo impiegato
era costituito da candelotti di gelignite perfettamente ana-
loghi a quelli che avevo visto, manipolato ed innescato
nei due falliti attentati di Trieste e Gorizia. Mi riferisco ov-
viamente alla descrizione dell'ordigno inesploso che era
stato rinvenuto alla Banca Commerciale di Milano di cui
era stata descritta la foggia....

«- l'affermazione fatta da Delfo Zorzi nel corso del
viaggio a Trieste circa il fatto che vi erano molte altre cas-
sette metalliche e molto altro materiale, cioè candelotti di
gelignite come quelli che stavamo trasportando in quel
momento.»10

La testimonianza di Martino Siciliano sugli attentati di
Trieste e Gorizia imprime nel 1994 una scossa all'istrutto-
ria di Salvini. I carabinieri del ros riprendono in mano il
dossier di tutti gli attentati attribuiti a Ordine Nuovo nel
1969. Prima di piazza Fontana, c'erano state le bombe alla
Fiera di Milano e poi quelle del 9 agosto su dieci treni di-

L'uomo del 12 dicembre  35

 

versi (ne erano esplose otto). In un primo tempo i carabi-
nieri, come tutti gli inquirenti, avevano pensato a una
escalation. In seguito si erano resi conto che i terroristi fa-
cevano delle prove. L'ordigno era sempre lo stesso, cam-
biava solo il contenitore: prima una cassa di legno, poi
una scatola di latta, poi casse da munizioni e infine, per
piazza Fontana, una cassetta portavalori blindata compra-
ta da Franco Freda su suggerimento di Tullio Fabris, un
modesto elettricista di Padova che il gruppo veneto di Or-
dine Nuovo aveva cercato di reclutare.

Fabris eseguiva piccoli lavori per la madre di Freda, i due
divennero amici e Freda iniziò a chiedergli consigli.

«Verso Giugno-Luglio 1969» racconta Fabris «ricordo
che era caldo, in occasione di un lavoro effettuato presso il
suo ufficio, riferendosi a due batterie del tipo quadrato da
4,5 volts, sovrapposte l'una sull'altra e tenute assieme da
nastro adesivo non isolante, il Freda accennò ad un pro-
blema relativo alla necessità di realizzare un contatto elet-
trico con ritardo. Proprio mostrandomi le batterie accennò
all'utilizzo di un timer per ottenere un contatto in ritardo
e mi chiese se ero in grado di procurarne.»11

Fabris rispose che timer regolati a tre o quattro minuti
erano prodotti dalla ditta Hover. «Freda mi fece subito pre-
sente che gli occorrevano ritardi di 60-90 minuti e, quindi,
timers in grado di soddisfare questi tempi. Io gli risposi che
non sapevo se esistevano timers di quella durata ma che
avrei chiesto in giro e gli avrei fatto sapere.»12 Fin qui quello
che Fabris aveva detto nell'istruttoria a D'Ambrosio. Nel
novembre 1994, venticinque anni più tardi, Fabris decide di

ri velare al ROS la parte più importante della storia che prima
aveva sempre taciuto. Fabris racconta che lui Freda si rive-
dono regolarmente, e l'elettricista fa la conoscenza di Gio-
vanni Ventura. I tre discutono insieme di timer, finché, se-
guendo le istruzioni di Fabris, Freda e Ventura realizzano
un congegno nel quale uno «solfanello antivento» viene ac-

ceso da un filo di nichelcromo sul quale è appoggiato. Il
congegno viene collaudato rell'ufficio di Freda. Funziona.


36 Piazza Fontana

 

Qualche tempo dopo otto bombe esplodono su altrettanti
treni, e due vengono scoperte a Milano e Venezia: il loro si-
stema d'innesco è identico a quello messo a punto seguen-
do i consigli dell'elettricista di Padova. Ma Fabris non colle-
ga gli attentati ai treni con le domande di Freda.

Nel settembre 1969 Freda ha bisogno di timer più sofi-
sticati, e Fabris lo porta alla ditta Rica di Padova; ma i
congegni che fanno loro vedere non vanno bene. Si rivol-
gono allora alla Elettrocontrolli di Bologna, che commer-
cializza il tipo di timer che cercano. Freda ne ordina cin-
quanta, che Fabris si procura. Alla strage di piazza
Fontana mancano poche settimane.

Venendo a sapere dell'attentato, l'elettricista si sente
quasi mancare: «Il pomeriggio del 12 dicembre 69 dopo
avere appreso da un cliente di quanto accaduto a Milano
ebbi in cuor mio la certezza morale che Freda e Ventura
erano degli assassini, tuttavia non vi volevo credere».13

Qualche mese più tardi i dubbi divengono certezza.

«In un tempo successivo alla strage di piazza Fontana e
quando il tempo volgeva verso la Primavera, quindi, cre-
do nel Marzo o Aprile 1970, mentre mi trovavo nell'uffi-
cio del signor Freda, sito in Via S. Diagio, alla Presenza
del signor Giovanni Ventura, mi fu chiesto se desideravo
lavorare per loro in maniera continuativa per eseguire i
collegamenti elettrici tra i timers e le pile ed il resto del
materiale occorrente. Precisarono testualmente: "La pa-
gheremo bene e sarà che protetto in quanto dovessero ve-
rificarsi dei problemi anche a noi, stia tranquillo che c'è,
una persona importante a livello governativo che ci da-
rebbe una mano e che proteggerebbe anche lei" [sic]. Non
risposi subito e presi tempo e nell'arco di due giorni ne
parlai con mia moglie decidendo in senso negativo e, ri-
tornando presso l'ufficio del Freda, questa volta da solo,
lo informai del mio diniego. Voglio precisare che all'epo-
ca io e mia moglie stavamo costruendo con sacrifici la no-
stra casa e che dei soldi ci avrebbero fatto comodo, ma
erano successi alcuni episodi che ci fecero molto riflettere

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'uomo del 12 dicembre 37

 

e ci imposero di staccarci completamente da quell'am-
biente.»

Quali furono gli episodi che fecero riflettere Tullio Fa-
bris?

«Tali episodi sono essenzialmente: 1) il far presente da
parte del Freda, nel corso del secondo semestre del 1969,
che in dicembre di quello stesso anno si sarebbe verificato
qualcosa di importante; 2) il legare, sempre da parte del
Freda, questi eventi importanti, ricordo il plurale, alle
specifiche richieste in campo elettrico che mi faceva per
crearsi un bagaglio culturale nello specifico settore; 3) il
parlare da parte del Freda, genericamente, della realizza-
zione di un "colpo di stato", e comunque di una "destabi-
lizzazione" della situazione politica italiana. I termini vir-
golettati sono esattamente quelli utilizzati dal Freda ed
erano in riferimento a quanto doveva accadere nel Dicem-
bre del 1969. Intendo specificare che queste frasi dette dal
Freda non trovavano la loro origine in una particolare
confidenza, ma in un forte desiderio di quest'ultimo di
vantare e di appalesare il suo potere.»14

A questo punto Tullio Fabris interrompe ogni contatto
con i suoi due amici e, quando lo chiamano, fa rispondere
dalla moglie che non è in casa. Freda e Ventura cessano di
importunarlo e il piccolo elettricista può sperare, se non
di ottenere indulgenza, almeno di essere dimenticato. In-
vano.

Grazie a un'intercettazione telefonica, gli inquirenti ri-
salgono fino a lui e, nel gennaio 1972, il giudice Stiz lo
ascolta in tre occasioni consecutive. Fabris, terrorizzato,
dice comunque una parte di quello che sa: senza rivelare
di avere proceduto a dei collaudi, ammette che Freda ha
chiesto il suo parere sulla fabbricazione di ordigni esplosi-
vi simili a quelli impiegati nel quadro della campagna di
attentati ai treni nell'agosto 1969. Riconosce di avere pre-
so in consegna i timer della Elettrocontrolli di Bologna, e
rivela di avere consigliato Freda sull'acquisto di una cas-
setta metallica identica a quella usata per la strage di piaz-


38 Piazza Fontana

 

za Fontana. Dal momento di queste dichiarazioni, vive
nel terrore. Dirà ancora ventidue anni più tardi: «Voglio
fare presente che ho molto timore non per avere avuto un
ruolo nella strage ma per essere stato trascinato a causa
della mia ingenuità e buona fede, anche perché il signor
Freda appariva come un rispettabile avvocato, in situazio-
ni che mi hanno permesso di capire che si stavano realiz-
zando delle cattive azioni. I miei timori sono fondati in
quanto già nel passato ho subito visite intimidatorie delle
quali voglio parlare perché si sia coscienti della mia situa-
zione emoti va. Preciso che subito dopo il primo o secondo
verbale ricevetti la visita di una persona che non conosce-
vo e che mi disse di chiamarsi Fachini e di essere un ami-
co di Freda, e mi precisò di venire per conto di questi. Ri-
cordo che era in un periodo freddo. Il Fachini mi chiese di
raccontargli quali erano state le domande fatte dai giudi-
ci, cosa alla quale io risposi, chiedendomi inoltre se avevo
bisogno di aiuto e se il lavoro andava bene. Io gli risposi
che non volevo avere più alcun rapporto con loro. Succes-
sivamente, sempre in un periodo freddo, invernale, nello
stesso tempo in cui effettuavo alcune deposizioni in Mila-
no, il Fachini rivenne, unitamente ad altra persona a me al
momento non nota, sempre presso la mia abitazione ne-
gozio. In questa occasione era presente mia moglie ed al-
cuni clienti. I due aspettarono l'uscita dei clienti per ini-
ziare a parlare, cosa che fecero solo con mia moglie in
quanto io arrivai proprio nel momento in cui lei li stava
cacciando via e la udii dire che gli avrebbe graffiato il mu-
so. Mia moglie mi narrò che era stata minacciata in parti-
colar modo dallo sconosciuto che si era qualificato come
milanese. Riconoscemmo poi, in un articolo di giornale,
l'individuo che aveva accompagnato il Fachini, si trattava
di Pino Rauti».15

Per la partecipazione alla strage di Milano, Freda e Ven-
tura sono stati sottoposti definitivamente a giudizio
vent'anni dopo, e scagionati. Pino Rauti, anche se ha per-
duto la sua aura, è sempre un personaggio politico con il

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'uomo del 22 dicembre  39

 

quale occorre fare i conti: incarna l'anima nera dell'ex msi.
E quindi del tutto cosciente dei rischi cui è esposto, tanto
più che Tullio Fabris ha non solo confermato le sue accu-
se, ma ha aggiunto alcuni particolari che allora aveva ta-
ciuto.

Fabris ha dichiarato agli inquirenti che «Freda più volte
mi chiese consigli elettrici, sempre, ricordo nitidamente,
con degli appunti in mano, come cioè, se gli fosse stato in-
dicato cosa doveva chiedere. Non ho mai potuto tenere in
mano questi foglietti.... Il Freda diceva che vi era un'altra
persona che provvedeva a realizzare quanto io avevo
esperimentato, non mi fece il nome di questa persona e
non sono in grado di dare nessun particolare su di essa».16

Dell'identità del misterioso personaggio che, seguendo
le istruzioni dell'elettricista, avrebbe fabbricato le bombe,
gli inquirenti hanno un'idea. Martino Siciliano ha parlato
di fronte a loro dell'armiere del gruppo Veneto, esperto
nella manipolazione e fabbricazione di armi. Sopranno-
minato Zio Otto, sapeva costruire silenziatori come as-
semblare ordigni esplosivi e, raccontò Zorzi a Siciliano,
aveva migliorato e reso più sicuro il sistema di timeraggio
delle bombe di Trieste e Gorizia.17

Secondo Siciliano Zio Otto lavorava come segretario in
un poligono di tiro e si chiamava Carlo Digilio. Come
Martino Siciliano e Delfo Zorzi, non venne disturbato nel
corso delle prime istruttorie sulla strage di piazza Fonta-
na. Gli inquirenti sapevano che, come gli altri due, faceva
parte della cellula veneziana di Ordine Nuovo, ma nessu-
no aveva ancora veramente indagato sul suo ruolo in
quella oscura vicenda. Se era davvero Carlo Digilio lo Zio
Otto che aveva fabbricato le bombe del gruppo veneto, la
sua testimonianza sarebbe stata decisiva. Così, i carabinie-
ri del ros si lanciarono sulle sue tracce.

«Carlo Digilio, Segretario del poligono di tiro di Vene-
zia e frequentatore del dr. Carlo Maria Maggi (Reggente
di Ordine Nuovo per il Triveneto), era stato coinvolto
nell'istruttoria concernente la riorganizzazione, alla fine


40   Piazza Fontana

 

degli anni '70, di tale gruppo e i reati connessi a tali atti-
vità, istruttoria condotta prima dall'A.G. di Bologna e poi
dall'Autorità Giudiziaria di Venezia sulla base delle di-
chiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia» spiega il
giudice Salvini. «Tratto in arresto una prima volta nel giu-
gno del 1982 su mandato di cattura del G.i. di Venezia per
alcuni reati minori (quali la detersione illegale di muni-
zioni), era stato dopo pochi giorni scarcerato e, preveden-
do un imminente nuovo arresto per reati di gravita di
gran lunga maggiore, si era allontanato nell'estate del
1982 da Venezia iniziando una lunga latitanza in Italia e
all'estero.»18

Con l'aiuto del colonnello Amos Spiazzi, aveva raggiun-
to Milano per scappare nel 1985 a Santo Domingo, rifugio
negli anni Ottanta di molti ricercati italiani dell'estrema
destra.

«I vari processi a carico di Carlo Digilio, celebrati a Ve-
nezia e a Milano mentre questi era in stato di latitanza, si
erano quindi conclusi con sentenza definitiva per un tota-
le di oltre 10 anni di reclusione. Tutte le sentenze avevano
riconosciuto a Carlo Digilio (molto probabilmente so-
prannominato "Zio Otto" nell'ambiente) un ruolo più di
quadro "coperto" che di esponente politico con attività
pubblica, espertissimo di armi e di altri aspetti tecnici e
per questo incaricato soprattutto di attività di supporto e
di consulenza tecnico-logistica. Una figura, quindi, parti-
colare non di militante di destra che si esponeva in pub-
bliche manifestazioni, ma di "consigliere" e di "esperto"
in favore della struttura che operava a Venezia e dintorni.

«La latitanza di Carlo Digilio, personaggio ormai quasi
dimenticato se non per la presenza nei verbali di vari col-
laboratori di giustizia in istruttorie sulle stragi del suo
probabile nome in codice (Zio Otto o Ziotto), era prose-
guita sino all'autunno del 1992. In tale periodo, personale
della Digos di Venezia, dopo un'accurata e minuziosa in-
dagine, aveva infatti individuato il domicilio del latitante
n Santo Domingo, ne aveva ottenuta, d'intesa con l'Inter-

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'uomo del 12 dicembre   41

 

poi, la cattura da parte della Polizia locale e la quasi im-
mediata espulsione verso l'Italia. Carlo Digilio era giunto
a Roma con un aereo proveniente da Santo Domingo il
30.10.1992 ed aveva iniziato a espiare in un carcere italia-
no la pena definitiva che gli era stata irrogata.»!9

Contattato in carcere dagli investigatori di Salvini, Di-
gilio non accetta di buon grado di collaborare. La sua con-
fessione non è facile. Negando di essere Zio Otto, quando
i carabinieri gli chiedono spiegazioni sul suo ruolo all'in-
terno della cellula veneziana di Ordine Nuovo ha una pri-
ma reazione di paura. Poi, a poco a poco, si lascia andare a
qualche confidenza, e finalmente accetta di rispondere al-
le domande del giudice Salvini:

«Con riferimento ai miei incontri con Ventura e Zorzi,
voglio spiegare i motivi per cui sinora non ne avevo par-
lato. Io mi trovo da circa due anni in Italia dopo una lunga
assenza e in un Paese quindi [in cui] sono mutate e stanno
mutando tante situazioni politiche. Ho quindi cercato di
comprendere se effettivamente non siano più operanti ta-
luni settori anche di persone legate in qualche modo ad
Apparati statali, oltre agli appartenenti al vecchio gruppo
di Ordine Nuovo, che possano mettere in pericolo l'inco-
lumità mia e dei familiari soprattutto allorché le mie di-
chiarazioni diverranno necessariamente pubbliche. In
questo contesto ho potuto solo gradatamente acquisire fi-
ducia del tipo di tutela che mi viene e mi verrà garantita e
quindi mi sento in grado solo oggi di integrare in relazio-
ne a circostanze importanti le dichiarazioni che sinora ho
reso.»20 Digilio parla innanzitutto del suo primo incontro
con Ventura. Questi aveva bisogno di un esperto d'armi, e
lui lavorava in un poligono di tiro. A metterli in contatto,
a uno scopo ben preciso di cui si riparlerà, fu una cono-
senza comune, il professor Lino Franco.

«Ho conosciuto Giovanni Ventura intorno al 1966/1967

a Treviso in una libreria, gestita da lui. In un primo tem-
po si mostrò un po' diffidente, ma poi abbastanza presto
affabile. Mi espose il suo problema che consisteva nella


42     Piazza Fontana

 

catalogazione e risistemazione di quella che lui chiamava
una "collezione di armi". Capii subito che Ventura non ca-
piva niente di armi. Ci incontrammo quindi una seconda
volta, di lì a pochi giorni, e mi accompagnò con la sua
macchina una Mini Minor partendo da Treviso sul posto
che dovevamo raggiungere in provincia di Treviso che
all'occorrenza saprei indicare. Ricordo che Ventura con la
sua macchinetta correva a rotta di collo.»21

Il «posto» in provincia di Treviso era Paese. Appena ar-
rivati, raggiunsero una casetta modesta, isolata, in fondo
a un viottolo: il deposito d'armi del gruppo di Ordine
Nuovo, dove Digilio incontrò per la prima volta Delfo
Zorzi.

Digilio non è stato il primo a parlare di questo arsenale.
Poco dopo gli attentati alla Fiera di Milano, un conoscente
di Franco Freda ne aveva rivelato l'esistenza agli inqui-
renti, che tuttavia non si erano dati nemmeno la pena di
verificare.

«All'interno di questo casolare» racconta Digilio «costi-
tuito da due stanze al piano terreno, c'era nella prima stan-
za a destra qualcosa coperto da un telo ed era una stampa-
trice che loro stessi indicarono come "la vecchia". Ventura
disse proprio all'altro: "Stai facendo la guardia alla vec-
chia". Nella stanza a sinistra, lungo il muro del lato destro,
sotto un telo c'era ammassato un quantitativo di armi in
una gran confusione, alcune intere, alcune smontate e
c'erano anche alcune cassette di munizioni e di caricatori.
Sembravano buttate lì di fretta per una ulteriore sistema-
zione. Ricordo dei moschetti Mauser, dei m.a.b., un fucile
semiautomatico tedesco di precisione, qualche Sten e una
mitragliatrice MG 42 e cinque o sei cassette di cartucce per
questa mitragliatrice. E poi c'erano altre cartucce di vario
tipo. C'erano vari tipi di armi e tanti tipi di cartucce. Ricor-
do che Ventura si preoccupava della intercambiabilità di
queste cartucce. Talune armi, come ho detto, erano smon-
tate e attaccate con del nastro isolante. Io mi misi a fare
questo lavoro di catalogazione e sistemazione occupando-

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'uomo del 12 dicembre    43

 

mi anche del rimontaggio, quando era possibile, delle armi
smontate. C'era verarmente di tutto, anche delle pistole
dell'800 ad avancarica.. Il casolare era circondato da un mu-
retto e ciò non consentiiva a nessuno, anche a chi fosse pas-
sato di lì per caso, di vedere cosa vi fosse all'interno.

«Ad un certo puntco, essendo ora di pranzo, Ventura
uscì con la macchina per andare a prendere dei panini in
un paese vicino e l'altro rimase fuori dal casolare di guar-
dia. Mi avevano detto che i sacchi che si notavano sul lato
sinistro della stanza dove c'erano le armi, erano un paio
di sacchi di juta e un paio di plastica, contenevano del
concime chimico e che mi dissero di lasciare perdere. In
effetti dall'aspetto poteva sembrare, ma io sfruttai quei
pochi minuti per rendermi conto di cosa ci fosse realmen-
te. Nei due sacchi di juta c'erano due cassette metalliche
color verdastro di tipo militare che io aprii rapidamente
dentro le quali c'erano dei candelotti di tritolo di quelli in
uso all'Esercito, ricoperti di carta con il vano cilindrico, da
un lato protetto da un velo di carta, per introdurvi il deto-
na tore. Ricordo che per controllare che non fossero di pla-
stico ne ho preso in mano qualcuno che ho battuto legger-
mente sullo spigolo della cassetta e davano il suono secco
dei candelotti di tritolo che avevo visto durante il servizio
militare. Sotto le cassette c'erano anche alcune mine anti-
carro ancora con la loro custodia metallica e integre. I sac-
chi di plastica, che stavano davanti a quelli di juta e che
erano quelli che potevano sembrare contenere il concime,

contenevano invece in totale una ventina di chili di una
sostanza a scaglie di colore rosaceo che era un tipo di
esplosivo che non sarei in grado di definire.»22

«La mia seconda visita al casolare avvenne dopo che
Ventura mi aveva chiedo quelle delucidazioni sulle mo-
dalità di accensione dei congegni ... L'interesse di Ventura

quindi risultava essersi spostato anche nel campo dei con-
gegni esplosivi e il prof. Franco volle andare a fondo di

questa vicenda. Il prof. Franco mi convocò per telefono, ci
incontrammo a Treviso alla stazione (io avevo raggiunto


44 Piazza Fontana

 

Treviso in treno) e Franco mi riferì che aveva sentito Ven-
tura il quale aveva dei problemi. In quella occasione si li-
mitò a dirmi che avrei dovuto accompagnarlo nel casolare
che già conoscevo per periziare una pistola "strana", ri-
cordo esattamente la parola che egli usò, e mi chiese in so-
stanza di fargli questo ultimo favore e di accompagnarlo
sul posto.

«Ci recammo a Paese esattamente quello stesso giorno
con una macchina guidata da Franco, dopo avere raccolto
a Treviso Giovanni Ventura il quale stava aspettando nei
pressi della stazione a bordo della stessa Mini Minor rossa
con la quale lo avevo già visto la volta precedente. Rag-
giunto il casolare vi trovammo Delfo Zorzi che era nella
prima stanza, entrando, dove c'era un tavolino.

«Ebbi la netta impressione che Franco e Delfo Zorzi si
conoscessero già. Zorzi appariva più affabile della prima
volta in cui l'avevo visto. Franco gli chiese di vedere la pi-
stola. Zorzi recuperò nella stanza a sinistra la pistola che
era effettivamente una pistola non comune, una vecchia
Frommer ungherese piuttosto malconcia. Io diedi un'oc-
chiata all'arma, vidi che era piuttosto maltenuta e dissi
che con quella era certo meglio non spararci e non aveva
neanche un gran valore come arma da collezione. Capii
però che nei miei confronti la verifica su quell'arma era
poco più che un pretesto in quanto Zorzi insieme all'arma
portò alcune componenti di un congegno esplosivo. Si
trattava in sostanza del meccanismo di accensione e cioè
una pila, un orologio da polso e dei fili nonché della pol-
vere nera da caccia e dei fiammiferi di tipo comune. Zorzi
e Ventura assemblarono insieme il tutto con una pinzetta
e dissero al prof. Franco che il problema che non avevano
ancora deciso come risolvere era quello di collegare il filo
che faceva da resistenza o a polvere nera o a un fiammife-
ro. In questo secondo caso la resistenza doveva essere av-
volta attorno al fiammifero. Franco, vedendo quell'ar-
meggiare e i dubbi che venivano esposti, sbottò dicendo
che il filo non era di quelli più idonei in quanto era troppo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'uomo del 12 dicembre     45

 

rigido e infatti nella prova nelle mani di Zorzi e Ventura si
ruppe e dovettero ripetere l'operazione ed inoltre i fiam-
miferi erano troppo piccoli e potevano usare invece fiam-
miferi con la testa più grossa, più lunghi, e cioè quelli an-
tivento normalmente in commercio.

«... Sul tavolo Ventura mostrò, tirandoli fuori dalla sua
borsa, alcuni manuali sull'uso degli esplosivi. Uno era un
libro americano, uno era un manuale della casa editrice
Feltrinelli del tipo Manuale del Guerrigliero.»23

Qualche giorno dopo, Carlo Digilio rivide Delfo Zorzi.
«Zorzi mi disse che avevano notevolmente migliorato, in-
sieme a Ventura e a Pozzan il tipo dei congegni esplosivi
rispetto al momento in cui io e il prof. Franco avevamo
fatto visita al casolare. Delfo Zorzi non mi specificò nulla
circa il tipo di miglioramento che era stato raggiunto in
relazione ai congegni.»24

Digilio vide Ventura altre due o tre volte.

«Mi disse che egli era alla ricerca di persone che potes-
sero essere coinvolte in attentati dimostrativi per i quali
egli aveva già una consistente disponibilità di fondi. Per
un singolo attentato dimostrativo avrebbe potuto pagare
la somma di 100.000 lire e ciò per un'operazione che si li-
mitava a deporre un pacchetto in un determinato posto
senza doversi occupare di altre fasi dell'operazione. Non
parlò di obiettivi anche se in seguito potei ricollegare que-
ste proposte alla campagna che comprendeva anche at-
tentati ai treni. Io comunque gli risposi che mi piacevano
le cose militari, ero un appassionato di tecnica delle armi,
cosa che era del tutto vera, ma che non ero disponibile a
svolgere attività quali quelle che mi proponeva e dalle
quali dissentivo totalmente.»25

Digilio s'incontrava con Ventura nella libreria di que-
st'ultimo, dove c'era un ufficio isolato.

«In un'occasione io vidi su un tavolo di questo ufficio
due orologi da polso di marca Ruhla che osservai abba-
stanza bene e che nel corso della conversazione Ventura
mise in tasca. Nel corso della conversazione venne l'ac-


46   Piazza Fontana

 

cenno che si trattava di un acquisto che aveva fatto alla
standa per poco prezzo.»26

«Nel corso di un successivo incontro mi parlò di quel
problema tecnico che aveva risolto tramite un elettricista.
... Mi disse che le modalità di innesco che egli aveva impa-
rato erano le seguenti: un orologio da polso con un perno
incastonato sul vetro doveva servire per chiudere il circui-
to di contatto con la lancetta. Dei fili di nichel-cromo colle-
gati al circuito avrebbero quindi funzionato da resistenza
diventando incandescenti e facendo accendere un fiammi-
fero antivento inserito nel detonatore che in questo modo
si riusciva a scoppiare [sic]. Ventura fece cenno a scatole di
legno simili a quelle dei sigari per contenere l'ordigno. Per
la precisione Ventura accennò come consigliere ad un elet-
trauto che in particolare gli aveva suggerito l'utilizzo di fili
nichel-cromo.»27

Senza saperlo, Digilio descrive un tipo di congegno
perfettamente identico agli ordigni depositati su dieci
convogli ferroviari l'8 agosto 1969 e messi a punto se-
guendo le istruzioni di Tullio Fabris. Dopo gli attentati ai
treni, l' «esperto d'armi» degli ordinovisti incontra di nuo-
vo Zorzi, e quest'ultimo gli confida che all'origine di quel-
le sanguinose imprese è il suo gruppo.

«Per quanto concerne la confidenza di Zorzi circa la re-
sponsabilità del suo gruppo nell'azione a vasto raggio in
danno di convogli ferroviari nell'estate del 1969, posso di-
re che dalle notizie uscite, soprattutto su settimanali, circa
alcuni ordigni inesplosi che erano stati ritrovati sui treni
mi ero fatto l'idea, leggendo la descrizione di tali ordigni,
che si trattasse di quelli di cui avevo assistito alla prepara-
zione nel casolare e su cui Ventura mi aveva chiesto consi-
gli nella fase della sperimentazione. La confidenza di Zor-
zi, che pure non aggiunse altri particolari, confermò
quindi i miei sospetti.»28

Qualche tempo dopo, nuovo incontro e nuove confi-
denze.

«Zorzi mi disse di avere personalmente organizzato e

partecipato all'attentato alla Scuola Slovena di Trieste. Era
un attentato di cui aveva parlato ampiamente la stampa e
che ricordavo quindi abbastanza bene. Zorzi si mostrava
fiero di quell'azione.»29 Dopo di che Zorzi evocò altri at-
tentati commessi dal gruppo, sottolineando che, con l'aiu-
to di Ventura e Pozzan, «dagli attentati ai treni sino a
quello alla Scuola Slovena, avevano migliorato le tecniche
di approntamento degli ordigni».30

Le confidenze di Delfo Zorzi a Carlo Digilio conferma-
L'uomo del 12 dicembre   47

 

no inoltre l'importanza dei legami tra il gruppo Veneto di
Ordine Nuovo responsabile della strage di Milano e il suo
equivalente milanese, il gruppo della Fenice diretto da
Giancarlo Rognoni. Un'importanza già stabilita dai tribu-
nali, come spiega il giudice Salvini:

«Franco Freda e Giovanni Ventura, componenti della
cellula di Padova, sono stati condannati con sentenza de-
finitiva per il reato di associazione sovversiva e per gli at-
tentati della primavera del 1969 (fra cui gli attentati del 25
aprile alla Fiera Campionaria di Milano e all'Ufficio Cam-
bi della stazione Centrale di Milano) e dell'agosto 1969 in
danno di dieci convogli ferroviari. Sono stati assolti per
insufficienza di prove per i cinque attentati del 12 dicem-
bre 1969. Nonostante tale assoluzione con formula dubita-
tiva, gli elementi nuovi acquisiti in questi ultimi anni e in
particolare le dichiarazioni di Carlo Digilio consentono di
affermare che i componenti delle cellule di Ordine Nuovo
del Veneto, e quindi non solo quella di Padova ma anche
quella di Venezia e probabilmente quella di Trieste, sono
stati gli autori della strage e degli altri quattro attentati
contemporanei ad essa avvenuti a Milano e a Roma. Si
può legittimamente dire che manca solo una dichiarazio-
ne di colpevolezza formale, ma, dopo i nuovi elementi di
prova, non la certezza della responsabilità "storica".»31

Gli stretti legami esistenti tra le due cellule di Ordine
Nuovo sono attestati da molti elementi.

Numerosi pentiti hanno sottolineato «l'assiduita di
contatti sull'asse Milano-Padova-Venezia-Trieste, fra ri-


48  Piazza Fontana

 

stretti nuclei di persone, gerarchicamente ordinate al loro
interno e legate da vincoli di reciproca affidabilità (ciascu-
na cellula era formata da pochissimi elementi i cui nomi
sempre ritornano nei verbali)».32 Dopo averli ascoltati, il
giudice Salvini ha iniziato a porsi delle domande sulle
complicità milanesi di cui i terroristi del gruppo Veneto
dovevano godere.

«Spesso si dimentica infatti che i timers degli ordigni
che sarebbero stati collocati a Milano alla Banca Naziona-
le dell'Agricoltura e alla Banca Commerciale avrebbero
determinato l'esplosione entro un intervallo massimo di
tempo di 60 minuti, periodo entro il quale gli ordigni do-
vevano essere attivati, chiusi a chiave nelle cassette metal-
liche, riposti nelle borse e poi collocati nelle due banche.
Le indagini, purtroppo, non hanno mai potuto approfon-
dire questo aspetto, ma tali preparativi certamente com-
portavano l'esistenza di un appartamento o di un ufficio
non lontano dai due obiettivi e in cui tali operazioni po-
tessero essere effettuate in condizione di sicurezza. È in-
fatti estremamente improbabile che la preparazione degli
ordigni sia avvenuta in qualche luogo di fortuna quale
un'autovettura o una toilette. Un locale assolutamente
protetto era infatti la condizione essenziale per tenere
l'operazione lontana da occhi indiscreti ed era altresì as-
solutamente necessario per rientrare in un rifugio in caso
di eventuale contrordine o per altre operazioni di sicurez-
za quali il cambio d'abito delle staffette e dei corrieri, in
tutto non meno di quattro o sei persone, che dovevano
materialmente collocare le borse. Ne consegue allora che
certamente qualche esponente milanese, nei giorni prece-
denti la strage, ha fornito l'appoggio logistico a coloro che
provenivano dal Veneto e dovevano operare material-
mente, offrendo, anche se per breve tempo a Milano, la di-
sponibilità di un appartamento sicuro e fiancheggiatori
disposti a portare aiuto in caso di difficoltà impreviste. È
questo solo uno spunto investigativo ed un profilo ancora
tutto da approfondire su un aspetto della giornata del 12

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'uomo del 12 dicembre   49

 

dicembre 1969 che sinora è rimasto completamente segre-
to. Ma è lecito sin d'ora ipotizzare, alla luce delle emer-
genze complessive, che a Milano solo ai militanti che gra-
vitavano intorno a Giancarlo Rognoni potesse essere
affidato un compito di tal genere.»33

Ma c'è qualcosa di ancora più inquietante.

«Il gruppo La Fenice poteva disporre dei timers facenti
parte del lotto di 50 in parte consumati per gli attentati del
12 dicembre 1969 in un momento successivo a quei fatti»
spiega Salvini. «Tale progetto e tale disponibilità dei ti-
mers pongono quantomeno Giancarlo Rognoni nell'orbita
dell'intera strategia stragista dal 1969 sino al 1974 ed è
fondamentale dimostrare l'attendibilità delle circostanze
acquisite in relazione alla vicenda dei timers. Ciò è possi-
bile in ragione dei costanti ed organici collegamenti che
sono stati più volte evidenziati nel corso dell'esposizione
e che vedono Giancarlo Rognoni vicinissimo sul piano
politico e strategico, sin dai tempi più antichi, alle cellule
del Triveneto.»34

Si ricordi che le bombe del 12 dicembre furono fatte
esplodere da timer Dhiel Jungans provenienti da una par-
tita di cinquanta acquistata da Freda e Tullio Fabris il 22
settembre 1969. Dopo gli attentati, dei timer rimanenti
s'impadronì il gruppo della Fenice. Come? Un pentito,
Sergio Calore, spiega che essi vennero affidati a Cristiano
De Eccher per un'attività di depistaggio - poi fallita - che
aveva come obiettivo l'editore di estrema sinistra Gian-
giacomo Feltrinelli. De Eccher li aveva occultati e murati
in una propria villa. Secondo Sergio Calore i timer, su di-
sposizione di Stefano Delle Chiaie, non sarebbero poi stati
più restituiti a Freda, «comportamento questo che aveva
suscitato l'ira di quest'ultimo tanto da ironizzare "sulla
decadenza di un Barone del Sacro Romano Impero" come
De Eccher».35

Perché Delle Chiaie sottrasse i timer a Freda?

Un ex membro della cellula di Padova, Marco Pozzan, ri-
corda di aver letto «una lettera di Delle Chiaie in cui si con-


50   Piazza Fontana

 

fermava il fatto che Cristiano De Eccher era in grado ormai
di tenere sotto controllo Franco Freda».36 A che scopo? Gli
inquirenti parlano di un'arma di dissuasione, in mano ai re-
sponsabili di Avanguardia nazionale, nei riguardi dei loro
complici di Ordine Nuovo, messi in difficoltà dall'arresto
nel 1972 di Freda e Ventura. I timer potevano costituire la
prova decisiva nei confronti di Freda durante il dibattimen-
to, facendo naufragare la favola del capitano Hamid. Costi-
tuivano un efficace deterrente per i componenti del gruppo
Veneto detenuti «in caso di cedimento e di difficoltà, [di] di-
chiarazioni pericolose per i compiici e soprattutto per quel-
li di a.n. che erano stati compartecipi dell'operazione del 12
dicembre 1969».37 Vinciguerra, dal canto suo, spiega che in
seguito al loro arresto nel 1972, Freda e Ventura, senza dub-
bio in preda al panico, decisero di coinvolgere nei propri
guai giudiziari i loro compagni romani. Secondo lui fu per
ordine di Freda che Marco Pozzan, prima di ritrattare, de-
nunciò Pino Rauti alla giustizia. Perché Pozzan ritrattò?
All'origine di questa decisione fu forse il furto dei timer a
opera di Delle Chiaie e De Eccher?

La cellula veneta di Ordine Nuovo tentò allora l'impos-
sibile per liberare Freda e Ventura. Vincenzo Vinciguerra
ricorda «l'invito che nell'estate del 1973 mi venne fatto da
Delfo Zorzi di trovare un valico verso l'Austria in Friuli
dal quale far transitare Freda in procinto di evadere dal
carcere. La ragione della richiesta risiedeva nel fatto che
Freda non era fisicamente idoneo a sottoporsi a sforzi
troppo pesanti per cui bisognava trovare un valico non
troppo impegnativo per essere attraversato. Freda sareb-
be poi stato prelevato da altre persone una volta attraver-
sato il confine. Io avevo individuato a tale scopo un passo
chiamato "del giramondo". Non conosco [i] motivi per
cui tale progetto fu poi abbandonato».38

Su iniziativa del capo della cellula veneziana di Ordine
Nuovo, Carlo Maria Maggi, dopo l'arresto di Freda e Ven-
tura nel 1972 Delfo Zorzi e Carlo Digilio si rivedono e fan-
no il bilancio dell'inchiesta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'uomo del 12 dicembre   51

 

Zorzi non nutre una grande simpatia per Ventura. Digi-
lio sostiene di averlo sentito affermare con disprezzo:
«Ventura è quello delle bombe inesplose», prima di preci-
sare che «in tale modo aveva messo in pericolo l'organiz-
zazione lasciando importanti prove materiali».39

In seguito Zorzi «fece altri accenni critici nei confronti
di Ventura dicendo che era vero che questi era coperto dal
sid, ma ciò comportava comunque comportarsi con un
minimo di intelligenza e di precauzione, mentre egli ave-
va fatto delle confidenze ad un professore raccontandogli
quasi tutta la storia e consentendo così l'inizio delle inda-
gini nei confronti del suo gruppo.

«Delfo Zorzi ribadì comunque che nonostante ciò e for-
se proprio per quello Ventura andava aiutato a sfuggire
agli inquirenti e che comunque le persone che si fossero
impegnate nell'esecuzione del progetto avrebbero avuto
una grossa ricompensa in quanto esistevano i fondi e se
non fossero stati militanti che si impegnano per ragioni
ideali sarebbero stati adeguatamente pagati. Aggiunse
che i fondi venivano direttamente da Roma, dal SID.»40

Ecco perché, spiega Digilio, «Zorzi, mi sembra nella
primavera estate del 1973, mi propose di trovargli delle
persone che potevano occuparsi di un progetto per fare
evadere Giovanni Ventura dal carcere di Treviso. Mi disse
che lui non poteva occuparsene perché proprio per ragio-
ne dei suoi contatti, in caso fosse stato scoperto si sarebbe
potuto risalire a responsabilità troppo in alto. Fece presen-
te che nel caso non fosse stato possibile trovare delle per-
sone spontaneamente disponibili per ragioni ideologiche,
si poteva ricorrere eventualmente a persone che lo erano
per denaro in quanto c'erano disponibilità in tal senso. Io
risposi che non ero assolutamente disponibile ad aiutare
Ventura. Posso aggiungere che in quella occasione Zorzi,
per spiegarmi che si trattava di un progetto già avviato,
mi mostrò un calco in cera di una grossa chiave, incollato
su una tavoletta di legno e ricoperto da un pezzo di cel-
lophane, spiegandomi che si trattava del calco della chia-


52    Piazza Fontana

 

ve della cella ove era rinchiuso Ventura. In quel momento
eravamo a Mestre e stavamo camminando in una strada
del centro».41

Il progetto d'evasione di Ventura ha un ruolo fonda-
mentale nell'istruttoria condotta dal giudice Salvini. Se
l'operazione, non avendo avuto luogo, non presenta di
per sé alcun interesse, porterà Zorzi molto lontano
nell'ammissione del suo ruolo nella strage di piazza Fon-
tana.

«Quando Delfo Zorzi mi propose la questione della
chiave, che era comunque poco più che una scusa per ini-
ziare a coinvolgermi nuovamente» continua Digilio «egli,
oltre mi disse testualmente "Guarda che io ho partecipato
direttamente all'operazione di collocazione della bomba
alla Banca Nazionale dell'Agricoltura". Queste furono te-
stualmente le sue parole, che anche per la loro gravita an-
cora ricordo bene e ricordo che Zorzi non parlò né di mor-
ti né di strage, ma usò il termine "operazione" come se si
fosse trattato di un'azione di guerra. Aggiunse: "Me ne
sono occupato personalmente e non è stata cosa facile, mi
ha aiutato il figlio di un direttore di banca". Ricordo que-
sta frase perché ci ragionai sopra e rilevai che aveva detto
non il direttore di quella banca, ma il direttore di una ban-
ca, lasciando aperte così più ipotesi sull'appoggio che
aveva avuto, anche se tutte interne al tipo di obiettivo pre-
scelto. Subito dopo, mentre io apparivo sbigottito, mi mi-
se il calco della chiave in mano e disse "anche tu dovresti
fare qualcosa" riferendosi all'aiuto per il progetto di eva-
sione di Ventura. Si comportò come se stesse effettiva-
mente dandomi un ordine, evidentemente mi considerava
un militante. Questo il suo modo tipico di comportarsi
con gli altri. In quel momento eravamo a Mestre in Corso
del Popolo, camminando, ed era pomeriggio. Colloco
questa conversazione nella prima metà 1973 comunque a
primavera già inoltrata in quanto ricordo che non era una
giornata fredda. Il calco mi rimase in mano e glielo ripor-
tai il giorno dopo in quanto avevamo già preso un appun-

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'uomo del 12 dicembre     53

 

tamento per il giorno successivo nello stesso posto. Quel
giorno gli dissi che non avevo trovato nessun fabbro per
fare la chiave e non volevo fare nient'altro e nemmeno
collaborare a trovare altri uomini. Zorzi, per la prima e
unica volta in mia presenza, perse le staffe e ricordo che
mi rassicurai del fatto che eravamo in luogo pubblico in
quanto temevo una sua reazione violenta. Si rese conto in
quel momento che non solo non aveva ottenuto la mia
collaborazione, ma mi aveva addirittura fornito notizie in
merito a cose molto gravi. Scattò la minaccia nei miei con-
fronti ed egli mi fece presente che, dopo la morte del prof.
Franco, io ero l'unica persona, a quel punto esterna al
gruppo, che era venuta a conoscenza direttamente, e so-
prattutto nel casolare, di determinati episodi. Mi disse che
dietro l'operazione che avevano eseguito c'erano non solo
i camerati ma i servizi segreti e quindi, anche se non vole-
vo collaborare, avrei in ogni caso dovuto mantenere il si-
lenzio assoluto. Inoltre, per cautelarsi ulteriormente, mi
disse, non potendo negare completamente le affermazioni
che aveva fatto il giorno precedente, che comunque lui
aveva preso parte direttamente non all'azione di Milano,
ma all'operazione nel suo insieme e che il 12 dicembre
1969 aveva agito alla Banca Nazionale del Lavoro di Ro-
ma. Ebbi la netta sensazione che fosse una versione di ri-
piego finalizzata a disinnescare quanto mi aveva detto il
giorno prima e quindi mi aggiunse che in ogni caso, qua-
lora mi fossi trovato assolutamente costretto a parlare di
quanto avevo visto o saputo, avrei dovuto al massimo, e
in situazione di estrema necessità, dire che lui aveva agito
solamente contro la Banca di Roma. Comunque, qualsiasi
ammissione io avessi fatto, egli mi ricordò che anch'io sa-
ivi stato coinvolto e rovinato e che egli si sarebbe perso-
nalmente adoperato per trascinarmi nell'incriminazione
pur tali vicende.»42

Dopo la conversazione tra Zorzi e Digilio, in seno al
gruppo Veneto di Ordine Nuovo la febbre sale. Anche
Marcelle Soffiati, vicino a Carlo Digilio, ha capito che Zor-


54  Piazza Fontana

 

zi «muoveva esplosivi e aveva contatti a Roma all'interno
di strutture dello Stato».43 «Zorzi» spiega Digilio «aveva
saputo queste notizie di cui era in possesso Soffiati e fra i
due è stata una lite abbastanza violenta durante la quale
Soffiati aveva accusato Delfo di non essere un militante
con "etica militare" bensì un mercenario ed un assassino
perché aveva preso parte a fatti come quelli del 12/12/69
e cioè attentati che mettevano a rischio la vita di innocen-
ti. Ricordo che Marcello testualmente mi riferì le parole ri-
volte a Zorzi "mercenario e assassino". Nell'ambito della
lite Zorzi aveva malmenato Marcelle che era più debole
fisicamente e lo aveva minacciato pesantemente intiman-
dogli di non aprire bocca su quello che era successo.

«Soffiati mi disse che dopo la lite Maggi si premurò di
ricomporre le due parti. Lo sfogo di Soffiati con me fu cer-
tamente un momento di debolezza in quanto è ovvio che
in un determinato ambiente confidenze di questo genere
non devono essere fatte.»44

Qualche anno dopo Digilio evocò quest'incidente par-
lando con Maggi. «Gli rinfacciai di aver mandato da me
persone come Delfo Zorzi che avevano cercato di coinvol-
germi in certe attività eversive. Maggi mi rispose cercan-
do di minimizzare dicendo che erano cose vecchie allora
sbottai, gli dissi che sapevo della rissa fra Soffiati e Zorzi.»

«Gli dissi» prosegue Digilio «che sapevo della bomba
deposta nella banca, e ripeto mai precisai quale in quanto
intendevo riferirmi esclusivamente alla banca nazionale
dell'Agricoltura di Milano sita in Piazza Fontana. Non vi
era alcuna possibilità né per Maggi né per me di equivo-
care: il riferimento era la strage del 12 dicembre. Il Maggi
comprese benissimo a cosa mi riferivo in quanto il litigio
del Soffiati con lo Zorzi era inerente proprio alle responsa-
bilità dell'ultimo nella strage.» Maggi, all'inizio sorpreso,
esclamò: «Zorzi lo ha fatto per motivi "ideali"».45

Del resto, la partecipazione di Zorzi alla strage del 12
dicembre era nota da anni fra gli ordinovisti. In un'inter-
vista con gli autori di questo libro (marzo 1997) Edgardo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'uomo del 12 dicembre   55

 

Bonazzi, ex amico di Freda, riferisce con molti particolari
di aver saputo del ruolo di Zorzi da una conversazione
con Nico Azzi e Guido Giannettini.

Racconta Vincenzo Vinciguerra: «Un episodio centrale
a riprova dei collegamenti fra elementi di Ordine Nuovo
del Veneto e apparati dello Stato è rappresentato dall'ar-
ruolamento di Delfo Zorzi da parte dell'alierà Questore di
Venezia, Bivio Catenacci, così come me lo ha raccontato
Cesare Turco [ex membro della cellula di Ordine Nuovo
di Udine]. Delfo Zorzi, a dire del Turco, venne nel 1968 ri-
chiesto da un amico di tenere per una sola notte in casa
sua, a Mestre, un certo quantitativo di esplosivo. Zorzi ce-
dette alle insistenze dell'amico e trattenne l'esplosivo
presso la sua abitazione. Nella notte subì una perquisizio-
ne da parte della Polizia che rinvenne l'esplosivo e lo tras-
se in arresto. Successivamente lo stesso Zorzi venne con-
vocato dal Questore Catenacci in persona, che gli illustrò
l'attività anticomunista svolta dall'apparato del Ministero
dell'Interno e la necessità, per coloro che avevano a cuore
la difesa dei valori dell'Occidente, di aderirvi. Catenacci
gli spiegò quindi che il suo arresto era dovuto ad una
azione preordinata da parte della Polizia per dimostrare
allo stesso Zorzi l'onnipotenza della medesima, che pote-
va decidere, ove lo avesse voluto, il destino di una perso-
na. Catenacci chiese quindi a Zorzi di scegliere di aderire
a questa battaglia anticomunista alle dipendenze di un
apparato dello Stato oppure no. Dagli avvenimenti suc-
cessivi è ovvio constatare che Delfo Zorzi, pur restando
ufficialmente un militante neonazista, si inserì nell'appa-
rato informativo del Ministero dell'Interno. Ricordo, a
questo proposito, la sua conoscenza con il Viceprefetto
Sampaoli e ricordo che di lui ha dimostrato di possedere
[sic] il Prefetto [Umberto] Federico D'Amato. Segnalo
inoltre come, nel gennaio febbraio del 1974, lo stesso Zor-
zi ebbe a fornirmi una carta d'identità perfettamente con-
traffatta che avrei dovuto utilizzare in casi di bisogno.
Questo racconto di Turco, dovuto all'amicizia che ci lega-


56 Piazza Fontana

 

va da tanti anni, risale al periodo fra la fine del 1972 e
l'inizio del 1974. Faccio presente che l'arruolamento di
soggetti come Zorzi e Turco è stato certamente facilitato
dal fatto che per ragioni di lavoro e per ragioni politiche i
loro padri avevano in precedenza lavorato per i Servizi
Informativi dello Stato. In particolare, il padre di Zorzi era
geologo e come tale nella posizione migliore per fornire
informazioni sul territorio, mentre il padre del Turco ha
svolto attività informativa nei ranghi dell'organizzazione
"O", operante in Friuli dall'immediato dopoguerra fino al
1955, organizzazione che poi passò in blocco alla struttura
"Gladio"».46

La testimonianza di Vinciguerra è inquietante. Delfo
Zorzi, l'uomo accusato di avere messo le bombe di piazza
Fontana, sarebbe stato reclutato da Elvio Catenacci. «Ese-
cutore fedele della volontà politica» scrive Giuseppe De
Lutiis «Catenacci fu tra i principali protagonisti delle vi-
cende che accompagnarono la strage di piazza Fontana.»47
Lo stesso Elvio Catenacci fu incriminato perché lasciò in un
cassetto l'informazione capitale sulla vendita a Padova
delle borse in cui si trovavano le bombe del 12 dicembre.

La pista rischia purtroppo di fermarsi qui: nel momento
in cui il giudice Salvini s'accinge a chiudere la sua istrut-
toria, nel 1995, Elvio Catenacci è morto e Delfo Zorzi sem-
bra fuori portata.

Sulla scia dei suoi predecessori, D'Ambrosio e Alessan-
drini, il giudice Salvini è convinto che la strage del 12 di-
cembre si inscriva nel quadro di un complotto ordito da
dirigenti di gruppi neofascisti (Ordine Nuovo per il Nord
e Avanguardia nazionale per il Sud) «e persone interne
agli Apparati dello Stato - probabilmente legate all'ex Uf-
ficio Affari Riservati - per ottenere, dopo gli attentati del
12 dicembre, l'effetto politicamente più gradito e cioè l'in-
dividuazione di una matrice di sinistra nel crimine che
più di ogni altro, in quegli anni, aveva creato ripulsa e
sgomento nel paese».48

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'uomo del 12 dicembre    57

 

Alla fine del 1973 veniva consegnato al giudice istrutto-
re di Milano Gerardo D'Ambrosio un appunto dei servizi
segreti (sid) scritto pochi giorni dopo gli attentati del 12
dicembre e basato sulle dichiarazioni di una fonte infor-
mativa all'interno dei neofascisti romani. Nell'appunto,
risalente al 16 dicembre 1969, comparivano notizie sino
ad allora nemmeno note agli inquirenti.

Alla luce delle acquisizioni recenti, questi ultimi sono
ormai convinti che quell'appunto avrebbe permesso,
all'epoca, di risalire ai veri responsabili della strage di
piazza Fontana. In esso si evocano gli attentati di Roma e
se ne indicano gli autori in due neofascisti: Stefano Delle
Chiaie e Mario Merlino. Oltre che per l'abbondanza di
dettagli noti fino a quel momento solo ai responsabili de-
gli attentati, l'appunto ha attirato l'attenzione degli inqui-
renti soprattutto perché vi sono indicate le menti dietro
alle bombe del 12 dicembre. Si tratta di un gruppo inter-
nazionale di terroristi di cui nessuno, all'epoca, aveva
sentito parlare, e il cui ruolo, fino all'inchiesta di Salvini,
non era mai stato chiaramente accertato.

«Gli attentati» si legge nella nota del sid «hanno certa-
mente un certo collegamento con quelli organizzati a Pa-
rigi nel 1968 e la mente e l'organizzatore di essi dovrebbe
essere certo Y. Guerin Serac, cittadino tedesco [sic]:

«- risiede a Lisbona ove dirige l'Agenzia "Ager-Inter-
press";

«- viaggia spesso in aereo e viene in Italia attraverso la
Svizzera;

«- è anarchico, ma a Lisbona non è nota la sua ideolo-
gia;

«- ha come aiutante tale Leroy Roberto, residente a Pa-
rigi BP-55-83 la Seyne sur mer [sic];

«- a Roma ha contatti con Stefano Delle Chiaie;

«- ha i seguenti connotati: anni 40 circa, altezza cm 178,
biondo, parla tedesco e francese;

«- è certamente in rapporti con la rappresentanza di-
plomatica della Cina comunista a Berna.


58 Piazza Fontana

 

«- Stefano delle Chiaie dovrebbe aver avuto gli ordini
per gli attentati dal Serac ed avrebbe disposto che l'esecu-
zione fosse attuata dal Merlino...»

A parte alcuni dettagli - Guérin Sérac è francese e non
tedesco, la sua agenzia di stampa si chiama Aginter-Presse
e non Ager-Interpress, Leroy risiede nel Sud della Francia e
non a Parigi -, tutto il resto è assolutamente esatto. È la pi-
sta su cui lavora D'Ambrosio prima che l'istruttoria gli
venga tolta. Ma, fino al momento in cui il dossier viene ri-
preso in mano da Salvini, nessuno la segue.

La scoperta del ruolo svolto da Aginter-Presse negli at-
tentati del 12 dicembre precede di qualche mese il passag-
gio dell'istruttoria da Milano a Catanzaro. Sommersi da
un fascicolo di decine di migliaia di pagine, i giudici di
Catanzaro non presteranno all'appunto del sid eccessiva
attenzione.

Si dovranno quindi attendere quasi diciotto anni per-
ché gli inquirenti si rendano finalmente conto dell'impor-
tanza delle informazioni che esso contiene, in particolare
di quelle riguardanti Aginter-Presse. La testimonianza di
un ex collaboratore di Guérin Sérac li condurrà infine sul-
la buona strada. Quest'uomo è Vincenzo Vinciguerra, lo
stesso della strage di Peteano:

«Il racconto di Vincenzo Vinciguerra ha permesso final-
mente di far venire alla luce in modo netto una struttura
di cui in passato molto si era parlato, pur senza raggiun-
gere elementi decisivi di chiarezza» scrive Salvini. «Ci ri-
feriamo alla centrale operativa di Guérin Sérac, prima a
Lisbona e poi a Madrid, ispiratrice di operazioni di desta-
bilizzazione in Europa e in altre parti del Mondo dalla
metà degli anni '60 in poi e probabile ispiratrice anche
dell'"operazione" del 12 dicembre 1969

Vinciguerra parla per la prima volta di Guérin Sérac al
giudice Salvini il 9 marzo 1992, alle 15.30, nella prigione
di Parma:

«La valenza internazionale della strategia della tensio-
ne» spiega l'ex terrorista «elaborata in un contesto euro-

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'uomo del 12 dicembre   59

 

peo ed extraeuropeo nell'attuazione della quale nel nostro
Paese risalta come preminente la figura ad esempio di un
ufficiale dei servizi segreti francesi, esperto nella guerra
non ortodossa, Ives [sic] Guérin Sérac. Una lettura degli
attentati del 12 dicembre 1969 che inquadra i fatti in
un'operazione politica di tipo "golpistico", con l'utilizza-
zione di elementi militanti in vari gruppi politici, anche di
estrazione ideologica diversa. L'uguaglianza del ruolo ri-
coperto da Avanguardia Nazionale alla pari con Ordine
Nuovo, msi e Fronte Nazionale nella storia della guerra
fredda in Italia.»50

 


Aginter-Presse: l'ispiratrice del 12 dicembre 1969        61

 

III

 

Aginter-Presse: l'ispiratrice del 12 dicembre 1969

 

Il 25 aprile 1974 il Portogallo si libera infine dal giogo di
mezzo secolo di fascismo.

Il 23 maggio, a Lisbona, un commando di fucilieri di ma-
rina agli ordini del tenente Matos Moniz fa irruzione nei
locali di un'agenzia di stampa al numero 13 di rua das Pra-
cas, una strada tranquilla del quartiere residenziale Bairro
de Lapa, sopra il Tago. Il giorno prima un funzionario della
pide-dgs, l'ex polizia politica del regime salazarista, inter-
rogato nel forte di Caxias da ufficiali del Movimento delle
forze armate, ha rivelato che dietro l'agenzia Aginter-Pres-
se si celava una «centrale d'informazioni che lavorava per
la
Pide».

Per penetrare nell'agenzia i fucilieri devono sfondare
una porta blindata dotata di serrature di sicurezza. Il
quartiere è in fermento, la caccia ai torturatori della pide
mobilita ancora la popolazione, e la voce s'è sparsa: «Ci
sono dei
Pide nascosti lì dentro». Parecchie decine di abi-
tanti hanno circondato il palazzo.

Nei locali dell'agenzia è rimasto un solo impiegato: Joa-
chim Simoes. Non sa granché; l'agenzia ha sospeso l'atti-
vità da diversi mesi. «Passavo ore a non far niente» spiega
al tenente Moniz «non vedo mai nessuno, il mio ruolo
consiste nel rispondere al telefono e inoltrare la posta...»

Dal 25 aprile le telefonate si sono diradate, poi sono ces-
sate. Ormai l'impiegato viene soltanto a ritirare la corri-
spondenza.

Gli uffici dell'agenzia sono nell'ammezzato, in un mo-

desto appartamento di quattro locali. Il primo, che funge-
va da redazione, contiene una biblioteca, qualche scriva-
nia e delle macchine da scrivere.

Le due stanze su cui si affaccia ospitano gli archivi.
L'ultimo locale è un laboratorio per la fabbricazione di
microfilm. Tutto è in ordine, le carte sono al loro posto
sulle scrivanie. Nessun segno di fuga precipitosa. Come
se si fosse lavorato fino al giorno prima. Perquisendo l'ap-
partamento, il commando fa diverse scoperte stupefacen-
ti. Il laboratorio fotografico è in realtà un'officina di fab-
bricazione e stampa di falsi documenti francesi, spagnoli
e portoghesi: passaporti, carte d'identità, tessere da gior-
nalista e da poliziotto, patenti di guida, certificati di assi-
curazione, ecc. C'è anche un'impressionante collezione
dei visti che vengono rilasciati alle principali frontiere eu-
ropee e di timbri per autenticare i documenti falsificati,
soprattutto timbri francesi della prefettura parigina di po-
lizia, delle prefetture dipartimentali, della gendarmeria
nazionale, delle regioni militari. Non manca nemmeno
una serie di campioni di firme di diplomatici e ufficiali su-
periori francesi.

Joachim Simoes non vede i titolari dell'agenzia, due
francesi, da parecchi mesi. Il direttore, un certo Jean Val-
lentin, «ha lasciato Lisbona sei mesi fa per la Francia»;
quanto al proprietario, Guérin Sérac, l'ha visto per l'ulti-
ma volta due mesi prima. Da un anno, i due frequentava-
no poco l'agenzia. Guérin Sérac passava qualche giorno
al mese per sbrigare gli affari correnti. Secondo Joachim
Simoes, adesso si trova in Salvador. È nella capitale di
questo stato, all'«apartado 1682», che inoltra la corrispon-
denza.

Proseguendo la loro indagine, i fucilieri di marina por-
toghesi passano a interessarsi agli archivi. Contengono
documenti, ritagli stampa e microfilm disposti in perfetto
ordine in classificatori divisi per continente e paese: Ame-
rica del Sud, Africa, Francia, Italia, Germania occidentale,
ecc. Tutti questi documenti, queste «note confidenziali»,

 


62  Piazza Fontana

 

sono in francese. I libri contabili dell'agenzia, tenuti in
uno stile laconico, dicono poco al commando: lunghe co-
lonne di nomi, quasi tutti dall'aria francese, seguiti da
somme in franchi. Niente di molto sospetto, a prima vista,
se non che il volume delle «transazioni» è piuttosto eleva-
to per un'«impresa» che ha sospeso le attività da parecchi
mesi.

In questi archivi il tenente Moniz scopre diversi sche-
dari: un elenco degli abbonati alle pubblicazioni
dell'agenzia, uno degli impiegati e collaboratori, e un ter-
zo schedario, estremamente ricco e misterioso, che porta
la dicitura «Ordre et Tradition». Le singole schede ripor-
tano il curriculum vitae preciso di ogni militante e le sue
«idee politiche»: «fascista», «nazionalista anticomunista»,
«nazionalista rivoluzionario», ecc. Sono citate anche le or-
ganizzazioni politiche di cui fa o ha fatto parte, per esem-
pio «ex oas». I più numerosi sono i francesi, ma si trova-
no pure spagnoli, portoghesi, italiani, britannici, svizzeri,
statunitensi e sudamericani, oltre che transfughi dai paesi
dell'Est. Alcuni sono nomi noti, altri no.

Il commando portoghese ha scoperto il quartier genera-
le di una centrale neofascista internazionale diretta da ex
ufficiali dell'OAS, il cui capo non è altri che Guérin Sérac,
l'uomo che l'appunto del sid del 16 dicembre 1969 accusa-
va d'essere la «mente» degli attentati del 12 dicembre.

Ai documenti di questa agenzia di stampa un po' spe-
ciale s'interessa ben presto la «commissione di smantella-
mento» della pide; l'inchiesta, nell'estate 1974, viene affi-
data a un suo membro, il comandante di marina Costa
Coreia, poi, qualche mese dopo, all'SDCI (Servizio di ac-
quisizione e coordinamento dell'informazione), i nuovi
servizi d'informazione portoghesi dipendenti dalla 5a di-
visione, l'ufficio informazione e propaganda del Movi-
mento delle forze armate.

Secondo i risultati di questa inchiesta Aginter era fino
al 25 aprile 1974 un centro di sovversione fascista interna-
zionale finanziato dal governo portoghese e da ambienti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aginter-Presse: l'ispiratrice del 12 dicembre 1969   63

 

d'estrema destra francesi, belgi, sudafricani e sudameri-
cani.
Dietro l'agenzia di stampa si celavano:

- un centro spionistico coperto dai servizi segreti porto-
ghesi e legato, loro tramite, ad altri servizi segreti occiden-
tali: la cia, le reti tedesco-occidentali Gehlen, la dgs spa-
gnola, il kyp (Kratike Yperesia Pleforion) greco, il boss
sudafricano ecc.;

- un centro di reclutamento e addestramento di merce-
nari e terroristi specializzati in attentati e sabotaggi (nume-
rosi documenti scoperti negli archivi dell'agenzia rivelano
che Aginter assicurava un vero e proprio insegnamento
teorico e pratico in materia di guerriglia, terrorismo e spio-
naggio);

- infine, un'organizzazione fascista internazionale de-
nominata Ordre et Tradition e il suo braccio militare, i'oa-
CI (Organisation d'action centre le communisme interna-
tional).

L'Agenzia internazionale di stampa Aginter-Presse1
viene fondata nel settembre 1966 a Lisbona da un gruppo
di francesi che vivono in Portogallo.

Il suo direttore, Ralf Guérin Sérac, era arrivato nella ca-
pitale portoghese sul finire del 1962. Allora si chiamava
Yves Guillou. Era un capitano dell'esercito francese e il
prototipo dell'ufficiale perduto. Nato nel 1926 a Plouzbe-
re, in Bretagna, in una famiglia molto cattolica, nel 1947
entra nell'esercito. Nel 1951 serve nel corpo di spedizione
francese in Corea, il che gli vale la medaglia delle Nazioni
Unite e la Bronze Star americana; poi, nel 1953, combatte
nei «Berretti neri» in Indocina, dove guadagna due ferite,
la Legion d'onore a ventisette anni, la croce di guerra con
citazione, ecc. Infine, è l'Algeria.

Nominato capitano il 1° aprile 1959, Guillou viene asse-
gnato all'll0 choc, un corpo di paracadutisti messo a dispo-
sizione dell'ufficio «azione» dello sdece (Service de docu-
mentation extérieure et de contre-espionnage), i servizi


64  Piazza Fontana

 

segreti francesi. Nel febbraio 1962 diserta e, dopo aver ab-
bandonato il suo posto al 3° commando dell'I 1° choc a Ora-
no, si unisce all'OAS. Del suo ruolo nell'esercito clandestino
non si sa molto, soltanto che è alla testa di un commando
nella regione di Orano. Nel giugno 1962, alla dichiarazione
d'indipendenza dell'Algeria, si rifugia dapprima in Spa-
gna, a San Sebastian. In seguito offre i suoi servigi di tecni-
co «della guerra rivoluzionaria» e delibazione psicologi-
ca» all'ultimo impero coloniale che rappresenta ormai, per
il francese, l'estremo baluardo contro il comunismo e l'atei-
smo: il Portogallo. «Gli altri hanno disarmato» dice «io no.
Dopo i'oas mi sono rifugiato in Portogallo per continuare
la lotta ed estenderla alla sua vera dimensione, che è quella
del pianeta.»2 Nella sua testa sta già prendendo corpo
l'idea di un'organizzazione anticomunista internazionale
formata da specialisti della guerra rivoluzionaria e della
controsovversione...

A Lisbona Yves Guillou prende contatto con gli am-
bienti dell'immigrazione francese, alcuni membri dell'OAS
che hanno scelto anche loro come rifugio la capitale porto-
ghese, e soprattutto un gruppo di ex pétainisti costretti
dopo la Liberazione all'esilio, per esempio il teorico na-
zionalista Jacques Ploncard d'Assac, il professor Jean
Haupt e qualche altro. Questa piccola comunità di fascisti
francesi dispone di una propria stampa3 e di proprie tra-
smissioni in lingua francese alla radio «La Voix de l'Occi-
dent».

Il capitano Guillou, che ormai si chiama Ralf Guérin Sé-
rac, sarà dapprima ingaggiato come istnittore dalla Legio-
ne portoghese, un'organizzazione paramilitare che, creata
nel 1936 sul modello delle SA tedesche e delle Camicie ne-
re italiane, a fianco della fide costituisce con i suoi 90.000
volontari in camicia verde il principale sostegno del regi-
me fascista di Lisbona.

È a quest'epoca che Guérin Sérac incontra per la prima
volta Guido Giannettini, uno strano giornalista italiano,
molto vicino agli ambienti dell'estrema destra, che non

tarderà a entrare nel reparto R del sid. «Io mi trovavo a
Lisbona per contatti politici» racconta Giannettini «e ri-
cordo fra l'altro che in occasione del viaggio il padre
dell'editore Volpe mi pregò di recapitare una lettera a Re
Umberto. Guérin Sérac, mi era stato presentato come Ralf
a Lisbona nel 1964, allorché mi recai in quella città per al-
cuni giorni. Mi era stato presentato dal capitano Souetre
ed era anche presente un ufficiale della pide o della Legio-
ne portoghese.»4

Aginter-Presse: l'ispiratrice del 12 dicembre 1969    65

 

In un rapporto confidenziale, Giannettini offre di Gué-
rin Sérac questa descrizione: «Di origine bretone, ex capi-
tano francese, di circa 41-42 anni, statura media, corpora-
tura complessa, capelli biondi, occhi chiari. Ha l'aspetto
di un uomo di campagna.
Beve wisky [sic] canadese. Nel
marzo aprile 64 si trovava a Madrid e possedeva una ds
19 di colore predominante nocciola (forse bicolore)».5

Vincenzo Vinciguerra, ex collaboratore di Guérin Sérac,
rimane impressionato dalle capacità operative del capo di
Aginter-Presse, che indica con il suo pseudonimo di Ralf.

«Ralf» spiega «sfruttando la sua esperienza di ufficiale
dei commandos e dei Servizi di Sicurezza, possedeva un
notevole bagaglio tecnico sui metodi da impiegare nelle
più svariate operazioni, ad esempio come pedinare una
persona, come identificarla, come prelevarla. Inoltre, co-
me trasportare oggetti in contenitori che sfuggissero
all'attenzione di poliziotti o addetti alla vigilanza. A que-
sto proposito, ricordo che un giorno mi mostrò un libro
piuttosto grande, tipo dizionario, dotato al suo interno, in
un incavo ricavato nella carta, di un contenitore nel quale
si poteva mettere una pistola di piccolo calibro, esplosivo
od altri oggetti che si volessero trasportare con una certa
sicurezza. Naturalmente, Ralph, per il suo passato milita-
re, era estremamente esperto nelle modalità di impiego di
ogni tipo di esplosivo.»6

Dopo qualche mese, Guérin Sérac viene reclutato come
istruttore delle unità antiguerriglia dell'esercito. Per di-
versi anni metterà quindi a profitto dei fascisti portoghesi

 


66 Piazza Fontana

 

l'esperienza di spionaggio e terrorismo acquisita nei re-
parti d'assalto in Indocina e Algeria e nell'OAS.

Ben presto viene raggiunto a Lisbona da un gruppo di

fedeli, quasi tutti, come lui, ex OAS:

- Jean-Marie Laurent, nato nel 1939 a Saint-Sevran, ex
membro dell'organizzazione neofascista Jeune Nation,
sottufficiale dell'esercito francese;

- Guy D'Avezac de Castera, nato a Parigi l'8 febbraio 1917;

- Jean Vallentin, nato il 5 giugno 1924 ad Angers, uffi-
ciale dell'esercito francese, figlio di un ufficiale rifugiatosi
al momento della Liberazione in Portogallo;

- Guy Mathieu, nato il 13 maggio 1930 a Tlemcen, in
Algeria, capitano dell'esercito francese (fanteria da sbar-
co-paracadutisti), arrestato il 12 settembre 1961 per appar-
tenenza ali'oas e assolto dal tribunale militare il 14 luglio 1962;

- Jean-Marie Guillou, nato il 6 giugno 1932, fratello di
Guérin Sérac;

- Pierre-Jean Surgeon, nato il 5 dicembre 1920, capitano di fanteria;

- lo scrittore pied-noir Jean Brune.

«La pide e il ministero della Difesa avevano bisogno
all'epoca di una rete informativa in grado di operare nei
paesi africani che ospitavano i movimenti di liberazione
delle colonie portoghesi» racconta un ufficiale del
SDCI.
«Era difficile per gli agenti portoghesi circolare in quei
paesi. La pide pensò che, con una copertura adeguata,
agenti di altra nazionalità avrebbero potuto operare senza
problemi, specie negli stati dell'Africa che avevano rotto i
rapporti diplomatici con Lisbona. È a questo scopo che
venne ingaggiato Guérin Sérac; per contratto doveva met-
tere in piedi un'agenzia di stampa che servisse da coper-
tura a un'organizzazione incaricata di infiltrarsi nei paesi
africani.»7

Ma la pide non è che un intermediario: l'operazione è
ordinata e finanziata dai ministeri della Difesa e degli

Esteri, come testimonia un rapporto della commissione
d'inchiesta, che precisa: «In totale queste somme, secondo
i documenti esistenti (documenti ufficiali, ricevute, note
spese), s'aggiravano intorno ai 2.000 contos [due milioni
di scudi]».

«Alla Difesa nazionale» prosegue il rapporto «i docu-
menti ufficiali indicano che erano interessati all'operazio-
ne i generali Deslandes e Joào Paiva de Paria Leite Bran-
dao, ex segretari aggiunti del ministro, e il maggiore

Antonio Cesar Lima Gata ... Al ministero degli Esteri, i
documenti citano gli ambasciatori Joào Hall Themido e


Aginter-Presse: l'ispiratrice del 12 dicembre 1969  67

 

 

Caldeira Coelho, ex direttori generali del ministero.»

In realtà Aginter serve come doppia copertura, da un
lato alle operazioni effettuate per conto dei portoghesi,
dall'altro all'organizzazione politico-militare creata da
Guérin Sérac, Ordre et Tradition, e al suo braccio armato,
l'
OACL:

«Ordre et Tradition propone un metodo d'azione e ana-
lisi che è ad un tempo una sintesi di studi ed esperienze
differenti, una fusione di pensiero e azione, una dinamica
offensiva contro l'assalto del materialismo e del comuni-
smo in particolare» scrivono Guérin Sérac e i suoi amici. Il
loro progetto è di costituire un'OAS internazionale contro
il comunismo per «mobilitare ogni risorsa contro le forze
del male al fine di restaurare l'ordine morale, assicurare il
primato dello spirito sulla materia e promuovere i valori
tradizionali della civiltà».8

L'organizzazione è avvolta in una vera e propria misti-
ca del segreto; i suoi membri sono noti soltanto attraverso
uno pseudonimo e un numero di codice.9

Sin dalla loro fondazione, Aginter e Ordre et Tradition
ricevono una calorosa accoglienza negli ambienti d'estre-
ma destra europei. Nel gennaio e alla fine di aprile del
1967 si tengono a Lisbona, organizzate da Ordre et Tradi-
tion, due riunioni internazionali: alla prima partecipano
rappresentanti di movimenti fascisti portoghesi, francesi,
spagnoli, svizzeri, svedesi, tedeschi, argentini e para-


68    Piazza Fontana

 

guaiani; alla seconda esponenti dell'estrema destra belga,
britannica (British National Party) e italiana (Ordine Nuo-
vo). Aginter-Presse può così mettere in piedi una rete di
informatori e corrispondenti. L'agenzia ha già ricevuto a
questo scopo un aiuto prezioso dalla stazione radiofonica
«La Voix de l'Occident», il cui direttore dei programmi,
Maria de Paz, ha messo a disposizione di Aginter tutti gli
schedari e le informazioni in possesso della radio. Inoltre
l'agenzia ha ottenuto lo schedario di «Agorà», la più im-
portante rivista fascista portoghese, gentilmente fornito
dal suo direttore.

Per non dipendere completamente dai portoghesi, Gué-
rin Sérac e il suo gruppo prendono contatto anche con il
governo sudafricano (loro intermediario è l'addetto stam-
pa dell'ambasciata di Pretoria a Lisbona, Cyrus Smith), il
governo brasiliano (tramite il direttore dell'ufficio turisti-
co portoghese in Brasile, Jorge Felner da Costa) e i governi
della Rhodesia, del Vietnam del Sud e della Cina naziona-
lista.

Aginter ha stretti legami, inoltre, con gli ambienti del
cattolicesimo integralista. Il rapporto dell'
SDCL segnala in-
fatti, tra i corrispondenti dell'agenzia, numerosi centri in-
tegralisti francesi.10 Tali rapporti giungono fino al Vatica-
no, dove Ordre et Tradition può manifestamente contare
su solide protezioni. In particolare su quella del cardinale
Tisserant, già denunciato durante la guerra d'Algeria co-
me uno dei protettori dell'OAS in Italia, e del suo ex segre-
tario monsignor Georges Roche, superiore generale
dell'Opus Cenaculi. Nel novembre 1966 quest'ultimo scri-
ve a Guérin Sérac, a proposito di Ordre et Tradition: «Lei
sa che condivido i suoi sentimenti e quelli del suo gruppo.
È di tutto cuore che auguro il successo dei vostri sforzi e
prego per benedire la vostra opera».

In Svizzera Aginter si assicura la collaborazione della
centrale neonazista del Nouvel Ordre Européen, diretta
dal professor Amaudruz.
Collaborazione stretta, visto che
diversi membri dell'agenzia fanno anche parte del noe e

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aginter-Presse: l'ispiratrice del 12 dicembre 1969 69

 

viceversa (negli archivi di Aginter figura, fra l'altro, una
scheda di adesione a Ordre et Tradition a nome di Amau-
druz). Le schede di contatto e la corrispondenza dell'agen-
zia rivelano poi che Aginter era in rapporto con il gruppo
fascista Jeune Europe-Suisse, diretto a Losanna da Roland
Gueissaz, corrispondente in Svizzera della rivista neonazi-
sta «La nation européenne».

La corrispondenza di Aginter-Presse con il Belgio atte-
sta, inoltre, una stretta collaborazione, specie per lo scam-
bio di materiale e informazioni sulla sinistra belga e l'op-
posizione spagnola e portoghese riparata in Belgio, con
un certo Jean Dagonier. Questi, ex partigiano e membro
dello SRA (Service de renseignements de la resistance),
pretende di essersi infiltrato nell'agenzia di estrema de-
stra, al fine di raccogliere informazioni sulla sua attività,
per conto della Union internationale de la resistance et de
la deportation (uird), e su ordine del suo presidente, Hu-
bert Halin.11

In Germania, Aginter è in contatto con il partito neona-
zista npd (Nationaldemokratische Partei Deutschland) e
l'entourage di Franz Josef Strauss, capo del partito cristia-
no-sociale bavarese, e più precisamente con il suo segreta-
rio, Marcel Hepp, che è anche direttore del «Bayern Ku-
rier», il giornale di Strauss.

In Spagna, l'agenzia intrattiene rapporti con il cedade
(Circulo espanol de amigos de Europa), movimento degli
ultra della Falange, e con la rivista ultrafascista «Van-
guardia», diretta dal giornalista Miguel Lloria. Negli Stati
Uniti con la «National Review», diretta da William F.
Buckley.12

L'organizzazione è quindi composta dal piccolo nucleo
degli ex ufficiali francesi raccolti attorno a Guérin Sérac,
cui si sono aggiunti qualche attivista portoghese e stranie-
ro e un gruppo di intellettuali fascisti.

«Noi riuniamo» scrive Guérin Sérac «due tipi di uomi-
ni: 1. gli ufficiali giunti da noi dopo le battaglie d'Indocina


70   Piazza Fontana

 

e di Algeria, certi persino dopo le battaglie di Corea; 2. gli
intellettuali che, negli stessi periodi, si sono dedicati allo
studio delle tecniche di sovversione marxista. Gli uni e gli
altri, coinvolti molto da vicino nelle lotte degli ultimi an-
ni, hanno accettato, tramite percorsi diversi, di sparire
nella clandestinità in cui la maggior parte di noi ha passa-
to almeno cinque o sei anni.

«Costituitisi allora in gruppi di studio, hanno messo in
comune la loro esperienza per cercare di smontare le tec-
niche marxiste di sovversione e tentare di gettare le basi
di una risposta. In questo periodo abbiamo sistematica-
mente intrecciato rapporti con gruppi simili nati in Italia,
Belgio, Germania, Spagna o Portogallo, per fondare il nu-
cleo di una vera e propria lega occidentale di lotta contro
il marxismo.»13

A questa lega occidentale di lotta contro il marxismo,
Guérin Sérac da il nome di Oaci: Organisation d'action
contre le communisme international. È l'organizzazione
militare clandestina di Aginter e di Ordre et Tradition,
fondata a Lisbona, secondo un documento dell'agenzia, il
10 dicembre 1966.14

Il suo compito è di essere pronta in ogni occasione a
«intervenire in qualunque parte del globo per affrontare
le più gravi minacce comuniste».15 I suoi membri hanno
firmato un vero e proprio atto di sottomissione e di obbe-
dienza cieca e assoluta, e si sono impegnati a mantenere il
silenzio sulle attività dell'organiz;zazione e sul nome dei
suoi responsabili.

Forti dei contatti sviluppati con la creazione di Aginter
e poi di Ordre et Tradition, Guérin Sérac e il suo gruppo
mettono in piedi una rete di informatori e corrispondenti
in tutta Europa.

«All'inizio» spiega uno di loro «ci veniva chiesto un
banale lavoro di corrispondente di stampa, corrisponden-
te specializzato, perché si trattava sostanzialmente di for-
nire informazioni sulle attività dei comunisti e degli
estremisti di sinistra, sulla loro penetrazione nell'esercito,

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aginter-Presse: l'iispiratrice del 12 dicembre 1969   71

 

i loro finanziamenti, le organizzazioni che controllavano
ecc. Così l'agenzia metteva alla prova la capacità di ognu-
no nella raccolta di notizie. Dopo un certo periodo i corri-
spondenti, muniti di un tesserino da giornalista rilasciato
a Lisbona, divenivano di fatto delle spie al servizio della
pide. Infine, alcuni frequentavano a Lisbona degli stage in
cui, nel quadro dell
'OACI, ricevevano una formazione spe-
ciale.»16

Grazie ai documenti conservati negli archivi dell'agen-
zia, ora sappiamo in che cosa consistesse questa formazio-
ne speciale: Aginter-Presse aprì nella capitale portoghese
una vera e propria scuola di tecniche di sovversione e ter-
rorismo. Così, molti fascisti europei seguirono per diversi
anni, nei campi di addestramento messi a disposizione
dalla fide e dalla Legione portoghese, corsi dispensati da
Guérin Sérac e dal suo gruppo ai loro «corrispondenti» e
agenti molto speciali.

Da parte sua la polizia italiana, nel proprio rapporto su
Aginter, scrive che le reclute sono addestrate in campi per
azioni di sabotaggio (uno dei quali nel Sud del Portogallo,
in Algarve) e che il centro di addestramento più impor-
tante è a Windhoek (sudovest africano), dove beneficia
della complicità delle autorità locali. Nel rapporto si cita
inoltre la presenza tra gli istruttori di ufficiali portoghesi,
belgi e rhodesiani e si indica il principale di questi in Zar-
co Moniz Ferreira.17

Tale «formazione speciale» durava tre settimane di cin-
que giorni ciascuna, e prevedeva corsi teorici al mattino e
attività pratiche al pomeriggio. Una lunga serie di lezioni
era dedicata alle tecniche di copertura che i quadri
dell'OACi dovevano adottare. L'insegnamento riguardava
in particolare:

- le tecniche di sorveglianza e pedinamento (studio del
processo di pedinamento,della sua tecnica, della difesa
contro il pedinamento, ecc.1;

- le tecniche di contatto :ra agenti (i segni di riconosci-
mento, le varie precauzion:da adottare, ecc.);


72    Piazza Fontana

 

- le tecniche d'interrogatorio (come condurlo, come su-
birlo, i metodi duri, l'impiego del pentothal, la tortura);

- le tecniche di alibi in caso d'arresto (come ideare una
storia, come costruire false confessioni, ecc).

La parte puramente teorica era suddivisa in quattro
materie: azione, propaganda, informazione e sicurezza, e
metteva soprattutto l'accento sull'azione psicologica e le
tecniche di terrorismo e sabotaggio, oltre che sull'utilizzo
di esplosivi e l'impiego di armi... Un'attenzione particola-
re era prestata ai mezzi detti «non convenzionali».

Gli allievi venivano così preparati a missioni sullo stile
di quelle affidate ai reparti d'«azione» dei servizi speciali
ufficiali: azioni di commando, spionaggio, missioni di in-
tossicazione, attentati, assassinii, ecc.

Una delle lezioni teoriche precisava: «La sovversione
agisce con mezzi appropriati sugli spiriti e le volontà per
indurre ad agire al di fuori di ogni logica e contro ogni re-
gola e legge. Condiziona così gli individui e permette di
disporne a proprio piacimento.

«Terrorismo: il terrorismo spezza la resistenza, ottiene
la sua sottomissione e provoca la rottura tra la popolazio-
ne e il potere.

«Terrorismo selettivo: spezzare l'apparato politico e
amministrativo eliminandone i quadri.

«Progressione: eliminare delle personalità per colpire
l'opinione pubblica, eliminazione dei quadri importanti,
seminare il panico nell'amministrazione, eliminazione dei
quadri minori e delle élite naturali per spezzare la società.

«Attentati e sabotaggi generalizzati per provocare la
paralisi di una regione», ecc.18

Per quanto riguarda l'impiego di mezzi non convenzio-
nali, i manuali di addestramento dell'OACi indicano ai fu-
turi agenti gli strumenti da adottare per «eliminare, met-
tere in condizione ... o manipolare gli individui».19

I mezzi d'eliminazione, spiega uno di questi testi, pos-
sono essere violenti o progressivi: la digitalina, il curare, il
cianuro, ecc. Per mettere fuori uso una persona, si consi-

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aginter-Presse: l'ispiratrice del 12 dicembre 1969   73

 

glia invece l'impiego di lsd, di cantaride e di potenti son-
niferi. Quanto ai mezzi di manipolazione, i preferiti sono
la scopolamina e gli anestetici della serie dei ciclo, in par-
ticolare il ciclopropano, che non lascia tracce-
Fra i mezzi d'eliminazione l'agenzia mostra di predili-
gere sofisticati ordigni esplosivi. Secondo diverse testimo-
nianze, Aginter disponeva, con il fratello di Guérin Sérac,
Jean-Marie Guillou, di un bricoleur particolarmente dotato
nella fabbricazione di ogni sorta di congegni micidiali.

Il primo campo d'azione di Guérin Sérac e dei suoi uo-
mini è l'Africa.

Secondo il rapporto dell'SDCI, i corrispondenti dell'agen-
zia iniziano a operarvi per conto della pide e del ministero
della Difesa portoghese sul finire del 1965, cioè diversi me-
si prima della fondazione ufficiale di Aginter.

Sull'esatta natura di queste prime azioni il rapporto for-
nisce pochi elementi; precisa solo che Aginter «inviava i
suoi ufficiali operativi (sette ex ufficiali francesi, di cui sei
volanti e uno fisso in Portogallo) nei paesi limitrofi
all'Africa portoghese». I loro obiettivi, prosegue il rappor-
to, «comprendevano la liquidazione dei dirigenti dei mo-
vimenti di liberazione, l'infiltrazione, l'insediamento di
informatori e provocatori e l'utilizzazione di falsi movi-
menti di liberazione».

Non è tutto. Lisbona era dall'inizio degli anni Sessanta
uno dei principali centri di smistamento di mercenari per
l'Africa. Una manna per Aginter, che diviene in breve uno
dei principali intermediari per il reclutamento dei soldati
di ventura. Impresa che arricchirà Guérin Sérac e i suoi
amici.

Alla fine del 1966, l'agenzia riesce a ottenere il suo pri-
mo importante contratto: il piano Kerillis che, messo a
punto da ambienti finanziari belgi con la complicità dei
servizi segreti portoghesi e la benedizione di quelli fran-
cesi, dovrà riportare al potere nell'ex Congo belga Moise
Ciombe.


74  Piazza Fontana

 

L'avventura di Ciombe era iniziata l'11 luglio 1960 con
la secessione della provincia del Katanga, avvenuta dodi-
ci giorni dopo la proclamazione dell'indipendenza dell'ex
colonia belga. Fin dai primi mesi, per organizzare le sue
truppe Ciombe assolda mercenari europei. A questo sco-
po si rivolge a un teorico dell'azione psicologica», il co-
lonnello Trinquier, considerato allora uno degli esperti
della guerra rivoluzionaria. Trinquier recluta numerosi
ufficiali francesi messi in disparte dopo I'affaire delle bar-
ricate,20 come Faulques, La Bourdonaye, Denard, ecc. Per
due anni, diverse centinaia di mercenari si battono contro
le truppe dell'ONU inviate per porre fine alla secessione,
finché, nel dicembre 1962, Ciombe è costretto all'esilio. Ri-
chiamato in Congo nel 1964 come primo ministro per do-
mare la ribellione dei simba, porta con sé i suoi mercenari.
Rovesciato nell'ottobre dell'anno successivo dal generale
Mobutu, è di nuovo costretto all'esilio... Ma non si da per
vinto. Dal suo rifugio madrileno si prepara a riconquista-
re il potere, sempre con l'aiuto di mercenari, che vengono
reclutati un po' ovunque in Europa. Tramite la fide, Ciom-
be e il suo consigliere, il professor Clemens, si assicurano i
servizi di Aginter-Presse: è l'occasione per i'oaci di chia-
mare a raccolta militanti di estrema destra ed ex oas per
difendere la presenza occidentale in Africa. Guérin Sérac
s'incarica di riunire un esercito di mercenari che, al mo-
mento opportuno, con i gendarmi katanghesi fedeli a
Ciombe e l'esercito bianco del colono belga Jean Schram-
me, dovrà rovesciare il governo di Mobutu.

«Sono stato reclutato per questa operazione a Bruxelles,
dove vivevo, dal capitano Souetre, che avevo conosciuto
all'epoca dell'OAS» racconta Jacques Depret, un curioso
personaggio, ex agente dei servizi speciali francesi passa-
to durante la guerra d'Algeria all'OAS. «Souetre era stato
incaricato da Sérac di comandare i mercenari reclutati nel
quadro di Aginter, e mi propose di essere il suo ufficiale
alle informazioni; accetai immediatamente.»21 Jean-Rene
Souetre, ex capitano dei commandos di paracadutisti, è

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aginter-Presse: l'ispiratrice del 12 dicembre 1969     75

 

all'epoca ancora una delle celebrità dell'ex oas. Guérin Sé-
rac lo ingaggia in occasione di quest'operazione, di cui gli
affida l'organizzazione e il comando. Sotto lo pseudoni-
mo di Constant, il capitano Souetre viene per la circostan-
za promosso maggiore. In qualche mese raccoglie a Lisbo-
na una cinquantina di uomìini, per la maggior parte belgi
e francesi, ex dell'OAS o del Katanga.

All'inizio dell'estate del 1967, muniti di lasciapassare
forniti da Perreira de Carvalho, numero tre della pide,
vengono tutti inviati a Luanda, in Angola.22

In teoria, l'operazione deve aver luogo in giugno. Qual-
che giorno prima, Ciombe viene rapito mentre si trova in
aereo. Curiosamente, da un altro francese, Francis Bode-
man.

Il rapimento di Ciombe inceppa la macchina da guerra
destinata a rovesciare Mobutu. Schramme è costretto a
colpire prima del previsto.

«È il momento di parlare di certi fenomeni che si pro-
dussero all'agenzia» dichiara uno dei membri dello stato
maggiore creato da Souetre. «I servizi speciali francesi
avevano finito per venire a sapere della nostra esistenza.
Ci infiltrarono inviandoci degli ex OAS o dei giovani av-
venturieri da loro manipolati. Tra servizi portoghesi e ser-
vizi francesi iniziò un gioco sottile...»23

Questo gioco sottile ha per oggetto Aginter. I servizi
francesi non sono molto contenti che l'agenzia di Lisbo-
na, che sospettano essere al servizio della cia, ficchi trop-
po il naso nelle faccende africane, riserva di caccia di Jac-
ques Foccart,24 il quale, fra l'altro, ha mandato a Luanda
per valutare la situazione il suo braccio destro Morichot-
Beaupré.

I sospetti dei servizi francesi sono fondati. Per antigaul-
lismo, la cia ha sempre guardato all'OAS con un occhio più
che benevolo. All'inizio degli anni Sessanta Thyraud de
Vosjoli, un transfuga dei servizi segreti di Parigi rifugiato
negli Stati Uniti, funge da intermediario tra alcuni diri-
genti della cia (tra cui Richard Helms) e uno dei principa-


76 Piazza Fontana

 

li responsabili dell'OAS, Jacques Soustelle. Inoltre, dopo la
fine dell'Algeria francese, operano negli Stati Uniti un
certo numero di quadri dell'OAS, alcuni dei quali fanno
parte di Aginter-Presse. Uno di essi è il capitano Souetre.
All'epoca Jean Souetre lavora con i rifugiati cubani antica-
stristi addestrati dalla cia e, nel 1964, è implicato nell'in-
chiesta condotta dall'FBi dopo l'assassinio del presidente
Kennedy.25 S'aggiunga che i rapporti tra i servizi segreti
americani e Aginter-Presse sono tanto più solidi in quanto
risalgono agli anni Cinquanta: per il coraggio dimostrato
al fianco dell'esercito degli Stati Uniti durante la guerra di
Corea, Yves Guérin Sérac, non dimentichiamolo, era stato
insignito di una delle più alte decorazioni americane. Infi-
ne, all'inizio degli anni Novanta gli inquirenti italiani sco-
prono con inquietudine che un braccio destro di Guérin
Sérac, l'ex ss Robert Leroy, ha lavorato una volta uscito di
prigione per i servizi segreti della nato. Tante buone ra-
gioni per convincere i dirigenti dei servizi francesi del-
l'appartenenza di Guérin Sérac alla cia, come ci ha confer-
mato uno di loro, un generale ex responsabile delle forze
speciali di Parigi.26

Il 23 gennaio 1996, Roberto Cavallaro, interrogato,
conferma agli inquirenti l'esistenza di legami che unisco-
no gli ex esponenti dell'OAS, tra cui quelli attivi nell'am-
bito di Aginter-Presse, alla cia. «Cavallaro» si legge in
uno dei rapporti «rappresentava di aver appreso, nel
1972, nel corso di un addestramento realizzato in Fran-
cia, dell'esistenza di una operazione della c.i.a. in Italia,
denominata Blue Moon, all'epoca già in atto, consistente
nella diffusione di sostanze stupefacenti negli strati gio-
vanili al fine di contribuire alla destabilizzazione. Caval-
laro precisava che:

«- all'addestramento ove venne illustrata l'operazione
Blue Moon erano presenti due Ufficiali portoghesi
dell'"Aginter-Presse";

«- riteneva che gli addestratori francesi fossero ex oas;

«- l'operazione Blue Moon era condotta in Italia dagli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aginter-Presse: l'ispiratrice del 12 dicembre 1969   77

 

Stati Uniti utilizzando uomini e strutture che facevano ca-
po alle rappresentanze ufficiali di quel Paese nel nostro
Stato;

«- le sostanze diffuse erano allucinogene e destinataria
ne era la devianza sociale di sinistra con ciò intendendo
un termine molto generale;

«- gli istruttori spiegarono che questo tipo di destabiliz-
zazione era da loro ritenuto inidoneo all'Europa ma che
alcune operazioni degli Stati Uniti, "per riguardo", dove-
vano essere sostenute.»

Cavallaro aggiunge due elementi:

«- Jacques Soustelle capo dell'O.A.S., era legato al Co-
lonnello Adriano Giulio Cesare Magi Braschi. Quest'ulti-
mo è emerso nel corso delle indagini sull'eversione di de-
stra coordinate dal giudice istruttore ed è stato indicato
dal Malcangi, che lo aveva appreso dal Digilio, quale
agente c.i.a. con responsabilità d'azione sull'intero medi-
terraneo;

«- che l'O.A.S. in sé, o, meglio, gli uomini che avevano
aderito a questa organizzazione, erano strumento per la
realizzazione della politica estera americana con mezzi il-
leciti, inseriti in un più generale piano fondato sui Piani di
Sopravvivenza nei singoli Paesi europei e poiché questi
Piani facevano capo alla n.a.t.o., precisava che le attività
degli ex-O.A.S. erano dirette strategicamente dalla c.i.a.
Difatti nel noto corso gli fu detto che gli o.a.s. presenti,
con i dovuti filtri, facevano capo allo chef d'antenne della
c.i.a. a Parigi.»27

I servizi speciali francesi esercitano forti pressioni sulla
pide perché elimini Souetre e gli altri membri di Aginter, e
inviano a Luanda, affinchè prenda il controllo delle ope-
razioni, uno dei loro agenti, il mercenario Bob Denard,
detto colonnello Bob. Lo sdece intima quindi alla piide di
scegliere: o lui o gli ex oas. I servizi portoghesi cedono e i
francesi di Aginter vengono posti sotto sorveglianza in un
forte che sovrasta Luanda e dopo qualche settimana ri-

 

 


78  Piazza Fontana

 

spediti a Lisbona. Il gruppo di mercenari reclutato dal ca-
pitano Souetre verrà ripreso a servizio, a parte qualche ec-
cezione, da Bob Denard.

L'avventura katanghese di Aginter si è limitata a un vo-
lo di ricognizione effettuato dal capitano Souetre e dai
mercenari Leon Liber e Roger Braco su Elisabethville e a
qualche «missione confidenziale» compiuta per conto di
Pierre Joly, «rappresentante all'estero» del colonnello Jean
Schramme.

Ma Aginter finirà effettivamente per avvelenare i rap-
porti, pur eccellenti, tra la polizia politica portoghese e i
servizi speciali di Parigi. Nel corso del loro breve soggior-
no a Luanda gli uomini dell'agenzia hanno avuto il tem-
po, per esempio, di fare qualche sgambetto ai servizi fran-
cesi. «Souetre mi aveva affidato il ruolo di ufficiale alle
informazioni, e ho svolto questo compito meglio che pote-
vo» racconta Jacques Depret. «Capisco che lo sdece abbia
da allora qualche rancore nei miei confronti, perché depi-
stavo tutti gli agenti che ci mandava.»28

A proposito di Jacques Depret, lo sdece invia alla pide, il
10 gennaio 1968, una nota che la dice lunga sui rapporti
esistenti all'interno di questo mondo:

«Depret è stato coinvolto in un progetto d'assassinio di
M. Ciombe, quando questi era ancora a Madrid.

«Qualche tempo dopo, è stato reclutato da Ciombe (To-
mas) ed è partito per l'Angola con il gruppo di Souetre. A
Luanda, lui e Souetre ricevevano informazioni che tra-
smetteva loro da Lisbona un altro francese, Guillou, detto
Guérin Sérac.

«L'attività di Guillou alla pide di Lisbona gli dava acces-
so a diversi documenti, tra cui le schede dell'aeroporto.

«Depret, in diverse lettere, ha divulgato la maggior par-
te delle informazioni ottenute per questa via...

«Ora, veniamo a sapere che Depret, per il tramite del
movimento Occident a Parigi,29 cercava di reclutare istrut-
tori francesi per l'Angola ...

«Il movimento Occident ... è "imbottito" di confidenti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aginter-Presse: l'ispiratrice del 12 dicembre 1969    79

 

della polizia e provocatori. Le sue posizioni sono violente-
mente antigovernative e una collaborazione di questo pic-
colo gruppo con i servizi portoghesi non può che nuocere
alle buone relazioni franco-portoghesi.

«La pide (Lisbona e Luanda) ci ha domandato di fornire
degli istruttori. Ci sarà difficile dare seguito nelle condizio-
ni attuali, in cui nemmeno la nostra stessa sicurezza è assi-
curata, né la segretezza dei nostri spostamenti, poiché sia-
mo alla mercé delle denunce del gruppo in questione.»30

Dopo lo scacco a Luanda, Aginter cerca di prendersi la
rivincita in Biafra e propone al governo secessionista di
Ojukwu di fornire al suo esercito una serie di quadri mili-
tari. Per l'occasione, ha battezzato la sua organizzazione
militare Organizzazione dei volontari specialisti, dove il
termine «volontari» dovrebbe distinguere gli uomini
dell'agenzia dai mercenari tradizionali. Ma, ancora una
volta, Guérin Sérac non ha fortuna: il comandante Faul-
ques e Bob Denard, inviati dai servizi francesi, gli soffiano
di nuovo l'affare.

Falliti i progetti katanghese e biafrano, Aginter ripiega
sul giovane stato del Congo, sorto nel 1960, con capitale
Brazzaville.

I suoi agenti segreti conoscono bene il paese, dove han-
no già compiuto per la fide parecchie missioni (il rapporto
della commissione d'inchiesta dell'SDCI parla in particola-
re di un'operazione di recupero di un elemento dell'MPLA,
il Movimento popolare di liberazione dell'Angola, nome
di codice «Baya», compiuta da un certo Jean-Marie Lafit-
te, pseudonimo di Jean-Marie Laurent).

Dal 1963 la repubblica del Congo, sotto la guida del go-
verno progressista del presidente Massemba-Debat, è la
principale base d'appoggio dell'MPLA di Agostinho Neto.
E anche il centro di penetrazione castrista in Africa: la sua
amministrazione e il suo esercito sono organizzati da nu-
merosi consiglieri cubani.

II rapporto della commissione d'inchiesta dell'sdci rive-
la che nel 1967 Aginter-Presse, in collaborazione con la pi-


80  Piazza Fontana

 

de, i governi del Gabon, del Sudafrica e della Rhodesia, ed
elementi dello sdece, mette a punto un progetto di colpo
di stato destinato a rovesciare il governo di Massemba-
Debat.

Le operazioni dovevano essere coperte da una società
creata per l'occasione, il cost, Consortium pour l'organi-
sation et le support technique. Il legame tra sdece e Agin-
ter era assicurato, precisa il rapporto, da un certo H.M.
Lasimone, ex mercenario del Katanga, che usava come co-
pertura il Consortium forestier et maritime, B.P. 101, Li-
breville, Gabon.

Sempre secondo il rapporto, Lasimone e Guérin Sérac si
proponevano inoltre di «estendere il piano al Katanga per
costituirvi uno stato bianco».31

Per divergenze sopraggiunte tra i servizi portoghesi e
quelli francesi, il piano non verrà realizzato.

Abbandonato dalla pide, il progetto di colpo di stato in
Congo non viene invece abbandonato da Aginter.

Guérin Sérac, che intrattiene buoni rapporti con l'op-
posizione congolese e l'ex presidente della repubblica,
l'abbé Fulbert Youlou, propone loro di riportarli al potere
dietro pagamento di un milione di franchi. L'affare viene
trattato nel corso del mese di novembre, e Sérac ottiene
un acconto di quattrocentomila franchi.32 A costituire lo
stato maggiore dell'operazione sono i quadri dell'agen-
zia. «Sull'esempio dell'esercito francese» spiega Jacques
Depret «vengono creati cinque uffici, e Guérin Sérac si
nomina capo di stato maggiore. A me spetta il 2° ufficio,
quello incaricato del servizio informazione.» Sérac invia
diversi suoi agenti in Congo a prendere contatto con uffi-
ciali dell'esercito e della gendarmeria ostili a Massemba-
Debat. Il colpo di stato viene fissato per il maggio 1968. Il
seguito della faccenda è molto meno serio e rasenta l'im-
broglio. «Eravamo d'accordo con Guérin Sérac che una
decina di ex ufficiali sarebbero venuti a darmi man forte
al momento dell'operazione» racconta Jacques Depret, in-
viato in Congo per sovrintendere all'operazione. «Nor-

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aginter-Presse: l'ispiratrice del  12  dicembre 1969    81

 

malmente, sarebbero dovuti arrivare il 10 maggio. Ora,
un telex ricevuto il 13 m'aveva annunciato l'arrivo "pos-
sibile di due di loro"...» Che non arriveranno mai.33 «Per
partecipare a questo colpo» racconta uno dei due merce-
nari «ero stato contattato a Ginevra dal capitano Mathieu.
Ho ricevuto per questo un milione di vecchi franchi. Do-
vevo recarmi a Brazza una settimana prima del colpo di
stato e aspettare che mi si contattasse. Qualche giorno
prima di partire per Brazzaville, ho saputo dalla radio
che un tentativo di colpo di stato aveva avuto luogo ed
era fallito. Era veramente una storia di merda...»34

Per ragioni misteriose, Jacques Depret aveva fissato il
giorno X al 13 maggio, ore 22. Quella sera si ritrova da so-
lo con congiurati congolesi esitanti. Il putsch fallisce mise-
ramente e Depret viene arrestato dalle autorità di Brazza-
ville.

In prigione ritrova un altro agente di Aginter, Jean-
Marie Laurent, arrestato qualche mese prima, in feb-
braio, dopo essere stato inviato dall'agenzia in Congo
per infiltrarsi negli ambienti governativi sotto la copertu-
ra di giornalista di estrema sinistra. È in quanto tale che
è stato arrestato: il suo zelo filocinese non andava più a
genio al governo del presidente Massemba-Debat. I con-
golesi restano molto stupiti nello scoprire, presso i put-
schisti, documenti che collegano Jean-Marie Laurent alla
loro impresa. E ancora più stupiti rimangono i cinesi
dell'ambasciata di Brazzaville. Sono stati loro a introdur-
re il giornalista d'estrema sinistra presso il governo e,
dopo il suo arresto, avevano assediato invano il presi-
dente Massemba-Debat per ottenerne la liberazione.


 

IV

 

Aginter e le bombe di Milano

 

LA NOSTRA AZIONE POLITICA

Pensiamo che la prima parte della nostra azione politica debba es-
sere di favorire lo stabilirsi del caos in tutte le strutture del regime.
È necessario cominciare col minare l'economia dello Stato per
giungere a creare una confusione in tutto l'apparato legale. Questo
produce una situazione di forte tensione politica, di paura nel
mondo industriale, di antipatia verso il governo e tutti i partiti, a
questo scopo dev'essere pronto un organismo efficiente capace di
radunare e ricondurre a sé tutti gli scontenti di tutte le classi sociali
al fine di riunire questa vasta massa per fare la nostra rivoluzione.
A nostro avviso la prima azione che dobbiamo scatenare è la di-
struzione delle strutture dello Stato, tramite l'azione dei comunisti
e dei filocinesi, abbiamo d'altronde elementi infiltrati in tutti questi
gruppi, seguendo l'atmosfera dell'ambiente occorrerà evidente-
mente che adattiamo la nostra azione (propaganda e azione di for-
za che sembreranno opera dei nostri avversari comunisti e pressio-
ni sugli individui che accentrano il potere a tutti i livelli). Questo
creerà un sentimento di antipatia verso coloro che minacciano la
pace di ognuno e della nazione, e d'altra parte fiaccherà l'economia
nazionale. A partire da questo stato di fatto dovremo rientrare in
azione nel quadro dell'esercito, della magistratura, della Chiesa,
per agire sull'opinione pubblica e indicare una soluzione e mostra-
re la carenza e l'incapacità dell'apparato legale costituito, e farci
apparire come i soli in grado di offrire una soluzione sociale, politi-
ca ed economica adeguata al momento. Nello stesso tempo dovre-
mo elevare un difensore dei cittadini [sic] contro la devastazione
provocata dalla sovversione e dal terrorismo. Dunque una fase
d'infiltrazione, informazione e pressione dei nostri elementi sui nu-
di-i vitali dello Stato. Il nostro elemento politico dovrà essere estre-
mamente abile, capace di intervenire e valorizzare la propria forza,

dovrà formare dei quadri e dirigenti e nello stesso tempo effettuare
un'azione di propaganda massiccia e intelligente.

Questa propaganda dovrà essere una pressione psicologica sui
nostri amici e i nostri nemici, e dovrà creare una corrente di simpa-
tia per il nostro organismo politico, dovrà polarizzare l'attenzione
popolare alla quale saremo presentati come il solo strumento di sal-
vezza per la nazione.

Questa propaganda dovrà inoltre attirare l'attenzione sul pro-
blema europeo e attirarci sostegni internazionali politici ed econo-
mici. Dovrà anche convincere l'esercito, la magistratura, la Chiesa e
il mondo industriale ad agire contro la sovversione, benché la loro
azione non sia determinante, avrà un peso solo la situazione.

Per condurre una tale azione al suo fine, è evidente che occorre
disporre di grandi mezzi finanziari, si dovrà agire in questo senso
(questo affinchè il maggior numero possibile di uomini possano
consacrarsi alla lotta in Italia, e per corrompere o finanziare i grup-
pi politici che possono esserci utili).

Questo documento non firmato, che descrive con tanta

Aginter e le bombe di Milano  83

 

precisione quella che dev'essere, che sarà, la strategia del-
la tensione, è stato ritrovato nell'ottobre 1974 negli archivi
di Aginter-Presse. Faceva parte di una serie di rapporti in-
viati all'agenzia dai suoi corrispondenti italiani, dai gior-
nalisti e dai militanti di Ordine Nuovo, nel novembre
1968, cioè nel momento stesso in cui s'inaugurava in Italia
la strategia della tensione. È senza ambiguità, e fornisce là
prova dei legami - attività e obiettivi comuni - dell'estre-
ma destra italiana e di Aginter-Presse.1

Il seguito del rapporto tratta della «situazione dei grup-
pi di sinistra in Italia». Il suo misterioso autore spiega
l'imborghesimento del partito comunista e la crescita,
specie tra i giovani, delle organizzazioni extraparlamenta-
ri di sinistra. «Questa gioventù» scrive «al di là delle at-
tuali contingenze possiede un nuovo entusiasmo e una
grande impazienza ... Il che ... va ben studiato ... L'intro-
duzione di forze provocatrici in questo ambiente rivolu-
zionario della sinistra (che definiamo impropriamente fi-
locinese) riflette soltanto il desiderio di spingere al
massimo tale situazione instabile e creare un clima di
caos.» E conclude: «L'ambiente filocinese, caratterizzato


84   Piazza Fontana

 

dalla sua impazienza e dal suo entusiasmo, è propizio a
un'infiltrazione».

Alla lettura di questo rapporto è difficile non pensare ai
metodi d'azione psicologica e alle tecniche di sovversione
e terrorismo insegnati dall'OACi ai suoi quadri e militanti.
Com'è difficile non pensare agli attentati di Milano.

Scritto un anno prima della strage, esso sembra esserne
il piano iniziale. C'è tutto. La strategia della tensione è de-
scritta minuziosamente: la provocazione, il diffondersi in
ogni struttura del regime del caos, il finanziamento da
parte di uomini potenti, il suo sfruttamento psicologico
attraverso la propaganda e i media, e l'infiltrazione nella
sinistra per fare ricadere la responsabilità delle bombe e
del disordine su di essa. Su questo punto il rapporto è pri-
vo di ambiguità: «La prima azione che dobbiamo scatena-
re è la distruzione delle strutture dello Stato, tramite
l'azione dei comunisti e dei filocinesi, abbiamo d'altronde
elementi infiltrati in tutti questi gruppi».

La coincidenza è inquietante. Si ricordi che il 16 dicem-
bre 1969 il sid invia alle autorità incaricate dell'inchiesta
una nota che individua le menti degli attentati in Guérin
Sérac, direttore di Aginter-Presse, e Robert Leroy, suo vice.

Secondo la stessa nota, a collocare le bombe di Roma
sono stati Mario Merlino e Stefano Delle Chiaie. Merlino,
infiltrato fra gli anarchici, viene arrestato nella capitale
qualche ora dopo le esplosioni. Quanto a Delle Chiaie, è il
capo fondatore di Avanguardia nazionale, la più violenta
delle organizzazioni neofasciste.

Entrambi hanno in effetti contatti con Aginter, e in par-
ticolare con Robert Leroy, dal quale si sono spesso recati ai
Tamaris, presso Tolone.

Il personaggio di Robert Leroy merita attenzione, non
solo perché è stato uno degli agenti operativi più efficaci
di Aginter-Presse, ma soprattutto per il ruolo che ha svol-
to nella tattica d'infiltrazione nel movimento filocinese in
Europa a opera dell'estrema destra e dei servizi segreti oc-
cidentali. Nato nel 1908 a Parigi, a quindici anni entra nel

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aginter e le bombe di Milano   85

 

movimento politico realista dell'Action francaise e, nel
1936, aderisce all'organizzazione clandestina di estrema
destra Cagoule. All'ascesa del fronte popolare passa in
Spagna, dove combatte come ufficiale addetto alle infor-
mazioni nelle file dei requetés, le milizie carliste schierate a
fianco delle forze franchiste, e poi in quelle della Falange.
Ma lasciamolo parlare:

«Al ritorno in Francia vengo mobilitato. Il Belgio,
Dunkerque. Mi ritrovo a Vichy, alle informazioni. Risalito
nel 1941 a Parigi, mi lancio questa volta a fondo nel gior-
nalismo: "La France au travail", "Paris-Soir", "Le Pilori".
Per mettere le mie azioni in conformità con i miei articoli,
nel 1943 mi arruolo nella Waffen-ss.»

Combatte sul fronte orientale, poi diviene istruttore alla
scuola di sabotaggio di Skorzeny (sezione VI). Arrestato
al momento della Liberazione, nel novembre 1947 è con-
dannato a vent'anni di lavori forzati. Viene liberato il 24
giugno 1954.

«Non ho più casa: madre assassinata, padre morto in
internamento, moglie divorziata, appartamento saccheg-
giato, beni confiscati, indegnità nazionale a vita. Assegna-
to a domicilio coatto, incontro per caso un compagno
d'infanzia ... mi prende in carico... dopo la sua partenza ...
faccio il rappresentante di messali e breviari, poi divento
direttore amministrativo di una fabbrica di cartoline ... È
durante una vacanza romana, nell'agosto 1962, che m'im-
batto nel mio vecchio Sturmbannfùhrer Alain Guignot de
Sallebert, il quale, rifugiato dal 1945 in Italia, dirige una
piccola agenzia di stampa. Lui mi mette in rapporto con il
generale-prefetto Pieche, che mi compra degli articoli per
il suo organo delle classi medie "Vivere".»2

È in Svizzera che Leroy entra nel movimento filocinese:
«Ero a Ginevra al momento della rottura tra Mosca e Pe-
chino, e seguivo la polemica tra l'ambasciata cinese di
Berna e il partito comunista francese ... Allora ho chiesto
udienza al consigliere culturale dell'ambasciata, m'ha ri-
cevuto ... e non gli ho nascosto il mio passato ... Abbiamo


86  Piazza Fontana

 

parlato a lungo e sono rimasto sedotto. M'ha indirizzato a
un altro diplomatico, Wang, che m'ha aiutato a fare la mia
autocritica. Dopo di che ho aderito al partito comunista fi-
locinese svizzero e, in Francia, alle Amities franco-cine-
si...».3

La vocazione filocinese di Robert Leroy, che si è guada-
gnato la fiducia dell'ambasciata di Berna, ha una spiega-
zione che egli si guarda bene dal rivelare: l'ex ss lavora
nello stesso tempo per i servizi d'informazione della nato
e per i servizi segreti tedeschi del generale Gehlen.4

Queste due informazioni capitali sono contenute in di-
verse note confidenziali ritrovate negli archivi di Aginter-
Presse, dove, sulla scheda di Robert Leroy, si legge:

«Ufficiale della riserva (blindati cavalleria) specialista
in spionaggio.

«Dal 1958 al 1966, informazioni a profitto della nato.
Specialista nella ricerca dell'informazione anticomunista
con una copertura da giornalista impegnato.

«Lavora con Ordre et Tradition da più di un anno.»

In un rapporto redatto dallo stesso Leroy in un codice
fatto di abbreviazioni, l'ex ss scrive di avere lavorato per il
bnd (Bundesnachrichtendienst, le reti Gehlen) dal 1962 al
1968, e di essere stato costretto a lasciare il servizio a cau-
sa dell'evoluzione del bnd nel 1967, in particolare in se-
guito all'epurazione degli ex nazisti avvenuta dopo il
pensionamento del generale Gehlen.

Su tali documenti, e in particolare sui suoi rapporti con
le reti Gehlen, Leroy rifiuterà di dare spiegazioni.5

Questi due documenti hanno infatti un'importanza ca-
pitale: indicando che il francese ha compiuto la sua opera
d'infiltrazione nei movimenti filocinesi europei per conto
della nato e dei servizi segreti tedeschi, forniscono la
chiave delle bombe di Milano. Di Leroy tornano a interes-
sarsi nel 1995, su richiesta di Salvini, gli investigatori del
ROS, che scoprono negli archivi del sismi un dossier a suo
nome. Due rapporti attirano la loro attenzione: il primo
parla di frequenti viaggi in Italia di Leroy in compagnia di

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aginter e le bombe di Milano    87

 

Theresa Lugrin, definita agente al soldo dei «servizi se-
greti francesi e tedeschi». Per il ros è «la conferma che
[Leroy] è tutt'altro che un "terrorista"». Il secondo docu-
mento è una nota, proveniente dai servizi segreti america-
ni, che lo accredita come membro di un'organizzazione fi-
locinese, Europe nation. «Il documento ha un valore
dirompente» spiega un investigatore. «Gli ignoti registi
della controinformazione americana cercano di attribuire,
quando la nota velina del s.i.d. già indica il Leroy come
coinvolto nella strage di Piazza Fontana, una patente
maoista alla struttura nella quale militerebbe ed un suo
effettivo coinvolgimento in attività dinamitarde, ma mira-
to ad incrinare i buoni rapporti esistenti tra gli Stati Uniti
e l'Europa.»6

Alla stessa epoca, spiega il giudice milanese Salvini,
«dal fascicolo relativo alla fonte Meto (un esponente di
estrema sinistra di un certo livello operante a Milano negli
anni '60/'70) è stato possibile accertare che già negli anni
1966/1968 e cioè prima della strage di Piazza Fontana,
Robert Leroy, braccio destro di Guérin Sérac nell'Aginter
press [sic], si era infiltrato a Torino e dintorni in gruppi fi-
locinesi facendo opera di provocazione e preparando il
terreno per far ricadere su tali gruppi la responsabilità di
attentati e di altre azioni violente».7

Infiltrarsi nei movimenti filocinesi e utilizzarli come co-
pertura è infatti una delle grandi specialità di Aginter. La
principale di tali coperture è un'organizzazione filocinese
elvetica: il Partito comunista svizzero marxista-leninista
(Parti communiste Suisse M. L.), divenuto più tardi Parti-
to popolare svizzero (Parti Populaire Suisse), e il suo gior-
nale «L'Etincelle».

Gli ufficiali portoghesi incaricati nel 1975 dell'inchiesta
su Aginter-Presse lanciano accuse estremamente dure
contro questo partito e il sud segretario generale Gerard
Bulliard, cui imputano una collusione con l'agenzia di Li-
sbona. «Il partito comunista svizzero [marxista-leninista],
poi il partito popolare svizzero» affermano «sono serviti


88           Piazza Fontana

 

per parecchi anni da copertura ad Aginter nelle sue ope-
razioni per conto della fide, non solo in Africa per attività
di infiltrazione nei movimenti di liberazione [si veda il
capitolo III di questo libro], ma anche in Europa per pe-
netrare negli ambienti dell'opposizione al regime di Sala-
zar. Questa copertura è stata utilizzata dallo stesso Gué-
rin Sérac, da Jean-Marie Laurent e soprattutto da un altro
francese, Robert Leroy, designato con il nome in codice di
"T bis". Quest'ultimo, fra l'altro, sembra all'origine
dell'utilizzazione del Partito popolare svizzero come co-
pertura.»8

La stessa copertura servirà all'agenzia anche per infil-
trare le organizzazioni d'estrema sinistra europee e spe-
cialmente italiane.

A queste accuse Gerard Bulliard risponde nel 1976:
«Noi non abbiamo mai avuto rapporti con Aginter-Presse,
ma un nostro militante, Robert Leroy, era anche membro
di questa agenzia, a nostra insaputa è chiaro, e ne siamo
venuti a conoscenza solo molto più tardi; è lui che s'è ser-
vito del nostro partito. Noi non avevamo nessuna ragione
di diffidarne; faceva parte delle Amities franco-cinesi e s'è
presentato da noi con una raccomandazione dell'amba-
sciata cinese, che dichiarava che aveva fatto un'autocritica
sul suo passato.

«Era un giornalista e ci ha detto di essere in rapporto
con i movimenti di liberazione in Africa ... Ci ha proposto
dei reportage per "L'Etincelle". Erano politicamente cor-
retti e li abbiamo pubblicati sul nostro giornale.

«Non ho mai incontrato, invece, né Guérin Sérac né
Jean-Marie Laurent ... Di quest'ultimo ho visto il fratello
Daniel, perché è venuto a trovarmi per chiedermi di inter-
venire quando Jean-Marie Laurent è stato imprigionato in
Congo... Se al momento dell'arresto questi aveva una tes-
sera del partito popolare svizzero e una di giornalista
deir"Etincelle", dovevano essere false, oppure gli erano
state fornite da Robert Leroy, di cui so che possedeva false
tessere da giornalista e falsi documenti.»9

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aginter e le bombe di Milano   89

 

Bulliard allude qui alle accuse lanciate contro di lui da
Manuel Rio, ex dirigente del Fronte portoghese di libera-
zione (fpl), che sul giornale «Portugal libre» del 28 mag-
gio 1974 lo aveva tacciato d'essere un agente della cia:

«Bulliard, corrispondente della falsa agenzia Aginter-
Presse in Svizzera ... Bulliard, di nazionalità elvetica, in-
temazionalmente noto per essere un agente della cia al
servizio della pide sotto la copertura di corrispondente
dell'agenzia Aginter-Presse. Questo bandito s'è presenta-
to alla nostra sede a Parigi e ci ha offerto i suoi servizi per
tutto ciò che ci fosse necessario! Sapendo che volevamo
procurarci armi per la rivoluzione in marcia, ci ha offerto
di vendercene, ma a un prezzo eccessivo, perché sapeva
in anticipo che non avremmo accettato.»

All'epoca, insomma, Gerard Bulliard sostiene la tesi
dell'infiltrazione nel suo partito di agenti di Aginter, e ne
addossa la responsabilità alle ambasciate cinesi di Parigi e
Berna, colpevoli, secondo lui, di avere introdotto il nazista
Robert Leroy e altri membri di Aginter negli ambienti fi-
locinesi europei.

Che, accecati dall'antisovietismo, i diplomatici cinesi di
stanza in Europa, specie quelli dell'ambasciata di Berna,
abbiano troppo spesso mancato di discernimento nella
scelta dei loro amici politici, è cosa nota. S'inizia oggi a ve-
nire a conoscenza delle conseguenze di tale leggerezza, di
cui le operazioni d'infiltrazione di Aginter-Presse non so-
no, purtroppo, l'unico esempio.

La sventatezza dei diplomatici cinesi non esclude tutta-
via le responsabilità del Partito popolare svizzero e del
suo segretario generale Bulliard. Il pps ha indubbiamente
coperto una parte delle attività dell'agenzia fascista di Li-
sbona.

All'epoca l'orientamento ideologico reale di questo par-
tito non preoccupa soltanto gli inquirenti portoghesi. Ne-
gli ambienti d'estrema sinistra che sono entrati in contatto
con il pps e il suo segretario generale, le accuse corrono.

Gerard Bulliard mostra infatti dei comportamenti poco


90   Piazza Fontana

 

ortodossi per un dirigente filocinese. Nel gennaio 1967,
per esempio, concede un'intervista al mensile neonazista
di Jean Thiriart, «La Nation», per spiegare le delusioni di
un dirigente comunista. Oggi Bulliard nega di avere ac-
cordato l'intervista, della cui pubblicazione, afferma, sa-
rebbe venuto a conoscenza solo tre anni più tardi.10 Se
all'epoca fa tanta fatica a difendersi, è perché, in effetti,
dal 1966 è in rapporto con il sid, del quale, come testimo-
nia un documento del servizio datato 1966, è un informa-
tore retribuito (nome in codice Fonte Buil).

I primi contatti tra Delle Chiaie e l'ex ss Robert Leroy ri-
salgono ai congressi di Nouvel ordre européen organizza-
ti nel 1966 e 1967 a Milano dalla branca italiana Ordine
Nuovo.

Non meno accertati sono i legami tra Merlino, Delle
Chiaie, Guérin Sérac e Jean-Marie Laurent. Quest'ultimo,
prima del suo arresto a Brazzaville, viene specificamente
incaricato dall'agenzia dei rapporti con l'Italia. Nel libro
La strage di Stato si precisa che nel 1967 «Stefano Delle
Chiaie e Mario Merlino si fanno vedere spesso in giro con
un certo Jean, un francese dell'OAS che essi presentano ai
camerati come istruttore militare ed esperto in esplosivi.
Assieme al francese, secondo quanto dirà un giorno Mer-
lino, depongono una notte un ordigno esplosivo presso
l'ambasciata del Vietnam del Sud, "per far ricadere la re-
sponsabilità sulla sinistra"».11

A metà degli anni Sessanta Aginter-Presse invia a Ro-
ma alcuni istruttori per addestrare i gruppi neofascisti
nelle tecniche della guerra «non ortodossa» e nell'impiego
degli esplosivi. «Tali circostanze non sono prive di impor-
tanza perché i corsi di addestramento per i militanti di
a.n. risultano essersi svolti anche negli anni precedenti
agli attentati del 12 dicembre 1969 e con ogni probabilità
l'agenzia di Guérin Sérac, collegata in Italia a Stefano del-
le Chiaie e a Ordine Nuovo, in tale operazione ha svolto
un ruolo ispiratore e di supervisione.»12

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aginter e le bombe di Milano   91

 

Vincenzo Vinciguerra, in uno dei suoi primi interroga-
tori dinanzi al giudice Salvini, ha dichiarato che la presen-
za di elementi dell'OAS in quaalità di istruttori, sia dal pun-
to di vista teorico sia dal punto di vista pratico, gli era ben
nota, e che ne avevano usuffruito sia Ordine Nuovo sia
Avanguardia nazionale.

Per i neofascisti italiani l'OAS è un modello. Vinciguerra
rivela che la struttura di Ordine Nuovo aveva cercato, al-
meno tendenzialmente, di mutuare la struttura in cellule
di cinque persone adottata dall'Armée Secrete durante la
guerra d'Algeria.

I terroristi di Ordine Nuovo mitizzano l'onnipotenza
dell'OAS o della sua discendente, un'organizzazione bat-
tezzata «Catena» e diretta, secondo Vinciguerra, da un ex
dell'Algeria francese, Jean-Jacques Susini. Lo stesso Vinci-
guerra ricorda che quando Sandro Saccucci, ricercato per i
fatti di Sezze Romano13 e munito di un documento falso
mal contraffatto, venne arrestato a Bayonne, in Francia,
nell'estate del 1976, fu rilasciato dalla polizia a seguito
dell'intervento, fra gli altri, di Jean-Jacques Susini, senza
che la notizia del suo arresto fosse nemmeno comunicata
alla magistratura francese.

Marco Affatigato, militante di estrema destra legato alla
cia e ai servizi segreti francesi (si vedano gli Allegati), ha
poi specificamente parlato di contatti, riferitigli dal diri-
gente di Ordine Nuovo Clemente Graziani, intercorsi fra
Nico Azzi, terrorista d'estrema destra responsabile l'8
aprile 1973 di un fallito attentato al treno Genova-Roma,
ed elementi dell'OAS, contatti miranti sia a costituire un
possibile punto d'appoggio in Francia per fuoriusciti ita-
liani sia a disporre di un supporto tecnico per l'esecuzio-
ne di attentati in Italia.14 «L'apporto di elementi dell'
O.A.S.
in qualità di tecnici e di istruttori» sottolinea Salvini «do-
veva effettivamente essere assi diffuso e di antica data, in
quanto, sul versante di Avanguardia Nazionale, Paolo Pe-
coriello [altro esponente di esrema destra] ha parlato di
un corso sull'uso degli esplosivi, e in particolare del pla-


92   Piazza Fontana

 

stico, tenutosi a Roma nel 1966 in una sede di a.n. in Via
Michele Amari, corso tenuto da un certo Jean, ex ufficiale
dell'O.A.s., e a cui lo stesso Pecoriello aveva partecipato in-
sieme ad altri militanti.»15

«Anche Angelo Izzo, risoltosi dopo la sua dissennata
fuga dell'agosto 1993 a raccontare per intero la sua espe-
rienza politico-eversiva precedente al suo arresto per i fat-
ti del Circeo,16 ha parlato di un analogo corso tenutosi
nell'autunno del 1973 in un appartamento di Roma sotto
la supervisione di Enzo Maria Dantini.17 Anche tale corso
sull'uso degli esplosivi e sull'utilizzo delle sveglie Ruhla
come timer era tenuto da un istruttore francese ed erano
presenti, oltre a Izzo, numerosi elementi di Avanguardia
Nazionale e di Lotta di Popolo, gruppo capeggiato dal
Dantini.»18

Si rileva una certa costanza nei materiali. Ricordiamo
che Carlo Digilio aveva notato sulla scrivania di Ventura
degli orologi di marca Ruhla poco prima che venissero
impiegati come timer negli attentati ai treni dell'agosto
1969.

Secondo Angelo Izzo, «Jean» non era soltanto un istrut-
tore. «Circolava nell'ambiente che egli avesse preso parte
con altri con funzioni di provocazione alla rivolta di Reg-
gio Calabria. In particolare avrebbe preso parte con altri
dell'ambiente di destra di quella città ad un'azione di cec-
chinaggio che era consistita nello sparare con dei fucili e
comunque con armi da fuoco dall'alto in direzione dei po-
liziotti e qualcuno dei poliziotti sarebbe morto a causa
delle ferite riportate.»19

Sempre secondo Izzo, «Jean» sarebbe coinvolto in uno
degli episodi più oscuri della strage di piazza Fontana:
«Dantini mi fece accenno che questo francese era una per-
sona di notevoli capacità operative, in quanto aveva eli-
minato un testimone della strage di Piazza Fontana facen-
do passare il fatto per suicidio. Il testimone era stato
gettato da una finestra o qualcosa di simile».20

Il testimone in questione era un avvocato di sessantotto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aginter e le bombe di Milano           93

 

anni, Vittorio Ambrosini, gettato nell'ottobre 1971 da una
finestra del settimo piano della clinica in cui era ricovera-
to dopo avere dichiarato di conoscere gli autori dell'atten-
tato di piazza Fontana.

Aginter-Presse aveva già da diversi anni rapporti con
vari esponenti dell'estrema destra italiana.

Soprattutto, s'era assicurata la collaborazione di altre
pseudoagenzie di stampa, come le due agenzie italiane
strettamente dipendenti dai servizi segreti della penisola:
la fiel e Oltremare.

fiel Notizie Latine, diretta a Roma da un certo Arman-
do Mortilla, era teoricamente specializzata in America la-
tina. Oltremare, diretta da Giorgio Torchia, sembrava in-
teressarsi ai problemi del Terzo mondo. Nel febbraio
1967 quest'ultima e Aginter firmano a Lisbona un accor-
do di collaborazione. L'accordo stabilisce la reciprocità
dei corrispondenti e lo scambio di informazioni e docu-
mentazione su certi paesi africani; in caso di trasferte di
giornalisti dell'una e dell'altra lo scambio di piccoli ser-
vizi sul piano dell'informazione locale e di aiuti nell'in-
trodursi in questo o quell'ambiente; una mutua assisten-
za a livello di relazioni internazionali nel quadro della
lotta contro il comunismo; la partecipazione alla realizza-
zione di un centro di collegamento e coordinamento su
scala internazionale; un coordinamento in materia di
azione psicologica e propaganda su piani operativi da
definire.

La corrispondenza intercorsa tra Aginter e le due agen-
zie italiane, in particolare con la fiel, non lascia ambiguità
sul fine della collaborazione. Non si tratta certo di giorna-
lismo, ma piuttosto delle operazioni dell'
OACI. Infatti Ar-
mando Mortilla garantisce a Guérin Sérac «la disponibi-
lità di elementi "qualificati" da utilizzare in circostanze
opportune».

Le virgolette che racchiudono il termine non lasciano
dubbi sul tipo di qualificazione di cui si parla. Mortilla


94  Piazza Fontana

 

usa d'altronde molte virgolette nella sua corrispondenza.
Il 18 luglio 1967 scrive per esempio a Guérin Sérac, a pro-
posito degli elementi qualificati citati sopra: «II periodo
delle vacanze non ci ha ancora permesso di inviare il ma-
teriale "giornalistico" che vi interessa. Questo perché in
questo periodo organizziamo dei campi "ricreativi" ed
"educativi" che assorbono tutta la nostra attività».21

I campi ricreativi ed educativi in questione sono in
realtà campi d'addestramento per i giovani del movimen-
to Ordine Nuovo cui Armando Mortilla appartiene.

Degli stretti legami tra Aginter-Presse e l'estrema de-
stra italiana parla anche nel 1968 il rapporto del Viminale
su Ordre et Tradition, secondo il quale membri di Agin-
ter-Presse e dirigenti neofascisti italiani tennero nel perio-
do 1966-68 numerose riunioni. La più importante si svolse
a Roma tra il 30 gennaio e il 1° febbraio 1968: Guérin Sérac
vi rappresentava Ordre et Tradition, Pino Rauti e Paolo
Andriani Ordine Nuovo. Essa avrebbe permesso ai due
partiti, sempre secondo il rapporto, di mettersi d'accordo
su «attività anticomuniste comuni in materia di propa-
ganda».

Sulla natura di tali azioni offensive, il rapporto del mi-
nistero dell'Interno non offre purtroppo maggiori raggua-
gli, il che, data la personalità di Guérin Sérac e Pino Rauti,
lascia spazio a più ipotesi.

Secondo il giornalista inglese Leslie Finer e alcuni suoi
colleghi italiani, l'agente italiano dei colonnelli greci che,
nel rapporto segreto ellenico pubblicato dal settimanale
britannico «The Observer» pochi mesi prima degli atten-
tati del 12 dicembre 1969, è indicato come «signor P.», sa-
rebbe Pino Rauti.22

I legami di Rauti con i «colonnelli» non sono del resto
un segreto.

Nell'aprile 1967 il fondatore di Ordine Nuovo è infatti
uno dei primi visitatori accolti dal nuovo regime. Inviato
speciale del quotidiano romano «II Tempo», è ricevuto
con grande ufficialità dal generale Patakos, capo del go-

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aginter e le bombe di Milano  95

 

verno, e incontra, più discretamente, in un ufficio di via
Panepistemiu, il colonnello Agamemnon, nuovo capo del
kyp, i servizi segreti ellenici.

Ma un secondo viaggio ad Atene, organizzato nell'apri-
le 1968, avrà un'altra incidenza-
Questa volta parte una sessantina di studenti greci in
Italia appartenenti all'ESESi (Ethnykos Syndesmos Ellinon
Spudaston Italias)23 e cinquantuno studenti italiani rap-
presentanti il fior fiore delle organizzazioni neofasciste
della penisola (Ordine Nuovo, Avanguardia nazionale,
Europa civiltà, ecc).

L'invito proviene dal governo ellenico e i turisti sono
accompagnati da un consigliere culturale dell'ambasciata
greca a Roma, Michele Pulantzas.

Ad Atene i neofascisti italiani vengono ufficialmente ri-
cevuti dalle autorità greche e prendono contatto con i neo-
nazisti greci guidati da Kostas Plevris, amico di Rauti e
agente del kyp incaricato degli affari italiani, ritenuto
l'estensore del rapporto greco sulla situazione in Italia.

Partecipano al viaggio Stefano Delle Chiaie e Mario
Merlino; ed è un viaggio ben strano, se si pensa che più
della metà degli italiani invitati dal governo dei colonnelli
tornano da Atene repentinamente convertiti all'anarchia,
all'estremismo di sinistra o al comunismo, di preferenza
cinese.

Al ritorno a Roma Merlino, militante molto attivo di
Avanguardia nazionale, subisce infatti una metamorfosi
brusca e totale: in meno di quindici giorni fonda un grup-
po politico, il Circolo XXII Marzo, proclamandosi vicino
all'estrema sinistra studentesca francese che, il 22 marzo
1968, s'è impadronita dell'università di Nanterre. Qualche
giorno più tardi inaugura la sua nuova militanza sfilando
dietro una bandiera nera seguito da alcuni suoi compagni
di viaggio, Delle Chiaie in testa, anch'essi convertiti
all'estremismo di sinistra... Tutti questi sorprendenti e re-
pentini transfughi si smaschereranno più o meno rapida-
mente spingendo i movimenti che li hanno accolti in pro-


96  Piazza Fontana

 

vocazioni e attentati. Resta la domanda: chi è all'origine
di questi metodi?

A tale vasta operazione d'infiltrazione s'accompagna la
creazione di gruppi fascisti camuffati sotto etichette pro-
tomarxiste.

La loro ideologia consiste in un amalgama tra estremi-
smo di sinistra e fascismo, presentati come «correnti rivo-
luzionarie apparentemente opposte».24

È una tattica già praticata da diversi anni dalla Nation
européenne di Jean Thiriart, che esalta fianco a fianco Cu-
ba, la Cina, il nazionalismo arabo e il vecchio nazionali-
smo fascista europeo... In Italia la principale operazione
di questo tipo è Lotta di popolo, diretta dal neofascista ro-
mano Serafino Di Luia, altro compagno di viaggio di Mer-
lino.
25

Questo movimento, che si autodefinisce nazimaoista,
avvierà una vastissima opera di provocazione all'interno
del movimento studentesco; come spiega La strage di Stato:

«I cosiddetti nazi-maoisti si presentano nelle assemblee
del movimento studentesco gridando slogan tipo "Hitler
e Mao uniti nella lotta" e "Viva la dittatura fascista del
proletariato", e provocando spesso gratuiti scontri con la
polizia. Inoltre Lotta di Popolo rilascia numerosi comuni-
cati stampa che, mascherati da una fraseologia pseudori-
voluzionaria, danno un taglio nettamente qualunquistico
e provocatorio alla critica svolta dal movimento studente-
sco contro i sindacati e i partiti revisionisti e condannano
l'aggressione israeliana in Medio Oriente in termini razzi-
sti e antiebraici. Questi comunicati vengono ampiamente
ripresi dai giornali del centro e della destra che, gridando
allo scandalo, li spacciano agli occhi dei lettori come rap-
presentativi della ideologia e della politica del movimen-
to studentesco.»26

Dopo la bandiera nera, la bandiera rossa. Vantando
contatti con la redazione della rivista marxista-leninista
svizzera «L'Etincelle» (ancora lei!), contatti che ha svilup-
pato attraverso Robert Leroy, Mario Merlino tenterà d'in-

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aginter e le bombe di Milano            97

 

filtrarsi in organizzazioni filocinesi. Ma il suo nome, or-
mai troppo noto, e i rapporti che continua a tenere con i
suoi amici d'estrema destra finiranno per chiudergli la
porta di queste organizzazioni. Merlino decide allora di
mettersi in rapporto con gli anarchici, meno settari, più
ingenui e spesso poco attenti al passato dei loro militanti.
Parallelamente, fa credere di avere rotto con tutte le sue
amicizie d'estrema destra e aderisce a Roma al circolo
Bakunin, dove il suo ingresso provoca una crisi interna e
una scissione. Portando con sé una parte dei militanti,
Merlino forma un gruppo anarchico cui dà di nuovo il no-
me di Circolo 22 Marzo (in numeri arabi, questa volta). Lo
seguono Pietro Valpreda, Roberto Gargamelli, Emilio Bor-
ghese e Roberto Mander, veri anarchici che saranno ben
presto accusati delle bombe di Milano.

Non sono i soli ad aderire al nuovo circolo. L'inchiesta
sugli attentati del 12 dicembre rivelerà che vi entrano an-
che alcuni fascisti, amici di Merlino, e un poliziotto, An-
drea Ippolito.

Questo cocktail farà del 22 Marzo, privo di ogni prote-
zione parlamentare, anche indiretta, isolato in seno al mo-
vimento extraparlamentare di sinistra e senza alcun lega-
me con le masse, il gruppo più adatto a fungere da capro
espiatorio e da copertura di una provocazione di grande
portata. Qualche mese dopo gli attentati la polizia rivelerà
che Ippolito informava con regolarità i suoi superiori sul-
le attività del 22 Marzo. Come per caso, la fonte Ippolito
s'inaridisce alla vigilia delle bombe, il che non impedirà
tuttavia a poliziotti e magistrati di utilizzare ampiamente
la sua testimonianza, come del resto quella di Merlino,
per mettere sotto accusa Valpreda e gli altri anarchici.

Il ruolo di Mario Merlino negli attentati del 12 dicem-
bre è chiaramente descritto nella nota del sid redatta sol-
tanto quattro giorni dopo i fatti ma trasmessa ai giudici
tre anni più tardi. «Il nostro fiduciario» si legge nell'ap-
punto «in occasione di un incontro avuto la sera del
16/12/1969 ha, in particolare, riferito che:


98  Piazza Fontana

 

«- L'esecutore materiale degli attentati dinamitardi di
Roma dovrebbe essere il noto Merlino, attualmente fer-
mato dalla questura di Roma. Costui probabilmente rie-
sce a difendersi dalle accuse mossegli in questura in
quanto quei funzionari non sono a conoscenza di alcuni
particolari determinanti quali, in particolare, il luogo ove
egli trovavasi all'ora degli scoppi (in Questura ha detto
che si trovava con Stefano delle Chiaie; il nostro fiducia-
rio, invece sa che il delle Chiaie si trovava in altro luogo e
non in compagnia del Merlino);

«- Il Merlino conoscerebbe bene il sottopassaggio della
Banca Nazionale del Lavoro di via San Basilio ed il padre
sarebbe amico del direttore della Banca dell'Agricoltura
di Milano.»

Mario Merlino è un personaggio chiave per compren-
dere il complotto del 12 dicembre. «Uno dei pochi punti
rimasti fermi nella vicenda processuale di Piazza Fontana,
indipendentemente dall'affermazione o meno delle re-
sponsabilità, è il ruolo ricoperto da Mario Merlino a Roma
a partire dall'inizio dell'autunno del 1969» scrive Salvini.
«Un ruolo di infiltrazione attuato mostrando un apparen-
te distacco dall'ambiente di a.n. che aveva sempre fre-
quentato, inserendosi nel movimento anarchico e staccan-
do, dai gruppi anarchici "ufficiali", con la formazione del
Circolo 22 Marzo di Via del Governo Vecchio, Pietro Val-
preda e pochi altri sprovveduti, vittime predestinate
dell'operazione del 12 dicembre 1969.»27

Mario Merlino viene arrestato a Roma già la sera del
12 dicembre. Sulle sue eventuali responsabilità gli sono
poste ben poche domande. «Gli stessi giudici osserveran-
no più tardi che la convocazione di Merlino da parte del-
la Polizia aveva in realtà più la sostanza dell'attivazione
di un informatore che del fermo di un indiziato.
Infatti
sin dai primi interrogatori, il finto anarchico, più che
preoccuparsi appunto della sua difesa, è prodigo nel lan-
ciare generiche quanto suggestive accuse nei confronti di
Valpreda e degli altri componenti del Circolo 22 Marzo,

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aginter e le bombe di Milano  99

 

indirizzando così gli inquirenti romani verso la pista
anarchica.»28

Sono le indicazioni di Merlino, insieme al «riconosci-
mento» del tassista Rolandi,» a provocare l'arresto di Pie-
tro Valpreda e dei suoi compagni del 22 Marzo. Il com-
plotto è terribilmente sofisticato.

«Non si dimentichi, inoltre,)» scrive Salvini «che l'inter-
vento di Mario Merlino nel lanciare provvide ed imme-
diate accuse nei confronti dei suoi compagni, o meglio di
coloro che egli aveva attratto nel Circolo 22 Marzo, era so-
lo una parte del piano per deviare e incanalare le indagini
che era stato architettato: Edgardo Bonazzi e Giampaolo
Stimamiglio hanno accennato infatti ad un militante di
destra, sosia di Pietro Valpreda, che doveva entrare in
azione a Milano per chiudere il cerchio intorno alla vitti-
ma predestinata, funzionando da controfigura certamente
idonea ad essere riconosciuta nella persona di Pietro Val-
preda dall'ignaro tassista.»30

Qualcosa sembra non avere funzionato. A Mario Merli-
no viene chiesto un alibi per il pomeriggio del 12 dicem-
bre 1969, soprattutto per le ore prossime ai due attentati
all'Altare della Patria a Roma. In un primo momento in-
venta la visita a casa di un amico professore, poi afferma
di essersi recato in via Tuscolana 552, dal responsabile di
Avanguardia nazionale Stefano Delle Chiaie. Inizialmente
quest'ultimo, «forse spaventato dal gravissimo esito
dell'attentato di Milano», non conferma l'alibi di Merlino
sostenendo di non vederlo da molti mesi. Ma il 26 feb-
braio 1970, a oltre due mesi di distanza dai fatti, si ade-
guerà alla versione del suo camerata.31

Scrive il giudice Salvini: «Qualcosa sembra non essere
andato per il verso giusto: gli accordi fra gli ideatori
dell'infiltrazione e dei depistiggi processuali, e cioè gli
avanguardisti, e l'ambiente vicino agli investigatori sem-
brano non essere stati rispettati e Mario Merlino, invece di
essere rilasciato e di rimanere una sorta di teste di accusa,

 


100  Piazza Fontana

 

si ritrova in carcere e per lungo tempo insieme a Pietro
Valpreda e agli altri anarchici».32

Merlino non accetta di buon grado la propria situazio-
ne. Un suo compagno di prigione racconta: «Durante la
mia permanenza (a Regina Coeli) Merlino mi confidò che
lui stava ancora in carcere perché "certa gente non era sta-
ta ai patti". In sostanza Merlino lamentava il fatto che non
i suoi camerati, ma i rappresentanti delle Istituzioni non
avevano mantenuto le promesse nei suoi confronti nono-
stante che egli avesse fatto ciò che doveva fare».33 Il finto
anarchico minaccia i suoi mandanti: «Qui bisogna che mi
coprite a tutti i costi, se no io parlo».

Ma la minaccia non ha seguito: il 25 dicembre 1972
Merlino e gli altri imputati sono scarcerati.

Anche altri due protagonisti delle bombe di Milano,
Franco Freda e Giovanni Ventura, tentano d'infiltrarsi nel-
le organizzazioni d'estrema sinistra.

Nell'estate del 1968, quando il suo amico Rauti torna da
Atene, Freda apre una libreria a Padova. Ma i suoi prece-
denti lo rendono troppo sospetto presso coloro che cerca
di avvicinare, e non insisterà a lungo nella propria timida
conversione.

Il suo amico Ventura, invece, ha maggiore successo.
Frequenta assiduamente circoli e gruppi d'estrema sini-
stra, coltiva rapporti con personalità progressiste e, a poco
a poco, riesce a farsi una reputazione di fascista pentito e
un'immagine di uomo di sinistra.

Nella primavera del 1968, conquistato di colpo alla sini-
stra extraparlamentare, apre alcune librerie e si lancia in
una vasta impresa tipografica ed editoriale.

A Padova, con due militanti filocinesi, i professori Qua-
ranta e Franzin, fonda le edizioni s.l.b. Galileo; a Roma,
con un membro del Partito socialista (che si rivelerà in se-
guito un fascista infiltrato) apre Nuova società, più nota
sotto la sigla «ennesse», specializzata nella pubblicazione
di opere anarchiche. Infine, in società con un altro mem-

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aginter e le bombe di Milano         101

 

bro del psi, autentico questa volta, proprietario a Roma
delle edizioni Lerici, mette in piedi una tipografia, la Lito
Press. Per quest'ultima impresa, la più importante, s'assi-
cura il finanziamento di un ricco conte della zona di Trie-
ste, Giorgio Guarnieri, agente dell'Intelligence Service du-
rante la Seconda guerra mondiale.

La Lito Press si specializzerà nella stampa delle pubbli-
cazioni dell'estrema sinistra, divenendo così un eccellente
strumento d'infiltrazione.34

Va osservato che le conversioni alla sinistra di Freda e
Ventura sono, guarda casso, contemporanee a quelle di
Merlino e di alcuni dei suoi compagni nel famoso viaggio
in Grecia organizzato da Pino Rauti nell'aprile 1968.

Ora, il piano d'infiltrazione nell'estrema sinistra è defi-
nito anche nel documento inviato nel novembre 1968 a
Guérin Sérac da un corrispondente italiano di Aginter-
Presse. E, ricordiamolo, Pino Rauti, qualche settimana pri-
ma del viaggio ad Atene, è stato impegnato in tre giorni
di riunioni con il direttore dell'agenzia di Lisbona, esperto
in materia d'infiltrazione. Bisogna dedurne che all'origine
dell'utilizzo dell'estrema sinistra italiana come copertura
della strategia della tensione fu Guérin Sérac?

Tale piano, in ogni caso, sembra articolarsi da un lato a
scapito degli anarchici dinamitardi, che costituiscono il
bersaglio ideale - fra di loro s'infiltrano infatti Merlino e
Delle Chiaie -, e dall'altro dei filocinesi, che permetteran-
no di accreditare la tesi del complotto internazionale.

Freda e Ventura tentano d'infiltrarsi tra questi ultimi, in
particolare nel Partito comunista d'Italia marxista-lenini-
sta (pcd'im-l), e a uno dei suoi leader, Alberto Sartori, ex
comandante partigiano delle brigate Garibaldi, Ventura
offre la direzione amministrativa della Lito.

Sartori è un personaggio noto della Resistenza. Sotto il
nome di battaglia di Carlo Loris, era stato uno dei prota-
gonisti della guerra partigiana sulle montagne del Veneto,
ottenendo la medaglia d'argento al valor militare della
Resistenza per avere ucciso un generale delle Brigate nere


102  Piazza Fontana

 

e avere costretto alla resa un contingente di truppe tede-
sche. Nel 1956, nel quadro della campagna contro gli ex
partigiani comunisti, le stesse azioni gli valgono una con-
danna in contumacia a vent'anni di carcere e l'esilio in
America latina, dove attende l'amnistia per nove anni!
Tornato in Italia, fonda con un gruppo di dissidenti filoci-
nesi del pci il Partito comunista d'Italia marxista-leninista.
E come «simpatizzante filocinese» che Ventura gli propo-
ne la direzione della propria tipografia, facendogli bale-
nare un possibile finanziamento per il partito e sottoli-
neando i vantaggi offerti da una tipografia in materia di
propaganda. A metterli in contatto, all'inizio del 1969, è
un grande proprietario terriero del Veneto, azionista della
Lito Press, il conte Piero Loredan de Valpago.

Di tutti questi casi d'infiltrazione, il caso Loredan è sen-
za dubbio tra i più degni di nota. Il conte, fratello di un di-
rigente dell'MSI, Alvise Loredan, e lui stesso dirigente di
Ordine Nuovo, riesce a farsi passare per ex partigiano mi-
litando attivamente in associazioni come l'anpi. La sua
azione impetuosa, il suo radicale antifascismo gli valgono
addirittura sulla stampa il titolo di «conte rosso». «Lore-
dan» racconta Alberto Sartori «aveva preso contatto con
me a nome di un comitato di ex partigiani, presentandosi
come ex commissario politico delle brigate Giustizia e Li-
bertà. Essendomi informato sul suo conto presso tanfi,
mi fu confermato che era davvero un ex partigiano e che
era molto stimato dal partito comunista...»35

Il pci sarà d'altronde il primo a sorprendersi nello sco-
prire che il conte Loredan è legato al gruppo fascista di
Freda e Ventura; e metterà inizialmente tutto ciò in conto
alla sua ingenuità.

Ben presto, infatti, si scoprirà che gli occasionali rap-
porti avuti da Piero Loredan con i partigiani erano tele-
guidati dall'OVRA, la polizia segreta di Mussolini. È il caso
di ricordare, a tale proposito, il piano d'infiltrazione nella
Resistenza (Partito comunista e Comitato di liberazione
nazionale) messo in atto dai servizi segreti di Mussolini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aginter e le bombe di Milano         103

 

nel marzo 1945, piano nel quale la zona di Padova, che sa-
rebbe stata al centro delle trame nere, giocava un ruolo
strategico privilegiato.

Un documento conservato negli archivi del Diparti-
mento di stato a Washington e divenuto consultabile po-
chi anni fa rivela che la polizia segreta della rsi aveva co-
stituito, per assicurare la sopravvivenza clandestina del
fascismo, una rete che copriva tutta l'Italia, comprese le
zone già liberate.

Questo documento è datato 21 marzo 1945, cioè un me-
se prima della Liberazione. Si tratta di un rapporto invia-
to a Mussolini dal ministero dell'Interno della Repubblica
di Salò, e il suo oggetto è «la costituzione di centri di spio-
naggio e di operazioni». «A tale scopo» vi si legge «il ser-
vizio politico della Guardia nazionale repubblicana ha
creato nel suo seno un organismo speciale che funziona
già e la cui potenza sarà accresciuta. Per il momento que-
sto servizio è composto da un ufficiale superiore del servi-
zio politico, da 16 osservatori corrieri, da 18 informatori
agenti per il territorio della rsi e da 43 informatori agenti
nell'Italia invasa. Ognuno di essi vive sotto una falsa
identità scelta in modo da non suscitare alcun sospetto.»

«Per perfezionare l'organizzazione» sottolinea il rappor-
to «lavoriamo attualmente all'insediamento di un gruppo
incaricato della fabbricazione di carte e documenti falsi, e
alla creazione, a Padova, di un ufficio commerciale che assi-
curi la copertura dei nostri agenti.»36

Si capisce tutta l'importanza di quest'ultimo paragrafo
sapendo che, venticinque anni più tardi, la città di Padova
e la regione veneta saranno al centro della strategia della
tensione, dei suoi complotti e dei suoi cruenti attentati.

Affrontando il tema della «copertura» di tali reti, il rap-
porto consiglia agli agenti d'infiltrarsi nel Partito comuni-
sta e nel Comitato di liberazione nazionale. Quanti agenti
riuscirono così a infiltrarsi nei partiti di sinistra? A giudi-
care da tutte le difficoltà conosciute dal pci dopo la guerra


104     Piazza Fontana

 

a causa di provocatori insinuatisi nelle sue file, dovettero
essere numerosi.

Nel settembre 1973 Loredan, sul punto d'essere arresta-
to per associazione terroristica e complicità negli attentati
del 1969, lascia l'Italia per i cieli più clementi dell'Argenti-
na, portando con sé una piccola fortuna messa insieme
vendendo precipitosamente tutti i suoi beni.

Alberto Sartori, che, qualche giorno prima degli atten-
tati del 12 dicembre, ha accettato le proposte di Ventura e
Loredan, non tarda a rendersi conto dell'errore e, da vec-
chio stratega, lo sfrutta.

«Nel febbraio 1970, quando le accuse di Lorenzon usci-
rono sulla stampa» racconta l'ex comandante partigiano
«acquisii la certezza che Ventura e Loredan non erano
estranei all'operazione di diversione che tentava di dare
alle provocazioni fasciste una copertura d'estrema sini-
stra. Questa operazione doveva essere totalmente sma-
scherata. Da testimone inconsapevole divenivo quindi
un militante in missione speciale dietro le linee del nemi-
co.»37

Sartori contribuirà così in misura notevole, dopo il pro-
fessor Lorenzon, allo svelamento delle trame nere, in parti-
colare smontando i meccanismi d'infiltrazione dell'estre-
ma destra nei movimenti filocinesi e l'operazione studiata
contro il suo stesso partito, al quale, incontestabilmente, gli
istigatori della strategia della tensione volevano far giocare
un ruolo di capro espiatorio identico a quello degli anar-
chici del Circolo 22 Marzo.

«A dimostrarlo» afferma Sartori «sono le inchieste pub-
blicate dallo "Specchio", settimanale d'estrema destra,
portavoce della cia e dell'imperialismo americano nella
penisola. La prima, pubblicata sullo "Specchio" del 27
aprile 1969 sotto il titolo di Rapporto sui commandos rivolu-
zionari italiani. Abbiamo scoperto le centrali della sovversione,
denunciava il pcd'im-l come il "gruppo numero uno del
terrorismo in Italia". Questo rapporto era stato scritto,
stampato e messo in circolazione alla vigilia degli attentati

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aginter e le bombe di Milano         105

 

del 25 aprile 1969. Il che era già sospetto. Fatto più grave,
nel numero del 16 dicembre 1969 "Lo Specchio" si rendeva
recidivo pubblicando integralmente il medesimo articolo,
dimostrando così che questa seconda pubblicazione dello
pseudorapporto era stata scientemente decisa in previsio-
ne degli attentati del 12 dicembre precedente...»38

L'infiltrazione negli ambienti filocinesi è un elemento
fondamentale della strategia della tensione.

«Indico in questa operazione» dichiara Vincenzo Vinci-
guerra «il primo momento concreto dell'avvio della stra-
tegia della tensione, che deve quindi essere anticipata ai
primi anni '60 e non, come erroneamente si fa, fissata al
maggio del 1965, data di svolgimento del "Convegno Pol-
lio" [si veda il capitolo seguente].»39

Secondo Vinciguerra il momento forte di tale strategia è
segnato dall'operazione «Manifesti cinesi», quando si de-
cide, per dare ai gruppuscoli maoisti maggiore importan-
za di quanta ne abbiano, di tappezzare i muri delle grandi
città di manifesti filocinesi. «Delle Chiaie mi raccontò che
ad affidargli l'incarico di affiggere i manifesti cinesi era
stato Mario Tedeschi, direttore de "Il Borghese", e che
nell'operazione era coinvolto anche un esponente del Mo-
vimento sociale italiano, tale Gaetano La Morte.»40

L'operazione è gestita direttamente dal capo dell'Uffi-
cio Affari riservati del ministero dell'Interno, Umberto Fe-
derico D'Amato. «Il Delle Chiaie» afferma Vinciguerra
«confermò la responsabilità di Federico D'Amato dicen-
domi che a rivelargliela era stato il dirigente dell'Ufficio
Politico di Roma, tale D'Agostino, a seguito del fermo e
dell'immediato rilascio di alcuni giovani di Avanguardia
che erano stati fermati mentre affiggevano i manifesti. Il
D'Agostino ebbe un incontro con Stefano Delle Chiaie do-
po il rilascio di questi ragazzi nel corso del quale eviden-
ziò, sempre per quanto mi disse Delle Chiaie, il suo stupo-
re per il fatto che gli Avanguardisti ignorassero che dietro
l'operazione Manifesti cinesi c'era il Ministro degli Interni
nella persona di Federico D'Amato. Il Delle Chiaie con-


106     Piazza Fontana

 

eluse il suo racconto affermando che, appresa la verità e
preso atto che era stato ingannato da Mario Tedeschi, si
era distaccato da questo tipo di operazioni.»41

Il ruolo giocato da Umberto Federico D'Amato alla fine
degli anni Sessanta nell'attività di infiltrazione negli am-
bienti d'estrema sinistra resta misterioso. Tutto porta a
credere che non sia stato insignificante. Va rilevata un'in-
quietante coincidenza: all'epoca la cia lancia una vasta
operazione di controllo degli ambienti liberali e di sinistra
americani (denominata MH-Chaos) che, in una delle sue
ramificazioni (Project-2), prevede l'infiltrazione negli am-
bienti maoisti negli Stati Uniti e all'estero. Responsabile di
tale operazione altri non è che James Jesus Angleton, capo
del controspionaggio della cia e mentore americano di
D'Amato.

«James Jesus Angleton ... fu "capo stazione" dell'oss a
Roma nel 1944 e poi della "stazione" della cia nel '45 e
'46» scrive D'Amato. «Questo mitico personaggio, im-
pressionante sosia di Gregory Peck, mangiava poco o
niente e si nutriva di cioccolatini e di whisky. Ciò malgra-
do, ha diretto per molti anni il controspionaggio america-
no nel mondo con un'intelligenza che era tanto acuta e
mostruosa da rivelarsi alla fine, e paradossalmente, quasi
un handicap per il suo compito.»42

Il legame tra i due uomini si stabilisce nel 1944, dopo la
liberazione di Roma. Responsabile del controspionaggio
dell'oss per l'Italia (denominata sezione X-2), Angleton
cerca di recuperare alcuni esponenti fascisti per servirsene
nel quadro della lotta anticomunista. Tra i suoi obiettivi,
Guido Leto, il capo dell'
OVRA. Per fargli cambiare bandie-
ra Angleton gli invia diversi emissari, tra cui un giovane
commissario di polizia, Umberto Federico D'Amato.

L'amicizia tra la superspia della cia e il suo ammiratore
italiano non verrà mai meno. Un'amicizia posta sotto il
segno della manipolazione degli ambienti fascisti e neofa-
scisti. I due hanno infatti in comune solidi legami, in no-

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aginter e le bombe di Milano         107

 

me di un virulento anticomunismo, con la destra più
estrema della penisola.

È noto che il principe Borghese, capo della Decima Mas,
fu salvato nel 1945 grazie all'intervento di James Jesus
Angleton. E i due uomini, si dice, rimasero molto legati
dopo la guerra. Interrogato al riguardo nel 1976, Angleton
ha affermato di non avere mai rivisto il principe nero. Co-
me spiegare allora la sua presenza in Italia al momento
del complotto Borghese, il 7 dicembre 1970? Arrivato, co-
me scrive «L'Espresso», in visita privata qualche settima-
na prima che i commandos del principe nero si mettessero
in azione, Angleton rientra negli Stati Uniti subito dopo il
fallimento del colpo di stato. Neanche il ruolo in quest'ul-
timo di Umberto Federico D'Amato è stato mai chiarito,
ma al poliziotto è stato spesso rimproverato di avere in-
trattenuto rapporti con uno dei principali congiurati: Ste-
fano Delle Chiaie, perno della strategia della tensione.

Una frequentazione infelice per D'Amato che è all'epo-
ca il numero due degli Affari riservati.

A meno che...

A meno che questa frequentazione non sia più stretta di
quanto appaia. Il poliziotto e il neofascista sono entrambi
molto vicini ai soldati perduti dell'OAS. Delle Chiaie è
l'uomo ligio a Guérin Sérac. Quanto a Umberto Federico
D'Amato, i suoi rapporti con l'Armée Secrete sono più an-
tichi, risalgono ai tempi dell'Algeria francese, quando, su
ordine del ministro dell'Interno Sceiba, l'allora viceque-
store censisce e protegge con discrezione la consistente
comunità di membri dell'OAS riparati in Italia. Una mis-
sione che D'Amato adempie con successo: i poliziotti e i
militari francesi incaricati dal generale De Gaulle di lotta-
re contro i'oas ricordano ancora la «cattiva volontà» dei
loro colleghi italiani.43 Interrogato dagli uomini del ROS
poco prima della sua morte, avvenuta nel 1996, D'Amato
ammetterà «di essere stato lui personalmente a coordina-
re tutte le operazioni di rintraccio degli uomini dell'O.A.S.
in Italia, facendoli accompagnare alla frontiera e non arre-


108    Piazza Fontana

 

standoli, per preciso ordine di Sceiba, che adottò questo
comportamento perché molto legato a Bidault...».44

Ci si può chiedere se Umberto Federico D'Amato non sia
altrettanto implicato nella strategia della tensione del suo
superiore all'epoca, Elvio Catenacci, l'uomo che confonde
le piste e manovra Delfo Zorzi.

Nel libro Sovranità limitata. Storia dell'eversione atlantica
in Italia,
Antonio e Gianni Cipriani riportano una confi-
denza del generale Aloja, capo di stato maggiore della
Difesa alla fine degli anni Sessanta, a un alto ufficiale:
«L'attentato di piazza Fontana è stato in qualche modo
organizzato dall'Ufficio Affari riservati del ministero de-
gli Interni. Il sid si adoperò per coprire tutto».45

Se le cose stanno così, sarebbe allora il caso di ap-
profondire uno degli aspetti meno noti della carriera di
D'Amato: la sua sovraintendenza alla segreteria speciale
Patto atlantico e all'Ufficio di sicurezza Patto atlantico a
Bruxelles.

Ma vediamo, prima, come «il sid si adoperò per coprire
tutto».

Nel dicembre 1971, nel corso di una perquisizione effet-
tuata in uno dei domicili di Giovanni Ventura, gli inqui-
renti scoprono in una cassaforte una serie di rapporti con-
fidenziali. Per giustificarsi, Ventura rivela ai magistrati
che lavora per un misterioso servizio di informazioni in-
ternazionale.

Al contrario del suo vecchio amico Freda che ormai ri-
vendica fermamente il proprio neonazismo, Ventura insi-
ste infatti a presentarsi come uomo di sinistra. Afferma
quindi di essersi infiltrato nel gruppo fascista di Freda per
spiarne le attività per conto di quel misterioso servizio.

Sempre secondo Ventura, i suoi agenti di collegamento
sono due giornalisti, un romeno e un italiano, di cui rifiu-
ta di rivelare i nomi. Ci vorranno parecchi mesi perché i
magistrati scoprano che si tratta di un fascista d'origine

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aginter e le bombe di Milano         109

 

romena residente a Parigi, Jean Parvulescu, e del giornali-
sta Guido Giannettini.46

Guido Giannettini, quarantatré anni all'epoca, sottote-
nente della riserva e cronista specializzato in problemi
militari, bazzica dall'inizio degli anni Sessanta il gotha del
fascismo internazionale.

Dopo il putsch di Algeri, nell'aprile 1961, diviene uno
dei principali agenti di collegamento dell'OAS in Italia, as-
sicurando i contatti con il rappresentante dell'Armée Se-
crète nella penisola, Philippe de Massey. Nel novembre
1961, su invito del generale Delvalle, comandante della
scuola centrale dei marines di Annapolis, negli Stati Uniti,
tiene un seminario di tre giorni «sulle tecniche e le possi-
bilità di colpo di stato in Europa», cui partecipano rappre-
sentanti del Pentagono e della cia.

Nel 1964 fonda, con alcuni francesi, i'amsar (Appareil
Mondial secret d'action révolutionnaire), sorta di servizio
segreto neofascista internazionale finanziato dai servizi
speciali spagnoli e dalle reti neonaziste sudafricane e su-
damericane. Inizia inoltre a collaborare alla «Rivista mili-
tare», il periodico dell'esercito. Infine, in qualità di esper-
to di problemi militari internazionali, rappresenta a più
riprese lo stato maggiore italiano alle riunioni della nato.

Nel 1965 entra nell'MSI. Nell'ottobre 1966 viene ufficial-
mente arruolato dai servizi segreti italiani, diretti all'epo-
ca dall'ammiraglio Henke. È incaricato di spiare le orga-
nizzazioni di sinistra ed estrema sinistra.

Parallelamente, prosegue il suo lavoro di giornalista
collaborando al «Secolo d'Italia», alle agenzie Oltremare e
Aginter-Presse e all'«Italiano», la rivista teorica degli ultrà
dell'MSI diretta dal deputato Pino Romualdi.47 Nel 1966
incontra Franco Freda e Giovanni Ventura, con i quali in-
staura stretti rapporti.

Nel momento in cui i magistrati milanesi iniziano a in-
teressarsi a lui, Giannettini è scomparso. Una perquisizio-
ne nella sua abitazione permette agli inquirenti di scopri-
re, oltre ad alcuni rapporti identici a quelli trovati nella


110     Piazza Fontana

 

cassaforte di Ventura, una massa enorme di documenti
che dimostrano che è in relazione con il fior fiore del neo-
fascismo europeo.

Interrogato sui suoi legami con il «giornalista», Ventura
riconosce che l'autore dei documenti confidenziali in suo
possesso è proprio lui, e rivela che Giannettini è anche un
agente del sid.

Interpellato dal giudice D'Ambrosio, il generale Miceli,
allora capo del sid, risponde che, a sua conoscenza, Gian-
nettini non appartiene ai servizi, ma aggiunge prudente-
mente di non conoscere l'identità di tutti i suoi informatori.

La scomparsa di questo personaggio chiave - il magi-
strato pensa che si tratti del «giornalista» e «membro dei
servizi segreti» che, secondo Pozzan, accompagnava Pino
Rauti la sera della riunione del 18 aprile 1969 (si veda il
Prologo) - blocca l'inchiesta. Nel febbraio 1974 i magistrati
decidono di depositare le loro conclusioni per quanto con-
cerne Freda e Ventura e procedere invece, per Pino Rauti e
Guido Giannettini, a un supplemento d'istruttoria.

Un mese più tardi, il 24 marzo 1974, Giannettini, rifugia-
to a Parigi, rompe il silenzio con un'intervista all'«Espres-
so» in cui precisa i suoi rapporti con il gruppo Freda-Ven-
tura.

«Ventura ha raccontato il falso» afferma. «Egli sostiene
che, per conto del s.i.d., l'avevo incaricato di sorvegliare il
gruppo di estrema destra di Freda. Non è vero. È vero ca-
somai il contrario. Per me Freda era, ed è, un amico. Non
era lui che io sorvegliavo; mi interessava invece raccoglie-
re informazioni sui gruppi filocinesi di estrema sinistra.»
Gruppi in cui, a suo dire, Ventura era stato infiltrato da
Freda.

«Mi occupavo, perciò» prosegue Giannettini «di racco-
gliere informazioni... e le trasmettevo ad alcuni amici, che
lavoravano in determinati ambienti della destra interna-
zionale; essi facevano lo stesso con me.... In pratica si trat-
tava di bollettini privati, che circolavano fra alcuni gruppi
di centro-destra europei.... Per esempio il partito Cristiano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aginter e le tombe di Milano         111

 

Sociale bavarese, i "groupes géopolitiques" francesi (ema-
nazione di alcune correnti golliste [sic] ), altri gruppi in Bel-
gio, in Svizzera e praticamente in tutti i paesi europei.»

Benché colpito da un mandato d'arresto internazionale
per la partecipazione alla strage del 12 dicembre 1969,
Giannettini risiede senza problemi a Parigi, all'hotel Cla-
ridge, sotto la sua vera identità, e nella piena consapevo-
lezza delle autorità francesi.

Colpo di scena il 20 giugno 1974. Contraddicendo le af-
fermazioni dei capi del sid, il ministro della Difesa, Giulio
Andreotti, riconosce in un'intervista48 che Giannettini è
nel numero degli informatori regolarmente rimunerati dei
servizi segreti.

Il ministro si spinge oltre: grazie a Giannettini, il sid era
al corrente della trama nera delle bombe di Milano, ma
non ne ha informato la giustizia.

La decisione di tacere fu presa nel corso di una riunio-
ne, presieduta dal generale Miceli, tenutasi nel luglio 1973
nella sede del sid, a Palazzo Baracchini. Il vertice, cui par-
teciparono il generale Maletti, allora responsabile del con-
trospionaggio, il procuratore militare e diversi altri alti
funzionari dei servizi segreti, fu seguito da una seconda
riunione nella sede della presidenza del consiglio, cui pre-
sero parte il presidente del consiglio Mariano Rumor e i
ministri della Difesa e dell'Interno Mario Tanassi e Paolo
Taviani.

Secondo colpo di scena l'8 agosto 1974. Espulso senza
chiasso dalla Francia in seguito alle dichiarazioni del mi-
nistro Andreotti, Giannettini, riparato in Argentina, si co-
stituisce presso l'ambasciata d'Italia a Buenos Aires. Qual-
che giorno più tardi viene rimpatriato e, a Roma, appena
sbarcato dall'aereo, è arrestato. Eppure qualche settimana
prima, a Parigi, in un'intervista aveva dichiarato che non
aveva fiducia nella giustizia e non intendeva costituirsi né
farsi prendere, e aveva aggiunto che, nonostante il man-
dato d'arresto dell'Interpol, non sarebbe stato facile arre-
starlo, poiché aveva amici a Parigi e in tutta Europa. Ave-


112 Piazza Fontana

 

va poi sottolineato di essere contro la democrazia, di esse-
re fascista; anzi, nazifascista, e che uomini come lui opera-
vano perché avesse luogo in Italia un colpo di stato milita-
re o la guerra civile.

Dopo simili dichiarazioni, la resa senza condizioni di
Giannettini, che rischia l'ergastolo, appare per lo meno
misteriosa. Ha preferito la prigione in Italia a una tomba
in Argentina? Secondo molti, s'è consegnato su consiglio
del sid e dopo avere ricevuto dal servizio l'assicurazione
di una relativa impunità. Giovanni Ventura affermerà più
tardi di essere convinto che Giannettini sia stato spinto a
costituirsi dal capitano La Bruna e dal generale Maletti,
per coprire i responsabili del sid e i politici che hanno uti-
lizzato il terrorismo.

D'altra parte, per sopravvivere in una vicenda in cui di
solito i testimoni scomodi scompaiono, Giannettini dove-
va essere in possesso di una solida assicurazione sulla vita,
cosa che confermerà il giudice D'Ambrosio sottolineando
che il sid aveva i mezzi per liquidare clandestinamente un
testimone tanto compromettente. Se non l'ha fatto, è per-
ché Giannettini custodisce da qualche parte dei documenti
esplosivi che in caso di sua scomparsa verrebbero resi pub-
blici. Se fossi morto, dirà il giornalista-agente segreto nella
gabbia degli imputati, al mio posto ci sarebbero tutti i capi
del sid.

Malgrado le garanzie che sembrano essergli state offer-
te, il 12 dicembre 1974 Giannettini viene incolpato, insie-
me a Freda e Ventura, della strage di piazza Fontana. L'at-
to d'accusa è redatto in tutta fretta, nella notte tra il 12 e il
13 dicembre, dal sostituto Alessandrini, che ha appena sa-
puto che la Corte di Cassazione si accinge a sottrarre il fa-
scicolo al tribunale di Milano per trasmetterlo ai magistra-
ti di una città del Sud, Catanzaro. Il giudice D'Ambrosio e
il sostituto Alessandrini erano proprio sul punto di emet-
tere un mandato di cattura: contro l'ammiraglio Henke,
capo di stato maggiore, generale dell'esercito e all'epoca
degli attentati capo del sid. Preavvertito, Henke s'è lamen-

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aginter e le bombe di Milano         113

 

tato con il primo ministro Aldo Moro. È a questo punto
che sopraggiunge l'alt della Corte di Cassazione, che sot-
trae ai magistrati milanesi un'istruttoria che, se non era
ancora in dirittura d'arrivo, stava prendendo una buona
piega.

Tuttavia, queste piste sono così evidenti che il 28 marzo
1976 il giudice di Catanzaro Migliaccio decide di arrestare
il generale Maletti, ex capo dell'ufficio D del sid, divenuto
comandante in capo del reggimento incaricato della dife-
sa di Roma, e il suo ex vice, il capitano La Bruna. Sono ac-
cusati di avere offerto copertura ad alcuni responsabili
della strage di piazza Fontana e averne assicurata la fuga!

Le testimonianze contro di loro sono numerose e schiac-
cianti. C'è prima di tutto Giannettini, che dichiara di avere
contattato La Bruna, suo «referente», non appena saputo
che il giudice D'Ambrosio s'interessava a lui, il 5 aprile
1973. La Bruna, afferma Giannettini, dopo avere riferito a
Maletti gli ordinò di non presentarsi al magistrato e di
«cambiar aria». Giannettini racconta che il mattino del 7
aprile lasciò la sua abitazione per un ufficio del sid, in via
Sicilia 235 a Roma; il giorno dopo un collaboratore di La
Bruna lo condusse all'aeroporto di Fiumicino, dove un
funzionario della dogana, «amico» del sid, lo fece imbarca-
re su un aereo in partenza per Parigi senza che fosse sotto-
posto ad alcun controllo.

Ma non è tutto: rifugiatosi a Parigi, Giannettini conti-
nua a lavorare per il sid, tenendo un'ininterrotta corri-
spondenza con il generale Maletti e compilando una serie
di rapporti per l'ufficio D fino al marzo 1974.49 Quale
compenso per questi servizi riceve, afferma, uri totale di
tre milioni, che gli vengono consegnati in più riprese a Pa-
rigi dal capitano La Bruna.

Un secondo accusatore dei capi del SID è Ventura, la cui
testimonianza trova parziale conferma in quella di Stefa-
no Delle Chiaie. Nella primavera del 1976 quest'ultimo
dichiara al settimanale «Panorama»: «In novembre [1972]
a Barcellona ... [il capitano La Bruna] mi chiese se ero in


114   Piazza Fontana

 

grado di accogliere Freda e Ventura, che lui avrebbe fatto
scappare dal carcere per dirottarli in un paese extraeuro-
peo a mia scelta».50

In una nota inviata nel dicembre 1975 al giudice Mi-
gliaccio, del tribunale di Catanzaro, Ventura rivela che
l'ufficio D del sid aveva progettato di farlo evadere nel
gennaio 1973.

La proposta era stata fatta a sua sorella da Giannettini
che, mostrandole la pianta del carcere e offrendole la chia-
ve di una delle porte, oltre a due bombe di gas narcotizzan-
te, le aveva detto: «Trasmetti a tuo fratello la nostra propo-
sta, se accetta gli faremo giungere istruzioni precise e altre
chiavi». Ventura aveva esitato: il sid non gli assicurava che,
una volta evaso, non sarebbe stato eliminato. E aveva deci-
so di rifiutare. Ma, naturalmente, senza restituire la chiave
che Giannettini aveva consegnato a sua sorella, e conser-
vando così una prova dell'offerta che gli era stata avanzata.

Il terzo a chiamare in causa il sid è Pozzan. In una nota
inviata ai giudici di Catanzaro dalla Spagna, rivela che a
organizzare la sua fuga all'estero era stato il servizio se-
greto. Dopo una permanenza nell'ufficio del sid di via Si-
cilia a Roma, dichiara, aveva ricevuto dal capitano La
Bruna un passaporto falso e del denaro e, nel gennaio
1973, era stato spedito in Spagna, dove aveva raggiunto
Stefano Delle Chiaie.

Pozzan, infatti, avrebbe potuto rivelare per esempio che
il sid, grazie agli informatori di cui disponeva in seno alla
cellula terrorista veneta di Freda e Ventura e al gruppo ro-
mano di Delle Chiaie,51 era informato in anticipo di tutti
gli attentati commessi nel corso del 1969.

Infatti, già il 4 maggio 1969, cioè appena qualche giorno
dopo i primi attentati alla Fiera di Milano, l'ufficio D del
sid aveva ricevuto un rapporto, redatto da Giannettini a
partire dalle informazioni di Ventura, dove si annunciava
l'inaugurarsi di una nuova fase di attentati che avrebbero
colpito luoghi chiusi come le banche.

Le testimonianze di Ventura e Giannettini, confermate

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aginter e le bombe di Milano         115

 

dalle istruttorie dei vari magistrati, stabiliscono insomma
che, ai massimi livelli dei servizi segreti, vi erano persone
perfettamente al corrente di tutti i complotti della strate-
gia della tensione, e che esse lasciarono deliberatamente
fare, e poi coprirono, gli esecutori.

Non solo: si applicarono in modo sistematico a occulta-
re, se non a distruggere ogni volta che ne avevano la pos-
sibilità, tutti gli elementi che potessero far arrivare gli in-
quirenti alla «cellula veneta».

Così, si doveva scoprire che nei primi anni Settanta,
sempre a Padova, il Centro C.S., centro di contro spionag-
gio dipendente dal sid, poteva contare all'interno di Ordi-
ne Nuovo su un altro stabile informatore, Gianni Casalini,
che portava il nome in codice di Turco. Le informazioni di
questa fonte non vennero mai trasmesse alla giustizia. Fu
per caso che gli inquirenti ne appresero l'esistenza in un
«manoscritto rinvenuto nell'abitazione del generale Ma-
letti subito dopo la sua fuga in Sud-Africa e intitolato "ca-
so Padova"». In questo documento Maletti parla esplicita-
mente del progetto, poi messo in atto, di «chiudere la
fonte Gianni Casalini» affinchè non rivelasse particolari
sulla responsabilità del gruppo Freda negli attentati del
1969. «La veridicità e l'effettivo concretizzarsi del piano di
Maletti sono stati confermati dal personale del Centro
C.S. di Padova e in parte dallo stesso Casalini» scrive il
giudice Salvini; che aggiunge: «Inoltre è stato accertato
che una relazione contenente notizie provenienti da Casa-
lini è stata distrutta presso il Comando della Divisione Pa-
strengo dei Carabinieri di Milano».52

Salvini, avendo acquisito il fascicolo relativo alla fonte
«Turco», identificata in Gianni Casalini, afferma: «È stato
così possibile accertare, grazie alla lettura dei rapporti
informativi elaborati sulla base delle notizie da lui fornite,
che Casalini era uno stabile informatore del s.i.d. di Pado-
va negli anni '70. Casalini faceva parte del gruppo di
Franco Freda e si è potuto così chiaramente comprendere
perché il generale Maletti, nell'appunto manoscritto poi


116  Piazza Fontana

 

sequestrato nella sua abitazione, raccomandasse con ur-
genza che la fonte fosse "chiusa" e disattivata. In caso
contrario, infatti, Casalini avrebbe potuto fornire altre no-
tizie sulla responsabilità del gruppo di Padova negli at-
tentati e sulle coperture di cui godeva, notizie queste la
cui acquisizione non poteva certo far piacere al generale
Maletti che già si era adoperato per organizzare l'espatrio
di Guido Giannettini e di Marco Pozzan».53

Il coinvolgimento diretto del sid nella strategia della
tensione trova una nuova conferma nel 1985 con la sco-
perta del «documento Azzi». Nico Azzi, militante di Or-
dine Nuovo e del suo gruppo milanese La Fenice, è l'auto-
re del fallito attentato al treno Torino-Roma del 7 aprile
1973; un attentato che avrebbe potuto trasformarsi in
massacro se il suo esecutore non si fosse fatto esplodere in
mano il detonatore della bomba che stava per collocare in
uno dei vagoni.

Il documento, di cinque pagine dattiloscritte, è un reso-
conto attribuito a Nico Azzi e trasmesso a un ufficiale di
polizia giudiziaria.

«Nell'ambito di tale documento» scrive Salvini «sono
contenute notizie, che in gran parte non erano note agli
inquirenti, circa l'attività del gruppo La Fenice e delinea-
vano un quadro assai complesso e così sintetizzabile:

«Il gruppo La Fenice era in costante contatto con gli al-
tri gruppi di Ordine Nuovo del Veneto; disponeva dei ti-
mers residuati dopo gli attentati del 12 dicembre 1969;
l'attentato al treno Tonno-Roma del 7.4.1973, material-
mente commesso da Azzi, era stato ideato per creare un
diversivo rispetto alla pista della destra veneta seguita
per la strage di Piazza Fontana ed aveva goduto di coper-
ture da parte del s.i.d.; inoltre il gruppo La Fenice ... era in
stretto collegamento con ufficiali dell'Esercito, prevalente-
mente di stanza in Veneto, nel quadro della collaborazio-
ne fra militari e gruppi di civili per la effettuazione di un
colpo di Stato...»54

Tale documento veniva a confermare le dichiarazioni di

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aginter e le bombe di Milano         117

 

due pentiti, Izzo e Calore, che, sin dai primi interrogatori
resi dopo la scelta di collaborare,55 avevano parlato del
progetto, elaborato dal gruppo La Fenice d'intesa con
Massimiliano Fachini, all'epoca ancora libero, di collocare
parte dei timer usati il 12 dicembre 1969 in una villa di
proprietà di Giangiacomo Feltrinelli. L'obiettivo era di
farli ritrovare dai carabinieri e, quindi, riportare le indagi-
ni sulla strage di piazza Fontana e orientare nuovamente
l'opinione pubblica in direzione della «pista rossa».

Queste dichiarazioni troveranno conferma nella testi-
monianza resa a Salvini il 15 marzo 1992 da Edgardo Bo-
nazzì, che, dopo aver riferito di aver appreso da Nico Az-
zi che il gruppo La Fenice era in contatto con i servizi, ha
raccontato:

«Certamente il significato dell'attentato era far ricadere
la responsabilità dell'attentato sui gruppi di sinistra.... Ri-
cordo ... con maggiore precisione il progetto di cui mi parlò
Azzi di far mettere per poi far ritrovare in una villa di pro-
prietà di Feltrinelli gli stessi timers che erano stati usati dal
gruppo veneto di Freda per gli attentati del 12.12.1969. Ov-
viamente anche questa era un'attività di provocazione nei
confronti della sinistra perché avrebbe creato una pista di
sinistra nelle indagini per la strage di Piazza Fontana. Que-
sto progetto, come mi disse Azzi, fallì all'ultimo momento
a causa di una perquisizione o di un altro inconveniente
che ne rese impossibile l'esecuzione.»

Le indagini svolte in seguito alla scoperta di questo do-
cumento e nuove testimonianze di pentiti fascisti fanno
scrivere al giudice Salvini che i «retroscena dell'attentato
del 7 aprile 1973) accennati nel documento Azzi sono di ec-
cezionale rilievo» poiché giustamente inquadrano l'attenta-
to non come un'iniziativa di un manipolo di fanatici, ma
come un vero e proprio piano articolato, collegato al depi-
stamento delle indagini su Piazza Fontana e ordito anche
da elementi del
S.I.D. e da elementi romani della Direzione
di Ordine Nuovo che avrebbero partecipato alle riunioni
preparatorie tenutesi a Milano». «In merito ai rapporti fra


118  Piazza Fontana

 

il gruppo milanese e il s.i.d.» precisa Salvini «è stata acqui-
sita una specifica testimonianza che conferma la piena at-
tendibilità di quanto accennato nel documento Àzzi.» Si
tratta della testimonianza di Graziano Gubbini: «Molto le-
gato in carcere al milanese Fabrizio Zani... Gubbini aveva
appreso da questi alcune confidenze di Nico Azzi secondo
cui il gruppo La Fenice era legato al s.i.d. e ad alcuni degli
attentati commessi da Azzi e dal suo gruppo era presente
personalmente un ufficiale dei Carabinieri...»

«Sia il quadro complessivo dell'istruttoria che ha foca-
lizzato le complicità di cui godeva Ordine Nuovo sia tale
specifica testimonianza rendono quindi del tutto attendi-
bile» prosegue il giudice «l'intervento di soggetti legati al
s.i.d. nelle fasi preparatorie dell'attentato del 7 aprile
1973.» E Salvini conclude: «Infatti, come ha ricordato il
pentito Sergio Calore ..., l'attentato al treno Torino-Roma
doveva depistare le indagini condotte dai giudici di Mila-
no sulla strage di Piazza Fontana e metterli in difficoltà
quanto meno dinanzi all'opinione pubblica, far tornare la
pressione delle autorità di Polizia e dell'A.G. sui gruppi le-
gati alle ideologie di Feltrinelli in quanto sicuri responsabi-
li di una strage, venire concretamente in aiuto dei detenuti
del gruppo Freda ed impedire soprattutto un completo ce-
dimento di Giovanni Ventura».

Infatti, scrive il giudice: «Se Giovanni Ventura fosse de-
finitivamente crollato sotto l'incalzare dell'attività investi-
gativa degli inquirenti, come si temeva negli ambienti di
Ordine Nuovo e del s.i.d. del generale Maletti (che aveva-
no offerto a Ventura una facile evasione dal carcere di
Monza da questi rifiutata), certamente l'intera operazione
del 12 dicembre 1969 sarebbe venuta alla luce e l'intero ca-
stello sarebbe franato consentendo di risalire anche alle
più alte responsabilità».56

A che gioco giocavano, insomma, i servizi segreti italia-
ni? A che scopo hanno lasciato che i fascisti commettesse-
ro i loro sanguinosi attentati? Si trattava di scatenare il

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aginter e le bombe di Milano         119

 

caos per poi, appoggiandosi a certe forze politiche, sfrut-
tarlo con un colpo di stato? E in questo caso il sid era l'isti-
gatore o semplicemente un complice? Oggi, alla luce delle
ultime indagini e dei nuovi elementi emersi, il suo ruolo
appare sempre più determinante: gli uomini dei servizi
segreti si rivelano sempre più al fianco dei fascisti di
Avanguardia nazionale e Ordine Nuovo come protagoni-
sti in prima persona della strategia della tensione.

Guérin Sérac, ideatore di tale strategia ed esperto in in-
filtrazione, era anch'egli in contatto con i servizi segreti
italiani tramite l'agenzia Oltremare, controllata dal sid.
Era legato soprattutto a Pino Rauti, consigliere dell'ammi-
raglio Henke, allora capo dei servizi segreti.

Sul ruolo svolto da certi membri del sid negli attentati
del 12 dicembre 1969 non esistono d'altronde più dubbi.

Ne era già convinto il procuratore di Milano Alessan-
drini il quale, nella sua requisitoria del 1974, scriveva che
era inimmaginabile che Freda e Ventura, mentre erano
sotto il controllo di un agente del sid legato allo stato mag-
giore (Giannettini), si fossero lanciati negli attentati senza
pensare che agivano con la copertura del SID e dello stato
maggiore.

Ne era persuaso anche il giudice Migliaccio che, nell'or-
dinanza di rinvio a giudizio, a proposito della protezione
accordata dal generale Maletti ad alcuni degli imputati os-
serva come il fatto che per anni il capo dell'ufficio D del SID,
cioè della branca più importante dei servizi di sicurezza,
abbia agito personalmente sfruttando tutti i mezzi a sua di-
sposizione per assicurare l'impunità agli accusati degli at-
tentati del 1969 aggiunga peso alla tesi, già rafforzata da al-
tri indizi, secondo la quale le forze sovversive responsabili
degli attentati fossero rappresentate in seno allo stesso sid.
Il magistrato conferma fra l'altro che tutte le decisioni im-
portanti prese dal sid per coprire i presunti autori degli at-
tentati furono adottate dal ministro della Difesa, Mario Ta-
nassi, con l'avallo del presidente del consiglio Mariano
Rumor che, occorre ricordare, ricopriva già tale carica - è


120   Piazza Fontana

 

un caso? - nel dicembre 1969. Interrogati nell'inverno 1976
dal giudice Migliaccio, i due ministri dichiareranno che, tre
anni dopo i fatti, non ricordano più nulla.

Perché non accusarli di falsa testimonianza? chiede un
giornalista. Incriminare un ministro, Tanassi per esempio,
risponde il magistrato, significa «dover interrompere tut-
to e trasferire gli atti al Parlamento».57

Il magistrato non poteva che far notare la propria impo-
tenza.

Perché il sid ha agito così?

«Il significato dei contatti attivati dal generale Maletti
con la cellula nazifascista di Padova è inequivoco» scrive
Salvini. «L'espatrio di Marco Pozzan e Guido Giannettini,
la proposta fatta a Giovanni Ventura di evadere nel timo-
re che questi cedesse e collaborasse completamente con i
giudici milanesi senza limitarsi a mezze verità, i contatti
con Massimiliano Fachini ancora libero e non individuato
come importante elemento del gruppo dagli inquirenti,
sono tutte azioni volte ad un solo fine: impedire che l'in-
dagine dei giudici di Treviso prima e di Milano poi, im-
pegnati nell'approfondire la "pista nera", avesse pieno
successo ed impedire di conseguenza che il disegno sot-
tostante gli attentati del 12.12.1969 con le sue finalità "sta-
bilizzanti" ed anticomuniste venisse alla luce con il com-
pleto dissolversi della pista anarchica caldeggiata dal
Ministero dell'Interno.»58

Salvini parla di «un'attività, da parte del s.i.d., di con-
tatto e di protezione della cellula padovana, in antagoni-
smo con il lavoro degli inquirenti milanesi, assai più vasta
e prolungatasi nel tempo di quanto sinora non si cono-
scesse, a conferma della volontà del Servizio di informa-
zioni militare di fare da diaframma fra gli inquirenti e la
cellula di Padova e di ostacolare il cammino verso la ricer-
ca della verità».

«Però» sostiene Salvini «è molto probabile che il servi-
zio di informazioni militare, il s.i.d., non abbia avuto un

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aginter e le bombe di Milano         121

 

ruolo significativo nella prima fase dell'operazione del
12.12.1969.»59

Perché?

«In quell'epoca ufficiali come il generale Maletti, che si
adopereranno a partire dal 1972 per "sottrarre" agli inqui-
renti le persone inquisite della cellula di Padova, non era-
no nemmeno in servizio presso il
S.I.D. (il generale Maletti
entrerà in tale struttura solo nel 1971) e l'azione volta, nei
primissimi giorni dopo la strage, ad indirizzare gli inqui-
renti verso la pista anarchica grazie all'infiltrazione di
Mario Merlino e la sparizione, nella prima fase delle inda-
gini, di alcuni reperti importanti (quali i frammenti di una
delle borse utilizzate per gli attentati) è riconducibile a
funzionari del disciolto Ufficio Affari Riservati del Mini-
stero dell'Interno.»60

Conclusione affrettata e un po' ingenua: l'incontestabile
coinvolgimento nella strage di piazza Fontana dell'Ufficio
Affari riservati non impedisce, ovviamente, quella del sid.
Quanto al generale Maletti, se allora non faceva parte di
questo servizio, in compenso poteva benissimo far parte
di una congiura che, in seno all'esercito e al sid, contasse
di servirsi delle bombe del 12 dicembre per compiere un
colpo di stato.

Del resto, appare ormai più che evidente che tutti i ser-
vizi segreti operanti in Italia, specie quelli americani, do-
vettero venire a conoscenza, in un modo o nell'altro, delle
trame ordite dai responsabili della strage alla Banca Na-
zionale dell'Agricoltura. E quelli che non li manovrarono
direttamente, lasciarono fare.

Tutto si è svolto come se ognuno pensasse di trarre pro-
fitto dalle bombe del 12 dicembre 1969 e le integrasse nel-
la propria strategia della tensione.

La strage di piazza Fontana sembra insomma avere in-
nescato il meccanismo dei progetti di colpi di stato elabora-
ti negli anni Settanta. Non è un caso, quindi, se in ognuno
di essi si ritrovano i protagonisti del massacro del 12 di-
cembre.


Il colpo di stato del 12 dicembre

 

Uno dei primi pentiti a parlare del colpo di stato del 12 di-
cembre 1969, Vincenzo Vinciguerra, ricorda d'essere par-
tito alla volta di Roma per partecipare a quella che avreb-
be dovuto essere, appena qualche ora dopo la strage di
piazza Fontana, una manifestazione oceanica.

«Vi era già, ovviamente, la notizia degli attentati e ri-
cordo che alla stazione fummo fermati da un Commissa-
rio di polizia di Udine che ci interpellò pensando che fos-
simo diretti a Milano. Ritengo significativo ricordare che
era giunta per quella manifestazione una convocazione a
parteciparvi anche con i simboli di Ordine Nuovo, ed in-
fatti avevamo un cartellone con l'ascia bipenne che noi
stessi avevamo preparato per quell'occasione. La convo-
cazione era avvenuta tramite Maggi e non escludo che mi
fosse giunta anche da Roma. In sostanza, la convocazione
per la manifestazione era avvenuta come se il rientro di
Ordine Nuovo nel M.s.l. non ci fosse stato e in quel mo-
mento Ordine Nuovo si presentava ancora come un'entità
autonoma rispetto al M.s.l. con i propri dirigenti e i propri
simboli. Giunti a Roma restammo tutto il giorno di sabato
13 dicembre in attesa di notizie in quanto non vi era più la
certezza che l'adunata si sarebbe svolta ugualmente. Sino
a tarda notte le notizie erano ancora incerte. La domenica
mattina, e cioè il 14, si seppe che l'adunata non si sarebbe
svolta, in quanto sospesa dal Governo, e in serata ripar-
timmo per Udine.»1

In seguito a confidenze di responsabili della cellula

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il colpo di stato del 12 dicembre         123

 

d'Ordine Nuovo del Triveneto, Vinciguerra giunge alla
conclusione che vi «era un collegamento tra gli attentati
del 12 dicembre e l'adunata di Roma». A suo parere i due
eventi erano «inseriti in un'unica operazione politica».
«Indico negli attentati del 12 dicembre 1969» dichiara
«non l'inizio della strategia della tensione, bensì il detona-
tore che, facendo esplodere una situazione, avrebbe con-
sentito a determinate Autorità politiche e militari la pro-
clamazione dello stato di emergenza.»2

«È probabile» scrive Salvini «che gli attentati del
12.12.1969 avessero la finalità di favorire il programma
del golpe che era programmato già per la fine del 1969
sull'onda della paura e del disorientamento creati dal ri-
petersi di fatti che, come le bombe sui treni e nelle banche,
colpivano semplici cittadini.»3

Il pentito Sergio Calore racconta: «Mi fu detto che se-
condo i programmi il cosiddetto golpe Borghese, che fu
tentato nel dicembre 1970, doveva in realtà avvenire un
anno prima e che la collocazione delle bombe, nel dicem-
bre '69, aveva proprio la finalità di far accelerare questo
progetto comportando nel paese una più diffusa richiesta
d'ordine ed il discredito delle forze di sinistra in genere
che sarebbero state additate come responsabili o corre-
sponsabili dei fatti».4

Il progetto del golpe Borghese era già in stato di avan-
zata preparazione alla fine del 1969. In una nota del sid
datata 16 giugno 1969 si legge: «Un esponente del Fronte
Nazionale [di Junio Valerio Borghese] ha informato alcuni
dirigenti della Società Metallurgica italiana (s.m.i.) che il
movimento ha in programma di attuare, nel periodo da
giugno a settembre 1969, un colpo di Stato per porre fine
alla precaria situazione politica che travaglia la vita del
Paese. L'uomo di Borghese vorrebbe trattare l'acquisto di
munizioni prodotte negli stabilimenti della s.m.i., ma ha
ricevuto un rifiuto».

Il libro La strage di Stato riferisce che la sera dell'11 di-
cembre 1969 si riuniscono a Milano, «in previsione di


124 Piazza Fontana

 

qualcosa di grosso che sarebbe successo l'indomani», qua-
dri dei servizi segreti e alti ufficiali dell'esercito. Il 12 mat-
tina si segnalano attorno alla capitale movimenti di trup-
pe e carri armati. Infine, nel tardo pomeriggio, alla notizia
degli attentati di Milano e Roma, il presidente della Re-
pubblica Giuseppe Saragat convoca in tutta fretta i suoi
ministri e il comandante dei carabinieri per discutere
dell'opportunità di proclamare lo stato d'emergenza. Di
fronte all'ostilità di alcuni ministri e in particolare del mi-
nistro del Lavoro, Donat Cattin, e vista la contrarietà
dell'ambasciatore degli Stati Uniti, Saragat finisce per ri-
nunciare al progetto.5

Sei mesi prima la destra del Partito socialista, guidata
da Saragat, ha operato una nuova scissione per dare vita
al psu (divenuto poi psdi): la conseguenza è la rottura del-
la coalizione governativa di centrosinistra e la formazione
di un governo democristiano minoritario. Secondo Salvini
il psu era il lato legale della strategia golpista. Non è un
caso che un gran numero di stragisti e di neofascisti ade-
risse al psu; tra di essi, Sergio Minetto, un ex della rsi indi-
cato dai pentiti come uno degli italiani legati ai servizi se-
greti americani.

«Le ragioni per le quali Saragat ha provocato la scissio-
ne sono evidentemente sottili» scrive all'epoca il settima-
nale inglese «The Observer». «Più che d'influenzare i so-
cialisti, si trattava per lui di spingere verso destra la
democrazia cristiana. Secondo le sue valutazioni, il gover-
no sarebbe stato costretto alle dimissioni di fronte all'agi-
tazione operaia nelle fabbriche, all'inizio del 1970 si sareb-
bero tenute elezioni anticipate e la paura del comunismo
avrebbe allontanato dalle urne la sinistra democristiana ...
Una reazione passionale, la stanchezza e l'insofferenza
del pubblico dettero a De Gaulle la sua vittoria alle elezio-
ni successive al maggio 1968. Saragat può sperare di otte-
nere un risultato identico?

«Per l'insieme della coalizione di destra che va dai so-
cialisti saragattiani ai neofascisti, l'inaspettata moderazio-

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il colpo di stato del 12 dicembre         125

 

ne delle lotte sociali di quest'autunno che era stato previ-
sto caldo minacciava di mitigare la paura della rivoluzio-
ne sulla quale essa aveva puntato. Coloro che hanno fatto
esplodere le bormbe in Italia hanno riacceso questa paura.
Anche la destra moderata può trarre vantaggio dal terro-
rismo dell'estrema destra.»6

All'epoca «The Observer» è singolarmente al corrente
della situazione italiana e in particolare dei complotti or-
chestrati nel quadro della strategia della tensione. Una
settimana prima, il 7 dicembre, aveva rivelato che «un
gruppo di elementi d'estrema destra e di ufficiali sta tra-
mando in Italia un colpo di stato militare con l'incoraggia-
mento e l'appoggio del governo greco e del suo primo mi-
nistro colonnello Papadopulos».

Il suo commento a due giorni di distanza dagli attentati
del 12 dicembre, mentre la grande stampa italiana, come
la polizia, denuncia quasi all'unanimità gli anarchici, è di
notevole acume. Il settimanale inglese ha già capito che a
trarre beneficio dagli attentati fascisti è soprattutto la de-
stra «moderata». Da qui ad accusarla di tirarne le fila...

L'ipotesi può essere spinta oltre. L'obiettivo di questi
«moderati» è di preparare le condizioni di una riforma co-
stituzionale paragonabile a quella introdotta da De Gaulle
nel 1958; di far nascere quella repubblica presidenziale,
«l'unica capace di dare forza e stabilità al potere esecuti-
vo»,7 invocata ala vigilia stessa degli attentati - coinci-
denza - dal settimanale «Epoca», pur noto per la sua mo-
derazione.

E questa repubblica presidenziale alla francese, i suoi
promotori - socialdemocratici e democristiani, sostenuti
dai loro complici nell'esercito e nei servizi segreti - sono
pronti a ottenerli «alla francese». Cioè con un colpo di
forza militare cone quello del 13 maggio 1958.

Ma anche i neofascisti, sui quali la destra s'appoggia,
hanno i propri complici nell'esercito. E se all'indomani
del putsch dei militari francesi hanno potuto sognare un
«13 maggio» italiano, dopo il 21 aprile 1967 dispongono

 


126 Piazza Fontana

 

di un altro modello, ancora più corrispondente alle loro
aspirazioni: il putsch dei colonnelli greci.

La duplice influenza del colpo di stato gollista e del col-
po di stato greco segna tutti i complotti della strategia del-
la tensione. E questo dualismo spiega perché il 12 dicem-
bre 1969 i «gollisti» italiani, all'ultimo momento, esitino,
temendo d'essere sopraffatti dall'estrema destra e di ve-
dersi costretti a richiamarla all'ordine con la violenza,
com'è accaduto in Francia con i'oas, o, peggio, che del lo-
ro colpo di stato s'impossessino, come in Grecia, i militari
d'estrema destra.

Questi apprendisti stregoni capiscono all'improvviso
che un putsch gollista richiede un uomo della tempra di
De Gaulle, che in Italia non c'è, mentre di Papadopulos e
di Patakos italiani l'esercito è infestato...

Il 20 marzo 1997, nel corso di un'audizione segreta del-
la commissione stragi, il giudice Salvini ha fornito nuovi
particolari sul progetto di golpe del 12 dicembre 1969. Do-
po gli attentati, una manifestazione dei militari avrebbe
dovuto portare alla proclamazione dello stato d'emergen-
za, allo scioglimento del Parlamento e all'indizione di
nuove elezioni per mandare al governo una coalizione di
centro destra. Carlo Digilio conferma che questo obiettivo
era condiviso dagli americani. E, dopo la strage di piazza
Fontana, il presidente Saragat invocò pubblicamente la
proclamazione dello stato d'emergenza.

Secondo Guido Salvini, Rumor era la punta dell'iceberg
politico-militare che avrebbe voluto utilizzare per un col-
po di mano gli avvenimenti del 12 dicembre 1969. La rico-
struzione di Salvini fa riferimento a un Rumor tentato da
una deriva autoritaria, che voleva una reazione forte alla
strage di piazza Fontana. Dopo l'attentato Rumor fu però
colpito dalla reazione suscitata e rimase spaventato
dall'enormità dell'evento. Allarmato dal suo stesso passo,
si tirò indietro. «Il popolo italiano non vuole la guerra ci-
vile, non vuole avventure pazzesche» dichiarò il 20 di-

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il colpo di stato del 12 dicembre         127

 

cembre il presidente del consiglio. In seguito, Rumor fu
minacciato di morte e, secondo Salvini, sarebbe stato il
medesimo gruppo a manovrare Gianfranco Berteli, il fin-
to anarchico che lanciò una bomba davanti alla questura
di Milano durante una visita di Rumor.

Secondo Digilio, Rumor si tirò indietro il 15 dicembre e il
psdi (Saragat, Tanassi) rimase solo a invocare lo stato
d'emergenza. Nella DC Aldo Moro si era reso conto di ciò
che accadeva. Rientrò da Parigi dove si trovava per il Con-
siglio d'Europa che doveva sospendere la Grecia dei colon-
  nelli, e per diversi giorni non dormì in casa. Moro ordinò
un'inchiesta a un carabiniere e incontrò Saragat il 23 dicem-
bre. I due, secondo quanto dichiarato da Salvini alla Com-
missione stragi, avrebbero stretto un accordo politico, dan-
do il via alle deviazioni del sid: Moro avrebbe accettato di
coprire tutto in cambio della rinuncia a posizioni oltranzi-
ste sullo stato d'emergenza. Rapito dalle BR, Moro rievocò il
fatto in un memoriale rinvenuto nel covo di via Monte Ne-
voso a Milano. Una prima versione del memoriale fu ritro-
vata nell'ottobre 1978, mentre il 9 ottobre 1990 una versione
più ampia del testo venne scoperta nello stesso covo dietro
a un termosifone. Il testo integrale parla della strategia del-
la tensione e delle strutture anti-guerriglia della nato.

Il colpo di stato abortito del 12 dicembre 1969 è il primo
tentativo di una vasta congiura ordita da politici e militari
atlantisti che, pur andando dall'estrema destra più fasci-
sta ai socialisti saragattiani, sono tutti animati da un co-
mune e fanatico anticomunismo.

L'origine di questa congiura si inscrive nella collabora-
zione avviata a metà degli anni Sessanta tra fascisti e ser-
vizi segreti. Una collaborazione che risale all'estate del
1966, quando l'ammiraglio Henke assume la direzione del
sid, che manterrà fino all'autunno 1970.8 È a quest'epoca
che Pino Rauti, allora capo di Ordine Nuovo, diviene uno
dei principali informatori del servizio, anzi, uno dei più
stretti collaboratori del suo capo.9


128 Piazza Fontana

 

L'uomo chiave di questo avvicinamento è Guido Gian-
nettini. «Assunto» il 18 ottobre 1966 dall'ufficio R (spio-
naggio esterno) del sid su richiesta dello stato maggiore
della Difesa, nel luglio 1967 viene trasferito all'ufficio D
(controspionaggio), per il quale redigerà più di centotren-
ta rapporti.

Ma l'artigiano della collaborazione tra il servizio e i fa-
scisti è Giorgio Torchia, direttore dell'agenzia di stampa
Oltremare, corrispondente in Italia di Aginter.

«Giannettini» scrive il sostituto Alessandrini «... faceva
risalire tale sua ammissione [nel sid] ad un accordo tra
Giorgio Torchia, la cui agenzia di stampa Oltremare era fi-
nanziata dal S.I.D., ed il generale Aloja [capo di stato mag-
giore generale dell'esercito].... Torchia, ascoltato come te-
ste, confermava nella sostanza, con molte sfumature, gli
assunti di Giannettini.»10

L'entrata massiccia dei neofascisti nei servizi segreti nel
1966 è, in realtà, il risultato diretto di un convegno orga-
nizzato con discrezione dal SID l'anno precedente sul tema
della «guerra rivoluzionaria».

Tale convegno, tenutosi a Roma all'hotel Parco dei Prin-
cipi, attesta la volontà della destra italiana di mettere a
profitto la lezione delibazione psicologica» sviluppata
dagli ufficiali dell'esercito francese durante la guerra
d'Algeria.

Se anche gli italiani giungono a scoprire, con qualche
ritardo, che la guerra rivoluzionaria è «lo strumento
dell'espansione comunista nel mondo», un concetto stra-
tegico che da quasi quindici anni ossessiona gli esperti
militari del «mondo libero», sono stati infatti i militari
francesi, messi di fronte a due conflitti coloniali, a portare
più avanti negli anni Cinquanta la riflessione su questa
forma di «guerra».

Tutto ha inizio con Dien Bien Phu, la battaglia al centro
del Vietnam in cui il generale Giap, nella primavera del
1954, sconfigge l'esercito francese e fa oltre dodicimila

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il colpo di stato del 12 dicembre         129

 

prigionieri. Il disastro segna profondamente i quadri mili-
tari francesi. Al ritorno dall'Indocina, questi ufficiali con-
tinuano a essere ossessionati dalla disfatta, e vogliono ca-
pirla. Com'è possibile che un corpo di spedizione forte di
cinquecentomila uomini sia stato decimato da un esercito
di contadini affamati?

È nel tentativo di rispondere a tale domanda che alcuni
di loro sviluppano il concetto destinato a servire in futuro
da fondamento a ogni operazione controrivoluzionaria:
quello di «azione psicologica».

Gli ufficiali fatti prigionieri nella sacca di Dien Bien Phu
hanno conosciuto i campi del Vietminh, il movimento di
liberazione diretto dal Partito comunista vietnamita. Ne
hanno subito i metodi di propaganda e hanno potuto ve-
rificare come e con quale efficacia i quadri e i soldati di
Giap siano riusciti a indottrinare i prigionieri d'origine
nordafricana.

Ma se con questi ultimi il «lavaggio del cervello» s'è ri-
velato estremamente efficace, pensano, è senz'altro perché
carcerieri e carcerati avevano un'identità comune, quella
di colonizzati. Il risultato non sarà lo stesso con gli ufficia-
li francesi!

Delle conferenze di propaganda che sono state loro im-
poste nei campi, essi prendono in considerazione un uni-
co aspetto: la «tecnica» adottata.

Confortati nell'idea che si sono fatti del comunismo,
un'«impresa scientifica d'intossicazione che utilizza tutti i
mezzi», tornano in Francia convinti della necessità di ri-
torcere contro il nemico un'arma tanto efficace.

Rifiutando di capire - ma avrebbero potuto? - quello che
il movimento popolare di liberazione contro cui si batteva-
no esprimeva, si accontentano di attribuire la propria scon-
fitta al controllo esercitato dal Vietminh sulla popolazione
locale. Dalla disfatta indocinese imparano soltanto l'effica-
cia delibazione psicologica», dell'«intossicazione» e della
«propaganda».
Avendo ridotto il loro scacco a una questione di tecnica,


130 Piazza Fontana

 

questi ufficiali sono convinti di avere trovato la risposta.
Per far fronte a quella che chiamano la sovversione marxi-
sta, decidono di studiare i testi di Mao e Lenin.

Il loro entusiasmo è tale che persuadono lo stato mag-
giore francese a procedere a un mutamento d'orientamen-
to nell'organizzazione delle forze armate. Così, all'inizio
del 1957, una parte delle risorse destinate all'armamento
atomico viene dirottata a favore della creazione di un «uf-
ficio Azione psicologica e stampa», la cui direzione, a Pa-
rigi, è affidata al colonnello Lacheroy, che diverrà qualche
anno più tardi uno dei capi dell'OAS.

Georges Sauge, all'epoca addetto presso l'ufficio Azio-
ne psicologica, racconterà qualche anno dopo: «All'inizio
si trattava unicamente di studiare la nuova forma di guer-
ra che veniva chiamata guerra rivoluzionaria: quella d'In-
docina, infatti, aveva rimesso in questione i concetti di
esercito classico e di guerra convenzionale...».

Nel 1958 l'ufficio Azione psicologica diviene il 5° uffi-
cio dello stato maggiore e, ben presto, la mera esigenza di
«studiare» lascia il posto negli ufficiali francesi a progetti
più offensivi: «In funzione di quanto avevano assimilato
dalla guerra d'Indocina e dalle teorie di Mao Tse-tung,
hanno cercato di produrre l'arma della controrivoluzio-
ne» prosegue Sauge. Un'arma che questi ufficiali defini-
scono nei seguenti termini: «La guerra psicologica è l'im-
piego pianificato della propaganda e di altri mezzi al fine
di influire sulle opinioni, le emozioni, gli atteggiamenti e
il comportamento dei gruppi umani, amici, nemici o neu-
trali, per facilitare la realizzazione di fini e obiettivi nazio-
nali».11

La loro intenzione è insomma di contrapporre un capil-
lare controllo «controrivoluzionario» e «antisovversivo» a
ciò che ritengono sia la guerra sovversiva, «copertura as-
soluta del paese, conquista e controllo delle persone fisi-
che per mezzo del sistema delle gerarchie parallele». Uno
di questi ufficiali «psicologi», il colonnello Trinquier, ri-
flettendo sulla disfatta indocinese, scrive all'inizio della

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il colpo di stato del 12 dicembre         131

 

guerra d'Algeria: «Ora sappiamo che non è affatto neces-
sario godere della simpatia della maggioranza della po-
polazione per dirigerla. Un'organizzazione adeguata può
facilmente supplirvi».12

Al marxismo, concezione globale del mondo, occorre in-
somma opporre, perché le «tecniche» acquisite abbiano
l'efficacia desiderata, una struttura ideologica, una «fede»
altrettanto totale. Per questi ufficiali tradizionalisti e parti-
giani dell'ordine, una scelta s'impone in tutta evidenza: il
cattolicesimo integralista. S'appoggeranno quindi su
un'organizzazione cattolica d'estrema destra, la Cite catho-
lique.13

La dottrina degli integralisti riuniti nella Cité catholi-
que è semplice: professa un'assoluta devozione alla gerar-
chia ecclesiastica e si fonda sul «diritto naturale e cristia-
no» e sull'insegnamento delle encicliche papali.

I dirigenti di questo movimento, come più tardi gli uffi-
ciali d'Indocina che si uniranno a loro, sono affascinati
dalla forza di penetrazione del marxismo nelle masse e
dalla fermezza ideologica dei suoi militanti, e immagina-
no una «militarizzazione» della Cité (e della Chiesa) e una
«bolscevizzazione» dei loro metodi: «Penetrando, alla
maniera dei comunisti, l'insieme del tessuto sociale, la
Chiesa potrà sottrarre l'elite intellettuale all'influenza di-
retta o indiretta del marxismo».14 La Cité si da quindi
un'organizzazione in cellule e tesse in tutti i paesi una rete
capillare che privilegia i settori padronali e l'esercito.15

Da tempo il movimento cerca di estendere la propria in-
fluenza agli ambienti militari. E tali tentativi vengono visti
con favore da certi generali, come il generale dell'aeronau-
tica Chassin, che auspicano anch'essi di fare dell'esercito
uno strumento d'indottrinamento anticomunista.

Lettore assiduo di Mao Tse-tung, cui dedica due libri,
Chassin,16 che qualche anno dopo sarà implicato in uno
dei complotti del 13 maggio 1958, è un fanatico della
guerra psicologica.


132 Piazza Fontana

 

È dall'inizio degli anni Cinquanta che cerca di diffonde-
re le sue tesi all'interno dello stato maggiore, e il 10 ottobre
1954 scrive: «Gli eserciti comunisti indottrinano i loro com-
battenti, danno al giovane la fede nella sua missione e per
questo la fede nella grandezza del suo paese, nel valore
eminente del suo sistema politico. Paradossalmente, le na-
zioni dette spiritualiste si disinteressano della formazione
spiritualista...». Per porre rimedio a tale stato di cose, il ge-
nerale propone un programma d'indottrinamento «secon-
do il metodo utilizzato dai marxisti», suggerendo in parti-
colare che una parte del servizio militare venga dedicata a
un «addestramento ideologico militare» fondato «sullo
studio della storia» e in grado di mostrare «le conseguenze
storiche della messa in pratica dei principali sistemi civi-
ci». «La parte civica» aggiunge «potrebbe comportare lo
studio critico del marxismo-leninismo.»17

L'incontro tra i militari psicologi e i cattolici integralisti
è decisivo. Gli uni vedono nell'integralismo il supporto
ideologico della loro pratica militare, gli altri nell'azione
psicologica e nell'esercito gli strumenti della loro politica.
Tutti sperano di far sfociare la rivoluzione nazionale in
una sorta di nazional-cattolicesimo che, d'altronde, parte
della gerarchla vaticana invoca caldamente (per esempio
il cardinale Ottaviani, eminenza del Sant'Uffizio).

In Algeria la pratica dell'azione psicologica porterà alla
costituzione di un organismo politico-amministrativo
clandestino che inquadrerà la popolazione. Esso si servirà
di propaganda a dosi massicce, di manifestazioni spetta-
colari e, all'occorrenza, del lavaggio del cervello.

Il colonnello Gardes,18 parlando del concetto di guerra,
dirà che ciò che conta non è tanto la distruzione dei corpi
e l'occupazione del territorio, quanto la conquista delle
anime e la «seduzione degli spiriti» con tutti i mezzi.

Tra questi mezzi, la tortura sostituisce ben presto la per-
suasione. È facendo regnare un terrore maggiore di quello
ispirato dal nemico, torturando, assassinando i prigionie-
ri, gettandoli giù da elicotteri o buttandoli in mare con i

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il colpo di stato del 12 dicembre         133

 

piedi incastrati in blocchi di cemento, bruciando i villaggi,
che si cerca di consolidare il dominio sulla popolazione.

Così la tortura, entrata nell'arsenale delle tecniche
dell'azione psicologica, diviene sistematica non tanto per
strappare confessioni - droghe e mezzi chimici danno
spesso risultati migliori - quanto per il suo potere di per-
suasione. Ormai è concepita come uno strumento di guer-
ra, di coazione psicologica, di dominio (e in simile qualità
di tecnica di potere sarà da questo momento largamente
adottata, se non eretta a vero e proprio sistema, per esem-
pio in Brasile e in numerosi paesi dell'America del Sud).

L'esercizio in Algeria di funzioni politico-amministrati-
ve fa riflettere molti militari. Alcuni sognano di generaliz-
zare tale amministrazione, di sostituirla al potere civile,
mentre si diffonde una dottrina confusa, sorta di fascismo
militare venato di peronismo.

Ai loro occhi l'endemica debolezza del potere civile è
nella natura stessa del parlamentarismo, del regime dei
partiti. Davanti alla sovversione, davanti al pericolo co-
munista e al disgregarsi della Quarta Repubblica, pensa-
no, l'esercito resta l'unica forza coerente della nazione, il
suo ultimo corpo sano.

I colonnelli dell'Azione psicologica sognano ormai una
rivoluzione nazionale, e diffondono la loro nuova conce-
zione militare, largamente ispirata alle teorie praticate nei
paesi comunisti, anche in Francia.

La strategia di difesa che sviluppano postula una guer-
ra senza fronte - la trasformazione della guerra classica in
guerra civile -, stabilisce uno stretto legame fra esercito
regolare, organizzazioni d'arma ed ex combattenti, e chie-
de la mobilitazione dei civili contro gli sbarchi di paraca-
dutisti, le «quinte colonne», gli agenti del nemico.

Tale strategia, ufficialmente diretta contro un'aggressio-
ne straniera, un nemico esterno, ha in realtà per obiettivo
una sovversione interna, reale o presunta. Essa implica
dunque la costituzione, a fini antisovversivi e controrivo-
luzionari, di un apparato politico-militare articolato su


134  Piazza Fontana

 

due livelli: l'esercito regolare e gruppi di civili controllati
dall'esercito.

Queste concezioni militari offriranno alla destra e
all'estrema destra francesi uno spazio per la creazione,
con l'avallo delle forze armate, di organizzazioni d'assalto
sotto sembianze patriottiche.19 Nel territorio metropolita-
no, esse avranno un ruolo importante nella caduta della
Quarta Repubblica.

Tali organizzazioni saranno al centro degli intrighi e dei
tanti complotti che condurranno al 13 maggio 1958. A
quest'epoca, infatti, i generali, i colonnelli dell'Azione psi-
cologica che formeranno più tardi i quadri dell'OAS, i gol-
listi, gli integralisti, i fascisti, ecc. complottano instancabil-
mente contro la repubblica e il regime parlamentare.

Ma è con i'oas che gli ufficiali dell'Azione psicologica
hanno l'occasione di applicare sino in fondo in Algeria la
loro dottrina: instaurazione di una gerarchla parallela,
controllo della popolazione, propaganda e terrorismo si-
stematici.

Tale impiego del terrorismo corrisponde esattamente
alle teorie insegnate qualche anno prima nelle conferenze
della Scuola di guerra dal colonnello Lacheroy. Analiz-
zando la guerra rivoluzionaria in Le terrorisme systémati-
que,
uno degli articoli che pubblica nel 1957 sulla «Revue
militaire d'information», periodico più che ufficiale, La-
cheroy scrive infatti: «Non si tratta soltanto di far sparire
con la minaccia o l'assassinio questa o quella personalità
ostile alla causa o temibile per la sua influenza. Ciò che si
persegue non è più la soppressione di un ostacolo, ma un
effetto psicologico di portata generale. Se si infligge a in-
dividui rappresentativi di un determinato gruppo (ban-
chieri, industriali, grandi proprietari terrieri, uomini poli-
tici, funzionari) un trattamento che ha valore d'esempio, è
per colpire attraverso di loro tutto il gruppo e ridurlo sul-
la difensiva o spingerlo alla fuga». E il colonnello conclu-
de: «Non c'è ragione per cui noi non possiamo usare simi-
li procedimenti, poiché una tecnica non è morale o

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il colpo di stato del 12 dicembre         135

 

immorale in sé, è soltanto il suo utilizzo che può essere
immorale».

«L'OAS è ovunque», «L'OAS colpisce dove vuole e quan
do vuole»: ogni giorno, negli ultimi mesi della guerra
d'Algeria, decine di attentati e assassinii vengono a con-
fermare questi slogan. «Si trattava innanzi tutto di colpire
gli animi» spiegherà qualche anno più tardi un ex capo di
commando Delta di Algeri. «L'azione psicologica era di-
venuta una vera e propria mistica. Inizialmente le azioni
"puntuali", come venivano chiamate, avevano un obietti
vo preciso: eliminare i traditori, gli elementi che ci erano
ostili, gli arabi sospetti di appartenere all'FLN. Poi si è pas-
sati a una velocità superiore, era la giornata dei postini
arabi, la giornata dei bigliettai di autobus ecc. Si trattava
sempre di colpire gli animi. Per la giornata dei postini, si è
ripulita la città dai postini arabi, li si abbatteva sui marcia-
piedi, restavano là, il corpo sotto una coperta, e la gente
passava a fianco ... Poi venne la violenza etnica sistemati-
ca. Si uccideva non importa chi, non importa quando, non
importa dove, ad Algeri e nei villaggi del Sahel.»20 L'in-
staurazione di una gerarchia parallela sarà uno dei grandi
successi dell'Armée Secrete, e le garantirà il controllo
pressoché totale della popolazione europea d'Algeria.
L'amministrazione, la polizia, le banche, i trasporti, l'in-
dustria, sistematicamente infiltrati, assicurano a tutti i li-
velli le complicità necessarie all'azione. È alla polizia, per
esempio, che spetta il compito, oltre che di contribuire al
rifornimento d'armi, di coprire le attività clandestine
informando gli attivisti sulle intenzioni dei servizi di sicu-
rezza.

Volantini, trasmissioni di radio pirata, manifestazioni
di difesa passiva, giornata delle pentole, giornata degli
imbottigliamenti21 controllo capillare di immobili e quar-
tieri: la popolazione europea viene tenuta con il fiato so-
speso e, ben presto, la sua vita sociale sarà totalmente di-
pendente dai desideri e dai colpi di testa dell'OAS. Quanto
alla macchina terroristica, funziona a pieno regime. Tutti i


136 Piazza Fontana

 

giorni, «liberali», «gollisti», «comunisti» o «fln» cadono
sotto i colpi dei commandos Delta.

Ma questo controllo della comunità europea da parte
dell'Armée Secrete scava in breve un fossato incolmabile
tra di essa e la comunità araba, cancellando per sempre
ogni possibilità di convivenza. Dopo qualche mese di illu-
sioni, saranno così costretti all'esilio più di un milione di
europei...

L'esperienza dell'oas segna profondamente i teorici
dell'estrema destra italiana. Uno di essi, Enrico de Boc-
card, inaugurando il convegno del Parco dei Principi,
all'origine della strategia della tensione, non esita a di-
chiarare:

«Tale tentativo [dell'OAS] ha comunque lasciato due va-
lidi insegnamenti:

«1) prima di tutto il fatto che è possibile, sia pure attra-
verso molti tentennamenti, diverse esitazioni ed un inne-
gabile, spesso tragico, travaglio spirituale, pervenire ad
una formulazione occidentale della guerra rivoluzionaria,
ritorcendo contro i marxisti il loro stesso strumento di lot-
ta, uno strumento di cui essi erano sin ora convinti di ave-
re esclusivamente il monopolio...

«2) È stata inoltre dimostrata, per quanto si riferiva alla
Francia la possibilità di porre finalmente termine nel qua-
dro della guerra rivoluzionaria contro il comunismo alla
annosa e sterile polemica - anche in Francia come in Italia
continuamente ed artificiosamente mantenuta in vita dal
comunismo stesso - tra il fascismo e l'antifascismo. ... Si
sono visti, infatti, uniti insieme nelle file dell'OAS ex ap-
partenenti alla resistenza e reduci magari dai campi tede-
schi di Buchenwald o di Mauthausen, ed ex collaborazio-
nisti, seguaci del maresciallo Pétain, membri della milizia
di Vichy o combattenti sul fronte russo nei ranghi delle
Waffen ss.

«3) II terzo e conclusivo insegnamento consiste nel fare
chiaramente vedere come una guerra rivoluzionaria pos-

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il colpo di stato del 12 dicembre 137

 

sa essere condotta con qualche possibilità di successo sol-
tanto quando a dirigerla ed a combatterla si trovano insie-
me elementi militari di professione ed elementi civili alta-
mente specializzati.»22

L'esegesi non è innocente. E in Italia che l'OAS ha i
to il maggior numero di seguaci fanatici. L'esaltazione dei
suoi metodi sarà per parecchi anni uno dei temi principali
dei duri del neofascismo italiano, che li contrapporranno
al processo d'imborghesimento dell'MSI, guidato all'epoca
dalla sua corrente «moderata».

È sintomatico che uomini come Guido Giannettini, Pi-
no Rauti, Clemente Graziani, Stefano Delle Chiaie, Clau-
dio Orsi, ecc., tutti nomi associati ai complotti, attentati e
massacri della strategia della tensione, siano stati tra i
principali agenti dell'OAS e tra i più direttamente coinvolti
nelle sue operazioni. «Io stesso ho ancora la tessera
dell'OAS» si vantava nel dicembre 1974, in un'intervista, il
leader neofascista Clemente Graziani. «In Italia sono stato
uno degli agenti più importanti e più attivi. Nel 1962 ho
addirittura cercato di procurare a questa organizzazione
di cui condividevo pienamente gli scopi, grosse quantità
d'armi senza badare a spese perché di soldi me ne aveva-
no messi a disposizione moltissimi.»23

L'estrema destra italiana non è l'unica a mitizzare in
questo modo l'esperienza algerina dell'Armée Secrète.
Georgios Papadopulos, ben prima del putsch del 1967 che
lo porterà al potere, è un attento lettore delle opere dei co-
lonnelli Lacheroy, Gardes e Trinquier.

Il convegno del Parco dei Principi si svolge, e non e un
caso, nel momento in cui il dibattito sulla ristrutturazione
delle forze armate italiane è al culmine. Numerosi proget-
ti sono tra loro in competizione, e nessuno ancora sospet
ta quali saranno le conseguenze delle contraddizioni in-
terne allo stato maggiore. La destra è stata traumatizzata
dagli eventi del luglio 1960, quando una vera e propria in-
surrezione popolare ha fatto cadere il governo democri-
stiano di Fernando Tambroni. Gli insorti, in molti casi, so-


138 Piazza Fontana

 

no riusciti a tenere la piazza davanti a forze dell'ordine
del tutto paralizzate, e solo il «realismo» del Partito comu-
nista ha permesso alla destra di ristabilire lo status quo.
Terrorizzati all'idea che fatti del genere possano ripetersi,
le autorità militari, i partiti della maggioranza e, soprat-
tutto, il presidente della Repubblica Segni, si doteranno
dei mezzi per far fronte in futuro a ogni situazione insur-
rezionale.

Una ristrutturazione delle forze armate, quindi, s'impo-
ne. Tanto più che l'Italia è in prima linea nel sistema di di-
fesa della nato e, in caso di conflitto, alle sue truppe sono
assegnati compiti precisi: missioni d'intervento contro
certi paesi dell'Est, in particolare la lugoslavia ed, even-
tualmente, missioni d'appoggio in Medio Oriente. Le
truppe italiane rischiano perciò di trovarsi a dover fron-
teggiare paesi non solo dotati di un esercito regolare, ma
capaci anche, come la storia ha dimostrato, di sviluppare
forme di guerra popolare.

Da qui il duplice interesse a preparare le strutture mili-
tari alla «guerra rivoluzionaria».

Gli scarsi successi della guerra psicologica in Algeria24 e
il fallimento dei militari americani che la praticano in
Vietnam non hanno scoraggiato gli strateghi della nato. I
temi dell'«azione psicologica» sono ampiamente diffusi
all'interno dell'Alleanza atlantica.

A farsene portavoce in Italia è il capo di stato maggiore,
generale Aloja. Riprendendo le tesi sviluppate dai militari
della Cité catholique, e in particolare quelle del generale
Chassin, Aloja vuoi fare dell'esercito uno strumento dot-
trinario. Ispirato dai resoconti dei suoi consiglieri Rauti e
Giannettini, sogna di sottoporre i giovani chiamati alle ar-
mi alla metamorfosi subita, così crede, dal contingente
francese nella guerra d'Algeria. Non cessa di citare il di-
scorso che avrebbe pronunciato Jacques Duclos,25 respon-
sabile del Partito comunista francese: «Partono comunisti
dai sobborghi rossi di Parigi... vanno in Algeria, tornano
"paras" e sono persi per noi».26

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il colpo di stato del 12 dicembre         139

 

Il generale Aloja propone in particolare «l'organizzazio-
ne di centri d'indottrinamento delle giovani reclute e la se-
lezione di ufficiali ideologicamente qualificati». Vuole, tra-
mite «un duro addestramento del corpo e dello spirito»,
sottoporre i giovani di leva a un vero e proprio lavaggio
del cervello, e impartire loro una solida formazione antico-
munista. A tale scopo ha organizzato dei «corsi di ardi-
mento», affermando che la «preparazione civile» è la base
su cui può innestarsi la guerra psicologica.

Su una diversa posizione è il generale De Lorenzo, capo
di stato maggiore dell'esercito di terra. In radicale contra-
sto con Aloja, auspica l'istituzione di un esercito di volon-
tari: la coscrizione agevola troppo, ai suoi occhi, l'infiltra-
zione dei comunisti.

Per far fronte all'insurrezione, ritiene De Lorenzo, basta
disporre: 1) di un potente apparato di spionaggio che per-
metta di prevedere tutti i movimenti popolari e control-
larne i capi; 2) di un solido strumento di repressione per
tenere efficacemente a freno i movimenti di massa e spez-
zarli non appena si formano. Questi due strumenti sono,
per il generale, i servizi segreti e i corpi militari specializ-
zati, come i paracadutisti e le brigate corazzate.

Il generale lavora in quest'ottica già da diversi anni. Po-
sto nel 1956 dal presidente Gronchi a capo dei servizi se-
greti, ha dato al sifar grandi poteri, trasformandolo in una
vera e propria polizia politica dedita quasi esclusivamen-
te alla schedatura e alla ricerca d'informazioni sui cittadi-
ni. Nel 1967 si scoprirà che il servizio ha messo insieme in
modo illegale 157.000 dossier che riguardano l'intera clas-
se politica italiana.

Passato nel 1962 al comando dei carabinieri (senza
perdere tuttavia il controllo dei servizi segreti, alla cui te-
sta ha posto alcuni suoi uomini), il generale De Lorenzo
trasformerà questo corpo in un vero e proprio esercito
pretoriano, che doterà di armi pesanti, blindati e persino
di un reparto di paracadutisti. Nello stesso tempo sosti-


140 Piazza Fontana

 

tuisce gli ufficiali democratici con ufficiali provenienti
dal sifar.

Il generale non s'interessa unicamente alla lotta contro
un'eventuale insurrezione comunista. Vuole soprattutto,
in realtà, costituire una struttura militare capace di prende-
re in qualunque momento il potere. Quel potere che De Lo-
renzo ha già cercato di conquistare nel 1964, anche se lo si
saprà solo nel 1967, quando un deputato della sinistra indi-
pendente rivelerà alla Camera che, tre anni prima, l'Italia
era scampata a un colpo di stato militare, rischiando, nel
luglio 1964, di conoscere una notte identica a quella nel
corso della quale i colonnelli greci avevano strangolato la
democrazia.27

Il convegno dell'hotel Parco dei Principi si tiene il 2,4 e
5 maggio 1965. Finanziato con discrezione dall'ufficio D
del sid, è organizzato sotto l'egida di un misterioso «isti-
tuto Alberto Pollio di studi storici e militari». I suoi lavori,
sul tema della «guerra rivoluzionaria, cioè dell'offensiva
planetaria del comunismo», saranno pubblicati un mese
dopo dalle edizioni Giovanni Volpe.

La stampa non gli presta particolare attenzione, e per-
ché la sua importanza emerga dovrà passare qualche an-
no. Nel frattempo alcuni partecipanti al convegno, Pino
Rauti, Guido Giannettini, Stefano Delle Chiaie e Mario
Merlino,28 saranno stati accusati di essere implicati nei
complotti e negli attentati della strategia della tensione.

Presieduto da un generale dei paracadutisti e dal presi-
dente della Corte d'Appello di Milano, il convegno è ani-
mato da un giornalista d'estrema destra molto vicino ai
servizi segreti, Edgardo Beltrametti.

Fra gli altri partecipanti figurano praticamente tutti gli
ideologi del neofascismo italiano, qualche futuro golpista
e i principali istigatori della strategia della tensione.

Oltre a Rauti e Giannettini, vi sono i giornalisti Giorgio
Torchia, Gino Ragno, Giano Accame (autore di un inter-
vento tanto eccezionalmente documentato quanto profeti-

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il colpo di stato del 12 dicembre         141

 

co sulla controrivoluzione degli ufficiali greci e la loro or-
ganizzazione clandestina idea), Enrico de Boccard e Gian
Franco Finaldi, che l'anno successivo saranno arruolati

dal Sia

Questi uomini non si sono riuniti semplicemente per
disquisire sulla «guerra rivoluzionaria». Il convegno è in
realtà il punto di partenza del vasto piano politico-milita-
re con il quale l'estrema destra tenterà, sfruttando la ri-
strutturazione dell'esercito, di mettere in piedi un appara-
to in grado di realizzare un colpo di stato.

La riflessione degli oratori si nutre delle teorie elabora-
te all'interno dell'OAS. Enrico de Boccard pone subito il
convegno sotto l'egida delle «tesi di un esperto»:

«Abbiamo voluto come introduzione a questo nostro
discorso» spiega «... un lungo estratto ... di un rarissimo
opuscolo, pubblicato qualche anno fa clandestinamente,
nel pieno della guerra d'Algeria.» L'esperto è il colonnello
Antoine Argoud, uno dei capi dell'OAS: «una delle più se-
rie, competenti e brillanti intelligenze, non soltanto milita-
ri, del nostro tempo», secondo la presentazione di Boc-
card.29

Tutte le proposte degli oratori mirano a preparare «il
soldato controrivoluzionario» e a mettere a punto «uno
strumento militare adeguato alle tecniche ed ai procedi-
menti della g.r. [guerra rivoluzionaria]. Uno strumento
che comprende la creazione di gruppi permanenti di au-
todifesa che sappiano contrastare la penetrazione avvol-
gente, clandestina o palese, della g.r. e non esitino ad ac-
cettare la lotta nelle condizioni meno ortodosse, con
l'energia e la spregiudicatezza necessaria».30

Per creare tali gruppi civili d'autodifesa abituati alla
clandestinità, Beltrametti propone un'organizzazione de-
stinata a coprire «tutta la nazione in modo tale che tutti i
cittadini sono nelle liste di mobilitazione e distinti per le
loro attitudini non soltanto militari». Un eufemismo per
dire che la classificazione terrà conto dell'«attitudine
ideologica», cioè del grado di anticomunismo. «E così


142 Piazza Fontana

 

possibile fare una scelta di coloro che debbono formare i
gruppi di autodifesa» conclude Beltrametti.31

Quanto all'organizzazione di questi nuclei, a suggerirla
è il professor Pio Filippani Ronconi, docente universitario,
traduttore di lingue orientali e crittografo alle dipendenze
del ministero della Difesa e del sid. Nella sua comunica-
zione, propone un funzionamento a più livelli: un livello
«potrà essere costituito da quelle ... persone naturalmente
inclini o adatte a compiti che impegnino "azioni di pres-
sione", come manifestazioni sul piano ufficiale, nell'ambi-
to della legalità, anzi, in difesa dello Stato e della Legge
conculcati dagli avversari. Queste persone che, suppongo,
potrebbero provenire da Associazioni di Arma, nazionali-
stiche, irredentistiche, ginnastiche, di militari in congedo,
ecc., dovrebbero essere pronte ad affiancare, come Difesa
Civile,
... le forze dell'ordine (esercito, carabinieri, pubbli-
ca sicurezza, ecc.) nel caso che fossero costrette ad interve-
nire per stroncare una rivolta di piazza».

A un altro livello «molto più qualificato e professional-
mente specializzato» prosegue Filippani Ronconi «do-
vrebbero costituirsi - in pieno anonimato sin d'adesso -
nuclei scelti di pochissime unità, addestrati a compiti di
controterrore e di "rotture" eventuali dei punti di precario
equilibrio, in modo da determinare una diversa costella-
zione di forze al potere. Questi nuclei, possibilmente l'un
l'altro ignoti, ma ben coordinati da un comitato direttivo,
potrebbero essere composti in parte da quei giovani che
attualmente esauriscono sterilmente le loro energie ... in
nobili imprese dimostrative».

Infine, «di là da questi livelli dovrebbe costituirsi con
funzioni "verticali" un Consiglio che coordini le attività in
funzione di una guerra totale contro l'apparato sovversi-
vo comunista e dei suoi alleati, che rappresenta l'incubo
che sovrasta il mondo moderno e ne impedisce il naturale
sviluppo».32

All'inizio degli anni Novanta gli inquirenti, studiando
gli atti del convegno del Parco dei Principi, si soffermano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il colpo di stato del 12 dicembre         143

 

su questa descrizione. Essa corrisponde infatti perfetta-
mente all'organizzazione militare clandestina, all'opera
nell'Italia della strategia della tensione, nota sotto il nome
di Nuclei, organizzazione che si rivela quindi un'applica-
zione diretta delle teorie francesi.

Che a descrivere i Nuclei sia stato il professor Filippani
Ronconi, uno degli ideologi della strategia della tensione,
è - sottolineano gli inquirenti - significativo.

Nel 1969, quando scoppiano le bombe, il professore ha
tra i propri studenti Delfo Zorzi, e lo sta assistendo nella
preparazione della sua tesi di laurea sul «fascismo giap-
ponese». Il padre dei Nuclei e l'uomo accusato di avere
collocato la bomba di piazza Fontana al lavoro insieme
nella stessa università: per gli inquirenti è più che una

coincidenza.

Secondo gli ufficiali dei carabinieri incaricati dal giudi-
ce Salvini di scoprire la verità sulla strage di piazza Fonta-
na, il convegno del Parco dei Principi gioca un ruolo fon-
damentale nella strategia della tensione. E lì che viene
enunciata la teoria golpista che sfocerà nelle stragi e nei
progetti di colpo di stato degli anni Settanta. E sempre lì si
possono chiaramente vedere i legami che uniscono i di-
versi gruppi. Passando al setaccio i partecipanti al conve-
gno, i carabinieri scoprono che alcuni di loro sono in con-
tatto tanto con Aginter-Presse quanto con i Nuclei.

Il piano dei neofascisti del Parco dei Principi è sempli-
ce. Essi sperano che, quando lo stato maggiore avrà adot-
tato il progetto, potranno coinvolgere in pieno tutte le
strutture militari. Una volta affermata la loro qualità di
esperti nella controrivoluzione, si vedranno affidare la co-
stituzione e la gestione dei «gruppi permanenti di autodi-
fesa». Evidentemente, contano di trovare l'ossatura di
questi gruppi all'interno delle organizzazioni d'estrema
destra che controllano, e di costituire così, sotto la coper-
tura dello stato maggiore e del segreto militare, un vero e
proprio apparato golpista.

E non dissimulano il loro progetto! Enrico de Boccard,


144 Piazza Fontana

 

per esempio, ex della Repubblica di Salò, facendo riferi-
mento al «successo pieno ed incontrastato» del 13 maggio
1958, «operazione rivoluzionaria compiuta congiunta-
mente da elementi militari ed elementi civili... conclusasi,
come è noto, con il crollo della Quarta Repubblica e l'av-
vento al potere del Generale De Gaulle», le contrappone
«il fallimento del "putsch" dei generali di Algeri».33 Un
fallimento dovuto al «fatto che nel secolo XX, in Europa
almeno non è più possibile effettuare o un colpo di Stato
od ancor più una rivoluzione con il solo impiego delle for-
ze armate in uniforme, così come non è ugualmente possi-
bile realizzare positivamente una operazione del genere
fondandosi unicamente sul concorso di forze civili che
non abbiano l'appoggio non tanto indiretto quanto diretto
ed esplicito delle Forze armate».34

De Boccard espone insomma spudoratamente le condi-
zioni della presa del potere da parte di forze rivoluziona-
rie di destra.

Gli uomini del Parco dei Principi, come tutta la destra e
l'estrema destra italiane, sono affascinati all'epoca dai
meccanismi del colpo di stato del 13 maggio 1958 che ha
portato al potere in Francia il generale De Gaulle. E su
questo colpo di stato vogliono modellare il loro.

Ma l'atto di forza francese è stato organizzato in specifi-
che condizioni. È maturato nel quadro di due guerre colo-
niali, prima in Indocina e poi in Algeria, e all'«ombra» del
generale De Gaulle.

All'indomani della guerra d'Indocina ha inizio infatti
un lungo lavoro di scavo, con un'opera di infiltrazione da
parte dei gollisti nei partiti politici e nell'esercito e, poi,
con la creazione, sotto la copertura dottrinaria dell'Azio-
ne psicologica e della guerra non ortodossa, di organizza-
zioni clandestine. Nel quadro della difesa territoriale, il
ministro della Difesa Chaban Delmas, uomo di De Gaulle,
favorisce il controllo dei gollisti sulle associazioni di ex
combattenti. E non esita a organizzare all'interno del suo
ministero dei corsi in cui gli ufficiali della riserva impara-

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il colpo di stato del 12 dicembre         145

 

no la lotta partigiana e il mestiere di commissario politi-
co... Parallelamente, un altro uomo del generale De Gaul-
le, Jacques Soustelle, e alcuni veterani del bcra (Bureau
Central de Renseignement et d'Action, i servizi segreti
della Francia libera) riattivano le vecchie reti di resistenza.
Gruppi di «partigiani» si riuniscono, e si stringono rap-
porti con le forze armate in effervescenza.

La crisi politica e l'instabilità governativa fanno il resto:
il 13 maggio 1958 l'esercito può prendere il potere in Al-
geria e, nei giorni successivi, il colpo di stato si sviluppa
sul territorio metropolitano. Roger Wibot, allora capo del
controspionaggio francese, racconta che uno straordinario
concentramento di poliziotti, appartenenti tanto alla poli-
zia giudiziaria quanto alla pubblica sicurezza, alle Infor-
mazioni generali, ai servizi «azione» dello sdece, forma-
vano il nucleo «sovversivo» di patrioti decisi a mantenere
l'Algeria francese, spontaneamente raccoltosi attorno a lui
al ministero dell'Interno. Questa «truppa» attendeva i
parà: caduti dal cielo (e venuti da Algeri), essi avrebbero
dovuto occupare i centri vitali della capitale: il ministero
dell'Interno, la prefettura di polizia, la radio, l'elettricità
ecc., appoggiati dalle unità corazzate attestate attorno a
Parigi e muovendosi sulla città al primo segno di De
Gaulle. Il piano prevedeva l'arresto degli uomini politici
di sinistra: Francois Mitterrand, Pierre Mendès France e la
direzione del Partito comunista. L'operazione attendeva il
via libera di De Gaulle. Che non verrà. Non sarà necessa-
rio: il 1° giugno il generale viene nominato presidente del
Consiglio. Una larghissima maggioranza di deputati gli
vota in tutta fretta i pieni poteri. Il colpo di stato è riuscito.

Gli apprendisti golpisti italiani sognano un colpo di sta-
to del genere. Ma l'esercito italiano non è impegnato in
una guerra coloniale. Di una guerra, quindi, ha bisogno.
Una guerra civile. A questo compito si dedicheranno gli
oratori del Parco dei Principi.

Le proposte del convegno vengono accolte con entusia-


146 Piazza Fontana

 

smo dal generale Aloja. Il capo di stato maggiore scrive a
Giannettini di aver letto con molto interesse il suo studio
sulle tecniche della guerra rivoluzionaria e di aver ap-
prezzato l'acuta analisi del problema e aggiunge poi che
la sua opera merita d'essere conosciuta e meditata da tutti
coloro che hanno a cuore la sorte della democrazia e delle
sue istituzioni. Giudizio di singolare miopia, sapendo che
sorte Giannettini e i suoi amici vogliono riservare alla de-
mocrazia.35

Aloja si assicurerà l'aiuto della maggior parte dei confe-
renzieri, ne farà i suoi principali collaboratori e li collo-
cherà nei servizi segreti.

La collaborazione viene siglata senza indugio. Il genera-
le commissiona agli uomini del Parco dei Principi un'opera
che denunci le infiltrazioni comuniste nell'esercito: Le mani
rosse sulle forze armate.
Ne sono autori Beltrametti, Rauti e
Giannettini. Il libro viene stampato in diecimila copie, ma
la sua diffusione all'interno del corpo degli ufficiali è subito
bloccata. Il suo estremismo è tale da rischiare di avere un ef-
fetto contrario a quello desiderato da Aloja. Non solo i par-
titi democratici, ma molti ufficiali potrebbero essere spa-
ventati da un programma così apertamente fascisteggiante,
e opporsi alla riorganizzazione dell'esercito voluta dal ge-
nerale. Aloja giunge a chiedere all'ammiraglio Henke di fa-
re distruggere dal sid tutte le copie dell'opera. Questo non
impedirà però a Rauti, Giannettini e Beltrametti di conser-
vare il favore del capo di stato maggiore e dei suoi successo-
ri.36 Del resto, Rauti avrebbe ricevuto, come ricostruiscono
Fiasconaro e Alessandrini nella loro requisitoria, due milio-
ni di lire da parte di Henke come mancato profitto.

Qualche mese dopo diverse migliaia di ufficiali ricevo-
no un volantino, firmato «Nuclei di difesa dello Stato»,
che li invita ad aderire a tali gruppi, costituiti da militari
di grande prestigio, e a compiere un'operazione decisiva
contro la sovversione «dei rossi». Il volantino termina con
l'affermazione che è compito delle forze armate distrug-
gere «l'infezione», prima che diventi mortale. Ispiratori di

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il colpo di stato del 12 dicembre         147

 

questi operazione sono ancora Rauti, Beltrametti, Gian-
nettini e qualche altro specialista della guerra rivoluzio-
naria. Quanto alla diffusione di simili volantini, che av-
viene soprattutto in Veneto, dove sono di stanza i tre
quarti dell'esercito, ad assicurarla sono Franco Freda e
Giovanni Ventura...

L'istruttoria condotta sette anni dopo dai magistrati
mostrerà che, ancora una volta, il sid venne messo al cor-
rente dell'operazione dallo stesso Rauti, ma la coprì com-
pletamente, come ne coprì gli autori, che aveva appena
ingaggiato.

Fatto ancora più inquietante, gli inquirenti hanno ormai
la prova che dietro le organizzazioni terroristiche d'estre-
ma destra coinvolte nella strategia della tensione si profila
l'ombra dei «Nuclei», un'organizzazione militare clande-
stina legata alla nato e operante di concerto con Aginter-
Presse.


VI

La costruzione dell'apparato golpista

 

Qualche mese dopo il convegno del Parco dei Principi,
all'interno dei gruppi clandestini dell'estrema destra la
febbre sale. Si accumulano armi in vista dello scontro, si
concentrano esplosivi, si impara a fabbricare bombe e si
affronta il delicato problema dei timer; ci si addestra, in-
somma, in vista del colpo di stato. Lo stato maggiore
dell'esercito, sotto l'occhio benevolo dei servizi della nato
e della cia, mette in piedi i «Nuclei di difesa dello Stato»
preconizzati dal convegno. Essi prenderanno il nome sug-
gerito nei volantini redatti da Rauti, Beltrametti e Gian-
nettini e diffusi da Freda e Ventura.

L'esistenza di tale organizzazione sarà in parte svelata
alla scoperta, nel 1974, del complotto della Rosa dei venti.
Oggi le lingue si sciolgono e le testimonianze rivelano la
sua natura e la sua importanza: essa appare ormai la co-
lonna portante delle imprese golpiste della strategia della
tensione.

Queste testimonianze mettono infatti in evidenza la
presenza in Italia, a partire dalla metà degli anni Sessanta,
di un'organizzazione paramilitare clandestina legata da
un filo diretto al sid, allo stato maggiore dell'esercito e alla
nato. Essa agiva in parallelo con un altro organismo, la
cui esistenza sarebbe stati ufficialmente resa nota alla fine
degli anni Ottanta: Gladio, o Stay behind, una rete di or-
ganizzazioni messe in p:edi in Europa occidentale dalla
nato alla fine degli anni Quaranta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La costruzione dell'apparato golpista         149

 

Confondere Gladio e i Nuclei è una tentazione immedia-
ta ma, all'analisi, essi si rivelano due organismi diversi.

All'origine della creazione delle organizzazioni Stay
behind è la guerra fredda, e il ruolo di quest'ultima è
quindi essenziale se si vuole capire, a un tempo, il rifiorire
del fascismo in Italia e l'emergere del golpismo d'estrema
destra.

Racconta con candore un documento del Pentagono
che, sebbene non appaia nelle direttive ufficiali, il servizio
di controspionaggio dell'esercito comprese rapidamente
che la sua missione di denazificazione sarebbe stata ben
presto soppiantata dal problema sovietico. Per paura del
comunismo, nel giro di meno di un anno gli stessi che
avevano per primi scoperto l'orrore dei campi di concen-
tramento faranno appello agli specialisti della lotta contro
il bolscevismo: i nazisti e i loro alleati fascisti.

Il rovesciamento d'alleanze viene previsto ben prima
che Winston Churchill pronunci il suo celebre discorso
sulla «cortina di ferro» che s'è «abbattuta sull'Europa».

Esso s'inaugura in Grecia sul finire del 1944, a guerra
con la Germania ancora in corso.

Il 3 dicembre 1944 i partigiani comunisti hanno appena
liberato Atene quando la loro sfilata viene mitragliata dai
fascisti dell'organizzazione X diretta dal generale Grivas.
La provocazione è stata sapientemente orchestrata da
agenti britannici; l'esercito inglese, che partecipa al con-
trollo della città, ha lasciato fare. Peggio: le organizzazioni
fasciste, che due mesi prima collaboravano ancora con
l'occupante nazista, godono ormai della protezione delle
truppe britanniche e di una totale impunità.

La reazione della Resistenza alla provocazione è imme-
diata: viene proclamato lo sciopero generale e il paese è
paralizzato. Il 4 dicembre una nuova sparatoria causa un
centinaio di morti. È ancora l'organizzazione X. Questa
volta la risposta dei partigiani è violenta: la sera attacche-
ranno in tutti i quartieri i fascisti del generale Grivas.


150 Piazza Fontana

 

Qualche giorno dopo la Resistenza comunista viene
messa fuori legge dallo stato maggiore britannico. È l'ini-
zio della guerra civile, che durerà fino al 1949. La destra e
l'estrema destra greche, con l'appoggio degli inglesi e poi,
a partire dalla primavera del 1947, degli americani, proce-
deranno alla liquidazione sistematica dei partigiani co-
munisti. La guerra fredda inizia caldissima ancor prima
che il conflitto mondiale sia terminato.

Finita la guerra, sconfitti il nazismo e l'imperialismo te-
deschi, l'alleanza tattica tra borghesie occidentali e «bol-
scevismo» non dura a lungo. Il nemico principale diviene
rapidamente il comunismo. L'antitesi fascismo-antifasci-
smo lascia di nuovo il posto a quella comunismo-antico-
munismo.

Secondo teatro di questa antitesi è l'Italia.

L'8 giugno 1946, per celebrare l'avvento della Repub-
blica, il guardasigilli propone un'amnistia che copra ogni
reato politico, escludendo solo quanti si sono resi colpe-
voli di «sevizie particolarmente efferate». Ma, come sot-
tolinea Giorgio Bocca, «la magistratura conservatrice e
fascista interpreta le "efferate sevizie" in modo così ri-
duttivo che tutti i boia della repubblica di Salò, tutti i tor-
turatori di partigiani, vengono messi in libertà».1

La guerra fredda è al culmine e, di fronte al pericolo co-
munista, la borghesia ritrova la sua unità. L'amnistia libe-
ra la maggior parte dei fascisti che, progressivamente,
vengono reintegrati nelle forze armate e nell'amministra-
zione; mentre i partigiani comunisti vengono espulsi dal-
la polizia e dall'esercito.

Un peso rilevante ha l'intervento degli alleati angloa-
mericani. Sono loro, il più delle volte, a porre il veto
all'epurazione degli uomini politici e dei militari fascisti.

Ecco, senza dubbio, la spiegazione delle rapidissime
carriere degli ufficiali fascisteggianti, molti dei quali si ri-
troveranno, vent'anni dopo, alla testa dell'esercito. Va sot-
tolineato, a questo proposito, che a metà degli anni Ses-
santa la stragrande maggioranza degli ufficiali superiori

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La costruzione dell'apparato golpista         151

 

dell'esercito è costituita da uomini usciti dalle scuole mili-
tari fasciste e formati ideologicamente dal fascismo mus-
soliniano, privi quindi di qualunque cultura democratica.

Parallelamente i fascisti, con la copertura dei servizi
segreti americani, si riorganizzano nella clandestinità, e
iniziano una stretta collaborazione, nella lotta contro i
«rossi», con i gruppi di «ex partigiani bianchi», accesi an-
ticomunisti. Molti dirigenti dei «partigiani bianchi» sa-
ranno trent'anni più tardi al fianco dei neofascisti nei
complotti della strategia della tensione.

Un uomo tiene sotto controllo tutti questi gruppi: James
Angleton, il capo dei servizi segreti americani in Italia che
ha salvato la vita al principe Borghese, capo della Decima
Mas, sottraendolo alla giustizia della Resistenza, che
l'aveva condannato a morte.

Angleton viene inviato a Roma dall'oss (Office of Stra-
tegie Services, il «padre» della cia) nel 1944 per dirigere la
sezione controspionaggio (X-2) e poi l'SSU (Strategie Servi-
ces Unit), successore dell'oss. Conosce bene l'Italia, dove
ha compiuto i suoi studi prima della guerra. E ha conser-
vato solide relazioni negli ambienti fascisti. Non appena
arrivato, prende contatto con le organizzazioni di destra e
i movimenti anticomunisti clandestini. È da lì che attin-
gerà il personale per le operazioni speciali. Le prime ini-
ziative del neofascismo trovano così «l'aiuto, la conniven-
za e spesso la legittimazione di quei servizi [oss e ssu]».2

A fornire alcune precisazioni sui rapporti tra servizi
americani e bande neofasciste clandestine, specie per i
mesi precedenti le elezioni legislative dell'aprile 1948, è
una serie di documenti del Dipartimento distato america-
no.3 Preoccupati dalla piega che la consultazione elettora-
le potrebbe prendere, gli americani decidcno, come con-
ferma un rapporto del National Security Council datato
marzo 1948, «di aiutare i movimenti anticamunisti clan-
destini con un'assistenza finanziaria e militare».4 Di che
cosa si tratti è specificato in una nota firmata dal colonnel-
lo J. Willems e intitolata Importanza di riconoscere le forze ri-


152 Piazza Fontana

 

voluzionarie anticomuniste (documento n. 740454). In essa
si spiega il rilievo strategico e politico dell'Italia e come la
sua sicurezza interna sia «l'elemento essenziale nella lotta
contro il Comintern». «L'Italia» scrive Willems «è la porta
che dà sul centro e sull'est dell'Europa; permette anche il
controllo dei Balcani, dell'Adriatico e del mar Ionio.» Il
documento precisa inoltre che «l'esercito italiano non of-
fre serie garanzie di fronte alle armate di Tito ... e alla
quinta colonna comunista, ben organizzata e ben armata
in Europa occidentale e in Italia ... Tale carenza rende ne-
cessario prendere seriamente in considerazione tutte le
forze sentimentalmente anticomuniste». Cioè, in primo
luogo, i neofascisti.

La vittoria della destra alle elezioni del 1948 permetterà
di accelerare il processo di liquidazione di parte degli ele-
menti di democrazia rimasti dalla Resistenza e di reinte-
grare nell'amministrazione tutti gli ex funzionari fascisti,
in particolare gli ex agenti dell
'OVRA, la polizia politica di
Mussolini.

Il reinserimento degli ex funzionari di polizia fascisti
non sarà senza conseguenze, perché permetterà all'estre-
ma destra di beneficiare nell'amministrazione di moltepli-
ci complicità. A quest'epoca risale la nascita di una vera e
propria organizzazione di polizia parallela. Come egli
stesso ha dichiarato, Mario Sceiba, già ministro dell'Inter-
no tra il 1947 e il 1953 prima di diventarlo di nuovo nel
1960, costituisce fin dai primi mesi del 1948 un'infrastrut-
tura capace di far fronte a un'eventuale insurrezione co-
munista: l'intero paese viene diviso in circoscrizioni, e alla
testa di ognuna di esse Sceiba colloca un uomo energico
che gode della sua piena fiducia. Un apparato poliziesco
del tutto sproporzionato alla realtà di un qualsivoglia pe-
ricolo comunista: la maggior parte dei dirigenti del pci ha
ormai rinunciato, infatti, all'idea di prendere il potere.

Si tratta già, quindi, con il pretesto del pericolo comu-
nista, della costruzione di un vero e proprio apparato
golpista.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La costruzione dell'apparato golpista         153

 

Facendosi direttamente carico della lotta anticomunista
nelle sue forme più violente, la Democrazia cristiana ridu-
ce lo spazio che la guerra fredda ha aperto allo sviluppo
di un potente neofascismo autonomo. I neofascisti devo-
no accontentarsi, in attesa di «giorni migliori», del ruolo
di milizie di riserva. Lo svolgeranno nelle strutture di
Gladio.

Mentre a est, con il suggello definitivo della divisione
di Yalta, l'Europa è sotto il dominio sovietico, in Occiden-
te, dopo «il colpo di Praga», le forze conservatrici vivono
nell'angoscia di un'azione comunista.

Gli strateghi della nato sono pessimisti. Secondo le loro
valutazioni, in caso d'invasione sovietica gli alleati occi-
dentali faranno molta fatica a tenere le linee di fronte fer-
mando l'armata rossa e i suoi mezzi corazzati.

Ma la Seconda guerra mondiale è finita da poco, e il ri-
cordo dell'efficacia della guerra partigiana contro le trup-
pe tedesche nelle zone occupate è ancora vivissimo. Così,
per opporsi a un'invasione sovietica che godrebbe inevi-
tabilmente dell'appoggio di forze interne, iniziano a pen-
sare a una difesa di superficie che mobiliti militari e civili
in una guerra totale.5

A questa strategia va fatta risalire, in gran parte, la crea-
zione in seno ai paesi della nato di «plotoni» di militari e
civili che creano uno stretto legame tra l'esercito regolare
e gruppi di privati cittadini, quasi tutti ex combattenti. So-
no le formazioni Stay behind, note in Italia setto il nome
di Gladio.

Questa organizzazione anticomunista clandestina in se-
no alla nato si sviluppa alla fine degli anni Quaranta nel
massimo segreto e con l'appoggio dei servizi segreti ame-
ricani.

Suo obiettivo è impedire l'espansione comunista in Eu-
ropa occidentale e, in caso di atto di forza comunista o di
conflitto militare con i sovietici, costituire l'ossatura della
resistenza.


154 Piazza Fontana

 

Centralizzate a livello del comando unificato della na-
to,
le organizzazioni Stay behind conservano l'autonomia
in ciascun paese, dove devono costituire, in caso d'inva-
sione sovietica, una gerarchla militare parallela.

Benché alla fine degli anni Ottanta la sua esistenza sia
stata riconosciuta ufficialmente e i governi dell'Europa
occidentale ne abbiano proclamato lo smantellamento,
Stay behind è tuttora in parte un mistero. La cortina di
ferro è caduta, il pericolo comunista svanito, ma l'omertà
resta di rigore. I vecchi generali, anche quando si protesta-
no democratici, non sono loquaci...

Le organizzazioni Stay behind vengono messe in piedi
nei paesi della nato all'inizio della guerra fredda in un
clima di frenesia anticomunista favorevole ai peggiori ec-
cessi. Ma la loro formazione pone un problema a chi le
promuove.

La difficoltà deriva dal fatto che nei principali paesi
dell'Alleanza atlantica la presenza delle forze di sinistra
resta molto rilevante. I gruppi di ex partigiani sono il più
delle volte vicini ai comunisti e perciò, in genere, poco
convinti dell'aggressività sovietica. I socialisti, da parte
loro, di fronte al «pericolo comunista» sono divisi.

Ma, di fronte ai comunisti, gli angloamericani si fanno
pochi scrupoli.6

La rivelazione dell'esistenza di Stay behind permette
oggi di comprendere e situare nel quadro di questa strate-
gia «controrivoluzionaria» della nato tante imprese anti-
comuniste dell'epoca.

Essendo la Germania federale sotto un controllo milita-
re stretto, al cuore di tale strategia si troveranno due pae-
si: la Francia e l'Italia.

In Francia, con l'esercito impantanato nelle guerre colo-
niali, è inizialmente all'interno delle forze di polizia che le
reti anticomuniste si organizzano. A precisarlo è una nota
del Dipartimento di stato americano: «La Francia ha orga-
nizzato nuclei polizieschi ristretti ma efficienti al di fuori
della polizia normale, attraverso la Sùreté Nationale, per

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La costruzione dell'apparato golpista         155

 

combattere il pericolo comunista. Questi nuclei sono for-
niti di fondi e mezzi eccezionali e il personale, per quanto
limitato nel numero, è perfettamente addestrato per lavo-
ri di tale natura».7

Sono le reti Dides, cui s'ispirerà il ministro Sceiba per il
suo apparato poliziesco...

Reclutato dai servizi segreti americani, il commissario
Dides costituisce nella polizia francese una potente orga-
nizzazione in cui si ritrovano i commissari e gli ispettori
che, silurati alla Liberazione per collaborazionismo e riu-
niti in una ufficialissima Amicale des épurés (Associazio-
ne degli epurati), vengono reintegrati nell'amministra-
zione.

Un'altra organizzazione è il movimento Paix et Libertà.
Creato di sana pianta dalla cia, esso viene ufficialmente
fondato, con l'aiuto del ministero dell'Interno francese e il
sostegno finanziario della nato, da un deputato radical-
socialista, Jean-Paul David.

Vi si ritrovano, naturalmente, Jean Dides e un prefetto,
Baylot. Obiettivo dell'impresa è la costituzione di un ap-
parato di propaganda e di azione per stroncare il Partito
comunista e la resistenza operaia. Grazie ai notevoli fondi
di cui dispone, l'organizzazione lancia una campagna di
tipo maccartista inondando il paese di materiale propa-
gandistico anticomunista, denunciando le «quinte colon-
ne moscovite» annidate negli ingranaggi dello stato, ecc.
Inoltre, Paix et Liberto forma dei commandos antioperai
incaricati di aggredire comunisti e militanti sindacali.

In Italia, per costituire le reti Stay behind gli strateghi
della nato s'appoggiano agli ex partigiani bianchi, cui
ben presto s'uniscono gruppi anticomunisti d'origine fa-
scista.

L'insediamento nel Nord Italia di bande partigiane au-
tonome che facessero da contrappeso alle brigate Garibal-
di, controllate dal Partito comunista, era stato favorito dai
servizi angloamericani con base in Svizzera già a partire
dalla fine del 1943. Composte il più delle volte da ex uffi-


156 Piazza Fontana

 

ciali dell'esercito fascista unitisi agli alleati, queste bande
erano dirette da monarchici, da cui l'appellativo di «parti-
giani bianchi».

Edgardo Sogno, Martino Mauri, il generale Ugo Ricci,
Carlo Fumagalli ne furono le figure di punta. Dal canto
suo Alan Dulles, che seguiva da Berna l'attività dell'oss
nel Nord Italia, privilegiava la penetrazione di elementi
anticomunisti nei gruppi partigiani di Giustizia e libertà.
Sono questi uomini a costituire nel 1948 i primi gruppi
Stay behind, e a essi si uniscono ben presto repubblichini
«riconvertiti» dopo il 1945 dai servizi segreti americani e
fascisti organizzati in movimenti anticomunisti stretta-
mente controllati dall'ssu di James Angleton e in seguito
dalla cia (il Partito nazionale popolare, il Fronte moderato
nazionale, il Partito della Giovane Italia e soprattutto
l'ail, l'Armata italiana della libertà del colonnello Mu-
sco).»

A livello politico, queste «reti» s'appoggiano agli uomi-
ni di fiducia degli americani, appartenenti in genere alla
DC e alla destra del psi: Sceiba, Taviani, Saragat, Ivan Mat-
teo Lombardo, e ancora Randolfo Pacciardi, all'epoca mi-
nistro della Difesa...

Vengono costituite due tipi di reti. Da un lato delle reti
«militari» clandestine «dormienti». Dall'altro delle reti
«politiche offensive», incaricate di lottare contro il radica-
mento politico e sindacale dei comunisti con i mezzi tra-
dizionali della propaganda e della provocazione: si tratta
di Pace e libertà. Questa organizzazione viene fondata nel
1952 da Edgardo Sogno e Luigi Cavallo. Con l'appoggio
della nato e i dollari dell'ambasciata americana, Pace e li-
bertà si fa rapidamente strada negli ambienti finanziari e
presso gli industriali del Nord, che le accordano ricchissi-
me sovvenzioni.

Sogno e Cavallo reclutano tra gli ex comunisti e soprat-
tutto tra i militanti dell'MSI.9

Ufficiale monarchico, Edgardo Sogno Dei Conti Rata
Del Vallino si unisce nel 1943 alla Resistenza. Alla proda-

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La costruzione dell'apparato golpista         157

 

inazione della Repubblica, nel 1946, lascia la vita politica
per dedicarsi alla diplomazia. Nel 1951, nominato membro
del Planning Coordination Group della nato, si trasferisce
a Londra alla segreteria dell'Alleanza atlantica. L'anno do-
po è a Parigi per seguire i corsi del Defense College della
nato, organismo creato dal generale Eisenhower e incari-
cato di formare i quadri per la guerra psicologica contro il
comunismo.

Per quasi trent'anni le organizzazioni Stay behind, se-
midormienti, opereranno nella clandestinità a seconda
dei «capricci» dei dirigenti nato.

Inizialmente composti, come s'è visto, da «partigiani
bianchi» ed ex repubblichini, all'inizio degli anni Sessanta
i gruppi Gladio iniziano, per svecchiare le loro truppe, a
reclutare nelle organizzazioni d'estrema destra e nelle as-
sociazioni d'arma che esse controllano (per esempio l'as-
sociazione paracadutisti).

La sinistra e i movimenti democratici denunceranno
spesso questa collusione, che crederanno «occasionale». Il
segreto di Gladio, infatti, è ben custodito. Solo il caso per-
metterà a volte di sollevare parte del velo, come nel maggio
1976, quando il settimanale «L'Europeo» rivela l'esistenza
in Sardegna, nei pressi di Alghero, di un campo d'addestra-
mento di gruppi d'estrema destra dipendente dal ministe-
ro della Difesa. «Questo centro» scrive il settimanale «pren-
de vita alla fine del 1968» e «a pochi chilometri, in linea
d'aria, sta una base della nato». Lì venivano addestrati
«aderenti ai movimenti di estrema destra (Avanguardia na-
zionale, Ordine nuovo, Fronte di Borghese, ecc.).... Costoro
venivano messi in qualche aeroporto militare italiano, su
piccoli aerei da trasporto con i finestrini chiusi da tendine e
portati, per lo più nottetempo, nel centro di Alghero. Quasi
tutti non sapevano la vera destinazione. ... Dopo l'adde-
stramento tornavano alle loro case (sempre con il sistema
dell'aereo blindato) portando con sé il materiale. Cioè, il
tecnico radio si portava la radio, l'esperto di armi si portava
i mitra, l'artificiere si portava l'esplosivo».10


158 Piazza Fontana

 

Perché le autorità ammettano la verità su questo cam-
po, che faceva parte della struttura clandestina di Gladio,
si dovranno attendere quasi quindici anni!

È la scoperta nel 1974 del complotto della Rosa dei ven-
ti a portare per la prima volta alla luce, con la testimo-
nianza di Roberto Cavallaro, l'esistenza di un'altra orga-
nizzazione clandestina legata alla nato.

Arrestato come partecipante al complotto nel febbraio
di quell'anno, Cavallaro, nel corso di un interrogatorio
fiume, descrive con precisione quella che chiama l'«Orga-
nizzazione» (la Rosa dei venti), e rivela i piani di una
congiura, i suoi progetti di attentati, i suoi rapporti con
industriali e finanzieri, i legami che la uniscono alle orga-
nizzazioni d'estrema destra (Fronte nazionale, Movimen-
to di azione rivoluzionaria, Ordine Nuovo, Ordine nero,
Avanguardia nazionale, ecc.).

Cavallaro è una fonte inesauribile: in nove mesi viene
interrogato sessantun volte. Racconta che l'Organizzazio-
ne si è costituita nel 1964 dopo il fallimento del piano So-
lo, e che tutto quanto è avvenuto in seguito, dal convegno
del Parco dei Principi ai progetti di colpi di stato degli an-
ni Settanta, discende da un'unica e identica logica. La
«Rosa», spiega, è un'organizzazione diretta da un gruppo
di ottantasette ufficiali superiori rappresentanti tutti i cor-
pi e tutti i servizi di sicurezza. Questo gruppo ha ramifica-
zioni in ogni parte del paese e nuclei operativi di ufficiali
distribuiti in tutti i reparti. Esiste inoltre, precisa, un grup-
po di ufficiali di collegamento responsabile dei contatti
con le organizzazioni d'estrema destra che partecipano al
complotto.

Cavallaro rivela anche che la Rosa ha costituito una ge-
rarchia militare parallela in cui i gradi regolari non riflet-
tono più la realtà dei comandi: nell'Organizzazione un ca-
pitano che rivesta una funzione di coordinatore può
essere superiore a un colonnello che sia un semplice ad-
detto.

I collegamenti, spiega, sono assicurati da ufficiali desti-

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La costruzione dell'apparato golpista         159

 

nati a essere scoperti. Essi fungono da intermediari tra il
gruppo operativo e il gruppo dirigente (il gruppo «nobi-
le»). Scopo di quest'ultimo è duplicare con le proprie ra-
mificazioni i comandi periferici per sostituirsi progressi-
vamente a essi.

L'Organizzazione, insomma, intende giungere a pren-
dere o, meglio, a inquadrare autoritariamente il potere,
tramite la destituzione di coloro che rifiutano di applicare
il suo programma. Tali destituzioni devono essere messe
in opera dagli ufficiali di coordinamento.

Cavallaro rivela inoltre che per creare le condizioni che
giustifichino, da parte dei militari, il ristabilimento dell'or-
dine, è stata concepita una strategia della tensione. Un col-
po di stato di tipo cileno o greco è da escludere in Italia a
causa della situazione politica generale (i nove milioni di
voti comunisti) e di un certo lassismo morale che tocca an-
che i militari e impedisce un intervento del genere. Si deve
quindi suscitare nell'«uomo della strada un bisogno d'or-
dine»: per questo i congiurati hanno optato per la strategia
della tensione.11

L'Organizzazione, precisa Cavallaro, ha una funzione
legittima: impedire che le istituzioni vengano «minaccia-
te». Quando nel paese si sviluppano disordini (tumulti,
lotte sindacali, violenze, ecc.), entra in azione per creare la
possibilità di un ristabilimento dell'ordine. E, quando di
disordini non se ne producono, a suscitarli è l'Organizza-
zione stessa tramite l'intervento di «gruppi paralleli»
d'estrema destra da lei gesti ti e finanziati.

Roberto Cavallaro chiama personalmente in causa nu-
merosi ufficiali superiori, e in particolare il tenente colon-
nello Amos Spiazzi, al'epoca a capo dell'ufficio informa-
zioni militari della Terza armata.12

Figlio di un ex deputato democristiano, Spiazzi non ha
mai nascosto le sue simpatie per l'estrema destra. La per-
quisizione compiuta nella sua abitazione dopo le confes-
sioni di Cavallaro permette agli inquirenti di scoprire, ol-
tre a una stupefacente collezione d'armi,13 una serie di


160 Piazza Fontana

 

documenti che dimostrano i suoi legami con Ordine Nuo-
vo, e soprattutto il suo ruolo nella congiura della Rosa dei
venti.

Ma, con Spiazzi, le sorprese per i magistrati inquirenti
non sono finite. Essi non tardano a scoprire che l'ufficiale,
grazie alla sua posizione all'ufficio informazioni della Ter-
za armata, era in possesso di piani ultrasegreti. Era a cono-
scenza di ogni dettaglio organizzativo concernente la sicu-
rezza del territorio, compresa l'ubicazione delle armi
atomiche e la dislocazione delle truppe nato. Con lui, la
Rosa dei venti aveva il potere di controllare, ed eventual-
mente bloccare, tutti i sistemi di difesa della penisola.

Messo a confronto con Cavallaro, il 6 aprile 1974 il te-
nente colonnello, fino a quel momento muto, cede e rico-
nosce l'esistenza di un'organizzazione clandestina; ma,
spiega, si tratta di un'organizzazione di sicurezza delle
forze armate che non ha alcuna finalità sovversiva: si pro-
pone invece di proteggere patriotticamente le istituzioni
contro il marxismo e di lottare contro le infiltrazioni co-
muniste nell'esercito. E aggiunge che ne fanno parte mili-
tari, ma anche civili, uomini politici e industriali.

I magistrati non potranno spingersi oltre: ben presto il
tenente colonnello Spiazzi si vede imporre dalla sua ge-
rarchia il silenzio.

Con la testimonianza di Cavallaro lo schema della stra-
tegia della tensione risulta esposto con precisione e, so-
prattutto, emerge come tale strategia sia frutto di una sola
e medesima congiura.

Questa organizzazione è diversa da Gladio. Oggi, gra-
zie a nuove testimonianze, sappiamo infatti che si tratta
dei Nuclei di difesa dello Stato.

Un testimone si fa avanti già nel 1977: Enzo Ferro, un
giovane di Trento che ha prestato il servizio militare fra il
1969 e il 1970 presso la caserma Duca di Montorio, è il pri-
mo a parlare della struttura di militari e civili formatasi a
Verona attorno a Spiazzi, all'epoca maggiore e suo diretto
superiore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La costruzione dell'apparato golpista         161

 

In preda a una graive crisi, nel febbraio 1977 Ferro si
presenta al giudice istiruttore incaricato del fascicolo sugli
attentati compiuti a Trrento all'inizio degli anni Settanta e,
secondo il magistrato) milanese Salvini, rende «una ric-
chissima e particolareggiata testimonianza». «Rivelando
quanto a sua conoscenza» scrive Salvini «Ferro confidava
che grazie alle notizie da lui fornite le indagini avrebbero
potuto penetrare a fondo nella struttura eversiva. Invece
egli non era stato mai più risentito, la sua testimonianza
era rimasta praticamente inutilizzata.»14

Almeno fino a quindici anni più tardi, quando viene
convocato di nuovo da Salvini.

Al giudice milanese, Enzo Ferro spiega che l'organizza-
zione, diretta a livello veronese dal colonnello Spiazzi, si
chiamava Nuclei di difesa dello Stato, era divisa in legio-
ni, presenti in tutta Italia e soprattutto nel Nord, e dipen-
deva dallo stato maggiore dell'esercito. La legione di Ve-
rona era la quinta.

«Ebbi occasione io stesso» racconta Ferro15 «di vedere
un organigramma della struttura che era appunto artico-
lata in 36 legioni, ognuna indipendente dalle altre sul pia-
no operativo, in modo che la scoperta di una non compro-
mettesse la scoperta delle altre.

«La finalità della struttura era certamente quella di fare
un colpo di Stato all'interno di una situazione che preve-
deva attentati dimostrativi...

«Alle riunioni presenziavano diversi civili, anche di Ve-
rona, e cioè persone non in servizio militare.

«Ricordo che c'erano vari amici di Spiazzi di Verona
che avevano un'ideologia più fanatica ed erano quelli di
Ordine Nuovo di Verona.

«Posso confermare che anch'io ho saputo che la struttu-
ra si è sciolta verso la fine del 1973, mi sembra in ottobre.»

L'organizzazione descritta da Ferro è quella dei Nuclei
di difesa dello Stato.

A confermarlo, nel corso di un interrogatorio di fronte


162 Piazza Fontana

 

al giudice Salvini, sarà un altro serio testimone, Carlo Di-
gilio, di cui si è già parlato nel li capitolo.

Digilio si infiltrò negli ambienti di Ordine Nuovo del
Veneto per conto dei servizi segreti americani. Le sue di-
chiarazioni, secondo Salvini, sono «davvero di importan-
za straordinaria perché per la prima volta rendono possi-
bile leggere dall'interno quale sia stata l'attività di
controllo da parte degli americani sulle dinamiche eversi-
ve negli anni '60 nel nostro Paese e quanto profonda sia
stata la commistione, soprattutto in Veneto, fra mondi co-
me Ordine Nuovo, i Nuclei di difesa dello Stato (e cioè
una struttura militare italiana), Servizi Segreti italiani e
Servizi Segreti americani».16

Spiega Digilio: «I Nuclei difesa dello Stato ... in sostan-
za erano formati da persone che si erano tenute sempre in
contatto con l'Esercito, come ex sottufficiali, ex Carabinie-
ri, ex combattenti delle varie Armi o costituivano dei pic-
coli plotoni che facevano addestramento anche con mili-
tari in servizio. Erano piccole unità capaci anche di essere
indipendenti una dall'altra, secondo le tecniche di un cer-
to tipo di difesa. Fra loro si conoscevano solo i Capigrup-
po. L'esistenza di questa struttura ... era pienamente nota
alle autorità militari. A partire da un certo momento fu
sciolta e forse reinglobata in altre strutture. Il suo fine era
la difesa del territorio in caso di invasione e se necessario
aveva anche compiti antinsurrezionali in caso di sommos-
sa da parte di comunisti. In sostanza questa struttura se-
guiva la linea ortodossa della n.a.t.o. ... A Verona il re-
sponsabile o uno dei responsabili era il colonnello
Spiazzi».17

Digilio, che lavorava alle dirette dipendenze dei servizi
segreti statunitensi, racconta di aver partecipato con un
altro italiano al servizio degli americani, Gianni Bandoli,
entrambi in tuta mimeti:a, a una seduta di addestramento
e aggiornamento dei Nuclei in un poligono di Avesa, vici-
no a Verona. A quella seduta era presente anche il colon-
nello Amos Spiazzi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La costruzione dell'apparato golpista         163

 

Un'altra esercitazione dei Nuclei di difesa dello Stato,
di cui Digilio afferma di essere venuto a conoscenza, si
svolse a Forte Foin, nei pressi di Bardonecchia, con la par-
tecipazione degli elementi piemontesi dei Nuclei.

«Ebbi occasione di presenziare negli uffici del Coman-
do ftase [Forze Terrestri Alleate Sud Europa] ad una di-
scussione che si basava sulla velina dei nostri Servizi di
Sicurezza concernente questa esercitazione che si era già
tenuta. Erano presenti un ufficiale americano, Soffiati, il
suo referente, io e qualche altra persona. L'esercitazione
di cui l'ufficiale parlava si era svolta nell'agosto del 1970,
qualche mese prima del tentativo di golpe di Borghese e il
discorso dell'ufficiale americano verteva sulla consistenza
delle forze presenti a tale esercitazione in quanto il nume-
ro dei partecipanti, secondo le informazioni in loro pos-
sesso, era maggiore di quanto risultava dall'informativa
del s.i.d. ... L'esercitazione di Forte Foin, comunque, dove-
va consentire la formazione e l'addestramento di circa 40
capigruppo ciascuno dei quali doveva diventare respon-
sabile di una squadra in Piemonte. Tale preparazione era
finalizzata ad entrare in campo in occasione del golpe che
era fissato per il dicembre 1970. Appresi questi particolari
sempre nell'ambiente FTASE.»18

Digilio ha rivelato inoltre che con i Nuclei di difesa del-
lo Stato esisteva una struttura più ristretta, più clandesti-
na e anche più temibile: il «gruppo Sigfried», i cui princi-
pali dirigenti provenivano quasi tutti dall'ex Repubblica
sociale di Salò. Secondo Digilio, i Nuclei e il gruppo Sig-
fried «erano due realtà distinte, ma fra loro simili, entram-
be dipendenti dalle nostre Strutture e cioè rispettivamente
dall'Esercito e dai Servizi di Sicurezza. Rispetto ai Nuclei
il gruppo Sigfried aveva un numero di elementi certa-
mente inferiore sul piano numerico, ma più qualificati sul
piano della capacità operativa. È molto probabile che par-
te degli elementi dei Nuclei siano in seguito rifluiti in Gla-
dio alle scioglimento dei Nuclei stessi».19

Il gruppo Sigfried, afferma Digilio, era nato in concomi-


164 Piazza Fontana

 

tanza con il piano Solo nel 1964. «In sostanza accanto al
Piano Solo, e cioè alla mobilitazione dei Carabinieri per il
colpo di Stato, c'era il Piano Sigfried e cioè la costituzione
del gruppo di civili che al momento del golpe doveva in-
caricarsi dell'arresto e della neutralizzazione degli espo-
nenti dell'opposizione e dei sindacalisti. A quell'epoca in-
fatti i Carabinieri non avevano le strutture sufficienti per
poter operare capillarmente dovunque. Nacque così il
gruppo Sigfried che continuò ad esistere anche dopo il ve-
nir meno del tentativo del 1964.»20

Questo gruppo, precisa Digilio, era direttamente con-
trollato dagli americani nella persona di Lino Franco. «In
sostanza il prof. Lino Franco ricopriva un doppio ruolo,
da un lato lavorava per la CIA e dall'altro era un elemento
importante di Sigfried disponendo nella zona di un nu-
cleo e di una rete piuttosto consistente che permetteva di
tenere sotto controllo una zona importante.»21

Occorre citare infine la testimonianza di maggior rilie-
vo, quella del colonnello Spiazzi che, dopo vent'anni, il 2
giugno 1994 accetta finalmente di parlare di fronte al giu-
dice Salvini.

Nei colloqui investigativi il colonnello ammette di es-
sersi accorto che la struttura dei Nuclei di difesa dello Sta-
to, di cui egli era il responsabile a livello veronese, era o
era diventata una vera e propria «banda armata» al di
fuori della legalità. In sede di formale deposizione testi-
moniale, tuttavia, minimizza decisamente questo suo ca-
rattere illegale.

«Il colonnello Spiazzi ha innanzitutto fatto presente di
essere stato messo al corrente, nel giugno del 1964 presso
il Comando della III Armata e sotto il vincolo del segreto
militare, dell'esistenza del c.d. Piano di Sopravvivenza, fi-
nalizzato, secondo il testimone, a difendere l'Europa Occi-
dentale, e in particolare l'Italia quale Paese più esposto,
da una possibile invasione sovietica con la costituzione,
anche in tempo di pace, dell'ossatura di un piano di guer-

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La costruzione dell'apparato golpista         165

 

riglia atto a facilitare la riconquista del territorio occupato
da parte dell'Esercito amico e cioè le forze della N.A.T.O.

«Tale piano, a metà degli anni '60, era divenuto di estre-
ma attualità essendo venuta a ridursi l'indiscussa supre-
mazia nucleare americana.

«In presenza, quindi, di fermenti ed episodi di contesta-
zione anche nelle caserme, sostenuti dall'estrema sinistra
e finalizzati a minare la fedeltà dell'Esercito e a favorire la
strategia del nemico, era stata quindi accelerata l'operati-
vità del Piano di Sopravvivenza e l'addestramento dei
suoi responsabili.

«Il colonnello Spiazzi ha così delineato la situazione che
si era creata:

«"... Per ciò che concerne detto Piano, come ho detto, ne
venni a conoscenza solo nel giugno del 1964 presso il Co-
mando della III Armata in occasione di una riunione rela-
tiva al piano per l'impiego dell'Esercito in caso di conflit-
to, che stava per essere modificato in quanto la superiorità
convenzionale del blocco sovietico, in concomitanza con
la diminuzione di credibilità del deterrente nucleare occi-
dentale, rendeva molto più probabile l'invasione nemica
della Valle Padana e la conseguente presenza di un movi-
mento di guerriglia in favore dell'Esercito nemico alimen-
tato dalla sinistra comunista ed extraparlamentare. ...

«"Appresi appunto che sin dalla fine della guerra in Ita-
lia e nei Paesi alleati esisteva sin dal tempo di pace un'or-
ganizzazione di ex-militari e civili atta a formare i quadri
di un movimento partigiano in caso di invasione del terri-
torio nazionale.

«"Vi era un numero limitato di persone insospettabili,
ovviamente non compromesse in alcun modo con schiera-
menti politici e di varia estrazione che fungevano da 'ca-
lamite', cioè persone alle quali, in caso di sfondamento
del fronte, ufficiali, sottufficiali e soldati sbandati poteva-
no essere indirizzati dai Carabinieri... persone che aveva-
no solo il compito di fornire abiti civili, cibo e indicazioni
al fine di raggiungere i primi mietei di guerriglia già pre-


166 Piazza Fontana

 

disposti ed aventi a disposizione piccoli depositi di armi,
munizioni, esplosivi e mezzi di comunicazione.

«"Vi erano poi le 'talpe', personaggi scialbi che poteva-
no continuare a mantenere nei luoghi di lavoro, dalle Pre-
fetture alle fabbriche, il loro posto, ma che potevano forni-
re utili informazioni da passare ai 'trasmettitori', collegati
via radio con l'Esercito amico, vi erano poi le 'staffette',
donne in grado di poter collegare senza destare troppi so-
spetti le nascenti unità di veri e propri 'guerriglieri'...

«"Non udii mai la parola 'Gladio' e, come spiegherò,
identificai il Piano di Sopravvivenza con l'Organizzazio-
ne di Sicurezza sino alle rivelazioni di Andreotti.

«"Dal 1964 sino alle mie nuove mansioni nel mio nuovo
Reparto, non ebbi alcun incarico e la notizia, segreta, ri-
mase lettera morta.

«"Nelle mie nuove mansioni ebbi esclusivamente il
compito di segnalare, alla fine del servizio militare di le-
va, quei militari di ogni grado che per amor patrio, spirito
combattivo, intelligenza e serenità avrebbero potuto esse-
re avvicinati, valutati ed eventualmente arruolati da chi di
dovere."

«L'organizzazione di cui aveva avuto conoscenza il co-
lonnello Spiazzi, e il Piano di Sopravvivenza di cui questa
si era dotata, era quindi quella nota come Gladio, all'in-
terno della quale il colonnello non aveva avuto alcun
compito specifico se non quello di segnalare, nella sua ve-
ste di ufficiale del Servizio "I" (cioè addetto alla sicurezza
interna e alla raccolta di informazioni), giovani potenzial-
mente idonei a essere contattati.

«Nel 1966/1967, tuttavia, la situazione si era ulterior-
mente evoluta e, dal punto di vista dei responsabili del
Piano di Sopravvivenza, aggravata ed era stato necessario
allestire una seconda struttura "parallela" denominata
Organizzazione di Sicurezza, in sostanza i Nuclei di dife-
sa dello Stato:...

«"Dopo aver frequentato, nell'autunno/inverno 1966-
1967, il Corso afus ed altri corsi di aggiornamento tecnico

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La costruzione dell'apparato golpista         167

 

presso il III Corpo d'jArmata di Milano, singolarmente ed
oralmente mi fu richiiesto, nel quadro della crescente im-
portanza che veniva ad assumere in quel periodo il Piano
di Sopravvivenza, in considerazione delle mie specifiche
attitudini ed esperiemze e per il fatto di essere veronese,
ricco di conoscenze ìin molti ambienti cittadini nonché,
credo, sino a quel mo»mento considerato politicamente af-
fidabile sotto il profilo 'atlantico', di collaborare attiva-
mente alla Organizzazione di Sicurezza.

«"Il numero degli appartenenti al Piano di Sopravvi-
venza era decisamente limitato e il personale piuttosto an-
ziano.

«"Se davvero i futuri 'gladiatori' fossero stati 600 o 700,
come è stato recentemente detto, credo che l'Armata Ros-
sa non avrebbe trovato eccessiva resistenza!

«"Più probabile che i nomi pubblicati si riferissero più
semplicemente alle 'calamite'.

«"Mi fu detto comunque che era necessario, Regione
per Regione e capillarmente Provincia per Provincia, re-
clutare personale con analoghe caratteristiche, comparti-
mentato al massimo e da addestrare in nuclei di tre perso-
ne al massimo nelle specifiche mansioni, avvalendosi di
istruttori dei locali Reparti....

«"Questi Nuclei presero il nome di 'Legioni'....

«"Formai così con 50 elementi selezionati la V Legione,
con articolazione manipolare e cellulare ed impiegai nelle
varie attivazioni previste durante le esercitazioni del mio
e di altri Reparti, nuclei della medesima in varie esercita-
zioni nel veronese, a San Marcelle Pistoiese e al Passo del-
la Cisa.

«"L'addestramento svolto da istruttori militari e para-
militari, riguardava tipografia, riconoscimento, mostreg-
giature e insegne dele truppe del Patto di Varsavia, no-
zioni di guerra psicologica, trafilamento, rudimentali
conoscenze sulle arm, sugli esplosivi e sui mezzi in dota-
zione al nemico, elementari lezioni di tiro e soprattutto
tattica di guerriglia.


168 Piazza Fontana

 

«"Per le esercitazioni di attivazione, venivano forniti al
momento artifici esplosivi quali petardi e castagnole....

«"Io dipendevo, per tutta la fase organizzativa che ter-
minò nel 1970, da un ufficiale qualificatosi per Carabinie-
re, dal soprannome di Track', che sempre mi contattava
mentre io non avevo possibilità di contattarlo....

«"Era mia convinzione che l'Organizzazione di Sicu-
rezza coincidesse con il Piano di Sopravvivenza (cioè
quello che oggi chiamiamo Gladio) e che fosse un raffor-
zamento del medesimo, anche in seguito alla mutata si-
tuazione politica internazionale, dopo l'invasione della
Cecoslovacchia, e la sempre più probabile possibilità di
un'invasione. ...

«"Il 28/29/30 aprile e 1° maggio 1972, con cinque legio-
nari mi recai nella Germania Federale, a Geimund Eifell,
su sollecitazione di Track ed ivi potei incontrare esponenti
di analoghe organizzazioni di sicurezza dei Paesi occiden-
tali e, cosa più interessante, esponenti della Resistenza nei
Paesi dell'Est....

«"Credo di ricordare che lo sponsor di tale raduno fu
Radio Europa Libera, gestita dagli americani....

«"La V Legione verrà sciolta il 14 luglio 1973."»

«Da tale racconto» aggiunge Salvini «proveniente per la
prima volta da un soggetto estremamente qualificato an-
che se non indenne da reticenze o da interpretazioni eufe-
mistiche, si traggono alcune considerazioni:

«- fino al 1966/1967 esisteva un'unica struttura paral-
lela, denominata Gladio, i cui aderenti erano suddivisi
secondo le specifiche funzioni ricoperte all'interno
dell'organizzazione. I 622 nomi di "gladiatori" divulgati
corrispondono a coloro che dovevano svolgere la funzio-
ne di calamite (e cioè la raccolta e la riorganizzazione di
militari sbandati al momento dell'intervento nemico),
mentre quelli di coloro che avrebbero dovuto svolgere al-
tre funzioni (le talpe, i trasmettitori, le staffette e i veri e
propri guerriglieri) sono rimasti ignoti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La costruzione dell'apparato golpista         169

 

«È quindi ragionevoli supporre che l'intera struttura
comprendesse non 622,,, ma alcune migliaia di elementi,
anche più qualificati di «coloro i cui nomi sono stati divul-
gati;

«- a partire dal 1966 /1967 e sino al 1973, contestual-
mente all'acuirsi dei conflitti a livello europeo, si affiancò
a Gladio una seconda sttruttura denominata Nuclei di Di-
fesa dello Stato, anch'essa addestrata al Piano di Soprav-
vivenza e i cui componenti erano suddivisi secondo fun-
zioni specifiche analoghe a quelle di Gladio.

«Anche tale struttura contava ragionevolmente un con-
siderevole numero di aderenti, forse intorno ai 1500, po-
sto che Giampaolo Stintamiglio ha fatto riferimento a 36
"Legioni" territoriali e la sola Legione di Verona era for-
mata da 50 elementi;

«- tale seconda struttura, e con ogni probabilità anche
la prima, erano integrate nel dispositivo di sicurezza della
n.a.t.o., tanto che alcuni dei suoi componenti erano stati
inviati in Germania Federale per un seminario di aggior-
namento;

«- secondo il colonnello Spiazzi, responsabile della Le-
gione di Verona, la struttura aveva una mera funzione di
guerriglia e di resistenza territoriale in caso di invasione e
non aveva compiti di contrasto delle forze comuniste sul
piano interno o, peggio, di supporto ad azioni di forza da
parte dei militari, circostanza questa che è contraddetta
da altre testimonianze e che dovrà essere approfondita
nel prosieguo dell'indagine.

«L'Organizzazione di Sicurezza o Nuclei di Difesa dello
Stato non era, tuttavia,l'unico livello di intervento, ma
esisteva un livello "infeiore" destinato alla promozione e
alla propaganda delle idee-base di tale realtà, denominata
Organizzazione di Supprto e di Propaganda.»22

Le testimonianze di Inzo Ferro, Carlo Digilio e Amos
Spiazzi rivelano che aliatine degli anni Sessanta i neofasci-
sti assumono il controll; dei Nuclei di Difesa dello Stato.


170 Piazza Fontana

 

S'impadroniscono così, fra l'altro, di una struttura golpista
perfetta, perché legittimata dalla nato e dagli americani.

Da queste testimonianze risalta l'ampiezza delle strut-
ture clandestine legate alla nato, specie nel Centronord e
nel Nordest, e soprattutto il loro totale controllo da parte
dei gruppi neofascisti (Ordine Nuovo, Avanguardia na-
zionale, Fronte nazionale, Movimento di azione rivoluzio-
naria).

Gli uomini del Parco dei Principi hanno raggiunto il lo-
ro obiettivo. Hanno ispirato la creazione dei Nuclei e ne
hanno assunto il controllo con il favore dello stato mag-
giore e della nato. Essi si presentano come la sua vera
struttura attiva, l'unica capace di opporsi con efficacia a
un'azione di forza comunista e, grazie soprattutto alle sue
ramificazioni civili, di svolgere i compiti di Gladio in caso
d'invasione sovietica. I Nuclei possono mobilitare le orga-
nizzazioni neofasciste, i militanti dell'msi, i sindacalisti
della cisnal e gli organismi capillari di appoggio.

Da varie testimonianze (Ferro, Spiazzi) emerge inoltre
che è nel Nordest, la regione di maggiore importanza nel
dispositivo nato, che i Nuclei sono più direttamente sotto
il controllo dei fascisti di Ordine Nuovo. E questo riman-
da a Pino Rauti, capo supremo di Ordine Nuovo e tra i
principali ispiratori e animatori del convegno del Parco
dei Principi.

Controllando i Nuclei, gli ordinovisti controllano l'ap-
parato golpista, e nella piena consapevolezza dei rappre-
sentanti nato in Italia. È a partire da questa evidenza che
l'insieme dei tentativi di colpi di stato della strategia della
tensione va ormai decifrato.

I risultati delle recenti indagini sulla sovversione neofa-
scista condotte dal giudice Salvini dimostrano, con nume-
rose testimonianze, il diretto coinvolgimento della nato
in ogni complotto della strategia della tensione.

I nuovi elementi raccolti dagli inquirenti confermano
ormai che un'unica e identica trama unisce sempre le con-

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La costruzione dell'apparato golpista         171

 

giure, dal complotto del principe Borghese alla Rosa dei
venti alle bombe di Miilano.

Una trama i cui prottagonisti e i loro modi di operare so-
no sempre gli stessi e le cui piste passano tutte per i Nu-
clei di difesa dello Stato e il sid e portano alla nato o, per
essere più precisi, alla sua base di Verona.

Che un'istituzione idei rilievo della nato sia compro-
messa nella strategia della tensione potrebbe, a prima vi-
sta, sorprendere.

Creata nel 1949, la North Atlantic Treaty Organization
aveva per scopo unificare politicamente e militarmente,
da una sponda all'altra del Nordatlantico, i paesi «occi-
dentali», cioè non caduti nell'orbita sovietica.

Si direbbe che dalla sua origine, e fino al momento del
crollo dell'URSS, questa venerabile istituzione abbia con-
centrato nel suo seno tutte le paranoie anticomuniste.

Organizzazione militare di difesa rivolta contro i'urss,
la nato doveva costantemente salvaguardare la propria
legittimità, giustificare la propria esistenza, con il perdu-
rare dell'aggressività sovietica e con la presenza di una
minaccia comunista in Occidente. Reale o presunto, il pe-
ricolo, perché l'istituzione non subisse alcun cedimento,
doveva essere tenuto vivo. Tale esigenza fu alimentata, al
suo interno, da anticomunisti dottrinari e fascisteggianti,
inclini a un regime autoritario e pronti, per garantire la si-
curezza del «mondo libero», ad abbandonare la democra-
zia. Personale, questo, che militava affinchè la sinistra e le
forze democratiche, giudicate troppo lassiste, venissero
escluse dai governi, se non dalla vita politica stessa.

Non è casuale, perciò, che tanti civili o militari golpisti
siano passati, in Franca come in Italia, per gli organi di
comando dell'Organizzazìone atlantica.

In Francia, per  esempio, il generale Chassin, uno dei co-
spiratori del 13 maggi» 1558, era, durante la sua impresa
golpista, distaccato presso la nato. E il generale Challe,
capo dei generali golpisti di Algeri nell'aprile 1961, ne co-


172 Piazza Fontana

 

mandava qualche mese prima la zona Centroeuropa. Og-
gi sappiamo inoltre, da fonte americana e da fonti militari
francesi, che del sollevamento militare contro il generale
De Gaulle egli aveva preavvertito la nato e gli americani,
ricevendone il via libera.

Gli esperti dell'Organizzazione atlantica giudicavano
allora che in Algeria come in Francia la maggioranza dei
militari avrebbe seguito i golpisti, e che quindi il generale
De Gaulle e il suo governo sarebbero stati costretti a cede-
re il passo a una coalizione «atlantista». La posta in gioco
in questo putsch non era, per la nato, l'Algeria francese,
ma il ritorno a un suo stretto controllo sulla Francia. Al
contrario, il fallimento della congiura accelererà il ritiro
francese dall'organizzazione militare integrata.

Le cose non sono andate diversamente in Italia. La
maggior parte dei militari d'alto rango implicati nelle
congiure della strategia della tensione sono passati per or-
gani di comando della NATO.23

La situazione politica della fine degli anni Sessanta ri-
lancia la paranoia anticomunista e genera un clima favo-
revole alle imprese golpiste dell'estrema destra. Le forze
conservatrici dell'Europa occidentale sono inquiete.

In Francia la destra è miracolosamente scampata al
maggio 1968. Ma il ministro dell'Interno Raymond Mar-
celin punta il dito contro la «Tricontinentale» e L'Avana,
nuove «maschere» di Mosca. Ai suoi occhi la rivolta stu-
dentesca e lo sciopero generale sono stati frutto di un
complotto internazionale!

Gli strateghi della nato sono terrorizzati per quello che
è successo in Francia. Temono che in Italia, dove la sini-
stra extraparlamentare è particolarmente attiva, la rivolta
si ripeta con successo, i] che destabilizzerebbe l'intera Eu-
ropa occidentale. E le parole dell'estrema sinistra non fan-
no che alimentare la paranoia. La sinistra extraparlamen-
tare che chiama alla guerra civile trova eco in certi
dirigenti storici del Partito comunista e in vecchi quadri
usciti dalla Resistenza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La costruzione dell'apparato golpista         173

 

Facendo il doppio gioco, la frazione filosovietica del
pci si serve degli estremisti contro la direzione centrista e
neosocialdemocratica del partito. Questo gioco perverso
di Mosca contro un partito che dall'inizio degli anni Ses-
santa le sfugge alimenta, è evidente, i fantasmi dei
«guerrieri freddi» della nato, che sospetta il pci di dop-
pio gioco.

Tutto concorre, insomma, a favorire un'azione preventi-
va. Per gli uomini del Parco dei Principi l'Italia è matura
per un colpo di mano. Essi sanno che nell'esercito c'è una
maggioranza favorevole a un simile progetto. I suoi uffi-
ciali superiori, formati ideologicamente all'epoca del fa-
scismo, hanno visto i loro peccati cancellati dalla guerra
fredda e reclamano di nuovo un'Italia «forte». Il progetto
di una svolta autoritaria di cui essi sarebbero il fulcro li
seduce. L'idea di rimettere in riga comunisti e sindacati si
fa strada anche in seno alla destra parlamentare, democri-
stiana, liberale e saragattiana. Terrorizzati dal «maggio
rampante», i principali dirigenti di questi partiti sono or-
mai pronti, per riportare l'ordine nel paese, a venire a pat-
ti con i militari. E hanno l'assenso degli strateghi della NA-
TO, persuasi, dopo l'invasione della Cecoslovacchia
dell'agosto 1968, che l'Italia sia ormai in prima linea di
fronte a un'Unione Sovietica aggressiva.

Rauti e i suoi amici sentono che la situazione è propi-
zia. Così, ispirati e generosamente consigliati dai colon-
nelli greci, i fascisti tenteranno di mettere in piedi un ap-
parato golpista identico a quello che ha permesso al
colonnello Papadopulos e ai suoi amici d'impadronirsi
del potere.

Il loro piano è semplice: si tratta d'innestare le reti gol-
piste sui servizi di sicurezza e sulle strutture anticomuni-
ste clardestine, militari e civili, costituite nel quadro del
«piano di sopravvivenza» della nato, poi di sfruttare il
caos generato dalla strategia della tensione per mettere in
atto questo stesso «piano di sopravvivenza» e, controllan-
dolo, scatenare un colpo di stato militare. La tecnica viene


174 Piazza Fontana

 

messa alla prova nel quadro della strage del 12 dicembre
1969 e perfezionata prima con il fallito colpo di stato del
principe Borghese l'anno successivo, poi con i diversi at-
tentati che insanguinano l'Italia a partire dalla prima metà
degli anni Settanta.

Non stupisce quindi ritrovare, nelle stragi successive al-
le bombe di piazza Fontana, l'ombra dei servizi segreti
americani e quella del loro esecutore privilegiato, Agin-
ter-Presse. Finita la stagione delle stragi e dei colpi di sta-
to, i principali terroristi dell'estrema destra italiana ritro-
veranno i loro mentori a Madrid per altre avventure non
meno sanguinarie.


 

VII
La sinfonia madrilena

 

La rivoluzione dei garofani vieta Lisbona agli uomini di
Aginter. È naturale, quindi, che durante l'estate del 1974
la centrale sovversiva ripieghi su Madrid. In quella terra
di Spagna dove il franchismo continua a offrire, da qua-
rant'anni, un rifugio e un punto di ripiego agli attivisti
d'estrema destra cui altrove si dà la caccia, essa raggiunge
ultra di tutte le nazionalità arrivati a ondate. All'ombra
del generalissimo si è infatti formato, progressivamente,
un raggruppamento di forze di estrema destra in cui
l'esperienza degli uni arricchisce quella degli altri sino al-
la costituzione di un'«orchestra nera» capace, dalla sua
base madrilena, di organizzare interventi un po' ovunque
nel mondo.

Il primo cospicuo arrivo di esuli fascisti a Madrid risale
alla fine del secondo conflitto mondiale. Mentre la maggior
parte dei grandi criminali di guerra prende la strada del
Sudamerica e del Medio Oriente, altri scelgono di rifugiar-
si in Spagna e Portogallo. All'inizio degli anni Cinquanta si
ritrovano così a Madrid uomini come il colonnello delle ss
Otto Skorzeny, il capo del movimento rexista belga Leon
Degrelle e il capo della Guardia di ferro romena Horia Si-
ma. Quanto ai fascisti francesi, preferiscono il Portogallo di
Antonio Salazar, dove la loro influenza è stata sempre mol-
to forte. Una decina d'anni dopo, con la fine della guerra
d'Algeria e la partenza per l'esilio di molti gas, la penisola
iberica accoglie una seconda ondata di esuli, ma è soprat-


176 Piazza Fontana

 

tutto a partire dal 1970 che gli attivisti dell'estrema destra
internazionale si radunano in Spagna.

Sono i neofascisti italiani della strategia della tensione a
formare il primo contingente. Nel marzo 1971 arriva a
Madrid il principe Borghese, seguito poco dopo dal suo
braccio destro Stefano Delle Ghiaie. Poi, nella misura in
cui l'inchiesta dei magistrati italiani fa passi avanti, si ri-
fugiano in Spagna tutti gli attivisti implicati nei complotti
dei dieci anni precedenti: Marco Pozzan, sotto accusa per
gli attentati di Milano; il miliardario neofascista Gianni
Nardi, allora accusato dell'assassinio del commissario Ca-
labresi; i dirigenti di Ordine Nuovo Clemente Graziani,
Salvatore Francia, Giancarlo Rognoni ed Elio Massagran-
de, perseguiti per i cruenti attentati della Rosa dei venti o
per quello di Brescia; l'ingegnere atomico Eliodoro Pomar,
successore del principe Borghese alla testa del Fronte na-
zionale, sotto accusa per il complotto di Ognissanti;1 Fla-
vio Campo, luogotenente di Delle Chiaie, ecc.

In più di un centinaio trovano asilo a Barcellona, dove,
da una decina d'anni, opera un gruppo di collegamento e
mutua assistenza del fascismo europeo diretto da Alberto
Royuela, segretario generale della Hermandad della Guar-
dia de Franco, e Luis Garcia Rodriguez, ex segretario pro-
vinciale dell'Azione falangista e agente del controspionag-
gio spagnolo.

Questa «organizzazione» usa come copertura un'im-
presa di materiale elettrico di proprietà di Royuela con se-
de in calle Villaroel 25 e quattro società di import-export
dirette da Garcia Rodriguez, società specializzate nel traf-
fico d'armi e utilizzate spesso come canali di finanzia-
mento dai principali gruppi terroristici d'estrema destra
europei.

Nel luglio 1974 il giudice Luciano Violante emette un
mandato d'arresto contro Garcia Rodriguez per «cospira-
zione politica, associazione sovversiva e traffico d'armi».
Qualche settimana prima, nel corso di una perquisizione
nei locali di Europreement, una società di import-export

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La sinfonia madrilena         177

 

intestata a Salvatore Francia, il magistrato torinese ha sco-
perto documenti attestanti che Garcia Rodriguez ha forni-
to armi a un gruppo di neofascisti italiani che progettano,
per il mese di ottobre, un colpo di stato (il complotto di
Ognissanti). Proseguendo nelle sue indagini, Violante sco-
pre dei legami tra i golpisti e Aginter: negli archivi di un
leader del movimento Avanguardia nazionale coinvolto
nel progetto di colpo di stato, Fausto Fabruzzi, viene tro-
vato infatti un assegno di mille dollari tratto su una filiale
spagnola del Banco de Panama e firmato Yves Guillou,
cioè Guérin Sérac. Infine, sempre nel quadro del medesi-
mo tentativo di golpe, un'altra perquisizione, questa volta
negli uffici di un'impresa di import-export di Modena, la
MGM, permette al giudice Violante di scoprire un colossale
traffico d'armi internazionale dove è in programma una
vendita a paesi africani per un valore di un miliardo e
mezzo di dollari.

Stando a un protocollo trovato nelle casseforti della
mgm (iniziali, sembra, di «Materiale da guerra di Mode-
na»), parte di tale transazione, il dieci per cento circa, è
destinata a un gruppo d'estrema destra italiano ricostitui-
tosi attorno all'ex Fronte nazionale del principe Borghese.
L'inchiesta su questo traffico d'armi, affidata per motivi di
competenza territoriale al tribunale di Roma, verrà archi-
viata qualche mese dopo...

Intanto, nella primavera del 1974, con la «rivoluzione
dei garofani» e la caduta dei colonnelli greci, la Spagna
conosce un nuovo arrivo in massa. Migliaia di estremisti
che vivevano ad Atene e Lisbona ripiegano precipitosa-
mente verso il paese iberico: militari portoghesi, agenti
della pide, spie oas di Aginter, ecc. È così che Delle Chiaie
ritrova il suo complice delle bombe di Milano: Yves Gué-
rin Sérac.

«Delle Chiaie» racconta Vinciguerra «rivestiva un ruolo
preminente nell'attività internazionale del gruppo, anche
in forza dei suoi rapporti personali con Guérin Sérac di-
mostrati dal fatto che dopo la fuga di Sérac dal Portogallo


178 Piazza Fontana

 

fummo proprio noi ad ospitarlo nel nostro appartamento
di Madrid, segno questo di rapporto privilegiato e fidu-
ciario.»2

«Guido Giannettini» scrive Salvini «ha aggiunto un'al-
tra circostanza di estremo interesse. Ha infatti riferito di
aver appreso in carcere, a Catanzaro, da Marco Pozzan
che Delle Chiaie e lo stesso Pozzan, tra la fine del 1973 e il
1975, durante la loro latitanza in Spagna, si erano recati
insieme ad un appuntamento con Guérin Sérac e, essen-
do giunti in ritardo, erano stati aspramente rimproverati
da quest'ultimo, comportamento giustificato dalla posi-
zione sovraordinata di Sérac rispetto a Delle Chiaie
(16.7.1993, ff. 3-4). Tale pur modesto avvenimento confer-
ma da un lato l'effettività della catena di comando riferita
nell'appunto del s.i.d. del 16.12.1969 (e quindi la funzione
direttiva di Guérin Sérac rispetto ad un "fiduciario" na-
zionale come Stefano Delle Chiaie) e d'altro lato la conti-
nuità e la circolarità dei rapporti, anche all'estero, fra co-
loro che avevano ideato o erano coinvolti nella "strategia
della tensione" in funzione anticomunista. È anche la
prova della sostanziale unità di intenti delle due organiz-
zazioni italiane coinvolte nella strategia degli attentati e
referenti in Italia di Guérin Sérac, posto che Stefano Delle
Chiaie era all'epoca il capo di Avanguardia Nazionale,
mentre Marco Pozzan era militante della cellula di Pado-
va legata a Ordine Nuovo.»3

Ma Barcellona era anche il feudo delle forze democrati-
che spagnole, all'inizio del 1975 la colonia fascista italiana
decide perciò di lasciarla per Madrid, più sicura. Nella ca-
pitale spagnola, dove continuano a godere della protezio-
ne degli ultra della Falange, gli italiani mettono in piedi
una serie di imprese commerciali che assicurano loro una
copertura e, nello stesso tempo, una relativa autonomia fi-
nanziaria. Delle Chiaie e i suoi uomini aprono in succes-
sione una pizzeria, l'Appuntamiento (che verrà chiusa al-
la fine dell'estate del 1976 per una controversia tra Delle
Ghiaie e i suoi camerati), un'agenzia di viaggi, la Transal-

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La sinfonia madritena         179

 

pina II, in plaza de Espana, e una società di import-export
di pesce, l'Enesia, in Munez de Balboa 37.

Nell'estate del 1975 arrivano nuovi rinforzi scelti:
un'equipe di killer argentini della triplice A (Alleanza an-
ticomunista argentina) al seguito, nel suo secondo esilio
madrileno, dell'ex mimistro del Benessere sociale di Juan
Perón e poi di sua moglie Isabel, Lopez Rega, accusato a
Buenos Aires di sottrazione di fondi dello stato. Questo ex
poliziotto, astrologo mezzo matto divenuto in Argentina,
alla morte di Perón, l'uomo forte del governo, porta con
sé in Spagna tutto il suo stato maggiore parapoliziesco: il
colonnello Navarro, i commissari Juan Ramon Morales e
Rodolfo Almiron, gli ufficiali Edwin Farquharson e José
Vicente Labia, ecc.

Almiron e Morales sono gli assassini del dirigente della
sinistra peronista Rodolfo Ortega Pena. Espulsi dalle for-
ze dell'ordine nel 1973 a causa dei loro legami con la ma-
lavita, questi due killer erano stati reintegrati nella polizia
di Buenos Aires su richiesta di Lopez Rega e destinati, per
decreto presidenziale di «Isabelita» Perón, «alla realizza-
zione di azioni al servizio del ministero del Benessere so-
ciale», base operativa della sinistra triplice A.

Una simile riserva di attivisti e professionisti del terrori-
smo non poteva restare a lungo inattiva. Ben presto questi
uomini d'azione mettono a frutto i loro talenti al servizio
dei Guerrilleros de Cristo Rey, campioni della repressione
antibasca.

L'organizzazione dei Guerrilleros de Cristo Rey viene
creata nel 1968 per iniziativa di Mariano Sanchez Covisa,
ex membro della divisone Azul (le SS spagnole) molto le-
gato agli ambienti integralisti spagnoli e sudamericani.
Nella sua fondazione un uomo gioca un ruolo occulto: tra
i fascisti di Madrid è cresciuto all'epoca sotto lo pseudo-
nimo di «Ranzir», e in Spagna, dalla fine degli anni Ses-
santa, sotto diverse identità, tra cui quella di Vicario Sera-
to. Si tratta di un integalista argentino che è stato a lungo
in Messico il braccio destro di Raimundo Guerrero in seno


180 Piazza Fontana

 

all'organizzazione Tecos, nota anche sotto il nome di Le-
giones de Cristo Rey.

Dopo essersi specializzati in aggressioni contro gli stu-
denti progressisti nelle università, gli uomini di Sanchez
Covisa divengono rapidamente, a partire dal 1970, le trup-
pe d'assalto cui il governo affida, nella massima discrezio-
ne, la lotta contro i movimenti di liberazione baschi. Insie-
me agli attivisti dell'orchestra nera e a ex commandos
Delta dell'OAS, i Guerrilleros de Cristo Rey formano il gros-
so dei commandos anti-ETA che, con l'alta protezione di
certi servizi di polizia, danno la caccia ai separatisti fin sul
territorio francese. Possono agire tanto più impunemente
in quanto l'organizzazione conta nelle sue file un buon nu-
mero di guardie civili e agenti della DGS, l'ex polizia politi-
ca del regime di Salazar.

Nel 1975-1976 la polizia francese arresterà, nel sudovest
e nella regione basca, diversi attivisti francesi e stranieri
dei commandos anti-ETA.

«Numerosi testimoni...» spiega Salvini «hanno fatto ri-
ferimento ad operazioni "sporche", affidate al gruppo di
Delle Chiaie ed anche a Pierluigi Concutelli,4 consistenti
nell'eliminazione di esponenti dell'ETA basca o in opera-
zioni più sofisticate e "mimetizzate" per le quali era stata
messa a frutto l'esperienza italiana. Talvolta ad esempio
veniva eseguito il rapimento e l'uccisione di un ostaggio,
spesso un imprenditore, con modalità tali da far ricadere
sull'ETA o altri gruppi di opposizione l'apparente respon-
sabilità dell'operazione,5 In particolare Augusto Cauchi6
aveva confidato a Gaetano Orlando7 di aver preso parte,
nel 1975, ad una "vigliaccheria", effettuando, con altri,
nei Paesi Baschi, il rapimento di un industriale che era
stato poi ucciso e gettato in una scarpata. Il rapimento era
stato eseguito prelevando la vittima con la stessa Fiat blu
con la quale era stato operato il sequestro di Gaetano Or-
lando a Madrid e si frettava di un'azione appunto "mi-
metizzata" in quanto, essendo la vittima un imprenditore
che non aveva voluto pagare il "contributo volontario" in

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La sinfonia madrilena         181

 

favore dei nazionalisti baschi, il sequestro e l'uccisione
dell'ostaggio erano stati attribuiti ad un commando
dell'ETA.8 Purtroppo l'incompletezza dei dati, pur conver-
genti megli elementi essenziali, forniti dai testimoni su ta-
li operazioni "coperte" e la scarsa collaborazione prestata
dalle autorità spagnole nonostante varie richieste di roga-
toria avanzate dall'autorità giudiziaria italiana, non han-
no mai reso possibile individuare con precisione gli epi-
sodi cui hanno partecipato gli italiani fra i molti episodi,
simili fra loro, avvenuti in Spagna nella prima metà degli
anni '70.»'

Rifugiatosi a Madrid dopo l'attentato di Peteano, Vin-
cenzo Vinciguerra testimonia: «Personalmente non ho
mai partecipato alle azioni di questo gruppo anti-ETA per-
ché Delle Chiaie non riteneva che io dovessi impegnarmi
sul piano operativo. Prima del mio rientro in Italia, fui
però io, come responsabile di Avanguardia Nazionale in
Spagna, a ricevere da Mariano Sanchez Covisa gli scheda-
ri con foto segnaletiche ed informazioni relative ai rifugia-
ti dell'ETA in Francia e fui anch'io a ricevere un mitra M10
che doveva essere usato in queste operazioni. L'origine di
questo materiale era dei Servizi Speciali Spagnoli. Questa
campagna non fu solo condotta da italiani, ma anche da
francesi».10

Tra le attività «coperte» svolte all'estero dal gruppo di
Madrid, Vinciguerra cita un'azione condotta nel paese ba-
sco francese in cui trovò la morte proprio un italiano: «Ciò
avvenne alla fine del 1975, io non vi partecipai, ma seppi
che un gruppetto di camerati avevano fatto un agguato a
un dirigente dell'E.T.A., uccidendolo, ma questi prima di
morire aveva reagito sparando a sua volta e ferendo in
modo gravissimo l'italiano, questi, prima che il gruppo
potesse rientrare in Spagna, era morto e, a quanto mi fu
detto, fu abbandonato in un fiume al fine di non lasciare
tracce. Episodi del genere giustificano la necessità da par-
te dei Governi e dei Servizi di Sicurezza di qualsiasi Paese
di impiegare in operazioni "coperte" persone che non


182 Piazza Fontana

 

possono essere ricollegate agli stessi governi in modo tale
da neutralizzare gli effetti negativi politici e diplomatici
che azioni tese ad eliminare fisicamente avversar!, come
in questo caso, produrrebbero nell'opinione pubblica na-
zionale».11

Ma, anche con qualche puntata al di là dei Pirenei, il terri-
torio spagnolo è troppo piccolo per l'attivismo del gruppo
costituitosi a Madrid. Sollecitata da Guérin Sérac, l'Orche-
stra nera estenderà ben presto le sue attività e, mettendo a
profitto i rapporti di Aginter con i vari servizi segreti occi-
dentali, offrirà i propri talenti ai regimi amici. Per esempio,
il Cile del generale Pinochet. La dina (Dirección de inteli-
gencia nacional, la polizia segreta cilena) ha stabilito dal
1974 la sua stazione operativa per l'Europa a Madrid, dove,
dopo il colpo di stato dell'11 settembre 1973, si sono rifugia-
ti più di quindicimila cileni. È più che naturale, perciò, che
le spie di Pinochet si rivolgano agli attivisti della capitale
spagnola per chiederne l'aiuto nelle loro operazioni contro
i dissidenti in esilio. La collaborazione è agevolata dai con-
tatti già esistenti tra l'estrema destra cilena e Stefano Delle
Chiaie, che qualche mese prima della morte del principe
Borghese s'era recato con quest'ultimo a Santiago. I due
erano andati a reclamare, sotto la copertura di una società
di import-export, armi e denaro ma, sebbene fossero stati
personalmente ricevuti dal generale Pinochet, il viaggio
non era andato a buon fine.

Tra le operazioni che la dina commissiona all'Orchestra
nera c'è, per esempio, l'attentato del 6 ottobre 1975, quan-
do il leader della sinistra democristiana cilena Bernardo
Leighton e sua moglie vengono colpiti, in una via di Ro-
ma, da alcune raffiche di mitra. Sopravvivranno entram-
bi, ma Anna Leighton resterà paralizzata. Realizzato da
uomini di Delle Chiaie, che qualche giorno prima è a Ro-
ma, l'attentato era stato organizzato al più alto livello dal
colonnello Pedro Ewing, capo delle operazioni esterne
della dina, e dal suo assistente, Luis Bournes Cerda.12

Oltre che alla dina di Pinochet, il gruppo di Madrid

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La sinfonia madrilena         183

 

vende il suo aiuto alla savac, i servizi segreti e la polizia
politica dello scià di Persia e al regime razzista di Ian
Smith in Rhodesia. Esperti nel terrorismo urbano come
negli interventi nel Terzo mondo, e armati di un solido
taccuino di indirizzi, Guérin Sérac e gli uomini dell'Or-
chestra nera si costituiscono rapidamente in un vero e
proprio servizio «azione» della destra internazionale. In
mancanza di una mente unica, il neofascismo ha ora un
braccio armato che servirà, senza distinzione, i governi
reazionari, i movimenti controrivoluzionari, i servizi spe-
ciali o gli interessi delle multinazionali. Per questi merce-
nari della reazione, i primi nemici da abbattere sono i mi-
litari portoghesi che cercano di liquidare il salazarismo.
Contro di loro lottano dapprima in Portogallo, poi nelle
Azzorre e, infine, in Africa. Ma gli ex oas dell'Orchestra
hanno un altro nemico giurato: il governo algerino, che,
con l'aiuto dello sdece, cercano di destabilizzare. Poi, il
progressivo isolamento dei regimi bianchi dell'Africa au-
strale offrirà a questi difensori dell'Occidente sovrano bel-
le occasioni per dar prova dei loro talenti. Infine, c'è l'Eu-
ropa, dove la rivoluzione dei garofani, la caduta dei
colonnelli greci e la morte di Franco, segnando la fine del
tradizionale fascismo di stato, risuonano come altrettanti
segnali d'allarme alle orecchie dei partigiani della destra
più radicale, spingendoli a dimenticare le loro differenze
per preparare l'avvenire. E l'Orchestra nera si rivela, an-
che qui, uno strumento scelto.


VIII

Al servizio della cia:
alla riconquista del Portogallo

 

Salamanca, Spagna, 15 febbraio 1975. Sono da poco passa-
te le due del pomeriggio. In un lussuoso ristorante, sei uo-
mini discutono attorno a un tavolo senza prestare atten-
zione alla coppia di giovani sposi in viaggio di nozze che
pranza a qualche metro di distanza. La donna ha in mano
una piccola macchina fotografica. I sei appartengono
all'ELF, l'Esercito di liberazione del Portogallo, organizza-
zione fino ad allora sconosciuta.

Un mese più tardi, nella notte tra il 23 e il 24 marzo, il
colonnello Eurico Corvacho, capo di stato maggiore della
regione di Porto, ne rivela l'esistenza nel corso di una con-
ferenza stampa. Parlando a nome del consiglio della rivo-
luzione, spiega che quell'organizzazione, implicata nel
tentativo di colpo di stato del generale Spinola dell'11
marzo precedente, si proponeva di «liberare il Portogallo
dal marxismo praticando l'assassinio politico, il terrori-
smo selettivo, il sabotaggio e l'azione psicologica».

Eurico Corvacho mette a disposizione della stampa an-
che numerosi documenti interni sui commandos dell'ELP e
una fotografia del suo stato maggiore scattata a Salaman-
ca nel ristorante Las Torres. I due giovani sposi erano in
realtà agenti del servizio informazioni del Movimento
delle forze armate. «Eravamo venuti a conoscenza della
riunione di Salamanca» rivelerà qualche mese dopo un
ufficiale dell'SDCI «grazie a ufficiali spagnoli dell'Unione
militare democratica con i quali avevamo preso dei con-
tatti. Abbiamo così potuto fare in gran parte luce sull'ELP e

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al servizio della cia: alla riconquista del Portogallo         185

 

controllare molte altre riunioni del suo stato maggiore, te-
nutesi a Verin (Spagna), all'hotel delle Due Nazioni. Que-
sto ci ha permesso di sventare un complotto a Porto,
l'operazione Robin Hood, e arrestare una trentina di per-
sone, ma i capi dell'operazione, due stranieri, all'ultimo
momento ci sono sfuggiti.»1

Nel corso della conferenza stampa, il colonnello Corva-
cho rivela le operazioni spettacolari che i membri del
complotto contavano di mettere in atto per generare nel
paese un clima di insicurezza. Sabotaggio dell'economia,
creazione artificiale di conflitti di lavoro, esecuzioni di
esponenti di spicco della sinistra, rapimenti dì ufficiali del
Movimento delle forze armate, di ambasciatori... e persi-
ne interferenze, con immagini della Madonna di Fatima,
nei discorsi trasmessi alla televisione del primo ministro
Vasco Goncalves e del presidente della Repubblica Costa
Gomes.

Secondo Corvacho l’elp, che dispone di fondi cospicui,
utilizza come copertura, in Portogallo e nei paesi africani
ancora sotto amministrazione portoghese, due imprese
commerciali con sede in Spagna: la Sociedad Mariano La-
na Villacampa (apartado 1134 e 16, calle Augusto Figuera,
Madrid), fondata nel 1962 e di proprietà di Mariano San-
chez Covisa, capo dei Guerrilleros de Cristo Rey; e la Te-
chnomotor (calle Fleming 51, Madrid), fondata nel 1973,
un'impresa che si occupa ufficialmente di macchine agri-
cole...

Quest'ultima società guarda caso, è di proprietà della
Banca de Avila, il cui principale azionista è il duca Herzog
von Valencia, noto per avere ospitato e protetto Otto Skor-
zeny e il principe Borghese.

Corvacho rivela anche i nomi fittizi dei due responsabi-
li dell'ELP che hanno peso il volo: un certo Morgan, pre-
sentato come il «direttore del programma», e un certo Joa-
quin, detto Castor, titolare del passaporto guatemalteco n.
33100 rilasciato il 4 ottobre 1973 dal consolato del Guate-
mala a Montreal a none di Hugh Castor Franklin. Secon-


186 Piazza Fontana

 

do Corvacho, questi diue uomini sono «specialisti in de-
stabilizzazione e in attivismo armato, avendo già operato
in Guatemala, in Perù e in Cile durante il colpo di Stato
contro Allende».

La foto dello stato maggiore dell'ELP mostrata alla stam-
pa permette ad alcuni giornalisti di identificarne i compo-
nenti: Morgan non è altri che Guérin Sérac, ex direttore di
Aginter-Presse; Castor è Jay S. Sablosky, detto Salby, uno
dei suoi principali luogotenenti. Gli altri cinque parteci-
panti alla riunione di Salamanca sono portoghesi: Azere-
do, Joào Pinto, Vieira de Carvalho, José Rebordao e Este-
ves Pinto, noti personaggi dell'estrema destra politica e
militare.

La presenza di Guérin Sérac nell'ELP la dice lunga sulla
natura dell'organizzazione scoperta a Porto e sui suoi
obiettivi. In due anni e mezzo, essa realizzerà diverse cen-
tinaia di attentati, di cui alcuni estremamente sanguinosi.

Le tecniche impiegate dall'ELP sono riconoscibili: incari-
cato della sezione «azione psicologica», Guérin Sérac ha
ricalcato i metodi dell'OAS, del 5° ufficio dell'esercito fran-
cese e, è ovvio, di Aginter. I documenti sequestrati a Porto
presso le persone arrestate all'indomani del tentativo di
colpo di stato di Spinola dell'11 marzo, in particolare il
«Manuale di istruzione generale», portano chiaramente il
marchio di Guérin Sérac. Il tipo di discorso, le tecniche
d'organizzazione, di copertura, d'infiltrazione, persine i
codici utilizzati, sono identici a quelli del manuale interno
di Aginter.

La struttura organizzativa è classica. l'elp è diviso in
cinque sezioni specializzate: politica, informazione, sicu-
rezza, azione psicologica e logistica. I militanti, distribuiti
in cellule di sette persene al massimo, devono, spiega il
Manuale d'istruzione generale, «avere solide coperture,
agire secondo precise regole di fede, entusiasmo, sacrifi-
cio, disciplina e gerarchia ... e comunicare tutte le infor-
mazioni ai loro superiori servendosi di codici».

Questi codici, copiati da quelli del manuale di Aginter,

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al servizio della cia: alla riconquista del Portogallo         187

 

non mostrano una grande originalità: un carro armato,
per esempio, è un «camion Fiat», un aereo un «camion
Mercedes», un'operazione una «vendita», ecc. I nomi di
città sono scambiati, e così le cifre: Madrid diventa Estorii,
1 diventa 2, ecc. l'elp ha un debole per l'infiltrazione: gli
agenti, si spiega nei suoi documenti, devono infiltrarsi,
per prenderne il controllo, nell'esercito portoghese e nei
partiti d'opposizione ma anche, per «intossicarli», nel
Partito socialista e tra i maoisti dell'MRPP, il Movimento
per la riorganizzazione del partito del proletariato.

Tali tecniche verranno applicate con la massima effica-
cia nel nord del Portogallo nell'estate del 1975. l'elp si
specializzerà nella trasformazione delle manifestazioni di
sostegno alla Chiesa in scontri con la sinistra e il Movi-
mento delle forze armate, facendo propri gli slogan dei
«maoisti» dell'MRPP: «Né fascismo né socialfascismo!» (da
intendere come: né fascismo né Partito comunista e Movi-
mento delle Forze armate). Questa strategia della tensione
alla portoghese avrà notevole successo e permetterà la de-
stabilizzazione del governo Goncalves.

Un'altra operazione di guerra psicologica condotta
dall'ELP nell'estate del 1975 consisterà in una campagna
per scatenare incendi nei boschi del nord e dell'est del
paese: un piccolo aereo AT 6 (n. 985 F) sgancerà in modo
sistematico sulle foreste bombe al fosforo.

Ufficiosamente i'elp viene fondato all'indomani del 28
settembre 1974, data del primo fallito tentativo di colpo di
stato del generale Spinola, da ufficiali di estrema destra e
da un gruppo di industriali2 in collegamento con il Partito
liberale e il Partito del progresso, formazioni implicate nel
tentativo di golpe.3 Alla fine di settembre del 1974 avrebbe-
ro dovuto aver luogo due colpi di stato simultanei, a Lisbo-
na e in Angola. A Luanda il Partito di unità angolano
(upa),4 unico partito «bianco» e alleato a elementi dell'UNI-
TA5 e a unità delle truppe d'occupazione portoghesi con-
trollate dagli spinolisti, avrebbe dovuto eliminare l'ammi-
raglio Rosa Coutinho e i'mpla di Agostinho Neto. A questo


188 Piazza Fontana

 

scopo i'upa s'era rivolto alle «Oche selvatiche», un gruppo
di mercenari sudafricani comandati da Mike Hoare, detto
«il Matto», la cui «scuola» era stata la secessione katanghe-
se con Ciombe. Ma Hoare aveva chiesto ai coloni portoghe-
si mezzo milione di dollari. Poiché i'upa non era riuscito a
mettere insieme la somma e il colpo di stato di Spinola a Li-
sbona era fallito, il progetto angolano era stato all'ultimo
momento abbandonato. Dopo lo scacco in Angola, diversi
ufficiali, cui s'erano uniti ex agenti della pide-dgs, riparati
nel paese africano all'indomani del 25 aprile, erano rientra-
ti clandestinamente in Portogallo e, a Lisbona, avevano
preso contatto con gli organizzatori della manifestazione
della «maggioranza silenziosa» che avrebbe dovuto dare il
segnale del colpo di stato del generale Spinola.

Nasce così, all'inizio del mese di ottobre, l'Esercito di li-
berazione del Portogallo, che troverà ben presto l'appog-
gio finanziario degli industriali fuggiti da Lisbona dopo il
25 aprile e il 28 settembre.

A questo scopo si tiene a Parigi, alla fine del mese, una
riunione. Una riunione discreta: i partecipanti portoghesi
arrivano in aereo da Porto via Londra... e alloggiano
ognuno in un albergo diverso nel quartiere dell'Opera.
Tra di essi vi sono, secondo la rivista americana «Counter-
spy», il finanziere Marcel Bulhosa (Banca Franco-porto-
ghese), l'industriale Manuel Vinhas (proprietario in An-
gola delle birrerie cuca), il mercante d'armi Zoio e
l'avvocato Martins Soares.6

Una seconda riunione dei dirigenti dell'ELP si svolge,
sempre a Parigi, qualche settimana dopo. Questa volta è
presente anche l'ex direttore di Aginter-Presse, Guérin Sé-
rac, tornato in Francia al termine di un periodo trascorso,
dopo il colpo di stato democratico portoghese del 25 apri-
le 1974, in America latina.7

È in questa riunione che a Guérin Sérac vengono affida-
ti la «direzione tecnica» e i programmi d'azione psicologi-
ca dell'ELP.

Nel gennaio 1975, in grandi proprietà fondiarie situate

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al servizio della a cia: alla riconquista del Portogallo         189

 

in Spagna lungo la frontiera con il Portogallo, vengono or-
ganizzati i primi campi d'addestramento. In aprile la
stampa portoghese segnala che il «Caballero» Samuel Lu-
pi, allevatore di tori celebre in Portogallo, proprietario di
un latifondo nella regione di Olivenza, sta cercando di ac-
quistare per cifre considerevoli alcune vaste proprietà che
si trovano, guarda caso, da una parte e dall'altra della
frontiera. La stampa portoghese accusa formalmente Lupi
e un altro allevatore di tori da combattimento, il marchese
Domeq, di ospitare sulle loro terre i campi d'addestra-
mento dell'ELP.8 Viene rivelata inoltre la presenza a Ba-
dajoz, città dell'Estremadura a sei chilometri dal confine,
di un'emittente mobile, nascosta in un camion per il tra-
sporto di cavalli, utilizzata dall'ELP per le sue trasmissioni
di propaganda in direzione del Portogallo. Interrotte per
qualche mese, esse riprenderanno nel settembre 1975: le
radio pirata dell'ELP trasmetteranno di notte sulla lun-
ghezza d'onda della BBC. Incaricato di curare l'addestra-
mento dei primi commandos è una vecchia gloria merce-
naria, il belga Jean Schramme. Ex colono in Congo e già
capo dei mercenari bianchi in Katanga, Schramme s'era
stabilito prima in Angola e poi, dopo il crollo nel 1967 del-
la sua repubblica di Bukavu, in Portogallo.9 Proprietario
di un allevamento di polli nella regione di Viseu, dopo il
25 aprile s'era rifugiato in Spagna.10

I commandos dell'ELP danno inizio alle loro operazioni
in Portogallo nel gennaio 1975 (ma la sigla farà la sua
comparsa ufficiale solo a fine marzo, dopo la scoperta
dell'organizzazione da parte delle autorità di Porto).

«Il nostro compito prioritario dev'essere il reclutamen-
to» dichiarano i documenti dell'«Esercito» sequestrati a
Porto. «Occorre cercare tra gli amici, i colleghi di lavoro, i
familiari ... ma si devono contattare individui politica-
mente sicuri.» Com'è naturale, si recluta tra gli ex membri
delle organizzazioni fasciste dell'epoca salazarista, gli ex
agenti della fide e, a partire dall'estate 1975, ovviamente
tra i retornados, i rimpatriati dalle ex colonie portoghesi.


190 Piazza Fontana

 

I pieds noirs d'Angola rappresentano un terreno di col-
tura ideale per un'impresa che ha molti punti in comune
con i'oas. All'estero, specie in Spagna, i'elp arruola uomi-
ni tra gli esuli portoghesi fuggiti dopo la «rivoluzione dei
garofani» del 25 aprile e i contraccolpi del 28 settembre
1974 e dell'll marzo 1975 (un'emigrazione che, nell'ago-
sto 1975, viene valutata in oltre 80.000 persone). Si recluta
anche a mezzo stampa. Nell'estate del 1975 i giornali por-
toghesi pubblicano inserzioni di questo tenore: «Per rea-
lizzare alti guadagni. Offriamo la possibilità di guadagna-
re 15.000 scudi al mese. Scrivere urgentemente: "Crociata
verde internazionale", apt 12105, Barcellona, Spagna».

«Siamo stati ben presto incuriositi da questi annunci»
racconta un ufficiale dell'SDCI. «Prese delle informazioni,
risultò che la "Crociata verde internazionale" s'occupava
di coltivazione di funghi. Cosa che abbiamo trovato anco-
ra più strana. Un'indagine ci ha permesso di verificare
che si trattava in realtà di un ufficio di reclutamento
dell'ELP. La copertura era un po' grossolana. Che bisogno
c'era di reclutare uomini in Portogallo a un salario tanto
elevato per coltivare funghi?...»

Quindicimila scudi equivalgono nell'agosto 1975 in
Portogallo allo stipendio di un ministro. In un paese in cui
crisi, disoccupazione e miseria sono ancora pane quoti-
diano, una simile somma incoraggia le peggiori vocazio-
ni... L'ELP apre perciò un'agenzia di reclutamento anche a
Madrid.

L'organizzazione conta nei suoi ranghi numerosi mer-
cenari. Oltre agli ex
OAS di Aginter, le danno man forte
molti spagnoli delle organizzazioni ultrafasciste. Sanchez
Covisa e i suoi Guerrilleros de Cristo Rey le offrono un
aiuto prezioso assicurandole la copertura di società fitti-
zie e organizzando per suo conto un ufficio di recluta-
mento nel Sudovest della Francia, presso Perpignan. È qui
che l'Esercito di liberazione del Portogallo tiene nell'apri-
le 1975 la sua prima conferenza stampa. Dall'inizio
dell'anno può contare st una vera e propria mobilitazione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al servizio della cia: alla riconquista del Portogallo         191

 

generale del fascismo internazionale, paragonabile a quel-
la suscitata a suo tempo dall'OAS. Da Spagna, Francia, Ita-
lia, Sudafrica, Brasile e Stati Uniti affluiscono verso il Por-
togallo e le colonie portoghesi denaro, armi e uomini.

Se, a partire dalla primavera del 1975, la reazione por-
toghese e internazionale sembra, almeno in via provviso-
ria, accettare l'abbandono della Guinea-Bissau e del Mo-
zambico (due paesi in cui i movimenti di liberazione non
hanno concorrenti e sono largamente sostenuti dalla po-
polazione), in Angola, invece, appoggiandosi a due mo-
vimenti di liberazione, i'unita e i'fnla, la destra porto-
ghese, con l'aiuto della cia e dei servizi segreti francesi, si
batterà sino alla fine per conservare il controllo politico
ed economico del paese. Nella speranza, con la liquida-
zione dell'MPLA e la presa del potere da parte di uomini
come Holden Roberto o Jonas Sawimbi, di creare una si-
tuazione di tipo neocoloniale.11

È molto difficile, in tali condizioni, separare la situazio-
ne portoghese da quella angolana. l'elp opererà in Ango-
la nell'ambito dell'FNLA, e tanti mercenari reclutati inizial-
mente per combattere in Africa saranno utilizzati invece
per azioni terroristiche in Portogallo.

Dopo il tentativo di colpo di stato dell'll marzo e nono-
stante gli arresti di Porto, i'elp conosce un rapido svilup-
po. Ne ingrossano le file numerosi ufficiali implicati nel
golpe di Spinola, e attorno a questo «esercito» si raccolgo-
no tutte le forze di estrema destra; tanto che, in pochi me-
si, l'organizzazione passa dagli ottocento uomini armati
del marzo 1975 agli oltre duemila del luglio successivo.
Ad assumerne la guida sono due ufficiali spinolisti, il ca-
pitano Alpoim Calvao e il tenente colonnello Santos e Ca-
stro.

Nato in Angola, Alpoim Calvao era considerato
nell'esercito coloniale portoghese uno dei migliori specia-
listi iella controguerriglia. In Mozambico aveva parteci-
pato alla formazione dei Flechas.12

Quanto al tenente colonnello Santos e Castro, si tratta


192  Piazza Fontana

 

di un ex capo dei commandos dell'esercito portoghese in
Angola. Spinolista, nell'ottobre 1974, dopo il mancato col-
po di stato angolano, lascia l'Africa e si stabilisce in Spa-
gna, dove, nella regione di Vigo, forma alcuni comman-
dos che saranno in seguito integrati nell'ELP. Per diversi
mesi si divide tra Spagna, Sudafrica e Angola, dove è di-
venuto consigliere militare di Holden Roberto. All'inizio
dell'estate del 1975 buona parte delle truppe dell'ELP si
unisce sotto i suoi ordini a quelle dell'FNLA per combattere
i'mpla e le truppe cubane. Santos e Castro resterà il princi-
pale consigliere di Holden Roberto sino alla disfatta
dell'FNLA. Nel gennaio 1976, quando le forze di quest'ulti-
mo sono in difficoltà per l'intervento cubano, tenterà in-
vano di costituire in Spagna un nuovo corpo di spedizio-
ne: non riuscirà a reclutare che 47 ufficiali spinolisti che
raggiungeranno il quartier generale di Holden Roberto in
Zaire troppo tardi.13

«In merito posso dire» racconta Vinciguerra «che c'era
un legame fra Guérin Sérac e gli elementi dell'UMTA tanto-
ché Jonas Sawimbi ed altri suoi collaboratori fecero visita
all'appartamento di Madrid vicino al Manzanarre nel pe-
riodo in cui io ero rientrato in Italia. Tale visita mi fu rife-
rita da diversi militanti italiani fra cui Maurizio Giorgi.
Tra la fine del 1975 e la prima parte del 1976, facendo pre-
sente che ormai ho qualche difficoltà a essere preciso sulle
date a causa del tempo trascorso, Concutelli, Delle Chiaie
ed altri italiani si recarono a Luanda appoggiandosi ap-
punto all'UNITA ed anche alle Autorità di governo dello
Zaire. Ricordo che dovettero abbandonare Luanda nel
momento in cui le truppe cubane stavano avendo il so-
pravvento facendo il loro ingresso in città. Nessuno mi ha
mai parlato di italiani coinvolti direttamente in combatti-
menti. Non fu una lunga permanenza e questo intervento
venne facilitato dalla d sponibilità finanziaria che prove-
niva da una operazione di autofinanziamento avvenuta in
Italia. Parte di questo denaro doveva servire per il nolo di
alcune navi sulle quali imbarcare materie prime in Angola

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al servizio della cia: alla riconquista del Portogallo         193

 

per poi rivenderle a Paesi terzi, operazione commerciale
che fallì. Non so se per la partenza degli italiani verso
l'Angola siano stati utilizzati punti di riferimento in Sviz-
zera. È tuttavia possibile; in quanto Guérin Sérac aveva
p untii di appoggio in Svizzera di carattere logistico.»14

Se nelle colonie portoghesi i'elp subisce una cocente
sconfitta, nella madrepatria, in compenso, la sua situazio-
ne resta eccellente. La crisi politica dell'estate 1975, aperta
dal Partito socialista di Mario Soares e accelerata dalla ca-
duta del governo del generale Vasco Gonc,alves, gli per-
mette, sotto la direzione del capitano Calvao, di ottenere
importanti successi nel Nord del paese.

Il Portogallo è all'epoca tagliato in due: nel Sud e nella
regione di Lisbona la sinistra è largamente maggioritaria,
mentre il Nord è ricaduto nelle mani della reazione.

L'ostilità della popolazione del Nord nei confronti del
Movimento delle forze armate - le promesse delle squa-
dre di propaganda non si sono tradotte in fatti - favorisce
i commandos dell'ELP. «Calvao circola come vuole nel
nord» riconosce a metà agosto 1975 un ufficiale del quar-
tier generale di Porto. «Nella zona di Braganc,a le compli-
cità nella popolazione sono tali che i'elp è praticamente
come un pesce nell'acqua. Se domani Spinola arrivasse a
Braganca, sarebbe accolto da liberatore. l'elp ha avuto
davvero successo nella sua azione psicologica.» E l'uffi-
ciale prosegue raccontando una storia riferita da una
squacra di dinamizzazione culturale: «Dove sono i tuoi
due figli?» chiede uno degli ufficiali del Movimento delle
forze armate a un contadino. «Fanno il servizio militare»
risponde quest'ultimo e, quando gli viene obiettato che
hanno già combattuto in Angola, replica: «Sì, ma stavolta
fanno il loro servizio con il nuovo esercito portoghese,

I'ELP...»

Le riformazioni più interessanti sulla situazione nel
Nord lei Portogallo sul finire dell'estate 1975 saranno for-
nre di un giornalista britannico vicino alla cia nel «Forei-
gn Report» confidenziale della rivista «The Economist».


194 Piazza Fontana

 

«L'indicazione più rivelatrice su chi detiene il potere
nel nord» scrive Robert Moss «è una recente serie di as-
sassinii di dirigenti del PC. Dei leader di gruppi paramili-
tari di destra sono disposti a parlarne con franchezza. Essi
dichiarano che, dopo l'alleanza tra le forze di Alpoim Cal-
vao e quelle di Santos e Castro, sono state date istruzioni
per far cessare questi assassini!, la maggior parte dei quali
sono stati compiuti come rappresaglia dopo attacchi con-
tro dirigenti di destra (vi sono stati due tentativi di assas-
sinio ai danni di un capo-distretto dell'ELP). Determinare
il numero di assassinii è impossibile, ma, secondo infor-
mazioni attendibili, ne sarebbero stati compiuti a volte fi-
no a quattro in una sola notte.»

Nel luglio 1975 l'ELP e le altre organizzazioni militari
d'estrema destra decidono di fondersi con l'opposizione
civile del generale Spinola.

Alla fine di agosto Spinola annuncia la fondazione
dell'MDLP (Movimento democratico per la liberazione del
Portogallo) e la costituzione di un direttorio composto da
Costa Dias, ex ministro di Caetano, dal tenente colonnello
Dias de Lima, uno degli organizzatori della manifestazio-
ne del 28 settembre, da Rapazorte, altro ex ministro di Cae-
tano, dal maggiore Sanchez Osario, ex ministro dell'Infor-
mazione di Spinola, e dai responsabili militari dell'ELP
Alpoim Calvao e Santos e Castro.

La fusione porta a una nuova crescita dell'ELP, che ormai
si confonde con i'mdlp, di cui è il braccio armato. E l'afflui-
re nella madrepatria dei retornados nei mesi precedenti la
dichiarazione d'indipendenza dell'Angola, dell'11 novem-
bre 1975, fornisce all'organizzazione nuove truppe. Sono
diverse centinaia di migliaia di persone a far ritorno in Por-
togallo, e molti hanno conservato le proprie armi... Alla fi-
ne dell'autunno del 1975 «Foreign Report» stima le forze
dell'ELP pari a 6000 uomini.

Gli americani erano stati colti di sorpresa dalla «rivolu-
zione dei garofani», di cui non avevano afferrato il signifi-

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al servizio della c/a- alla riconquista del Portogallo          195

 

cato profondo: i servizi d'informazione della loro amba-
sciata a Lisbona erano rimasti muti sul processo rivolu-
zionairio in corso da parecchi mesi.15

La presenza di Spinola alla guida dello stato li aveva
provvisoriamente rassicurati. Ma in luglio, quando divie-
ne priimo ministro il colonnello Vasco Goncalves, vicino ai
comunisti, i rapporti tra il Movimento delle forze armate
e il generale Spinola si deteriorano, e gli Stati Uniti abban-
donano la posizione attendista. L'ambasciatore degli Stati
Uniti, Stuart Nash Scott, giudicato da Kissinger troppo
molle, viene liquidato e sostituito a metà gennaio da
Frank Charles Carlucci.

Davanti a un governo militare portoghese che scivola
verso l'estrema sinistra, l'unica soluzione accettabile per
Washington diviene il ritorno al potere del generale Spi-
nola... Agli strateghi del Dipartimento di stato si offrono
tre opzioni: la destabilizzazione, come quella provocata in
Cile ai danni del governo di Salvador Allende; l'isolamen-
to economico, tattica utilizzata contro Cuba; o una tradi-
zionale politica di pressioni diplomatiche.

Henry Kissinger, come i fatti dimostreranno, sceglie la
prima linea. Incaricato di metterla in atto è Frank Charles
Carlucci, divenuto esperto in tecniche di destabilizzazio-
ne lavorando all'ufficio politico dell'ambasciata usa in
Brasile. Carlucci ha intessuto solidi rapporti negli am-
bienti della destra brasiliana; è molto legato, in particola-
re, all' ex governatore Carlos Lacerda, istigatore del colpo
di stato militare contro il governo democratico di Joào
Goulart, e anche al generale Spinola... Lacerda sarà fra
l'altre accusato di essere coinvolto nel colpo di stato
dell'11 marzo... Carlucci chiama subito attorno a sé gli
uomini della cia  che hanno operato in Brasile tra il 1962 e
il 1963. 16

In aiuto dei servizi segreti americani vengono anche i
loro omologhi brasiliani: nell'inverno 1975 arrivano a Li-
sbona accompagnati da Celso Telles, ex direttore del Di-
partinento ordine pubblico e sociale (dops), la polizia po-


196 Piazza Fontana

 

litica brasiliana, più di ottanta agenti del Servizio nazio-
nale d'informazione (sni), i servizi segreti di Brasilia.

L'appoggio del Brasile alla reazione portoghese prose-
gue fino all'estate 1976 con l'invio sistematico di «volon-
tari anticomunisti» che combatteranno nelle file dell'ELP.

Inoltre, da Miami arriva un centinaio di cubani antica-
strìsti, legati o meno alla cia.

Nonostante tutto, Caducei dichiara al settimanale spa-
gnolo «Cambio 16»: «Non ho alcuna informazione sull'ELP,
non li aiutiamo e non so nulla a loro riguardo».

All'inizio di agosto, però, nella base americana di
Tojerón, in Spagna, l'ambasciatore s'è incontrato con il
generale Spinola. Il contenuto dei loro colloqui è rimasto
un mistero. Carlucci ha dato via libera alla fondazione,
qualche giorno dopo, dell'MDLP? Quel che è certo è che
l'ex generale si lancia subito in un'intensa attività politica
e «diplomatica».

A metà agosto pranza al ristorante Le Provenal di Ma-
drid, gestito da un francese, con Sanchez Covisa.

Due giorni dopo è a Bonn, dove incontra il banchiere
Otto Abs e Franz Josef Strauss, leader della csu (Christli-
ch-Soziale Union) bavarese.

All'inizio di settembre arriva a Parigi dove, con la bene-
dizione del governo francese, si sistema al venticinquesi-
mo piano dell'hotel Sheraton. In una settimana riceverà,
con discrezione, uomini politici, finanzieri, agenti segreti
e trafficanti d'armi. Un documento dell'SDCI rivela che in-
contra, in particolare: il miliardario mozambicano Jorge
Jardim; il banchiere Champalimaud; il rappresentante
dell'unita nella capitale francese N'Zau; Dias de Lima; il
dirigente del cds Freitas do Amarai; il dirigente del Parti-
to socialista portoghese Manuel Allegre; il trafficante d'ar-
mi belga Cèsar Dauwe; un rappresentante dell'azienda te-
desca Merex; un rappresentante della società mgm; e il
colonnello Lageneste, ufìciale dello sdece. Spinola viene
inoltre ricevuto nella sua abitazione dal capo della cia a
Parigi Eugen Burgstaller.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al servizio della cia: alla riconquista del Portogallo         197

 

Poi, sul finire di settembre, si reca a Losanna per incon-
trarsi con John MacCone, ex direttore della cia passato a di-
rigere la tristemente celebre itt (l'International Telephone
and Telegraph, multinazionale implicata nel golpe cileno
contro Allende). Secondo la rivista americana «Counter-
spy», questa tournée europea avrebbe fruttato all'ELP-MDLP
contributi per diverse centinaia di migliaia di dollari da
parte di numerose multinazionali (tra cui 300.000 dollari
dall'ITT), contributi che sarebbero venuti ad aggiungersi al-
le molteplici sovvenzioni brasiliane raccolte dall'associa-
zione Viva Portugal e dalle banche Pinto Magalhes e Socie-
dade Financiera.

Il processo di restaurazione avviato dalla destra mode-
rata non tempererà l'aggressività dell'estrema destra por-
toghese. I suoi commandos riprendono brutalmente l'of-
fensiva all'inizio di gennaio del 1976 moltiplicando gli
attentati (quasi un centinaio in meno di un mese). Nel
frattempo in Angola i'mpla, aiutato dal corpo di spedizio-
ne cubano, riporta una vittoria decisiva sull'UNITA e
sull'FNLA, i due movimenti di liberazione filoccidentali, e,
in febbraio, i due battaglioni dell'ELP inviati qualche mese
prima in Africa a combattere al fianco di Holden Roberto
vengono rimpatriati in Spagna e Portogallo.

I rinforzi saranno di stimolo ai dirigenti dell'ELP, che la
svolta a destra del nuovo governo di Eanes non ha reso
meno battaglieri. Così, all'inizio di aprile si viene a sapere
che i'elp-mdlp controlla una decina di migliaia di uomini
pronti a intervenire in caso di vittoria della sinistra alle
elezioni legislative del 25 aprile. L'iniziativa del generale
Spinola verrà prematuramente bloccata dalle rivelazioni
del giornalista tedesco Gunther Walraff.

In giugno la vittoria alle elezioni presidenziali del can-
didato della destra, il capo di stato maggiore dell'esercito
generale Ramalho Eanes, suscita una crisi in seno all'ELP-
mdlp. I suoi dirigenti spinolisti hanno invitato a votare
per Eanes, e la vittoria è considerata incoraggiante.


198 Piazza Fontana

 

Ma sull'atteggiamento da prendere di fronte al proces-
so di restaurazione, che così si conferma, i dirigenti
dell'Esercito di liberazione del Portogallo sono divisi. Gli
spinolisti vorrebbero il rallentamento delle attività milita-
ri, e una posizione di attesa davanti allo spostamento a
destra in atto. Al contrario, Alpoim Calvao e gli esponenti
più «duri» dell'ELP ritengono che la politica del nuovo re-
gime apra la strada a un'intensificazione delle azioni del
loro «esercito».

Dando fiducia, sembra, al riformismo autoritario della
coppia Eanes-Soares per eliminare definitivamente quel
che resta della «rivoluzione dei garofani», la destra inter-
nazionale si schiera con i primi.

Non per questo i'elp scompare. Resta una carta possibi-
le in caso di scacco della politica del generale Eanes.

Alpoim Calvao, da parte sua, non rinuncia a battersi.
Nel settembre 1976 ne viene segnalata la presenza a Parigi
dove, tramite un giornalista britannico, compra armi.
All'inizio di ottobre, a Lisbona, scoppiano di nuovo delle
bombe...

Nel 1967 e nel 1973 la base americana di Lages, nelle
Azzorre, era servita da ponte ai giganteschi aerei america-
ni che rifornivano d'armi lo stato ebraico durante i due
conflitti arabo-israeliani. Il Portogallo, che amministrava
le Azzorre, era infatti l'unico membro della nato che au-
torizzasse apertamente gli Stati Uniti a utilizzare il pro-
prio territorio per operazioni non concernenti in modo di-
retto la difesa dell'Alleanza atlantica. Tale autorizzazione
era contenuta in una clausola segreta del contratto di affit-
to della base aeronavale.

Questo contratto giunse a scadenza il 6 febbraio 1974 e
il 25 aprile, al momento della rivoluzione dei garofani,
non era ancora stato rinnovato. Caetano, resosi conto
dell'importanza strategica della base di Lages, trascinava
i negoziati da mesi. In cambio del rinnovo del contratto,
esigeva un cospicuo prestito e grosse forniture militari.17

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al servizio della cia: alla riconquista del Portogallo         199

 

Per i nuovi dirigenti portoghesi, passato l'intermezzo
«moderato» del generale Spinola, il problema non si pone
più tanto in termini eeconomici quanto in termini politici.
Se il rinnovo non è um problema, Lisbona non vuole più
sentir parlare della clausola segreta. Il generale Vasco
Gonqalves, capo del governo, lo fa cortesemente ma fer-
mamente sapere al governo americano.

Tuttavia per Washimgton l'interesse principale delle Az-
zorre sta proprio nel loro costituire una base autonoma
per gli indispensabili jscali tecnici degli aerei militari sulla
rotta, oltre che del Medio Oriente, del continente africano,
e in particolare dell'Africa australe, come aveva appena
dimostrato il complotto angolano.

Nell'autunno 1975, infatti, la cia s'era servita della base
di Lages per una portaerei e tre cacciatorpediniere. La
portaerei Independence venne posta in stato d'allerta per-
manente con a bordo quattro-cinquemila uomini e novan-
ta Phantom. Gli aerei erano pronti a decollare in qualun-
que momento per effettuare voli d'appoggio tattico e
bombardamenti in Angola. Secondo un testimone ocula-
re, l'Independence, che si trovava ancora alle Azzorre a fine
dicembre, salpò per le coste angolane all'inizio di gennaio
accompagnata dall'incrociatore Boston. L'Independence, uf-
ficialmente disarmata dal novembre 1973, era stata recu-
perata dalla cia per le sue operazioni clandestine.18

Non passa molto tempo da quando Vasco Gongalves
rende nota la sua posizione agli Stati Uniti, che compare
per la prima volta un Fronte di liberazione delle Azzorre
(fla), d'ispirazione reazionaria, che rivendica l'indipen-
denza dell'arcipelago dal Portogallo. Ben presto diverrà
chiaro che, facendo leva su un sentimento autonomista
autentico, il Fronte serve essenzialmente gli interessi ame-
ricani. Per Washington infatti, un governo insulare di fre-
sca costituzione sarebbe un interlocutore ben più docile e
«comprensivo», per il rinnovo del contratto, delle autorità
rivoluzionarie di Lisbona.

l'fla - documenti scoperti negli Stati Uniti rivelano co-


200 Piazza Fontana

 

me si sia costituito e sviluppato - offre, al suo livello ri-
stretto, un buon esempio dei servizi che l'Orchestra nera
poteva rendere, «con discrezione», a una grande potenza
e a qualche multinazionale.

L'uomo chiave della sua creazione, Jean-Paul Blétière, è
- coincidenza! - il cugino di uno dei principali luogote-
nenti di Guérin Sérac, Jean-Denis Ringeard de La Blétière.
È più che naturale che Guérin Sérac gli affidi il compito di
organizzare le operazioni e di equipaggiare il movimento.

Jean-Paul Blétière (nome in codice «Poyo») vive all'epo-
ca nell'arcipelago, dove, stando alle sue stesse dichiara-
zioni, è una sorta di rappresentante occulto della NATO e il
consigliere del generale Aitino Magalhaes, capo della re-
gione militare delle Azzorre e acceso spinolista.19

All'indomani del fallito putsch del generale Spinola
dell'I 1 marzo 1975, invia negli Stati Uniti l'ex consigliere
di Salazar José Almeida, che i dirigenti dell'FLA vedrebbe-
ro volentieri presidente del futuro stato azzorreno. La sua
missione è di stringere rapporti con rappresentanti
dell'amministrazione americana e personalità della de-
stra conservatrice, e sviluppare una rete di sostegno
all'FLA in seno alla ricca comunità di americani originari
dell'arcipelago.

Al suo arrivo negli Stati Uniti, Almeida viene accolto da
un industriale di Richmond (Virginia), Ronald R. Gillies,
dirigente di una potente associazione di destra che riuni-
sce industriali, uomini politici, militari e funzionari dei
servizi di informazione, l'American Security Council. In-
contra inoltre Victor Fedday, assistente del senatore più
reazionario del congresso americano, Storm Thurmond,
ed Ernest Ladeira, vicedirettore dell'Office of Economie
Opportunities, un organismo federale per lo sviluppo del-
le piccole imprese. Con il loro aiuto, riunisce un gruppo di
azzorreni che formeranro in seguito il «Comitato azzorre-
no 75» (di lotta per l'indipendenza) e un «governo provvi-
sorio clandestino delle Azzorre».

Nel corso di un secondo viaggio negli Stati Uniti di José

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al servizio della cia: alla riconquista del Portogallo         201

 

Almeida, accompagnato questa volta dal vice di Guérin
Sérac, la cia, tramite Victor Fedday, offre agli uomini delle
Azzorre tre milioni di dollari e alcuni contatti in Florida
per acquistare armi.

Durante questo viaggio, secondo la testimonianza di
americani originari dell'arcipelago, non solo Jean-Denis
Ringeard de La Blétière sembra dare ordini ad Almeida,
ma recluta anche dei mercenari per mandarli in Europa a
seguire un addestramento militare e preparare, con l'ELP,
un'invasione del Portogallo e l'insurrezione nelle Azzor-
re. «Jean-Denis» ha portato con sé importante materiale di
propaganda in francese e, in America, si occupa di assicu-
rare all'FLA, attraverso Aginter, forniture militari autono-
me. In una lettera a José Almeida scrive: «A titolo indicati-
vo, tengo a precisarti che avevamo ottenuto del materiale
gratuito per 350 elementi, più qualche cassa di granate e
altri ordigni utili alla vostra causa...».20 Orchestrate da
«Jean-Denis» con l'aiuto di agenti operativi di Aginter, a
partire dal giugno 1975 le attività dell'FLA aumentano
d'intensità: vengono compiuti numerosi attentati con
bombe, specie contro la sezione del Partito socialista delle
Azzorre. Parallelamente, violente manifestazioni costrin-
gono il governatore civile dell'arcipelago a rassegnare le
dimissioni. Gli subentra il generale Magalhaes, che ha
avuto numerosi incontri con Jean-Paul Blétière e José Al-
meida prima del viaggio di quest'ultimo negli Stati Uniti.
Il nuovo governatore minaccia, se a Lisbona resterà al po-
tere la sinistra, di proclamare la secessione. Per ottenere il
consenso di certi governi a tale prospettiva «Jean-Denis»
attiva i contatti all'estero della sua organizzazione. Una
sua lettera al cugino Jean-Paul («Poyo») è particolarmente
istruttiva sui rapporti internazionali dei due uomini e di
Aginter. Parlando della possibilità di un rapido riconosci-
mento di uro stato azzorreno, «Jean-Denis» scrive: «D'al-
tra parte, su un piano politico internazionale, hai il rico-
noscimento immediato, in settantadue ore massimo, di
Guatemala-Costa Rica-Gabon-Kuwait, poi, in otto giorni,


202 Piazza Fontana

 

di Brasile, Spagna, Africa del Sud, Cile, Svizzera, Maroc-
co, in un mese di Francia, Germania, Belgio, Italia più di-
versi paesi dell'America del sud e dell'Africa, infine in
due mesi degli usa e di diversi paesi asiatici...».

Ma i'fla non avrà che un'esistenza effimera. Per gli Sta-
ti Uniti diviene inutile con l'ascesa al potere in Portogallo,
dopo il colpo di stato del 25 novembre 1975, di un gover-
no moderato e atlantista. Inoltre, una frazione importante
del «Comitato 75» vede con inquietudine i rapporti di Al-
meida con estremisti fascisti (i Blétière), e si stacca da lui.

Tuttavia, all'inizio di settembre del 1975 si tiene a Parigi,
all'hotel Rafaél, una riunione rivelatrice. Insieme agli indi-
pendentisti delle Azzorre, ad Almeida, a «Jean-Denis», a
Jacques Bonomo (detto «Jack il Ragno») e a Victor Fedday,
vi partecipano i rappresentanti di alcune grandi aziende
americane e un esponente della mafia italoamericana. L'of-
ferta di tre milioni di dollari per comprare armi viene rin-
novata; in cambio si chiede il controllo economico delle
isole, e in particolare delle banche e dei casinò (il che spiega
la presenza della mafia). Gli azzorreni rifiutano. Il generale
Spinola, anch'egli a Parigi, offre allora all'FLA una fornitura
gratuita di armi a condizione di poter utilizzare le Azzorre
come base di un «governo libero del Portogallo». Nono-
stante lo scacco, l'estrema destra dell'arcipelago non ab-
bandona la partita. Un comunicato pubblicato alle Azzorre
il 2 giugno 1976 annuncia la nascita di un nuovo organi-
smo, il Movimento per la difesa dell'Occidente libero, che
si presenta come «un'organizzazione di combattenti fasci-
sti integrata in diverse organizzazioni anticomuniste por-
toghesi e straniere». A quest'epoca si viene a sapere inoltre
che durante l'inverno José Almeida ha compiuto un viag-
gio in Corsica. Viaggio insignificante, se la Corsica non fos-
se divenuta da qualche anno uno dei centri dell'Orchestra
nera e uno dei suoi luoghi di riunione privilegiati.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IX

Al servizio della cia e dello sdece:
alla riconquista dell'Algeria

 

Il 4 marzo 1976 la Corte di Sicurezza di Algeri condanna a
morte un cittadino algerino residente all'estero, Moha-
med Medjeber, un francese, André-Noèl Cherid, e un cit-
tadino americano, Jay Salby, colpevoli di «attentato alla si-
curezza dello Stato e a beni materiali militari e civili».

I tre facevano parte di un commando arrestato all'inizio
dell'anno in seguito a un attentato contro il quotidiano
governativo «Ei Moudjahid». Secondo le autorità algeri-
ne, agli arresti aveva contribuito il fatto che i servizi di si-
curezza «conoscevano i piani elaborati per eseguire atti
violenti in Algeria» e «avevano preso tutte le disposizioni
per controllare i criminali inviati dall'estero».1

Le autorità di Algeri implicano fin dal primo momento
nell'attentato i servizi segreti francesi, che vengono accu-
sati anche di manipolare e finanziare l'opposizione algeri-
na d'estrema destra organizzata nel soa (Soldat de l'oppo-
sition algérienne), diretto da Mouloud Kaouane.

Una nota indirizzata dal ministero degli Esteri algerino
a Parigi qualche settimana dopo l'attentato denuncia in-
fatti «la responsabilità dei servizi francesi» e attira «solen-
nemente l'attenzione del governo francese sulle gravi
conseguenze che potrebbero derivare da questi maneggi
... dei servizi speciali francesi» miranti a destabilizzare il
regime politico di Algeri.2

La nota sottolinea che l'attentato a «El Moudjahid»
rientra nel quadro di un piano concertato di provocazioni


204 Piazza Fontana

 

e attentati messo in atto da due anni contro i cittadini e i
beni algerini in Francia e all'estero.

Rileva inoltre che diversi di questi attentati sono stati
rivendicati dal soa e da Mouloud Kaouane, il quale
«avrebbe organizzato nel Midi francese, secondo le sue
stesse dichiarazioni pubbliche, campi d'addestramento
specializzati nell'azione sovversiva e nel sabotaggio senza
essere in alcun momento e in alcun modo molestato dai
servizi francesi competenti».

Mouloud Kaouane, cabilo cristiano di nazionalità fran-
cese, è noto alle autorità algerine da molti anni come
agente dello sdece. Il capo del soa lavora infatti per i ser-
vizi francesi dal 1959, anno in cui viene incaricato di infil-
trarsi nella federazione di Francia dell'FNL. Smascherato
dopo qualche mese e condannato a morte dal Fronte,
sfugge per un pelo a un attentato.

Nel 1965, tre anni dopo l'indipendenza, torna in Alge-
ria su richiesta del direttore tecnico dello sdece, colonnel-
lo Fourcaud, per organizzare un movimento di opposizio-
ne. Viene arrestato poco dopo l'arrivo. Rilasciato dopo
qualche anno, si rifugia a Lisbona, dove è accolto da Gué-
rin Sérac e da Aginter.

Nell'ottobre del 1973 fonda il SOA,3 anagramma di OAS,
di cui in effetti non è che un succedaneo. Dietro Kaouane
si ritrovano infatti dei nostalgici dell'Algeria francese co-
me Joseph Ortiz, animatore delle barricate d'Algeri, ed
Eugene Ibanez, capo del movimento Justice pied-noir.

Riprendendo i buoni vecchi metodi di Aginter-Presse,
anch'essi ereditati dall'OAS, l'organizzazione non tarderà
a farsi conoscere. Un cruento attentato contro il consolato
algerino a Marsiglia provoca, il 14 dicembre 1973, cinque
morti e ventitré feriti.

Nel 1975 il SOA moltiplica gli attentati. Il 3 febbraio tocca
agli uffici di Air Algerie a Lione; nella notte tra il 26 e il 27
luglio, ai locali dell' Amfcale des Algériens en Europe a Pa-
rigi, Bordeaux e Lione; il 18 agosto, tre attentati prendono
di mira le ambasciate d'Algeria a Roma, Londra e Bonn.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al servizio della cia e dello sdece: alla riconquista dell'Algeria         205

 

«In merito agli attentati» racconta Vinciguerra «posso
dire che vennero organizzati in comune da italiani, fran-
cesi e algerini. Alcuni di questi, precisamente a Parigi, in
Germania e in Italia, vennero eseguiti materialmente da
italiani. Per quanto riguarda l'attentato a Parigi intendo
riferirmi a un apporto logistico e non all'esecuzione mate-
riale in senso proprio. Io fui il coordinatore e l'organizza-
tore di questi tre episodi in accordo con Ives Guérin Sérac
che all'epoca stava in Spagna. Io mi recai a Parigi appunto
allo scopo di organizzare questi episodi che servivano a
colpire o meglio a dare un segnale di rivolta contro il go-
verno algerino. La sigla s.o.a., anagramma di o.a.s., sotto-
lineava l'unione fra vecchi combattenti francesi, appunto
dell'o.A.s., e combattenti algerini del f.l.n. che si erano ri-
trovati uniti nella lotta contro il governo algerino accusato
di essere al servizio del comunismo sovietico. L'attentato
di Roma fu, come ho detto, compiuto materialmente da
italiani, come anche quello in Germania, però, l'ordigno
che fu usato in Germania era stato fornito dai francesi e
venne trasportato in macchina, nascosto in una ruota di
scorta fino al luogo dell'obiettivo; l'ordigno deposto da-
vanti all'Ambasciata in Germania non esplose. I nomi dei
partecipanti mi sono noti ma non intendo specificarli.»4

Il congegno deposto dinanzi all'ambasciata algerina di
Bonn era estremamente sofisticato. Avendo curato la par-
te organizzativa e di coordinamento dell'episodio, Vinci-
guerra sa che «fu portato dalla Francia in Svizzera, dove
fu caricato su un'autovettura che proveniva dall'Italia e
diretta in Germania». Ricorda inoltre che Guérin Sérac «si
rammaricò molto che questo ordigno fosse stato deposto
ma che non esplose».5

E a ragione, perché «l'esplosivo utilizzato per l'attenta-
to in danno dell'ambasciata algerina di Bonn del 18.8.1975
è risultato essere "C4"» spiega Salvini,6 cioè un esplosivo
di cui disponevano all'epoca solo i militari nato.

«In merito all'utilizzazione di "C4" per l'attentato di
Bonn» aggiunge Vinciguerra «posso dire che per la prima


206 Piazza Fontana

 

volta si ha la prova dell'intervento in una campagna di sa-
botaggio di carattere politico delle strutture segrete
dell'Alleanza Atlantica.»7

A Londra lo Special Branch, la polizia politica inglese,
identifica sulla sacca che conteneva la bomba un'impron-
ta digitale di un agente della cia, John Jay Salby.

«Mi sembra» dichiara Vinciguerra «che l'attribuibilità
al Salby dell'episodio di Londra si inquadri correttamente
nel quadro che ho delineato, anche perché Salby era il
braccio operativo di Guérin Sérac.

«Io non avevo preso parte all'organizzazione dell'epi-
sodio di Londra, ma mi sono ricordato che uno o due
giorni dopo i vari episodi, e in particolare dopo il falli-
mento di quello di Bonn, ebbi la conversazione cui ho già
fatto cenno con Guérin Sérac che lamentava in modo
molto acceso il fallimento dell'attentato di Bonn attri-
buendolo] alla scarsa determinazione dei "soliti italiani"
dei quali parlava con una certa veemenza. Io allora gli ri-
sposi [che] se era vero quello che lamentava per l'episo-
dio di Bonn, poteva essere successo altrettanto nell'episo-
dio di Londra. Guérin Sérac allora mi rispose che ciò non
era assolutamente possibile perché a Londra era andato
Castor e lui rispondeva di Castor come di se stesso. Quin-
di a Londra, secondo Guérin Sérac, non poteva essersi
trattato che di un guasto tecnico imprevedibile. Non mi
ricordo se appresi dell'episodio di Londra dalla stampa o
da Guérin Sérac in quell'occasione. Sta di fatto che mi ri-
cordo comunque che l'episodio era collegato, evidente-
mente seguito da un altro sottogruppo diverso dal mio in
un'ottica di compartimentazione.»8

Qualche tempo dopo, il soa fa nuovamente parlare di
sé: nella notte tra il 13 e il 14 settembre viene compiuto un
attentato alla sede di Strasburgo dell'Amicale des Algé-
riens en Europe e il 4 novembre al consolato d'Algeria a
Nizza. Infine, la notte di San Silvestre, è preso di mira ad
Algeri «El Moudjahid».

Il capo del commando arrestato in questa occasione,

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al servizio della cia e dello sdece: alla riconquista dell'Algeria         207

 

Mohamed Merdjeber, detentore di un passaporto francese
a nome Claude Pascal Rousseaux, confessa di lavorare
per i servizi segreti francesi, e coinvolge nella vicenda nu-
merosi personaggi di primo piano dell'ex OAS, in partico-
lare Joseph Ortiz.

«Sono stato» reclutato» racconta «da un certo Jacques
Benet, ufficiale dello sdece che lavora sotto la copertura
del commissariato al Piano, piace de la Madeleine. Mi so-
no stati proposti 3.000 franchi al mese, più le spese, per la-
vorare per i servizi speciali... Poi, per il tramite di un gior-
nalista del "Quotidien de Paris" e di un ex deputato di
Costantina, sono stato messo in contatto anche con un alto
funzionario del ministero dell'Interno, un certo Orlic ... è
allora che ho fatto conoscenza a Telone di Mouloud
Kaouane, capo del soa, e in Spagna di un certo Jean Lau-
rent, che m'ha fatto seguire uno stage sull'uso degli esplo-
sivi. Nel settembre del 1975 Jacques Benet m'ha mandato
a Tolone, dove sono stato preso in carico da Joseph Ortiz
... Qualche giorno dopo ho partecipato a una riunione alla
presenza di Ortiz, Kaouane, Eugene Ibanez e tre ufficiali
dello SDECE, il colonnello Roger, il comandante Bout e
Rene Rousseaux ... Nel corso di questa riunione mi è stato
fatto sapere che mille mercenari erano pronti a sbarcare in
Algeria per compiervi degli attentati e creare dei disordini
... E in novembre che l'operazione di Algeri è stata decisa
... e all'inizio di dicembre mi sono recato a Madrid, dove
ho ritrovato Jean Laurent e Jay Salby [detto "Bertin"] per
la messa a punto dell'operazione.»9

Ma l'inchiesta dimostrerà soprattutto il ruolo svolto
dall'internazionale nera al fianco dei commandos. «Jean
Laurent non è infatti che uno dei numerosi pseudonimi
dell'ex direttore di Aginter-Presse, Guérin Sérac. L'ex ca-
pitano dell'11°choc ha così ritrovato, dopo una parentesi
di quasi quindici anni, i suoi ex datori di lavoro dello sde-
ce,
al servizio lei quali ha messo la sua organizzazione.
Gli altri due membri del commando di Algeri condannati
a morte appartengono infatti ad Aginter e all'OACI.


208 Piazza Fontana

 

In possesso di passaporti italiani a nome di Ignazio Te-
desco e Aurelio Bertin, i due uomini sono sbarcati nel por-
to di Algeri il 30 dicembre 1975 provenienti, via Palma di
Maiorca, da Madrid. Secondo gli inquirenti, hanno intro-
dotto in Algeria degli esplosivi. Arrestati il 4 gennaio
mentre, a bordo di un ferry, tentavano di riguadagnare
Marsiglia, sono stati riportati ad Algeri, dove non hanno
tardato ad ammettere di essere muniti di documenti falsi.

Nel corso dei primi interrogatori Ignazio Tedesco di-
chiara di chiamarsi Javier Lucumberi Martinez, di essere
nato a Marsiglia nel 1941, avere vissuto per diversi anni
a Bab-el-Oued e abitare ora ad Alicante, in Spagna.
Quanto ad Aurelio Bertin, afferma che il suo vero nome è
Gregorio Villagram Anderson, e di essere nato il 28 lu-
glio 1937 ad Asuncion, in Paraguay. Possiede anche un
passaporto guatemalteco a nome Ricardo Pais Ochoa, na-
to il 28 luglio 1937 in Guatemala. Il suo domicilio è a Ma-
drid, Victor de Sa Sema 26, ha lavorato con «il console
generale del Guatemala a Ottawa, poi s'è occupato
dell'immigrazione negli USA». A proporgli di far parte
del commando è stato a Madrid Jean Laurent, cui è stato
presentato «da un americano, Gilles Maxwell, impiegato
a Madrid in un'agenzia immobiliare diretta da un ex co-
lonnello dell'aviazione americana, Auguste Woltz». Que-
sta agenzia, secondo le autorità algerine, «serve da co-
pertura alla CIA».10

Ma al processo, il 3 e 4 marzo 1976, i due uomini si pre-
senteranno sotto la loro vera identità: Bertin-Villagram co-
me John Jay Salby, e Tedesco, alias Lucumberi-Martìnez,
come Noèl Cherid. Salby non è altri che Jay  S. Sablosky, il
«Castor» dell'Esercito di liberazione del Portogallo, e
l'agente della cia. Quan:o a Noèl Cherid, è un ex membro
del commando Delta di Algeri, mercenario in Biafra. Nel
1968, quando era agli ordini del comandante Faulques, è
rimasto ferito piuttosto gravemente. Non sotto il fuoco,
bensì in un incidente d'auto: scontrandosi con un'ambu-
lanza mentre guidava la sua jeep ubriaco. «L'ho ritrovato

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al servizio della cia e dello sdece: alla riconquista dell'Algeria         209

 

qualche anno dopo in uno squallido bar di Alicante» rac-
conta un ex del Biafra. «Aveva un occhio strambo, senza
dubbio in conseguenza dell'incidente. Voleva ricomincia-
re. "Se sei su un colpo, fammelo sapere" m'ha detto. Cre-
do che in seguito abbia avuto a che fare con una storia di
merda a Tangeri, prima di farsi prendere in trappola ad
Algeri.»11

Nel corso del processo i due uomini confessano di esse-
re gli autori di molti attentati del SOA. Salby ammette di
avere collocato una bomba all'ambasciata d'Algeria a
Londra e di avere fornito a Medjeber degli esplosivi per
l'attentato al consolato di Bordeaux. Infine confessa di
avere preso parte sotto la guida di Jean Laurent, cioè Gué-
rin Sérac, e insieme ai Guerrilleros de Cristo Rey, a diverse
operazioni contro i baschi condotte per conto dei servizi
segreti spagnoli.12

Due mesi prima infatti, nel gennaio del 1976, dalla poli-
zia giudiziaria di Bordeaux è giunta la conferma che un
cittadino paraguayano di nome Villagram Anderson è ri-
cercato dall'agosto 1975. Per andare a mitragliare un
gruppo di rifugiati baschi a Bidache, in Francia, aveva no-
leggiato a Barcellona un camioncino che era stato ritrova-
to presso la frontiera spagnola. Il 15 novembre 1975 Villa-
gram-Saìby aveva passato di nuovo il confine con una
macchina noleggiata in Spagna e, nella notte, aveva collo-
cato una bomba sotto l'automobile di Domingo Iturbe,
detto Txomin, un rifugiato basco.13 Inoltre, il 12 ottobre
1975 John Jay Salby e Noèl Cherid avevano rapinato a Pa-
rigi ur gruppo di rifugiati baschi impadronendosi in par-
ticolare dei loro passaporti.

Nell'aprile 1976 Mouloud Kaouane e Guérin Sérac si ri-
trovaro a Parigi in compagnia del dottor Batica Fereira,
vecchia volpe della destra africana originario della Gui-
nea-Bissau, per fondare 1'Organisation nouvelle de l'Afri-
que libre (onal). Mouloud Kaouane ne viene nominato
presidente e Batica segretario generale.


210 Piazza Fontana

 

L'esistenza di questo movimento, che ha l'ambizione di
riunire tutta la reazione del continente africano, sarà rive-
lata da Agostinho Neto in un'intervista ad «Afrique-
Asie». In essa il presidente angolano denuncia anche il
ruolo svolto da Parigi come centro della sovversione con-
tro i regimi progressisti dell'Africa: «II territorio francese,
e più precisamente la sua capitale, è divenuto il principale
centro dei movimenti sovversivi che si mobilitano contro
diversi paesi africani. Lì si trova una centrale che riunisce
individui reazionari accaniti contro l'Angola, il Congo, la
Guinea, le ex colonie portoghesi...».14

Da rue de Fourcroy 9, nel XVII arrondissement, dove, se-
condo uno dei suoi comunicati, si trova la sua sede, l'ONAL,
alla fine della primavera del 1976, trasferisce i suoi uffici a
Madrid (indirizzo: Carlos Dias, s/C a.o.l.c.p. 45003) e assu-
me il nome di Organisation de l'Afrique libre (oal). Mou-
loud Kaouane, eletto presidente alla riunione costitutiva,
sparisce dall'organigramma, e unico responsabile noto re-
sta Antonio Batica Fereira, segretario generale.

Un comunicato reso pubblico dopo una riunione tenu-
tasi dal 12 al 14 luglio 1976 al confine franco-spagnolo an-
nuncia l'adesione all'OAL di organizzazioni d'opposizione
dei seguenti paesi: Guinea-Bissau e Capo Verde, Mozam-
bico, Congo-Brazzaville, Angola, Guinea-Conakry, Nige-
ria, Benin, Somalia, Etiopia, Guinea equatoriale, ecc. In
breve, di tutti i regimi africani allora progressisti o d'estre-
ma sinistra.

Ai primi di gennaio del 1977 la stampa portoghese rive-
la che Guérin Sérac è divenuto il consigliere militare
dell'OAL15 e accusa l'ex direttore di Aginter-Presse di ser-
vire da intermediario per l'invio in Rhodesia di ufficiali
portoghesi della riserva reclutati a Lisbona sotto la coper-
tura dell'Istituto di assistenza ai rifugiati d'Angola, iarn.
La trama, secondo l'agenzia di stampa latinoamericana
Interpresse Service, passa, via Canarie, per Madrid.

La difesa del regime razzista di Ian Smith è divenuta in-

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al servizio della cia e delUo sdece: alla riconquista dell'Algeria         211

 

fatti una delle nuove crociate dell'Occidente, e quindi del-
la destra internazionale. Una manna per Guérin Sérac e
per gli uomini dell'Orchestra nera, che non potevano
mancare di mettere il loro talento al servizio dei razzisti di
Salisbury. All'inizio dell 1977 Aginter invia perciò in Rho-
desia alcuni dei suoi migliori specialisti, liberati qualche
mese prima dal loro «contratto» nelle Azzorre.

Quindici anni dopo l'avventura dei mercenari bianchi
del Katanga, l'Africa resta il teatro dell'epopea mercena-
ria e il terreno di manovra privilegiato degli attivisti euro-
pei, che ritroviamo a partire dall'estate 1974 in Angola,
Mozambico, Rhodesia, Zaire o ancora in Benin.

Il processo di decolonizzazione avviato dalla «rivolu-
zione dei garofani» ha sconvolto il già instabile equilibrio
politico africano facendo uscire l'Angola e il Mozambico
dall'orbita occidentale. Scoprendo in questo modo i fian-
chi degli ultimi due bastioni bianchi del continente, esso
ha provocato in Rhodesia e in Sudafrica un'esplosione del
nazionalismo nero che il potere «pallido» fa sempre più
fatica a contenere.

La reazione internazionale accusa molto duramente il
colpo di questo arretramento dell'Occidente in Africa.

Ancor prima che l'amministrazione Carter decida, rom-
pendo con la politica dei suoi predecessori, di scommette-
re sull'avvento in Africa australe di governi rappresenta-
tivi della maggioranza nera, il continente torna a essere la
terra d'elezione del mercenariato. Washington, cui dopo
la guerra del Vietnam l'opinione pubblica lega le mani,
non può più intervenire direttamente nei conflitti. Tale si-
tuazione apre un nuovo spazio ai mercenari: essi permet-
tono infatti ai servizi segreti americani di eludere e aggi-
rare le leggi votate dal Congresso per impedire al paese di
lanciarsi in nuove avventure all'estero.

Si vedrà così la cia appoggiare massicciamente un in-
tervento di mercenari al fianco dei movimenti filocciden-

tali UNITA e FNLA.

La maggior parte di questi «cani da guerra» viene re-


212 Piazza Fontana

 

clutata, è naturale, nell'estrema destra internazionale. Ma
mentre prima a dominare il mercato erano gli attivisti
francesi e belgi, questa volta essi devono accontentarsi di
un ruolo di franchi tiratori per cedere il posto agli anglo-
sassoni, e più in particolare agli americani.

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

X

Al servizio del terrore:
la guerra di Spagna

 

Il 20 novembre 1975 la morte di Franco mette in discussio-
ne la terra d'asilo che, per i «fascisti perduti», la Spagna
rappresenta da tre decenni e viene bruscamente a turbare
la serenità in cui vivono gli esuli.

Per evitare che la scomparsa del Caudillo annunci il
crepuscolo del franchismo, l'Orchestra nera di Madrid de-
cide di mobilitare ogni sua energia e di concentrare tutte
le sue attività all'interno della penisola.

Dopo qualche mese di ondeggiamenti, la minaccia si
precisa. Il principe Juan Carlos e il suo gruppo decidono
di allontanare dal potere gli ultra della Falange.

A partire dalla primavera del 1976 questi ultimi, fero-
cemente determinati a ostacolare il timido processo di de-
mocratizzazione, danno il via alla versione spagnola del-
la strategia della tensione. Sapendo rendere omaggio
all'esperienza, ne affidano l'organizzazione agli amici ita-
liani. In marzo si tiene in un grand hotel di Barcellona
una riunione al vertice. Vi partecipano gli ultra del fran-
chismo (Fuerza Nueva di Bias Pinar, i Guerrilleros de Cri-
sto Rey di Sanchez Covisa, il Partito nazionalsocialista
spagnolo, la Guardia de Franco di Garcia Rodriguez e Al-
berto Royuela) e l'Orchestra nera al gran completo (gli ar-
gentini, Agirter gli ex della pide e alcuni esponenti della
colonia fascista italiana).

Tutto questo bel mondo s'incontra di nuovo due mesi
più tardi. Ma, stavolta, «sul campo»: in occasione del ra-
duno che, cone ogni 9 maggio, i carlisti organizzano sulle


214 Piazza Fontana

 

colline di Montejurrai per celebrare i loro caduti nella
guerra civile.

«Montejurra in Navarra» spiega Salvini «è il colle sacro
per il movimento carlista, e cioè i sostenitori degli eredi di
Don Carlos, antico pretendente al trono di Spagna escluso
dal regno dopo le guerre napoleoniche in favore dell'altro
ramo della famiglia dei Borbone. I seguaci del movimento
carlista, presente soprattutto in Navarra, ed attestato ori-
ginariamente su posizioni retrive e conservataci, avevano
combattuto, durante la guerra civile spagnola del 1936/39
a fianco del gen. Francisco Franco e della sua sollevazione
contro la Repubblica democratica. In seguito, a partire
dalla fine degli anni '60, sotto la guida di Carlos Hugo,
erede al trono carlista, il movimento si era progressiva-
mente spostato su posizioni democratiche socialiste, al-
leandosi con le altre forze di opposizione al regime e di-
ventando in Navarra un punto di riferimento nella lotta
contro il franchismo. Per tale ragione Carlos Hugo e la sua
famiglia erano stati esiliati dalla Spagna. Il fratello minore
di Carlos Hugo, l'ex legionario don Sixto, aveva però coa-
gulato intorno a sé un'ala minoritaria dei carlisti, cercan-
do di opporsi a tale evoluzione in senso democratico, al-
leandosi con l'estrema destra e tacciando i seguaci del
fratello di tradimento della causa carlista.»1

Da qualche anno, infatti, la cerimonia del 9 maggio
s'era trasformata in una manifestazione d'opposizione al
franchismo. Malgrado il suo passato al fianco del genera-
lissimo, il Partito carlista, sotto la guida del principe Car-
los Hugo di Borbone-Parma, si pronunciava nella sua
grande maggioranza per «un socialismo federalista plura-
lista e fondato sull'autogestione».

Il 9 maggio 1976 è tutta l'opposizione di sinistra a esse-
re invitata a Montejurra a un grande «appuntamento per
il popolo».

La manifestazione ha inizio verso le 9.40, quando i gio-
vani militanti carlisti cominciano a risalire la collina. Poco
prima della cima, la strida è bloccata da un commando di

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al servizio del terrore: la guerra di Spagna         215

 

duecento uomini guidati da Stefano delle Chiaie. Si tratta
di Guerrilleros de Cristo Rey, di argentini della triplice A,
di ex O:AS di Aginter, di militanti francesi del Parti des for-
ces nouvelles, movimento di estrema destra, e di qualche
esponente della colonia fascista italiana. Armato di basto-
ni, pistole e mitra, il commando, arruolato qualche giorno
prima da Sixto di Borbone-Parma, capo della minoranza
carlista, la fazione filofascista legata ai franchisti, piomba
sui manifestanti e spara sulla folla, uccidendo due giovani
militanti carlisti e ferendone numerosi altri.

La guardia civile lascia passivamente fare: interviene
solo per proteggere la fuga dei provocatori disperdendo i
carlisti di sinistra...

L'operazione era prevista da parecchie settimane. Quin-
dici giorni prima i franchisti s'erano premurati di orche-
strare una furiosa campagna stampa per la riconquista di
Montejurra. Inoltre, il commando poteva contare su com-
plicità ad altissimo livello. Un'inchiesta condotta da grup-
pi di sinistra dimostrerà che l'azione era stata messa a
punto il giorno prima in un ristorante di Estralla, a pochi
chilometri da Montejurra, e che i membri del commando
avevano passato la notte all'Hostaria Irache invitati dal
governatore della Navarra, José Gordoa, uno dei grandi
protettori dell'estrema destra spagnola.

«Centrale, sin dai primi giorni» scrive Salvini «era ap-
parso comunque il ruolo degli italiani giunti in forze da
Madrid ed infatti in alcune fotografie scattate al momento
dell'aggressione e pubblicate in parte anche da settimanali
italiani, erano ben visibili inquadrati nel gruppo paramili-
tare, Stefano Delle Chiaie ed Augusto Cauchi, quest'ulti-
mo con occhiali neri ed il volto semicoperto da un fazzolet-
to. Né Stefano Delle Chiaie né alcun altro italiano erano
stati tuttavia mai perseguiti in Spagna per tale episodio e
qualche mese dopo tutto il gruppo aveva iniziato a trasfe-
rirsi in Cile per mettersi al servizio del regime del gen. Pi-
nochet e della sua Polizia speciale la dina con la quale Ste-
fanc Delle Chiaie aveva già collaborato fornendo a Roma


216 Piazza Fontana

 

nell'ottobre 1975 l'appoggio logistico per il tentativo di
omicidio del senatore democristiano cileno Bernardo Lei-
ghton e di sua moglie.»2

A distanza di molti anni Salvini ha potuto ricostruire il
ruolo ricoperto quel giorno dagli italiani provenienti da
Madrid grazie non solo alle fotografie, ma anche alla testi-
monianza di Gaetano Orlando, «il quale pur rimanendo
nei pressi dell'albergo situato ai piedi del colle, aveva po-
tuto osservare le fasi preparatorie dell'azione e aveva,
nell'immediatezza dei fatti, raccolto numerose notizie sul-
la dinamica degli avvenimenti, dagli stessi italiani, che,
dopo l'interrogatorio cui lo aveva sottoposto Stefano Del-
le Chiaie, lo avevano parzialmente accettato nel loro am-
biente».

«Dal racconto di Gaetano Orlando» prosegue Salvini
«emerge in modo grave ma nello stesso tempo prevedibi-
le la collusione fra gli uomini di Stefano Delle Chiaie e la
Polizia spagnola che in tale occasione aveva direttamente
fornito le armi agli italiani e poi protetto gli aggressori.»3

Gaetano Orlando era giunto da Madrid con la sua auto-
vettura accompagnato dal maggiore De Rosa. «Per quan-
to concerne il mio periodo in Spagna» racconta egli stesso
«ribadisco che l'unica vicenda cui in parte assistetti di
persona fu quella di Montejurra, come ho già accennato al
G.l. di Bologna. La località è a circa 100 chilometri da Ma-
drid, ma io, mentre i fatti accadevano sulla montagna, ri-
masi all'Hotel Montejurra insieme al maggiore De Rosa,
che era latitante per i fatti del golpe Borghese. Lui voleva
andare a vedere, ma io riuscii a trattenerlo. Comunque vi-
di partire le jeep con le armi e il gruppo degli italiani. Le
jeep e le armi erano state consegnate direttamente dalla
Guardia Civil. C'erano almeno dieci o quindici italiani e
fra essi, come è noto, Ciuchi, Cicuttini e alcuni calabresi,
veneti e toscani. Come è noto, c'era anche Stefano Delle
Ghiaie che fu battezzate generale sul campo da Sixto V di
Borbone con la consegni del "bastone" da generale.»4

«Posso aggiungere eie quel giorno fra gli italiani era

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al servizio del terrore: la guerra di Spagna         217

 

presente un Mario, calabrese, di cui non conosco il cogno-
me mai comunque ricordo che era sposato ad una certa
Rosa, italiana e si diceva che facesse parte del gruppo di
fuoco; questo mi consta personalmente anche se non l'ho
visto sparare personalmente; fu uno di quelli a cui vidi
personalmente consegnare le armi dalla Guardia Civil.
C'era poi Mario Ricci il quale in Spagna era chiamato Car-
lo e posso aggiungere che questo Mario Ricci alias Carlo
lo incontrai per caso in seguito ad Assuncion [sic] in Para-
guay. C'era un ufficiale delle forze speciali italiane, cioè
un militare, che aveva coordinato l'intera operazione di
Montejurra con tanto di cartine e di indicazioni in quanto
quel giorno dovevano essere operativi proprio gli italiani,
mentre per gli spagnoli era semplicemente una sfilata.
Questo Ufficiale è tuttora vivente per quanto mi consta.
All'epoca era un Ufficiale della Folgore, e coordinò lo ri-
badisco l'intera operazione sotto il profilo militare; non so
dire se si tratti di persona implicata in processi qui in Ita-
lia. Non mi sento di rivelare l'identità di questo Ufficiale.»
«La consegna delle armi e delle jeep - che erano due -
da parte della Guardia Civil al gruppo operativo, formato
soprattutto da italiani» aggiunge Orlando «avvenne di-
nanzi all'albergo in cui io e il maggiore De Rosa alloggia-
vamo ed io dal mio punto di osservazione nella zona
dell'albergo vidi questo passaggio delle consegne diretta-
mente. Preciso che l'albergo si trova a circa sei o sette chi-
lometri dalla cima della collina. Una serie di fotografie as-
sai più indicative anche di quelle che l'Ufficio mi mostra
furono scattate da un reporter della rivista spagnola Dia-
rio 16 e subito dopo pubblicate. Io ebbi modo di vedere, e
si vede in queste fotografie, la scena della consegna degli
automezzi dalla Guardia Civil agli italiani. In una delle
fotografie si vede parcheggiata davanti all'albergo la mia
macchina targata so 20740 di marca Citroen. Da queste fo-
tografie è possibile riconoscere molti italiani, essendo as-
sai più chiare di quelle che l'Ufficio mi ha mostrato. Posso
sin d'ora dire che vi è o potrebbe esserci l'ufficiale della


218   Piazza Fontana

 

Folgore di cui ho parlato. Un altro italiano che c'era a
Montejurra e di cui non avevo mai parlato sin ora è Piero
Carmassi. Nelle fotografie che l'Ufficio mi ha mostrato di
italiani riconosco bene solo Augusto Cauchi che in una fo-
tografia, ad esempio, si vede con gli occhiali scuri a sini-
stra di una persona non molto giovane con un impermea-
bile chiaro.»5

Vincenzo Vinciguerra non era presente a Montejurra,
ma aveva appreso alcuni particolari dell'operazione da
Stefano Delle Chiaie e dagli altri, particolari che confer-
mano la deposizione di Orlando. Secondo Vinciguerra,
era stata progettata un'azione ancora più grave, che pre-
vedeva di usare contro i manifestanti addirittura una mi-
tragliatrice.

Salvatore Francia, dal canto suo, aveva saputo che il
gruppo di Delle Chiaie si era recato tranquillamente da
Madrid a Montejurra con tanto di macchine con targhe
italiane, sicuro di non avere alcun fastidio da parte della
polizia spagnola.

«Decisiva in quella giornata» scrive Salvini «era stata
quindi la presenza degli italiani inquadrati da Stefano
Delle Chiaie, appoggiati dalla Guardia Civil e fra i quali vi
era l'immancabile presenza di un militare e cioè un Uffi-
ciale della Folgore. Del resto nelle fotografie acquisite in
Spagna tramite la Digos di Milano, sinora mai apparse in
Italia, si nota distintamente, nella fase cruciale dell'ag-
gressione, Augusto Cauchi con un fazzoletto sul volto, co-
prire le spalle ad uno spagnolo seguace di Sixto vestito
con impermeabile chiaro e con il basco. In tale sequenza
di fotografie è ritratto uno dei momenti più drammatici in
quanto lo spagnolo avanza, estrae la pistola e fredda con
alcuni colpi un giovane seguace di Carlos Hugo che si tro-
va pochi passi dinanzi a lui.»

«L'azione del 9.5.1976 a Montejurra» continua Salvini
«è quindi assai indicativa del carattere operativo della
struttura armata costruita a Madrid da Stefano Delle
Chiaie con gli altri fuoriusciti, struttura di servizio pronta

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al servizio del terrore: la guerra di Spagna         219

 

a mettersi a disposizione delle forze di sicurezza spagnole
ancora legate, per molto tempo anche dopo la morte del
generale Franco, alle ideologie ed ai metodi del vecchio
regime che faticava a scomparire. Del resto quella di Mon-
tejurra certamente non è l'unica azione in cui gli uomini
di Stefano Delle Chiaie e Guerin Serac si sono posti al ser-
vizùo degli apparati istituzionali spagnoli.»6

La strategia della tensione prosegue per tutta l'estate,
segnata da numerosi atti di violenza. Ma i duri del fran-
chismo e i loro alleati dell'Orchestra nera hanno ormai
concentrato i propri sforzi in vista del 20 novembre, pri-
mo anniversario della morte del Caudillo. Le organizza-
zioni legali del Bunker, la Guardia de Franco, la Fratellan-
za nazionale dei combattenti e diverse associazioni della
Falange indicono per quel giorno un grande raduno nei
luoghi sacri del franchismo, la Valle de los Caìdos (a 80
chilometri dalla capitale) e la plaza de Oriente a Madrid.
Il piano è semplice: prendere il controllo della manifesta-
zione, trascinarla verso la sede del governo e trasformarla
in protesta contro la politica riformista del gabinetto Sua-
rez. Infine, provocare scontri violenti che permettano di
fare appello all'esercito perché prenda il potere.

Il complotto, che porta il nome in codice di Otono Azul
(Autunno azzurro, colore della Falange), viene ordito nel
mese di ottobre e gode dell'adesione dei militari del
Bunker.

Ma il 20 novembre è un fallimento. I franchisti si aspet-
tavano centinaia di migliaia di manifestanti, come per
l'ultima apparizione del generalissimo il 20 ottobre 1975,
invece non sono che sessantamila. I militari decidono di
non scoprirsi, tanto più che non hanno ancora i «mezzi le-
gali» per compiere un atto di forza. La lacuna viene col-
mata qualche settimana dopo con l'elaborazione, a opera
del comando militare della Catalogna alla vigilia del refe-
rendum stile Cortes, di un piano antisovversivo che pre-
vece l'intervento dell'esercito nella repressione di scioperi
e manifestazioni.


220  Piazza Fontana

 

Secondo informazioni provenienti da fonti militari ca-
talane e riportate da «Le Monde»,7 «questo piano, battez-
zato Cucana ed entrato in vigore il 15 dicembre (il giorno
stesso del referendum), ha l'obiettivo di "appoggiare,
rafforzare e sostituire" le forze dell'ordine nelle loro mis-
sioni. È stato elaborato dal colonnello Luis Martinez Po-
zuelo in collaborazione con due civili, uno dei quali, Al-
berto Royuela, è ritenuto tra i dirigenti dell'estrema destra
di Barcellona. Il "piano Cucana" consiste nel dividere la
capitale in diverse zone verso le quali, in caso di necessità,
verrebbero inviate sezioni di trenta uomini poste ognuna
agli ordini di un tenente. I capitani e i comandanti ne sono
esclusi "per mancanza di fiducia in essi" (sono stati dei
capitani e dei comandanti della guarnigione di Barcellona
a fondare, nel luglio 1974, l'Unione militare democratica).
Il piano può essere innescato nella sua prima fase dal co-
lonnello Martinez Pozuelo, mentre la sua messa in atto
globale dipende dal generale Coloma Gallegos, coman-
dante la regione militare della Catalogna ed ex ministro
dell'Esercito al tempo di Franco. Il piano Cucana non
esclude la partecipazione di certi gruppi di civili ultra».

La collaborazione nella preparazione del «piano Cu-
cana» di un uomo dell'Orchestra nera, Alberto Royuela,
non lascia sussistere alcun dubbio sul suo reale obiettivo.
Sotto la copertura del mantenimento dell'ordine, esso non
è altro che un piano per la conquista del controllo del pae-
se da parte dell'esercito e dei gruppi di estrema destra. Gli
estremisti possiedono ormai uno strumento da colpo di
stato, indispensabile complemento della strategia della
tensione che gli spagnoli vedranno esplodere nel corso
del gennaio 1977.

Il 23 di questo mese, una domenica, una manifestazione
dell'opposizione a favore dell'amnistia viene attaccata dai
Guerrilleros de Cristo Key: Arturo Ruiz, uno studente di
diciannove anni, è uccisa da due pallottole sparate a bru-
ciapelo; un altro studente, rimasto gravemente ferito, mo-
rirà qualche ora dopo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al servizio del terrore: la guerra di Spagna         221

 

La mattina di lunedì 24 il generale Villescusa, presiden-
te del consiglio supremo della giustizia militare, viene ra-
pito dai grapo (Gruppi rivoluzionari del primo ottobre),
movimento che si pretende d'estrema sinistra, ma che tut-
ti sanno, nella capitale spagnola, essere manovrato dagli
ultrà del franchismo. In effetti la facilità con cui i seque-
stratori hanno operato in una Madrid capillarmente sor-
vegliata dalle forze dell'ordine è inquietante.

I grapo sono ufficiosamente ritenuti il braccio armato
del Partito comunista ricostituito (pcr), scissione filocine-
se del Partido Comunista di Santiago Carrillo. Ma molti
osservatori spagnoli pensano che siano «infiltrati dai mili-
tari ultra e da una parte della polizia». La stampa spagno-
la ricorda a questo proposito che il pcr ha fatto parte del
frap (Frente Revolucionario Antifascista y Patriótico).
Ora, in seguito a una scissione intervenuta nella primave-
ra del 1976, i militanti rimasti in Spagna hanno accusato la
direzione del frap a Ginevra d'essere composta da «agen-
ti della CIA».8

Nella tarda mattinata dello stesso 24 gennaio, una ma-
nifestazione di duemila studenti che protestano contro
l'assassìnio, il giorno prima, di Arturo Ruiz viene selvag-
giamente repressa dalla polizia. Una giovane studentessa
muore con la testa fracassata da una bomba lacrimogena.

Il medesimo lunedì alle undici e mezza di sera, in pieno
centro di Madrid, calle d'Atocha 55, due uomini armati di
mitra muniti di silenziatori si presentano in uno studio di
avvocati specializzato nella difesa delle Comisiones obre-
ras e aprono il fuoco: quattro avvocati comunisti (Luis Ja-
vier Benavides, Enrique Vandelvira, Francisco Javier Sau-
quillo e Serafin Holagado) e un sindacalista (Angel
Rodriguez Leal) muoiono sul colpo, mentre altre cinque
persone restano gravemente ferite.

Un raid che avrebbe potuto concludersi con un bilancio
ancora più pesante se una delegazione delle Comisiones
obreras non avesse lasciato lo studio qualche minuto pri-
ma dell'arrivo degli assassini.


222  Piazza Fontana

 

Due ore più tardi, all"una e mezza di notte, la scena si
ripete: questa volta due uomini armati fanno irruzione nei
locali degli avvocati dell'UGT, il sindacato socialista, e spa-
rano diverse raffiche di mitra negli uffici fortunatamente
deserti.

Il referendum del 15 dicembre 1976 sull'abolizione del-
le Cortes ha segnato la disfatta politica della destra fran-
chista, di cui ormai resta intatto solo il potenziale militare
e poliziesco. Gli estremisti vogliono a tutti i costi sfruttare
la tensione generata dalle due giornate di terrore per col-
pire a morte il governo Suarez e impedire lo svolgersi di
libere elezioni, previste per la tarda primavera. Fin dal
mattino di lunedì, prendendo a pretesto il rapimento del
generale Villescusa, alcuni ufficiali di estrema destra or-
chestrano con discrezione l'agitazione nelle caserme di
Madrid. La sera, alla stessa ora in cui, in calle d'Antocha,
gli avvocati comunisti vengono assassinati, duecento uffi-
ciali di estrema destra si riuniscono in una caserma della
periferia della capitale. Qualche giorno prima hanno rice-
vuto un rinforzo di valore: il generale Milan del Boch, uno
dei pilastri del franchismo, è stato nominato al comando
della divisione corazzata Brunete. Punta di diamante
dell'esercito spagnolo, questa unità scelta, che dispone di
carri armati pesanti ed elicotteri da intervento, è il pezzo
forte della regione militare di Madrid.

Ma la sinistra spagnola non cade nella trappola. La ca-
pitale si mantiene calma, il governo Suarez non perde il
controllo della situazione. Il 26 gennaio centomila madri-
leni, organizzati dal Partito comunista e dalle Comisiones
obreras, accompagnano in silenzio i cinque avvocati al ci-
mitero. I militari non hanno ragioni per intervenire.

Questo scacco non frena le manovre sediziose di una
parte dei militari. Nelle primavera del 1977 si tengono
riunioni di ufficiali di estrema destra per mettere a punto
una nuova operazione rrirante a impedire lo svolgimento
delle elezioni indette per il 15 giugno. L'obiettivo non vie-
ne raggiunto, ma sembra che certe unità si tengano pronte

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al servizio del terrore: la guerra di Spagna         223

 

a utilizzare lo stato d'allerta proclamato il giorno delle
elezioni per tentare un atto di forza. Altre riunioni si svol-
gono in. agosto a Barcellona con l'obiettivo, questa volta,
di impedire il reinsediamento del governo autonomo ca-
talano (Generalitat). E, secondo informazioni di fonte
giornaliìStica, alcune unità della regione militare catalana
sono pronte a sfruttare le manifestazioni della Diada, la
festa nazionale della Catalogna, per applicare il piano Cu-
cana.

Il massacro di calle d'Atocha è rivendicato dall'AAAE
(Alleanza apostolica anticomunista spagnola). Questa si-
gla priva di ambiguità, che evoca la triplice A argentina,
non è altro che una delle denominazioni dei Guerrilleros
de Cristo Rey e dei loro amici stranieri. È una coinciden-
za? Sanchez Covisa, il capo dei «guerriglieri», abita al nu-
mero 36 di calle d'Atocha, a qualche metro dal luogo della
strage. Fermato dalla polizia, viene rilasciato nel giro di
ventiquattr'ore, come la maggior parte dei militanti di
estrema destra spagnoli e non (una quindicina di sudame-
ricani e una decina di italiani) arrestati nelle ore successi-
ve alla tragedia.

Ma Sanchez Covisa potrà approfittare di questa libertà
soltanto per qualche settimana. Usando come pretesto la
scoperta di un arsenale, il governo spagnolo si decide infi-
ne a passare all'offensiva contro gli uomini dell'Orchestra
nera.

Il 22 febbraio, infatti, la polizia madrilena individua in
un appartamento di calle Pelaio 29, nel pieno centro della
capitale, una vera e propria fabbrica da guerra clandesti-
na capace di produrre una cinquantina di armi al mese.
Nell'appartamento, affittato da Sanchez Covisa, i poliziot-
ti sequestrano macchinarii e strumenti di precisione in gra-
do di fatbricare armi sofisticate, per esempio mitragliato-
ri e revolver con silenziatori incorporati. E stata un'arma
di questo tipo a falciare, la sera del 24 febbraio, i cinque
avvocati comunisti. In una cassaforte privata di una banca
madrilena, inoltre, i poliziotti sequestrano disegni di armi


224 Piazza Fontana

 

leggere, materiale destinato alla realizzazione di docu-
menti falsi, congegni elettronici per il comando a distan-
za, detonatori e tre lingotti d'oro da un chilogrammo
l'uno.

Secondo la polizia di Madrid questa fabbrica d'armi,
messa in piedi dalla colonia fascista italiana, era diretta
dal fisico nucleare Eliodoro Pomar. Vengono arrestate un-
dici persone, tra cui Sanchez Covisa, alcuni esponenti
dell'«attivismo» italiano come Salvatore Francia, Elio
Massagrande, Eliodoro Pomar, Flavio Campo e Marco
Pozzan,9 e una giovane francese, Annie Otal, rifugiatasi
presso di loro.

Mancano però all'appello i due capi dell'Orchestra ne-
ra: Stefano Delle Chiaie e Guérin Sérac. Gli amici di Mas-
sagrande sono i primi a stupirsene. Alcuni giungono ad-
dirittura ad accusare in privato l'ex braccio destro del
principe Borghese di essere l'organizzatore della strage di
Atocha, e affermano che solo le protezioni di cui gode in
seno ai servizi segreti spagnoli possono spiegarne l'impu-
nità.

Ai primi di giugno del 1977 la procura di Firenze emet-
te sei mandati di cattura internazionali contro i principali
dirigenti del movimento Ordine nero: Clemente Graziani,
Salvatore Francia, Elio Massagrande, Eliodoro Pomar,
Gaetano Orlando e Marco Pozzan. I sei neofascisti sono
accusati di avere organizzato a Madrid l'assassinio del
giudice romano Vittorio Occorsio. Secondo un rapporto
inviato dal ministro dell'Interno spagnolo Martin Villa al
suo omologo italiano Francesco Cossiga, infatti, «è nell'of-
ficina di calle Pelaio che la mitragliatrice "Inghram" usata
per l'omicidio è stata modificata e perfezionata dall'inge-
gner Eliodoro Pomar».10

La presenza di Eliodoro Pomar a Madrid preoccupa i
servizi d'informazione americani, che incaricano uno dei
loro agenti di avvicinarlo. L'agente in questione si chiama
Carlo Digilio, intimo, come s'è visto, dei gruppi terroristi
d'estrema destra, specie in Veneto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al servizio del terrore: la guerra di Spagna          225

 

«Si trattava di un incarico che discendeva dalla cia» rac-
conta Digilio. «Il senso dell'incarico era quello di avere no-
tizie sui movimenti e sulle attività di Eliodoro Pomar, che
era un importante fisico nucleare ed era un profondo cono-
scitore delle centrali termo-nucleari ed era stato responsa-
bile in Italiai del centro Euratom di Ispra. Pomar aveva for-
nito la disponibilità di strutture pertinenti a tale centro nel
1970 per ricoverare armi pesanti tipo mitragliatrici in ordi-
ne al progetto del golpe del 1970. Si trattava di armi che ve-
nivano dall'estero, probabilmente dal Belgio, nell'ambito
dell'Alleanza Atlantica. Pomar era molto stimato come fi-
sico nucleare ed erano giunte addirittura notizie secondo
cui egli poteva essere "acquistato" da strutture di paesi
dell'Est per utilizzarne la capacità. Del resto in quel mo-
mento a Madrid egli non versava in buone condizioni eco-
nomiche e conosceva persone anch'esse esuli in Spagna
ma comunque sempre di paesi dell'Est e poteva darsi che
qualcuno di questi, in contatto in realtà con il proprio go-
verno gli avanzasse qualche proposta. In sostanza si teme-
va che potesse passare al campo comunista.»11

Il lavoro di ricognizione viene compiuto da Marcelle
Soffiati, altro agente americano infiltrato negli ambienti
Veneti del terrorismo nero.

«Marcello Soffiati che pur si era recato varie volte in
Spagna» prosegue Digilio «preferì affidare a me tale inca-
rico in quarto egli aveva una scarsa conoscenza dei pro-
blemi tecnici e sapeva poco di armi, settore del quale Po-
mar si stava occupando.»12

Per contattare Pomar, Digilio ha bisogno di un pretesto.
A suggerirglielo è Soffiati.

«Per parlare con Pomar» spiega Digilio «utilizzai il pre-
testo di esse'e interessato alla fabbricazione di un modello
di mitraglietta che assomigliava ad un'Ingram e che ave-
va il caricatore inseribile nell'impugnatura. Questo pro-
getto derivava da alcuni disegni del colonnello Spiazzi
che erano dffusi nell'ambiente e Spiazzi si lamentava che
tale idea gli fosse stata in qualche modo rubata.»13


226 Piazza Fontana

 

Prima di incontrare Pomar, Digilio s'informa sulle ca-
ratteristiche dell'arma presso uno degli uomini di Spiazzi.

«La tipologia dell'otturatore che mi fu mostrato» rac-
conta «era assolutamente inusuale per quell'epoca. Era
una soluzione tecnica innovativa ed estremamente inte-
ressante, in quanto collocava parte dell'otturatore sopra la
canna ed evitava il rilevamento dell'arma in questione
cioè consentiva un tiro1 molto preciso in quanto rimaneva
sempre puntata sul bersaglio senza dispersione di colpi al
di sopra del punto mirato, in poche parole poteva concor-
rere egregiamente con la consorella uzi (israeliana) uscita
in quel periodo, ciò spiega l'interesse informativo del Sof-
fiati e quindi dell'organo di intelligence statunitense che
aveva tra l'altro tutto l'interesse a che la mia missione in
Spagna godesse del maggior apporto informativo possibi-
le voglio cioè dire che una mia conoscenza mi avrebbe
utilmente accreditato verso il Pomar.»14

Soffiati indirizza Digilio a uno dei suoi contatti madri-
leni, Mariano Sanchez Covisa. E Covisa lo porta da Po-
mar, che abita a Madrid non lontano dal Paseo de Florida.

«Io mi presentai a Pomar ovviamente come militante di
destra dell'area veneta amico di Soffiati e interessato a sa-
pere quali fossero gli sviluppi di produzione dell'arma»
racconta Digilio.15

Pomar non si fa troppo pregare.

«Alla fine» prosegue Digilio «capii che il progetto
dell'arma era stato ceduto da Pomar ai servizi Speciali
spagnoli e anche che in cambio le autorità spagnole gli
avevano dato del denaro ed un lavoro garantito presso
una centrale nucleare spagnola.»16

Nel giro di dieci giorni, raccolto il massimo d'informa-
zioni sull'arma fabbricata da Pomar, Digilio lascia Ma-
drid. Tornato a Verona redige il suo rapporto, che conse-
gna a Soffiati perché lo trasmetta agli agenti con cui è in
contatto all'interno della base nato di Verona. Qualche
tempo dopo Pomar e altri fuoriusciti italiani vengono ar-
restati a Madrid.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al servizio del terrore: la guerra ài Spagna         227

 

«Girò» quimdi la voce che io avessi qualche responsabi-
lità nell'operazione che aveva portato alla cattura degli
italiani»' conclude Digilio «e i miei rapporti con l'ambiente
di destra veneziano si raffreddarono ulteriormente.»17

L'inizio diegli anni Ottanta vede l'implosione dell'Or-
chestra nerai guidata da Aginter-Presse. I terroristi ripie-
gano in genere in America latina, dove si mettono al ser-
vizio di generali torturatori o di cartelli della droga, o di
entrambi. Un rapporto dei servizi segreti francesi afferma
che nel 1982 Guérin Sérac «inviava volontari in America
latina» per conto di una società francese diretta da uno
degli ex capi dell'OAS. Qualche tempo dopo Guérin Sérac
è segnalato in Colombia dove, secondo la leggenda,
avrebbe fatto fortuna lavorando per uno dei principali
cartelli della droga. Piove sempre sul bagnato.

All'inizio degli anni Novanta tutti sembrano aver di-
menticato persino l'esistenza dell'Orchestra nera di Agin-
ter-Presse. Guérin Sérac sembra essere scomparso. E cer-
tamente nessuno ne avrebbe mai più sentito parlare senza
l'accanimento del giudice milanese Salvini e dei carabi-
nieri del ROS che, in questi anni, si lanciano in una caccia
serrata poiché sanno che è l'ultima possibilità di far venire
alla luce la verità sulla strage di piazza Fontana.


XI

L'inchiesta impossibile

 

Identificati i presunti responsabili della strage di piazza
Fontana, gli inquirenti non sono arrivati per questo al ter-
mine delle loro fatiche. Devono ancora stanarli, e poi arre-
starli. Ma i principali interessati non sono, o non sono più,
italiani, e vivono ormai all'estero dove godono di solide
protezioni.

Delfo Zorzi, ritenuto l'uomo che collocò le bombe, ha la
cittadinanza giapponese. Gli uomini del ros conoscono i
suoi vari indirizzi e ne seguono da vicino ogni spostamen-
to, ma che cosa possono fare? Potrebbero prelevarlo duran-
te una delle sue visite ai suoi uffici di Lugano, con il rischio
però di sollevare un incidente diplomatico con il Giappone
e la Svizzera. Inoltre Zorzi gode di importanti protezioni. Si
parla di legami molto stretti con Ryoichi Sasakawa, un ex
criminale di guerra grande ammiratore di Mussolini che,
alla testa di una fortuna valutata un miliardo di dollari, si è
autodefinito «il fascista più ricco del mondo». Zorzi lo
avrebbe conosciuto da un suo amico, un ex diplomatico ita-
liano stabilitosi a Tokyo, Romano Vulpitta, durante una vi-
sita del segretario dell'MSl Giorgio Almirante.1

Uno degli informatori dei carabinieri parla di fondi ver-
sati dalla cia a Zorzi a partire dall'inizio degli anni Settan-
ta. Un altro asserisce che per far entrare Zorzi in Giappo-
ne, nei primi anni Settanta, i servizi segreti italiani di
allora (sin) hanno attivato un canale privilegiato con i loro
omologhi nipponici. Un terzo afferma che Zorzi contereb-
be tra i suoi conoscenti più intimi un esponente della ma-

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'inchiesta impossibile         229

 

fia giapponese, l'onnipotente Yacuza. Secondo Gaetano
Orlando, Zorzi era invece in Spagna, a Madrid, fino al
1977, dove dice di averlo visto con Delle Chiaie e Guérin
Sérac. Vexità? Menzogne? Una delle poche certezze nella
leggenda diffusa dagli ex compagni d'armi di Delfo Zorzi
è la sua ricchezza. Oggi l'ex terrorista nero è alla testa di
un piccolo impero economico che va dal Giappone alla
Svizzera passando per la Corea e l'ex Unione Sovietica.
Questo gli ha permesso di affidare la propria difesa all'av-
vocato Gaetano Pecorella, una delle personalità di punta
del foro milanese, che conta tra i suoi clienti il fior fiore
degli imputati di Mani pulite.

Com'è accaduto che l'ex militante di Ordine Nuovo sia
giunto a dirigere un vero e proprio impero nell'import-ex-
port della moda italiana in Oriente? La storia non lo dice,
ma registra che nel 1993 Delfo Zorzi prestò con estrema
urgenza trenta miliardi di lire per coprire i debiti di Mau-
rizio Gucci, il quale dirà di avere trovato il denaro sotto
un sasso che gli avrebbe indicato in sogno il suo defunto
padre. In questo prestito si è all'inizio creduto di vedere
una delle cause dell'assassinio dell'erede Gucci, ma esso
venne puntualmente rimborsato con gli interessi.

I carabinieri sono convinti, a torto o a ragione, di non
poter contare sull'aiuto dei loro colleghi elvetici. Troppe
piste vanno a perdersi in Svizzera perché si possa parlare
di semplici coincidenze. Tra le organizzazioni che godono
di importanti protezioni elvetiche, gli uomini del ROS cita-
no Aginter-Presse.

In un primo tempo gli inquirenti italiani hanno chiesto
informazioni su Guérin Sérac alias Yves Guillou ai loro
omologhi francesi. La sezione antiterrorismo del ministero
dell'Interno di Parigi ha avuto un bel darsi da fare, non è
riuscita a consegnare che un magro dossier composto
d'informazioni tratte da articoli di giornale. Le persone che
abbiamo consultato (tra cui ex responsabili dei servizi se-
greti francesi negli anni Sessanta) ci hanno confermato che
all'epoca Guérin Sérac e i suoi uomini erano ritenuti dai


230 Piazza Fontana

 

servizi segreti di Parigi agenti della cia. Sappiamo che i po-
liziotti francesi non somo riusciti a ottenere niente dai loro
corrispondenti in seno ai servizi segreti (dgse, Direction
Generale de la Sécurité Extérieure, nuovo nome assunto
dal 1982 dallo sdece), nonostante questi ultimi siano in
possesso di voluminosi dossier su Àginter-Presse. Segno
senza dubbio che i rapporti tra Àginter-Presse e dgse, dopo
qualche decennio turbolento, sono tornati sul bello stabile.

Dopo mesi di ricerche gli uomini del ros hanno infine
ritrovato le tracce di Guérin Sérac grazie all'intervento del
sismi e di un membro del governo spagnolo. L'ex direttore
di Àginter-Presse era di nuovo in Spagna e aveva addirit-
tura ottenuto la cittadinanza spagnola. Sotto il nome di
Yves Guillou, dirigeva un scuola di lingue a Siviglia e
compiva periodici viaggi in America latina. Negli anni
Novanta si trovava in Costa Rica per un soggiorno di di-
versi mesi. Forti di queste informazioni, i carabinieri del
ros contattano i loro omologhi iberici, cui chiedono di in-
dagare con la massima discrezione. Risposta dei poliziotti
spagnoli: chi è questo Guérin Sérac e perché vi interessa
tanto? Considerato che nel 1977 l'ex direttore di Àginter-
Presse era stato espulso in malo modo dalla Spagna, è po-
co probabile che i poliziotti spagnoli ne ignorino il pedi-
gree. La loro risposta significa una cosa sola: Guérin Sérac
gode di nuovo in Spagna di protezioni molto importanti.
Indubbiamente quelle dei servizi segreti.

Gli inquirenti del ROS non hanno avuto più fortuna
quando hanno tentato di avvicinare un suo ex braccio de-
stro, l'americano John Jay Salby (la cui condanna a morte
in Algeria non era stata eseguita). Dopo averlo localizzato
a Miami, hanno chieste la collaborazione dell'FBi. All'ini-
zio la reazione è stata più che positiva: gli agenti federali
hanno invitato i carabinieri a recarsi negli Stati Uniti per
interrogare Salby anche in forma ufficiosa. Poi le cose si
sono guastate; di punto in bianco l'agente dell'FBi che se-
guiva il dossier è divenite più freddo: «Se i ROS vogliono
interrogare Salby, non hanno che da farlo nel quadro di

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'inchiesta impossibile         231

 

urna commissione rogatoria internazionale». Nessun inter-
rogatorio senza una richiesta avanzata nelle debite forme
dal giudice italiano incaricato del fascicolo. Il repentino
voltafaccia dell'FBI equivaleva a un rifiuto.

Gli agenti del ros non ne sono rimasti molto sorpresi.
Non avevano forse intenzione d'interrogare Salby anche
sui suoi legami con la cia nelle sue missioni clandestine
in America latina e in Algeria? Inoltre speravano di ave-
re dall'ex braccio destro di Guérin Sérac delle rivelazioni
sui rapporti tra cia e Àginter-Presse nel quadro, fra l'al-
tro, dell'operazione Chaos, che prevedeva tentativi di in-
filtrazione negli ambienti maoisti europei, una specialità
di Guérin Sérac e dei suoi uomini. Gli agenti del ros nu-
trivano per di più la segreta speranza di ascoltare sull'ar-
gomento l'ex capo della cia William Colby. A questi si
dovette infatti il siluramento del responsabile dell'opera-
zione Chaos, James Jesus Angleton, protettore di alcuni
dei personaggi chiave della strategia della tensione in
Italia, per esempio del principe nero Junio Valerio Bor-
ghese e dell'ex capo dell'Ufficio Affari riservati del mini-
stero dell'Interno, Umberto Federico d'Amato.

Impossibilitati a condurre le loro indagini all'estero, gli
uomini del ros setacciano la penisola alla ricerca della
prova del coinvolgimento nella strage di piazza Fontana
dei servizi segreti americani. A tale proposito dispongono
di un testimone cruciale, Carlo Digilio, «l'agente Erodo-
to», incaricato di «sorvegliare la cellula veneziana di Ordi-
ne nuovo per conto dei servizi segreti americani». Sulla
struttura di questi ultimi nell'Italia del Nord, Digilio sa
un'infinità di cose: suo padre, prima di morire in un inci-
denite stradale, aveva lavorato per l'oss e poi per la cia.

Nel corso degli anni Digilio ha avuto, uno dopo l'altro,
quattro referenti americani, due dei quali di origine italia-
na, e ha ricevuto, afferma, una dozzina di «incarichi di
informazione in diversi settori non necessariamente sul
mordo di estrema destra tra cui il recupero di due barre
di uranio di 13 chili l'una».

 


232 Piazza Fontana

 

Non ha mai rotto i ponti con la cia, almeno fino al suo
arresto: «Quando mi trovai in difficoltà, temendo nel
1982 un secondo arresto dopo il mio primo arresto e la
successiva scarcerazione, io che mi trovavo a Verona a ca-
sa di Soffiati in Via Stella, lo chiamai e lo feci venire in
quell'appartamento. Del resto tale appartamento era in
sostanza di copertura perché serviva per i contatti con i
vari informatori evitando che costoro dovessero recarsi
presso il Comando se non per cose importantissime. Io
chiesi aiuto all'agente e questi mi diede alcuni consigli,
anche se io poi mi allontanai autonomamente accompa-
gnato dal colonnello Spiazzi e poi da Malcangi come ho
già ampiamente narrato in relazione alle varie fasi della
mia fuga. Alla fine del 1984, prima di andare a Santo Do-
mingo, nella medesima occasione in cui mi recai a Verona
per sapere dal colonnello Spiazzi come andava la vendita
della mia pistola, utilizzai questo viaggio anche per in-
contrare l'agente in un bar tenendo a distanza Malcangi
che mi aveva accompagnato e che avevo fatto sostare in
un altro bar. Chiesi aiuto all'agente spiegandogli che ero
in forte difficoltà e che ero ormai deciso a lasciare l'Italia.
Egli mi consentì di utilizzare a Santo Domingo il suo no-
me come presentazione in caso di necessità. Lo vidi così
per l'ultima volta in quell'occasione. Effettivamente io
utilizzai questa possibilità proprio pochi mesi prima del
mio arresto a Santo Domingo. Mi presentai al Consolato
americano, entrai in contatto con un ufficiale facendo il
nome dell'agente e questi fece un controllo per verificare
che il nome corrispondesse ad un loro uomo in Italia. Tor-
nai qualche giorno dopo, mi disse che andava tutto bene,
che l'agente era ancora in Italia, e mi chiese di cosa avessi
bisogno. Io gli dissi che ero in forte difficoltà e che avevo
bisogno di un lavoro nel medesimo settore informativo
che era stato in passato il mio. Mi disse che sarebbe stato
possibile utilizzarmi nel campo dell'organizzazione e
riordino dei fuorusciti cubani a Santo Domingo da invia-
re dove essi avevano la loro sede principale a Miami, in

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'inchiesta impossibile         233

 

un camppo di raccolta. Precisamente questo campo si tro-
va vicino a Miami, nella località Healiah. Io dovevo in so-
stanza occuparmi di un primo vaglio dei soggetti e del lo-
ro avvitamento negli Stati Uniti. Non ebbi tempo di
iniziare questo lavoro poiché nel giro di poche settimane
fui arrestato ai Santo Domingo a seguito delle indagini
della Polizia italiana».2

All'inizio dell'inchiesta Digilio viene affidato alla poli-
zia e comincia a parlare, ma rifiuta di dire tutto quello che
sa. Seco:ndo una fonte vicina agli inquirenti, rivela il dieci
per cento di ciò di cui è al corrente. Allora, a partire dai
primi mesi del 1995, viene «trattato» dagli uomini del ROS.

Digilio li manda da Giancarlo Bertoni, un fiorista di Ve-
rona che indica come uno dei referenti della cia in Veneto.
Il fiorista non è sconosciuto ai servizi segreti, è stato anzi
per un certo periodo un informatore del sid. Gli uomini
del ROS sanno di avventurarsi su un terreno minato. Vero-
na è la riserva di caccia del colonnello dei servizi segreti
Pignatelli, uno dei personaggi chiave della strategia della
tensione. Alcuni agenti segreti avvertono i carabinieri che
il centro di Verona del sismi è «marcio», che di recente
hanno distrutto tutti i loro archivi sulla strategia della ten-
sione, compreso un grosso dossier su James Jesus Angle-
ton, e che parlare con questo centro è come parlare con gli
americani.

Bertoni viene messo sotto sorveglianza e gli uomini del
ROS non tardano a convincersi che Digilio ha detto la ve-
rità. È evidente che il negozio da fiorista serve da copertu-
ra ad altre attività: è praticamente sempre chiuso, si apre
soltanto per ricevere visite, sembra, annunciate. Nel retro
troneggia un'impressionante cassaforte dotata di un siste-
ma d'apertura a tempo. Bertoni non appare molto sorpre-
so di vedere arrivare i carabinieri. Non rimane sorpreso
neanche quando gli inquirenti gli pongono delle doman-
de sul Piano di sopravvivenza della nato, i Nuclei di dife-
sa dello Stato e il gruppo Sigfried; dichiara invece di cono-
scere bene il gruppo Sigfried, creato, a suo dire, da due


234 Piazza Fontana

 

generali di cui non può rivelare altro senza l'avallo dei
suoi superiori.

I carabinieri battono in ritirata senza troppe speranze.
Due giorni dopo, Bertoni telefona e prima di riagganciare
afferma: «Non ci siamo mai incontrati».

Gli uomini del ros passano allora a occuparsi di coloro
che Digilio chiama i suoi «referenti» americani e concen-
trano la loro attenzione in particolare su Sergio Minetto.
L'ex repubblichino non era il «referente» diretto di Carlo
Digilio, ma ciò non gli ha impedito di aiutarlo, nel 1982,
ad abbandonare in gran segreto l'Italia. Inoltre, Digilio af-
ferma che gli è bastato parlare di Minetto all'ambasciata
americana di Haiti perché il capo stazione della cia gli
fornisse lavoro.

Sergio Minetto non ha mai lavorato ufficialmente all'in-
terno della base nato di Verona. Ma, dopo avere ascoltato
uno dei suoi amici, un altro ex repubblichino, i carabinieri
giungono alla certezza che abbia le sue entrature all'inter-
no della base. Nel tentativo di spingerlo a un passo falso,
gli uomini del ROS moltiplicano le provocazioni: lo pedi-
nano ostentatamente sperando che telefoni al suo referen-
te americano. Invano.

II 17 maggio 1995, dopo mesi di sorveglianza e provo-
cazioni, i carabinieri, su ordine del pubblico ministero
Maria Grazia Pradella e del giudice Guido Salvini, lo arre-
stano. Quello che portano a San Vittore è un vecchio di-
strutto. Il giorno seguente, in lacrime, Minetto chiede di
parlare con un inquirente del ROS. I carabinieri iniziano a
sperare: non ha chiesto di uno qualunque di loro, vuole
incontrare l'ufficiale che dirige le indagini, di cui conosce
il nome. Il tempo che arrivi da Roma, e Minetto s'è ripre-
so: proclama ad alta voce la propria innocenza, pretende
addirittura di non conoscere Carlo Digilio. Il suo atteggia-
mento fa sorridere gli inquirenti, che sono in possesso di
due fotografie che lo ritraggono in compagnia di Digilio e
di testimonianze che attestano come i due s'incontrassero

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'inchiesta impossibile         235

 

regolarmente presso un circolo di ex repubblichini, la Pic-
cola Caprera. Sergio Minetto viene rilasciato il 6 agosto
1995 senza che abbia dichiarato granché oltre la propria
innocenza.

Gli uomini del ros s'interrogano sul suo voltafaccia in
prigione. S'è ripreso o hanno fatto sì che si riprendesse? È
certo che le indagini dei carabinieri sono sotto alta sorve-
glianza. Nell'ombra si trama, ci si agita. Mancano poche
ore al primo interrogatorio ufficiale di Digilio, quando il
suo avvocato veneziano trova nella propria cassetta della
posta un biglietto che gli consiglia di non prendere il tre-
no quel giorno. Pochi sapevano della sua intenzione di
raggiungere Milano in treno. I carabinieri prendono la mi-
naccia molto sul serio, tanto più che un italiano vicino ai
servizi segreti americani ha parlato del progetto di assas-
sinare l'ufficiale del ros responsabile delle indagini sulla
strage di piazza Fontana.

Tutto era iniziato con l'interrogatorio in prigione di Bia-
gio Pitarresi, ex militante di estrema destra arrestato nel
quadro di un traffico di droga. Negli anni Settanta fre-
quentava gli ambienti neofascisti milanesi, tra cui la ban-
da che nel 1973 rapì e violentò Franca Rame su richiesta,
afferma, di un gruppo di carabinieri «che volevano in tale
modo intimidire Franca Rame per la sua attività in Soc-
corso Rosso».3

A interrogare Pitarresi è il capitano Massimo Giraudo,
l'ufficiale del ros incaricato di centralizzare le indagini. I
due uomini stabiliscono un rapporto di fiducia. Pitarresi
si lasca andare a delle confidenze; è lui che rivela agli in-
quireni il preciso ruolo di Martino Siciliano, mettendoli
così in grado di risalire fino a Carlo Digilio. Ma, nello stes-
so tempo, Pitarresi si da da fare per informare qualcuno
che sa essere vicino ai servizi segreti americani, Carlo
Rocchi

«Dopo il secondo o il terzo colloquio con l'ufficiale [del
ros] io mi resi conto» dichiara «che l'Arma stava svolgen-
do un lavoro serio sotto la guida dell'Autorità Giudiziaria


236 Piazza Fontana

 

e che non era giusto tradire il rapporto di fiducia che si
era instaurato. Infatti mi ero accorto che i carabinieri sta-
vano svolgendo un lavoro che nel mio gergo potrei dire
"pulito" e che per molto tempo non era stato fatto. Dissi
quindi all'ufficiale che ero stato contattato da Rocchi e che
gli avevo fornito qualche notizia in merito a quanto mi era
stato chiesto durante i colloqui investigativi ed ero stato
incaricato da Rocchi di riferire ancora a lui [ogni] altro da-
to che avrei potuto acquisire.»4

L'ufficiale dei carabinieri gli chiede allora di parlargli di
Carlo Rocchi.

«Ho conosciuto Rocchi all'inarca nel 1978» racconta Pi-
tarresi «nell'ambito di San Babila. Del resto io frequentavo
stabilmente quella zona anche perché era punto di ritrovo
stabile dell'ambiente di destra. Già all'epoca Rocchi aveva
i suoi uffici in Corso Europa e si occupava ufficialmente
di amministrazione di stabili insieme al fratello. Siamo
entrati progressivamente in confidenza e ho appreso che
Carlo Rocchi, oltre a svolgere attività illecite in proprio ...
era stabilmente in contatto con apparati di sicurezza sia
stranieri che italiani. In particolare Carlo Rocchi, anche
per il suo acceso anticomunismo (era stato del resto para-
cadutista della Repubblica Sociale Italiana), è sempre sta-
to un fiduciario della cia a Milano. Inoltre è sempre stato
in contatto per singole operazioni con organi di polizia o
di sicurezza italiani, soprattutto la Guardia di Finanza, il
sisde e la Polizia di Stato. Per quanto concerne i rapporti
con gli americani Rocchi mi disse di averli intessuti sin
dai primi anni '50 e cioè subito dopo la guerra.»5

Interrogato in seguito dal giudice Salvini, Rocchi non fa
mistero d'essere un agente americano:

«Sin dal 1950 ho lavorato in modo sia ufficiale sia non
ufficiale» rivela «per Enti informativi americani condivi-
dendo gli ideali di tale paese che è alleato al nostro.»6

Era stato reclutato dai servizi segreti degli Stati Uniti,
afferma, dopo essere cèduto prigioniero nella battaglia di
El Alamein. La sua coroscenza dell'inglese gli aveva dato

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'inchiesta impossibile         237

 

la possibilità! di lavorare al «quartiere generale america-
no» del Cairo, dove era stato avvicinato da agenti dell'oss.
Finita la guerra, era stato alle dipendenze di diverse agen-
zie americame (fbi, cia).

«Ero regolarmente stipendiato da questi Enti a seconda
dei vari servizi che svolgevo e avevo la qualifica di special
agent sotto copertura ... Ovviamente nel corso della mia
attività ho svolto molte missioni all'estero sia nel campo
dei narcotici, all'inizio della mia attività, sia nel campo
politico. Ad esempio svolsi una missione a Saigon con al-
tri agenti della cia, un anno prima della fine della guerra,
quindi nel 1974, e in quell'occasione ci facemmo passare
per francesi con l'obiettivo di controllare l'attività di alcu-
ni francesi rimasti in Indocina dopo la fine del coloniali-
smo e passati a lavorare per i servizi segreti comunisti.
Posso in sintesi dire che ho svolto missioni in Spagna, in
Portogallo, a Beirut, in occasione del rapimento di Terry
Wait, e un po' in tutto il mondo.»7

Negli archivi del sismi c'è un dossier intestato a Carlo
Rocchi. In esso si legge che è un «fiduciario della cia fin
dal 1952» ed è stato coinvolto in operazioni in Germania e
in Francia. Secondo il dossier, sarebbe «amico personale
di Skorzeny» e, inoltre, «l'ultima persona che vede vivo
Michele Sindona in carcere, prima che muoia avvelena-
to». L'uomo d'affari Michele Amandini, uno dei pentiti
che hanno permesso lo smantellamento a Milano di una
famiglia della 'ndrangheta, afferma da parte sua che Roc-
chi ha partecipato a una delle operazioni più delicate del-
la cia: l'installazione di minicineprese nei fari che illumi-
nano le piste dell'aviazione militare libica.

Il ROS inizia a lavorare su Carlo Rocchi: il suo ufficio e la
sua abitaziore vengono imbottiti di microspie. I carabi-
nieri scoprono, sbalorditi, che traffica più o meno tutto il
trafficabile: è rapace di fornire vasche da bagno agli israe-
liani e cesio agli iracheni. Gli investigatori del ros lo foto-
grafalo con vari agenti segreti, tra cui l'uomo del contro-
spionaggio britannico (Mi-5) a Milano.


238 Piazza Fontana

 

Tra tutti i suoi contatti. Rocchi intratteneva rapporti pri-
vilegiati con un ex militante neofascista «riconvertitosi»
alla criminalità comune: Biagio Pitarresi. Nel 1981 i due,
prima di partire in missione in Austria, avevano parteci-
pato allo smantellamento di una banda di rapinatori mila-
nesi. Arrestato nel quadro di un traffico di droga, nell'au-
tunno 1995 Pitarresi viene interrogato dal ROS sulle sue
vecchie amicizie neofasciste.

«Qualche giorno dopo il colloquio» racconta egli stesso
«avendo un debito di riconoscenza nei confronti di Roc-
chi, anche perché egli aveva aiutato molto mio figlio du-
rante i miei periodi di detenzione, gli dissi che ero stato
contattato da questo ufficiale dei ROS e che in tale contesto
avevo fornito alcune notizie, ma avevo appreso che le in-
dagini coinvolgevano apparati istituzionali ed anche inte-
ressi americani. Feci sapere ciò a Carlo Rocchi tramite il
mio figlio Luca. Rocchi mi riferì, tramite mio figlio, che
era interessatissimo e che doveva riferire tali notizie agli
americani. Mi fece sapere che sarebbe stato opportuno,
durante un incontro, fotografare me e l'ufficiale dei Cara-
binieri insieme in quanto egli non era ancor sicuro
dell'identità e dell'esatta funzione nell'Arma di tale uffi-
ciale. Di tale appostamento fotografico non vi fu poi biso-
gno in quanto Rocchi era riuscito a raccogliere tutte le
informazioni sull'ufficiale.»8

Carlo Rocchi fa pressione su Biagio Pitarresi perché
moltiplichi i «colloqui informativi» con l'ufficiale del ROS
e raccolga il massimo d'informazioni su quello che i cara-
binieri sanno esattamente sulla partecipazione dei servizi
segreti americani alla strage di piazza Fontana. Poi, ap-
profittando di una sospensione di pena di Pitarresi,
nell'autunno 1994, lo informa dei suoi progetti più segreti.

«Nel corso delle conversazioni dirette o tramite il mio
figlio, con Rocchi» prosegue Pitarresi «questi mi disse che
l'ufficiale dei Carabinieri che svolgeva l'indagine doveva
essere eliminato, cioè fatto fuori fisicamente. Rocchi si
mostrò anche informatissimo sulla persona del Giudice

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'inchiesta impossibile         239

 

istrutttore dicendo che era un vero maniaco del lavoro, che
viveva praticamente in ufficio, sacrificando anche al lavo-
ro la siua vita privata.»9

Rocchi, secondo Pitarresi, aveva altri progetti nefasti,
tra cui quello di eliminare uno dei magistrati del pool Ma-
ni puliite di Milano. Non aveva simpatia per loro, ne par-
lava come di «sporchi rossi».

Rocchi non fece alcun nome, ma precisò che l'attentato
doveva aver luogo nell'agosto 1995 e chiese l'aiuto di Pi-
tarresi, fra l